giovedì 11 luglio 2019

Spider-Man: Far From Home

L'arrivo delle grandi responsabilità


Peter Parker torna alla sua vita da adolescente, ma tutto è cambiato: Tony Stark è morto, lasciando il mondo e Peter con un vuoto emotivo difficilmente colmabile. A distrarlo dai suoi tormenti arriva una gita scolastica in Europa e, soprattutto, i suoi mutati sentimenti verso MJ. Deciso a dichiararsi durate la vacanza, Peter si troverà invece a dover gestire una nuova minaccia, delle misteriose creature chiamate Elementali, provenienti da un'altra dimensione. Ad aiutarlo, oltre al solito Nick Fury, un misterioso viaggiatore interdimensionale: Quentin Beck, detto Mysterio.

Dopo il fortunato esordio in Spiderman: Homecoming e i drammatici eventi di Endgame, Tom Holland torna a vestire i panni dell'Uomo Ragno in un sequel che comincia a mettere a dura prova il confine tra la sua vita privata e le attività da supereroe. La morte di Tony Stark, mentore e figura paterna per il ragazzo, costringe infatti Peter Parker a iniziare a prendersi quelle responsabilità che fino a quel momento aveva evitato, gettandosi nell'avventura più per amore del rischio e dell'adrenalina che perché guidato da una vera e propria missione.

Quando Nick Fury lo mette di fronte alle "grandi responsabilità" che derivano dai suoi poteri, la prima reazione di Peter è di negazione: non vuole che la missione gli rovini la vacanza e i suoi piani con MJ, ma soprattutto non vuole accettare il ruolo che Fury e lo stesso Stark sembrano volergli assegnare. Il film è dunque pervaso toni da commedia adolescenziale, con Peter, MJ e compagni che attraversano tutte le fasi delle schermaglie amorose liceali. Nonostante sia ovviamente meno spettacolare rispetto ad altri punti del film, questo elemento del film funziona grazie a una buona scrittura e all'ottima chimica tra Tom Holland e Zendaya, che danno vita a molte divertenti sequenze da commedia degli equivoci.

Gli amori adolescenziali, tuttavia, devono cedere il passo alla realtà e alla nuova minaccia contro la Terra: il resto del film si focalizza quindi sul percorso di crescita di Peter e sulla sua accettazione del suo posto nel mondo. Il Ragazzo Ragno inizialmente crede di trovare un nuovo modello di riferimento nel misterioso Quentin Beck, giunto da un universo parallelo per combattere gli Elementali che hanno già distrutto la sua Terra.
La situazione si rivela in realtà più complessa, come chiunque conosca i fumetti può facilmente immaginare, ed è qui che il film prende il volo: il rapporto tra Quentin e Peter e la figura di Quentin in generale sono tra le cose più originali viste nell'universo cinematografico Marvel (anche se, ironicamente, riprendono una delle poche intuizioni azzeccate di Iron Man 3) e aprono molteplici possibilità per il futuro, subito concretizzate in una scena post titoli di coda semplicemente mozzafiato.

Per il resto, il film ha lo spirito di un'avventura di Jules Verne, tra città esotiche (per il pubblico statunitense), situazioni al limite dell'incredibile, scene d'azione coreografate alla perfezione, e una riuscita scanzonatura di fondo che permette al film di risultare sempre fresco e vivace, nonostante un inizio un po' rallentato da tutti i topoi del genere "gita scolastica liceale".

Se Tom Holland è ancora una volta semplicemente perfetto nei panni di Peter Parker, Jake Gyllenhaal brilla in quello di Mysterio, rendendo alla perfezione le mille sfaccettature del personaggio, aiutato anche da un eccellente scrittura. Accanto a loro un esercito di caratteristi d'eccezione, tra cui si distinguono Jon Favreau nei panni di Happy Hogan, sorta di contraltare adulto e senza poteri ai tormenti amorosi del giovane Peter, e Marisa Tomei, sempre più convincente nella versione ringiovanita di Zia May.

Spiderman: Far From Home costituisce un originale e importante capitolo nell'evoluzione dell'Uomo Ragno sullo schermo. Dal film emerge un Peter Parker più sfaccettato, maturo e interessante, a metà tra lo scavezzacollo visto fin qui nei film e il ragazzo fin troppo tormentato dal senso del dovere che conosciamo dal fumetto: un personaggio, insomma, decisamente intrigante, destinato a giocare un ruolo ancora più centrale e "drammatico" nei prossimi film dell'universo Marvel.

*** 1/2

Pier

martedì 25 giugno 2019

Toy Story 4

Filosofia e giocattoli



Woody, Buzz e gli altri vivono con Bonnie, la bambina cui Andy li ha ceduti alla fine del terzo capitolo, prima di partire per il college. Anche se la bambina non ama Woody quanto Andy, Woody è sempre molto compreso nella sua missione di farla felice. Quando Bonnie affronta il primo giorno di asilo si infila nel suo zaino per starle vicino, e assiste così alla creazione di Forky, una forchetta-cucchiaio trasformata in giocattolo che però rifiuta la sua nuova identità. Nel tentativo di fargli capire l'importanza di poter rendere felice una bambina, Woody si ritrova a inseguire Forky fino a un negozio di antiquariato, dove ritroverà una sua vecchia conoscenza che lo porterà a farsi domande sul suo ruolo nel mondo.

Cosa significa essere un giocattolo?
Questa la domanda quasi filosofica intorno a cui ruota tutta la saga di Toy Story. Nel primo film Woody imparava che l’obiettivo di un giocattolo è fare felice il proprio bambino, il suo Andy, anche a costo di mettere da parte l’orgoglio e la sua posizione di “giocattolo preferito”. Nel secondo, questo tema veniva sviluppato ulteriormente, sottolineando l'importanza di essere utilizzati per giocare al fine di essere realmente vivi, un’idea introdotta dalla struggente canzone di Jessie e reiterata dalla scelta di Woody di lasciare la vita confortevole e “da star” del negozio di collezionismo per tornare da Andy, pur consapevole che un giorno avrebbe smesso di giocare con lui; giorno che, infine, arriva nel terzo capitolo, quando Woody e gli altri si rassegnano a “lasciare andare” un Andy ormai cresciuto e trovano una nuova ragione di vita in Bonnie, una bambina esuberante cui Andy regala i suoi amici di un tempo.

Nel quarto capitolo, la Pixar ribalta completamente la prospettiva. Con uno di quei grandi lampi creativi cui ci ha abituato nel corso degli anni, ci mette di fronte alla possibilità che nella vita di un giocattolo ci sia di più che fare felice uno specifico bambino. Allo stesso tempo, tuttavia, ci viene presentata anche la prospettiva diametralmente opposta, ovvero l’idea che un giocattolo non sia ontologicamente tale, ma divenga tale solo quando un bambino impone questa funzione su un oggetto. Queste prospettive contrapposte mettono in crisi Woody e, con lui, lo spettatore, trasportandoli in un viaggio esistenziale che li porterà a interrogarsi sulla natura della propria esistenza, guardando al passato con occhio diverso per costruire il proprio futuro.
Il regista Josh Cooley gestisce con grande abilità questa tensione degna di un trattato filosofico, inserendola all’interno di una storia efficace, ben ritmata e, a parere di chi scrive, la più divertente della saga. I vari archi narrativi e dei personaggi si intersecano alla perfezione, ciascuno elaborando un aspetto diverso del dilemma che si pone di fronte al cowboy giocattolo.


Le due prospettive sopracitate sono incarnate principalmente da due personaggi: il primo è una vecchia conoscenza, Bo Peep, scomparsa durante il terzo film (scopriremo come a inizio film) e rincontrata da Woody e dalla banda durante una road trip al seguito di Bonnie. L’incontro con Bo Peep è decisivo perché ribalta uno dei cliché dei film precedenti, in cui i giocattoli abbandonati e senza padrone venivano dipinti come depressi (Jessie) o talmente disperati da diventare malvagi (Lotso). Bo è invece sicura di sé, indipendente, e trasporta Woody in un viaggio all’interno di un negozio di antiquariato e di un’area gioco in cui altri giocattoli vivono serenamente la propria indipendenza, mettendo in crisi tutte le certezze e i capisaldi della vita di Woody.
Il secondo personaggio chiave è invece la new entry Forky: insicuro di sé e della sua natura, Forky sogna solo di tornare nel cestino, sorta di coperta di Linus in grado di dargli conforto e cui cerca disperatamente di tornare. Woody cerca in ogni modo di convincere la nevrotica posata-giocattolo di quanto lui sia ora importante per Bonnie, e di come la sua missione sia di farla felice: così facendo, comincia a interrogarsi sulla sua funzione e sulla sua inesorabile obsolescenza, pur non ammettendolo nemmeno a se stesso.

Toy Story 4 è il film che consacra definitivamente Woody come il vero protagonista della saga, facendoci vedere ancora una volta il mondo attraverso i suoi occhi e trasportandoci nel suo viaggio alla ricerca di se stesso. Se Toy Story 3 parlava dell’importanza di accettare il cambiamento, il quarto capitolo si interroga su cosa sia il vero cambiamento, e su quanto il passato condizioni la nostra capacità di vedere il futuro e di immaginare un nuovo inizio. Le gag esilaranti e gli irresistibili nuovi personaggi (Duke Caboom e il meraviglioso duo formato da Ducky e Bunny su tutti) accompagnano un’ineludibile malinconia di fondo, che scorre come un fiume carsico lungo tutto il film per poi sbucare in superficie in un finale di rara bellezza e potenza emotiva, che non mancherà di commuovere anche gli spettatori più aridi, e che soprattutto porta a compimento il percorso di Woody, Buzz, e di tutta la banda in maniera del tutto inaspettata, dimostrando ancora una volta la maestria narrativa della Pixar (qui incarnata dagli sceneggiatori Stephany Folsom e Andrew Stanton).

Toy Story 4 chiude il cerchio ancora meglio di quanto avesse già fatto Toy Story 3, spingendoci a interrogarci non sono sul nostro scopo nella vita e sull’importanza di perseguirlo, ma anche su cosa significhi davvero un finale: a volte non basta voltare pagina, ma bisogna avere il coraggio di una rivoluzione che scuote alla radice i nostri convincimenti, al fine di evitare di ricadere nel “cambiare tutto per non cambiare niente” di gattopardiana memoria.

Toy Story 4 è un viaggio della memoria che celebra la magica storia della Pixar e dei suoi protagonisti più amati, ma al tempo stesso la proietta nel futuro, promettendo di portare il ricordo dell’amicizia di Woody, Buzz, e tutta la banda nell’unico luogo possibile: verso l’infinito, e oltre.

*****

Pier

giovedì 6 giugno 2019

John Wick 3 - Parabellum

Si vis actionem, para Keanu



La saga di John Wick piomba nel mondo cinematografico nel 2014. L'arrivo è quasi silenzioso, in sordina, e nessuno può sospettare che un film diretto da un ex stuntman e con un protagonista l'amabile ma non esattamente di primo pelo come Keanu Reeves sarebbe diventato il primo capitolo di una delle saghe action migliori degli ultimi anni, nonché uno dei pochi franchise originali prodotti da quella fabbrica di remake e affini che è diventata Hollywood. Il motivo del successo è semplice: una storia semplice (semplicissima), ma girata con un sincero amore per il genere, coreografie e riprese spettacolari e degni dei grandi film di genere asiatici, e dei personaggi ben costruiti e ben interpretati. A questo si aggiunga la creazione di un'intrigante società parallela degli assassini, solo accennata nel primo capitolo ma sviluppata appieno nel secondo e ulteriormente approfondita nel film appena uscito.

Anche questo capitolo, come il secondo, riparte subito dopo la fine del precedente; e anche questo capitolo, come il secondo, alza l'asticella dell'azione a un livello che sembrava semplicemente impossibile. Abbandonando fin da subito ogni pretesa di veridicità, il film si concentra sulla spettacolarità delle scene, e fa centro a ogni singolo minuto: John viene scaraventato in mezzo a un combattimento con un gigante in biblioteca, un inseguimento a cavallo per le strade di Manhattan, una scuola di danza classica che non è quello che sembra, un'odissea solitaria nel deserto, una sparatoria spettacolare a Marrakesh, e chi più ne ha, più ne metta.

Ogni combattimento è ripreso con grande dovizia di particolari, facendo largo uso di piani sequenza e inquadrature larghe al fine di immergere gli spettatori nell'azione e permettere loro di vedere ogni dettaglio, di sentire ogni pugno, ogni calcio, ogni sparo. La precisione di coreografie e riprese è lontana anni luce dai montaggi forsennati di certi film americani, che fanno intuire l'azione e le botte senza mai farle vedere veramente.

Al centro di tutto questo c'è lui, Keanu Reeves, la perfetta incarnazione di quell'assassino travolto dalla vita che è John Wick, il volto scorato e la voce ridotta a un ringhio. Keanu si presta anima e corpo (è proprio il caso di dirlo) al personaggio, creando un'empatia ineludibile con lo spettatore nonostante l'assurdità delle vicende narrate, come ogni buon film d'azione dovrebbe fare. Keanu si diverte nella parte e si vede, sia nei combattimenti corpo a corpo affrontati senza stunt, sia nelle gustose citazioni di Matrix, la saga che lo ha reso famoso.

Attorno a lui gravitano personaggi dal carisma fumettistico, ma allo stesso tempo dotati di una backstory che conferisce alle loro azioni una gravitas e una motivazione che li rendono più reali, e di portare in vita in modo credibile quel sottobosco criminale che è uno dei punti di forza della saga.

John Wick - Parabellum è un piccolo capolavoro nel genere, e il degno terzo capitolo di una saga che finora, come il suo protagonista, non ha sbagliato un colpo; una saga che ha imparato la lezione di Mad Max: Fury Road, capendo che il segreto di un buon film d'azione sono personaggi ben costruiti, un mondo credibile e dotato di profondità e le immagini - immagini realistiche, fatte di sudore, sangue, e lividi, e non di tonnellate di computer grafica. John Wick funziona perché vediamo il personaggio soffrire, combattere, e sopravvivere quasi per miracolo, senza mollare mai, immerso in un mondo affascinante e ostile che è solo la versione romanzata ed estrema di quello in cui ci troviamo a vivere.

**** 1/2

Pier

mercoledì 29 maggio 2019

Rocketman

Tra sogno e realtà


Il film racconta l'abbacinante carriera di Reginald Dwight, che da timido ragazzo di provincia con la passione per il piano si trasforma in showman e rockstar multimilionaria con il nome di Elton Hercules John.

La comparsa sulla scena di Elton John sconvolse come l'esplosione di una bomba il panorama musicale dell'epoca, catapultandolo istantaneamente nel gotha della musica mondiale. Rocketman non ha la forza dirompente del suo protagonista, ma riesce comunque a distinguersi e a ritagliarsi una sua identità all'interno della miriade di film ispirati o dedicati alle star della musica. Se infatti il contenuto della vicenda narrata non è particolarmente originale, e anzi segue in modo quasi pedissequo la struttura classica della sceneggiatura (presentazione, ascesa, successo, crisi, redenzione), è nella struttura della narrazione che Rocketman dimostra una grande abilità di sperimentare e contaminare i classici stilemi del genere.

I film bio-musicali si dividono solitamente in due filoni: da un lato musical come Mamma Mia! o Across the Universe, dove le band vengono fatte rivivere attraverso le loro canzoni, ma raccontando una trama del tutto slegata dalla loro storia; dall'altro quelli come Bohemian Rhapsody o Quando l'amore brucia l'anima, che raccontano più o meno fedelmente le vicende umane e professionali dei protagonisti 1. Rocketman unisce queste due tradizioni, mescolandole in un felice e riuscito connubio in cui le canzoni sono cantate sia dall'Elton-cantante, sia dall'Elton-personaggio, creando una sospensione tra realtà e finzione che diviene la cifra della narrazione. Il film alterna momenti biografici, sia divertenti che strazianti, a momenti onirici, e lo fa senza preoccuparsi di demarcare nettamente il confine tra gli uni e gli altri. Elton canta di fronte al pubblico, e all'improvviso comincia a volare; Elton si butta in piscina, e vede il suo io bambino vestito da astronauta. Il racconto procede per ellissi, alternando il passato a un presente in cui Elton, vestito non a caso da diavolo, rievoca i momenti chiave della sua carriera.

Questo continuo alternarsi delle due dimensioni del canto e della narrazione sospende il film in un'atmosfera sognante e trasognata, in cui vediamo le due facce di Elton John e assistiamo alla lotta tra le sue identità come fossimo nella sua testa, seguendolo nella polvere e sull'altare, nei momenti di gloria e in quelli in cui tocca il fondo, raccontando una storia classica in modo innovativo e originale.
Per una strana ironia della sorte, queste innovazioni vengono apportate da Dexter Fletcher, già regista di Eddie the Eagle, ma soprattutto regista "occulto" di quel Bohemian Rhapsody che rappresenta invece l'emblema del biopic "classico" e più convenzionale. Alla ricostruzione fedele e quasi documentaristica di Bohemian Rhapsody, Fletcher oppone qui una visione d'insieme più complessa e coraggiosa, che rende giustizia alla complessità di Elton John e lascia il rimpianto per cosa avrebbe potuto essere il biopic sui Queen se lo si fosse affidato interamente alle sue mani.

La forza del film, oltre che nella musica, sta nella fotografia, ricca di gustose trovate visive (fin dalla scena d'apertura) e capace di raccontare visivamente la strabordante e complessa personalità del protagonista. A prestare viso e voce a Elton John c'è Taron Egerton, impegnato in una parte lontana anni luce da quelle che lo hanno reso celebre, e autore di una prova eccellente, in cui riesce non solo a risultare perfettamente somigliante a Elton John a livello fisico ed espressivo, ma anche ad affrontare con perizia la non semplice parte vocale: se Rami Malek ha vinto l'Oscar per la sua interpretazione di Freddie Mercury, Egerton può senza dubbio aspirare almeno a una nomination.

Rocketman è un film peculiare e originale che, pur mantenendosi nei canoni del film biografico, riesce ad innovare all'interno di essi, offrendo un ritratto fresco, flamboyant e visivamente travolgente di una delle icone della musica mondiale e aprendo nuove strade per un genere che sembrava aver esaurito la sua spinta creativa.

*** 1/2

Pier

1: una categoria a parte meritano capolavori come I'm not there, che partono dal biografico per fare qualcosa di completamente diverso.


giovedì 23 maggio 2019

Pokémon - Detective Pikachu

Ingannevole è il trailer più di ogni cosa



Quando era un bambino, Tim Goodman sognava di fare l'allenatore di Pokémon. Qualcosa è però cambiato, e ora, a ventidue anni, Tim non vuole sentir parlare di Pokémon. Tuttavia, la morte del padre detective lo costringe a recarsi a Ryme City, la metropoli dove umani e Pokémon vivono fianco a fianco. Scoprirà che la morte del padre è avvenuta in circostante sospette, e si ritroverà a indagare con il vecchio partner del genitore, un Pikachu caffeinomane con cui solo lui riesce a comunicare.

Chi scrive cerca ormai da qualche anno di non farsi influenzare troppo dai trailer: le aspettative tradite (in positivo e in negativo) sono state abbastanza da farmi dubitare di ciò che vedo in un video che è comunque prima di tutto un prodotto promozionale. Tuttavia, devo ammettere di esserci cascato con Detective Pikachu: il trailer lasciava pensare che il film fosse una commedia poliziesca sui generis, in cui il poliziotto esperto è un Pokémon parlante e il novellino il figlio del suo vecchio compagno. Nonostante il film fosse chiaramente indirizzato prima di tutto a un pubblico giovanile, mi ero illuso, forse anche per la presenza di Ryan Reynolds a dare la voce al più famoso dei Pokémon, che il film avrebbe saputo parlare anche agli adulti grazie a un'ironia sagace e al lavoro sui personaggi.

Il film, purtroppo, non è nulla di tutto questo, ma è semplicemente un film per bambini, e viene declinato come tale: i pochi colpi di scena sono abbastanza telefonati, la storia è semplicissima e poco originale (l'idea di Ryme City è identica alla premessa di Zootropolis, e viene persino ripreso visivamente l'arrivo in treno nella città), e la piattezza dei personaggi umani è disarmante anche per un pubblico infantile. La cosa più deludente, tuttavia, è che non si ride mai: laddove la linearità della trama potrebbe essere anche apprezzabile, la totale mancanza di momenti comici è davvero inspiegabile, soprattuto per un franchise che ha fatto della simpatia dei suoi personaggi uno dei punti di forza. Persino le sequenze che sembravano esilaranti nel trailer non riescono a strappare più di un sorriso, e il film si trascina stancamente verso un finale che, pur offrendo l'unico momento vagamente emozionante del film, mette un grosso punto di domanda sul possibile futuro del franchise, cancellandone quello che poteva esserne il punto di forza.

Il trailer non è invece ingannevole per quanto riguarda la resa visiva dei Pokémon: le creature sono rappresentate con un realismo e una ricchezza visiva incredibile, e quasi si fatica a credere che non siano animali reali. Se Pikachu è quello su cui si concentrano giocoforza gli sforzi produttivi, anche tutte le altre creature, comprese quelle che compaiono per pochissime inquadrature, sono realizzate con una qualità prima sconosciuta ai film di questo genere, sia in termini di texture che di espressività. In questo senso, Detective Pikachu sembra aprire immense possibilità non solo per un futuro franchise, ma per l'animazione mista in generale, dimostrando una padronanza della tecnologia e dell'interazione tra attori e creature in computer grafica immensamente superiore a quello visto, per esempio, nella versione live action de La bella e la bestia.

Detective Pikachu è, a conti fatti, un film dignitoso e, per un pubblico giovanile, persino godibile, come dimostrano anche gli ottimi risultati al box office. Tuttavia, sembra aver buttato al vento la possibilità di essere qualcosa di più intelligente, divertente e profondo, rinunciando a conquistare gli adulti e a differenziarsi da altri prodotti destinati a un pubblico infantile.

**

Pier

mercoledì 8 maggio 2019

Stanlio e Ollio

Storia di un'amicizia


Regno Unito, 1953. Sono passati sedici anni dal momento d'oro della loro carriera hollywoodiana, e Stan Laurel e Oliver Hardy sono costretti a sbarcare il lunario imbarcandosi in una tournée teatrale in Inghilterra. Anche il teatro, tuttavia, è in crisi, e Stanlio e Ollio dovranno dare fondo a tutta la loro bravura per attirare il pubblico in teatri di second'ordine. La tournée si rivela ben presto per ciò che è realmente, un viaggio sulla strada della memoria, lastricata di rancori, gioie, risate e lacrime, e che li porterà a riconsiderare la loro relazione professionale e la loro amicizia.

Può un film riuscire a commuovere fino alla lacrime con una semplice scritta in sovrimpressione? Basterebbe questo aneddoto per raccontare la portata emotiva di Stanlio e Ollio, un film che non brilla per originalità della messa in scena, ma compensa più che egregiamente con una sceneggiatura ai limiti della perfezione e due attori in stato di grazia. Il film è la storia di un'amicizia e di una eccezionale partnership artistica, entrambe raccontate nel momento del crepuscolo: incontriamo Stan Laurel e Oliver Hardy quando sono ormai anziani, malati, dimenticati negli Stati Uniti e quindi costretti a un tour teatrale nel Regno Unito. Anche la loro amicizia non è più quella di una volta, e ne scopriremo le cause durante il film (vi diremo solo che c'entra un elefante).

Ciò che resta intatta, pura, impervia alle acredini e al passare del tempo, è la loro capacità di far ridere: il film riesce a trasmettere alla perfezione l'irresistibile, geniale comicità del duo sia riproducendo con fedeltà alcune delle loro gag più famose, sia costruendo la loro relazione e quella con le proprie mogli come un fantastico "double act" comico: le schermaglie (inter)coniugali sono tra i momenti migliori del film, degni di rivaleggiare con lo show che Stanlio e Ollio mettono in piedi sul palcoscenico.
La sceneggiatura affianca la comicità delle battute con una struggente nostalgia, che pervade ogni scena del film fino a diventarne co-protagonista. Vedere due giganti della risata ridotti a girare per teatri di second'ordine fa giocoforza pensare a quello che fu, in un esercizio del ricordo che è sia extradiegetico che diegetico. Stanlio e Ollio sono prigionieri del passato: vogliono superarlo, ma al tempo stesso lo rimpiangono. La loro amicizia è incrinata così come la loro arte, e nonostante ambedue ardano dal desiderio di ripararle, il passato torna sempre a galla, impedendo loro di chiudere quella porta per aprirne un'altra.


Lo sguardo malinconico al passato, e la consapevolezza silenziosa ma inconfessata che quei tempi non torneranno sono al centro del rapporto tra i due protagonisti: un rapporto fatto di non detto e di sguardi più che di battute, esattamente come la loro comicità, e rappresentato in maniera viva e struggente grazie anche alle prove superbe di John C. Reilly e Steve Coogan. La prova di Coogan è particolarmente efficace perché il suo personaggio deve essere più sottotono, dimesso, ed è quindi costruito sul non detto e sulle microespressioni del viso, laddove Reilly ha dalla sua l'imponente fisicità e una personalità più flamboyant su cui lavorare. La trasformazione di entrambi in Stanlio e Ollio è ugualmente impressionante non solo per la somiglianza fisica, ma anche per la complicità che riescono a creare e per il riuscito contrasto tra le loro maschere cinematografiche e la loro personalità nella vita reale: laddove in scena Stanlio era l'imbranato e Ollio il volitivo sicuro di sè, fuori scena le parti si invertivano, e Stanlio diventava la vera mente della coppia, con Ollio a rappresentarne il cuore. Un cuore malandato, purtroppo, la cui fragilità è la spada di Damocle che incombe per tutto il film, rendendo più amaro ogni sorriso. 

Il finale è esemplificativo in tal senso, ed è destinato a rimanere impresso a lungo nel cuore degli spettatori. È uno di quei rari casi in cui risate e lacrime si mischiano fino a diventare tutt'uno, in un turbine di emozioni che lascerà lo spettatore stravolto ma felice, in una catarsi cinematografica di rara efficacia.

****

Pier

martedì 30 aprile 2019

Avengers: Endgame

Chiudere con stile


Attenzione: questa recensione contiene spoiler sulla trama

Thanos ha raccolto tutte le Gemme dell'Infinito, e ha dimezzato gli esseri viventi nell'Universo. Gli Avengers superstiti sono decisi a non dargliela vinta, e si mettono sulle sue tracce.

Chiunque si sia mai cimentato in una qualunque forma di attività narrativa vi dirà che chiudere una storia in modo efficace è estremamente complesso: occorre portare a conclusione i vari fili della trama, concludere in modo soddisfacente l'arco dei protagonisti, creare qualche colpo di scena e al tempo stesso dare al pubblico un senso di chiusura. Chiudere male una storia può avere un impatto devastante, rovinando non solo il finale, ma anche la memoria di ciò che è stato, come se tutto ciò cui si è assistito in quel momento venisse improvvisamente privato di senso. 

Avengers: Endgame doveva assolvere alla titanica impresa di concludere una storia dipanatasi attraverso ventidue film per quasi undici anni, e la porta a termine con successo, onorando la memoria di ciò che è stato, orchestrando alla perfezione gli eventi nel presente, e gettando le basi per un futuro incerto ma intrigante.
I fratelli Russo, coadiuvati come sempre da Christopher Markus e Stephen McFeely, elaborano infatti una trama a orologeria, in cui le sorprese sono equamente distribuite nell'arco di tre ore che paiono volare, e in cui tutti gli innumerevoli protagonisti visti in questi undici anni ottengono il loro giusto momento di gloria. La memoria è la vera protagonista del film, e viene declinata in tutte le sue forme: rimorso, rimpianto, nostalgia, apprendimento, parte dell'identità.

I registi mettono in chiaro fin da subito il loro intento, e nel farlo stravolgono le prospettive dello spettatore. Laddove tutti si aspettavano un film incentrato su un nuovo scontro con Thanos, i fratelli Russo decidono di uccidere il Titano nei primi minuti del film, ma non prima di aver rivelato agli Avengers superstiti la terribile verità: ha distrutto le Gemme dell'Infinito, rendendo quindi impossibile ogni tentativo di cancellare la sua opera. Un colpo di scena congegnato alla perfezione, che rende onore sia al talento narrativo degli sceneggiatori, sia alle motivazioni e all'intelligenza di quello che è nettamente il miglior villain dell'universo cinematografico Marvel. Thanos non è un cattivo dei fumetti da operetta, ma un freddo calcolatore mosso da un ideale, per quanto folle, e disposto a dare la vita per vederlo realizzato; non vuole dominare il mondo, ma solo renderlo un luogo migliore. Prima di essere ucciso da Thor, lo vediamo intento a coltivare la terra, lontano da ogni tentazione di mantenere quel potere assoluto che le Gemme gli avevano garantito.


Gli Avengers sono annichiliti, e la parte centrale del film è dedicata all'esplorazione del loro senso di perdita, del loro fallimento. Li ritroviamo cinque anni dopo, sfatti, sconfitti, emotivamente distrutti. Ognuno cerca di reagire in modo diverso, e da questo caleidoscopio emotivo emergono momenti toccanti, comici, introspettivi, in uno strano mix che sembra destinato a fallire e che invece funziona alla perfezione, nonostante alcuni personaggi vengano forse buttati eccessivamente in burletta (Thor su tutti). Ed è in questo momento che riemerge la speranza, nelle fattezze e nei modi più inaspettati: un topo riattiva il tunnel quantico che aveva intrappolato Ant-Man, riportando Scott Lang sulla terra. Chi scrive è un fan sfegatato di Paul Rudd, ma sfido chiunque a non riconoscere la sua straordinaria capacità di rendere umano e vero il suo Scott, forse il personaggio emotivamente meglio riuscito del film. Sarà lui a elaborare un piano per annullare gli effetti della Decimazione: un viaggio nel tempo utilizzando il tunnel quantico, al fine di recuperare le pietre prima di Thanos. La sua folle idea stuzzica la mente degli Avengers, e li porta a tornare a collaborare dopo anni di lontananza: Iron Man ci mette la tecnologia, Capitan America le capacità di leader, e il viaggio nel tempo diventa realtà.

La memoria viene qui affrontata anche in chiave meta-narrativa, riportando i protagonisti ai momenti chiave della loro storia, e facendo rivivere allo spettatore snodi cruciali dei film precedenti, presentandoli sotto diverse angolazioni. Un dietro le quinte che rivela la natura sottile e illusoria dei ricordi che, lungi dall'essere obiettivo come noi ci illudiamo che siano, sono invece solo il risultato di un'elaborazione parziale di quanto successo: ciò che ci sembrava epico è ridicolo agli occhi di qualcun altro, ciò che ci sembrava tragico è in realtà solo parte della vita, un passo necessario per l'evoluzione delle cose e di noi stessi. Allo stesso tempo, tuttavia, il ricordo è anche ciò che ci sostiene, e che permette agli Avengers di continuare a sperare: quando il Thanos del passato scopre del piano degli Avengers, dunque, il ricordo diventa il nemico. L'obiettivo non è più quindi cancellare metà degli esseri viventi, ma obliterarne il ricordo, affinché possa nascere una nuova vita libera dalla memoria di ciò che è stato. 

Se la parte narrativa è pressoché impeccabile, l'unico difetto del film risiede nella fotografia, tornata banale e piatta come in Civil War, bloccata su colori grigio/bluastri che non riescono a essere tragici e che rendono il film incolore per larghi tratti, costretto a sorreggersi sugli effetti speciali per fornire un qualunque tipo di stimolo visivo.
Questo rimane tuttavia un difetto veniale in un film che conclude in modo eccezionale una saga che ci ha accompagnato per più di un decennio, assemblando (è proprio il caso di dirlo) diversi personaggi e diverse storie in un unicum di rara coerenza che costituisce una delle pagine più alte del genere supereroistico e del blockbuster hollywoodiano in generale.

Nel finale il film abbandona la vena introspettiva per lanciarsi in una battaglia campale che non mancherà di dare grandi soddisfazioni ai fan, fino a un finale di devastante portata emotiva, in grado di farci piangere di sofferenza ma anche di gioia per la conclusione semplicemente perfetta degli archi narrativi di alcuni degli eroi più popolari. Non vogliamo dire di più: ognuno potrà riempire questo spazio con il suo ricordo, il suo momento preferito del finale di una saga che rimarrà nei nostri cuori; un finale che non può lasciare indifferenti, e che dà un nuovo significato alla frase che ha accompagnato la campagna promozionale del film: a qualunque costo. 

**** 1/2

Pier