Commedia nera in salsa gangster
Giovanni Manzoni è un boss mafioso che ha deciso di collaborare con la giustizia. I suoi vecchi compagni, che ha contribuito a mandare in galera, lo vogliono morto, e così Giovanni è costretto a muoversi continuamente, assumendo identità fittizie, aiutato dal programma protezione testimoni dell'FBI. Insieme alla moglie e ai due figli arriva così in una cittadina della Normandia. La famiglia, dopo qualche difficoltà iniziale, riuscirà a integrarsi nella realtà locale, ovviamente a modo suo.
Tratto dal romanzo Malavita di Tonino Benacquista, il film di Luc Besson risente fortemente dell'influenza del cinema di Martin Scorsese, qui produttore, ma soprattutto delle più recenti rivisitazioni delle famiglie mafiose italoamericane come I Sopranos. Besson mescola infatti sapientemente humor e sparatorie, commedia nera, thriller e noir, con tocchi tarantiniani e incursioni negli stilemi della commedia adolescenziale.
La miscela è ben riuscita, con ritmi elevati e una trama che, nonostante non brilli per originalità, gioca con intelligenza con gli stereotipi del genere, rielaborandoli con intelligenza e personalità.
La presenza di De Niro regala alcuni momenti di metacinema sottili ma esilaranti, soprattutto quando il suo personaggio si ritrova a dover commentare Quei Bravi Ragazzi con un sorriso divertito sul volto: dove inizia Giovanni Manzoni, e dove finisce il De Niro attore?
Il cast regala un'ottima prova corale, da De Niro alla moglie-madre di famiglia della Pfeiffer, passando per due figli adolescenti con attitudine all'estorsione e alla violenza, interpretati da Dianna Agron, reduce di Glee, e il promettente John D´Leo, che il truccatore dota di neo à-la-De Niro. Su tutti spicca però il federale disilluso ed esasperato di Tommy Lee-Jones, perfetto come sempre nel sottile equilibrio tra durezza e gelida ironia.
Cose nostre - Malavita (ma c'era davvero bisogno della solito, inutile "aggiunta" nel titolo italiano? Malavita non era chiaro?) non brilla per originalità di trama e tematiche, ma ha il pregio di affrontare il genere e rielaborarlo con sapienza e gusto cinematografico, regalando allo spettatore 111 minuti di intrattenimento di alta qualità.
***
Pier
venerdì 25 ottobre 2013
lunedì 7 ottobre 2013
Yasujiro Ozu - I dimenticati: puntata 10
Torna la rubrica “I dimenticati”, dedicata a quei personaggi che hanno fatto grande il cinema, ma non godono della giusta celebrità tra il grande pubblico.
Oggi parliamo di Yasujiro Ozu, regista giapponese nato il 12
dicembre 1903 a Tokyo.
Ozu sviluppa un amore per il cinema fin dalla giovane età, ma inizia
la sua avventura professionale nel settore grazie a uno zio, che lo raccomanda
al direttore della casa di produzione Shochiku.
Comincia così a lavorare per il grande studio, nonostante all’inizio
debba accontentarsi del ruolo di assistente cameraman (lavoro ritenuto poco
rispettabile all'epoca).
Dopo essere diventato assistente alla regia di Tadamoto Okubo,
mette insieme il suo primo script e gira il suo primo film, La spada della
penitenza (Zange no yaiba, 1927),
andato purtroppo perduto. Prima di completarlo viene però chiamato alle armi,
e il film viene terminato da Torajiro
Sato.
I film di Yasujiro Ozu esaminano le lotte basilari che caratterizzano
la vita e la società: i cicli di nascita e morte, il passaggio dall'infanzia
all'età adulta e la tensione tra tradizione e modernità. I titoli spesso
enfatizzano il cambiamento delle stagioni, sfondo simbolico delle transizioni
evolutive delle esperienze umane. Vista nel suo insieme, l'opera di Ozu risulta
una delle più profonde descrizioni della vita familiare nella storia del
cinema.
La carriera di Ozu si può dividere in due parti, pre e post II
Guerra Mondiale. Nei primi lavori si scorge l'influenza dei melodrammi di
Hollywood: Ozu in particolare si sarebbe ispirato a Ernst Lubitsch, anche se
più volte avrebbe affermato l'assoluta 'indipendenza' dei suoi lungometraggi.
Nelle opere più mature, invece, spicca uno stile più contemplativo e
'semplice', con la rinuncia quasi totale a tutti gli stilemi classici della
grammatica cinematografica.
Days Of Youth (Wakaki Hi, 1929) è la più vecchia
pellicola di Ozu arrivata ai giorni nostri (delle sette precedenti non rimane
traccia). Si tratta di una commedia, dallo stile registico ancora acerbo, nella
quale due studenti universitari, in gita sulle nevi, prendono una cotta per la
stessa ragazza.
E' del 1932 quello che è generalmente riconosciuto come il primo
film importante di Ozu, Sono nato, ma... (Umarete wa Mita keredo…),
che ottiene grande successo di pubblico e critica in Giappone. La pellicola inizia
come una commedia keatoniana ma si trasforma presto in un confronto tra
l'innocenza dell'infanzia e l'ipocrisia degli adulti.
Negli anni '30 i protagonisti di Ozu sono tutti esponenti della classe media. In questo periodo, in Giappone è molto apprezzato per l'onestà e l'attualità il genere shomin-geki ("dramma con persone come te e me"). La povertà - assieme alle differenze di classe - è la rovina di questi personaggi, ma già nel 1934 Ozu insegna che l'accettazione è la chiave di tutto. Storia di erbe fluttuanti (Ukigusa Monogatari) vede il leader di un piccolo gruppo di attori girovaghi incontrare il figlio, nato anni prima da una vecchia relazione. Ozu trasforma un racconto dal sapore melodrammatico in uno studio suggestivo ed intenso sulle certezze e sul futuro.
Un anno dopo, Ozu mostra la depressione che ha colpito il Giappone
in Una locanda di Tokyo (Tokyo no Yado, 1935), una delle sue
opere più commoventi. Un padre e il giovane figlio arrancano per i vicoli di
Tokyo in cerca di lavoro e, con i loro pochi averi, devono scegliere ogni
giorno tra il cibo e un riparo. La pellicola per molti versi anticipa il
neorealismo del De Sica di Ladri di biciclette (1948), ma qui il finale
è ancora più potente.
Sebbene il sonoro avesse raggiunto il Giappone nel 1935, Ozu, come
Chaplin, preferisce ancora il muto, non rinunciando però all'utilizzo della
musica.
Durante la guerra, Ozu realizza solo due film, Fratelli e
sorelle della famiglia Toda (Toda-ke no Kyodai, 1941) e C'era un
padre (Chichi Ariki, 1942), diventato poi un classico del cinema
giapponese. Dopo sei mesi in un campo di
prigionia britannico vicino a Singapore, Ozu nel 1946 torna nella Tokyo ancora
ferita e gira Tarda primavera (Banshun, 1949), un film che
rifarà, con 'variazioni sul tema', molte volte in seguito. Una giovane donna
(Setsuko Hara) che vive felicemente con il padre vedovo (Chishu Ryu), non
prende in considerazione il matrimonio, preferendo il suo stato di dipendenza,
che non comporta le responsabilità derivanti dalla gravidanza e dai doveri
domestici. Il padre, temendo per la figlia una vita solitaria, la porta quindi
a credere che intende risposarsi, 'affrancandola' così dalle sue preoccupazioni.
Alla fine del 1940 si fa più forte in Ozu la volontà di
minimizzare la propria tecnica. Riduce quindi a zero i movimenti di macchina,
introduce la "regola a 360 gradi" (in cui si incrociano gli assi
immaginari disegnati tra due attori che parlano tra loro) e porta ogni
personaggio a guardare dritto in macchina durante le conversazioni, ponendo lo
spettatore nel centro delle stesse. Inoltre, decide di ridurre gli effetti di
transizione, concentrando così l'attenzione sui personaggi ed esasperando la
loro umanità.
Un primo esempio di questo cambiamento
di stile è Il tempo del raccolto del grano del 1951 (Bakushu).
Il è incentrato su una giovane donna che si ribella alla famiglia e decide di
scegliere da sola il proprio marito. Attraverso storie parallele, Ozu osserva
meticolosamente anche le vite di altri19 personaggi, espandendo i confini della
trama principale del film, dimostrando una padronanza straordinaria nell'uso di
spazio e tempo per costruire il ritmo della narrazione.
Il capolavoro di Ozu è però
generalmente considerato Viaggio a Tokyo (Tokyo Monogatari,
1953), racconto del conflitto generazionale tra una coppia di anziani in visita
a Tokyo e i loro figli, che rivelano tutta la loro indifferenza verso i
genitori. L'ingratitudine servirà a rivelare differenze emotive inconciliabili,
che tuttavia i genitori accettano serenamente prima di far ritorno a casa. Ozu
esamina la lenta frattura nella famiglia giapponese, ma mostra come la quieta
rassegnazione e l'accettazione portino alla consapevolezza che la tradizione è
soggetta a mutamenti. Qui la forma cinematografica di Ozu raggiunge il suo
zenit. L'apparente mancanza di trama (non di storia, ma di eventi) è sostituita
da una serie di momenti che hanno un effetto cumulativo e di ellissi. Ozu
prepara lo spettatore ad una scena e poi semplicemente elide l'intero evento,
mantenendone il mood e il tono senza bisogno di rappresentare gli eventi
eliminati.
Inizio di primavera (Soshun, 1956) è il film più lungo di Ozu (144') e racconta di un giovane impiegato di Tokyo annoiato dal lavoro e dalla moglie. Ha una storia clandestina con una collega, che porta a un litigio con la consorte, e alla fine accetta un trasferimento in un piccolo centro. Così come inVivere (Ikiru) di Akira Kurosawa (1952), anche qui si mette in discussione il senso di passare tutta la tua vita dietro a una scrivania.
Nel 1958, Ozu fa il grande salto nel mondo del cinema a colori con
Fiori d'equinozio (Higan-Bana), ennesimo approfondimento della
vita familiare, presentato dal punto di vista delle giovani generazioni. L'uso
del colore dà tono al film ed esalta la bellezza della protagonista, Fujiko
Yamamoto.
Tutti i film successivi saranno a colori, e tra questi va senza
dubbio ricordato Erbe fluttuanti (Ukigusa, 1959), per il quale
Ozu si avvale di Kazuo Miyagawa, uno dei più grandi direttori della fotografia
del Giappone, autore tra gli altri di Rashomon (1951) e Yojimbo (1961)
di Kurosawa e di Ugetsu Monogatari (1953) di Mizoguchi.
In Tardo Autunno (Akibiyori, 1960) una giovane donna e la madre, con la quale vive, sono alle prese con tre amici del marito/padre defunto che provano a convincerle a farsi una nuova vita. Il film contiene alcuni dei momenti più divertenti dell'intera cinematografia di Ozu e presenta un personaggio femminile insolitamente schietto (quello di Mariko Okada), riflesso della moderna donna giapponese nel 1960.
L'ultimo film di Ozu, che morirà l'anno successivo per un cancro
alla gola, è Il gusto del sakè (Sanma no aji, 1962), pellicola
senza dubbio influenzata dalla morte, avvenuta durante le riprese, della madre.
Si tratta di una meditazione serena sull'invecchiamento e la solitudine, in cui
fanno capolino alcune sequenze più leggere.
La filmografia di Yasujiro Ozu ci presenta un incredibile studio della famiglia giapponese e dei cambiamenti da questa affrontati negli anni. Il nobilitare la monotonia del mondo in cui vive la famiglia borghese ha portato Ozu a essere etichettato come “il più giapponese” tra i registi giapponesi tradizionali e, proprio per questo motivo, i suoi film sono stati sdoganati in Occidente solo negli anni '70, poiché ritenuti poco fruibili o interessanti per il pubblico medio di questa parte del mondo.
Lo spettatore che intende imbarcarsi in questa doverosa riscoperta
scoprirà una sensibilità e una visione del mondo uniche e peculiari, raccontate
da un punto di vista disincantato, ma anche rilassato e pacifico. I film di Ozu
non si limitano a una semplice riflessione sulla morte, ma toccano tutti gli
aspetti della vita, costituendo una sorta di risposta emotiva alla bellezza
della natura, alla transitorietà della vita e al dolore della morte.
Alessandro G.
Alessandro G.
venerdì 4 ottobre 2013
Gravity
Immagini dallo spazio profondo
Ryan Stone, una ricercatrice finanziata dalla NASA, si trova nello spazio per raccogliere gli ultimi dati necessari alla sua ricerca. Insieme a lei c'è Matt Kowalsky, astronauta veterano all'ultima missione. Mentre stanno lavorando a delle riparazioni fuori dalla stazione orbitale, i due vengono investiti da una tempesta di meteoriti, che distrugge la stazione e li scaraventa nello spazio. Dovranno trovare il modo di muoversi in assenza di gravità e comunicazioni radio, nel disperato tentativo di raggiungere un'altra stazione spaziale e tornare sulla Terra.
Ryan Stone, una ricercatrice finanziata dalla NASA, si trova nello spazio per raccogliere gli ultimi dati necessari alla sua ricerca. Insieme a lei c'è Matt Kowalsky, astronauta veterano all'ultima missione. Mentre stanno lavorando a delle riparazioni fuori dalla stazione orbitale, i due vengono investiti da una tempesta di meteoriti, che distrugge la stazione e li scaraventa nello spazio. Dovranno trovare il modo di muoversi in assenza di gravità e comunicazioni radio, nel disperato tentativo di raggiungere un'altra stazione spaziale e tornare sulla Terra.
Diciamolo subito: Gravity è un film rivoluzionario. Era dai tempi di 2001 - Odissea nello Spazio che non si assisteva a una tale innovazione dei linguaggi espressivi nel genere fantascientifico, a una tale sorprendente innovazione delle tecniche di ripresa. Attraverso un uso sapiente del 3D, Cuaròn riesce a trasmettere allo spettatore l'infinita profondità dello spazio, l'horror vacui cosmico che attanaglia chi si trova a doverlo affrontare, la totale impotenza di chi ne viene risucchiato. La vera rivoluzione è però nello stile di ripresa, con una camera "no-gravity" che, muovendosi senza avere un punto di posa preciso, simula l'assenza di gravità e restituisce la sensazione straniante che si prova muovendosi nello spazio.
A supporto di queste innovazioni tecnologiche abbiamo una regia magistrale: Cuaròn segue e sviluppa la sua idea con convinzione e rigore, combinando alla perfezione tutti gli elementi del film, dal sonoro alla fotografia, che regala immagini di rara bellezza dentro (Sandra Bullock che "rinasce" dopo essere riuscita a mettersi momentaneamente in salvo) e fuori dalle stazioni spaziali.
La trama, d'altro canto, è tutt'altro che rivoluzionaria, finendo per essere addirittura scontata in alcuni momenti. La forza visiva delle scene e l'ottima prova dei due protagonisti, tuttavia, riescono a sopperire ai deficit di sceneggiatura, regalando un film intenso, destinato a cambiare radicalmente il modo in cui vengono girati e concepiti i film di fantascienza.
Gravity è un film che colpisce per la forza delle immagini, e che fa riflettere su come le nuove tecnologie digitali, se usate a fini espressivi, e non puramente decorativi, possano arricchire l'arte cinematografica di linguaggi nuovi e inaspettati, aprendo strade che, fino a pochi anni fa, sembravano del tutto impossibili.
****1/2
Pier
martedì 24 settembre 2013
Via Castellana Bandiera
L'ostinazione e la chiusura
Rosa si reca a Palermo dopo molti anni per accompagnare Clara, la donna che ama, al matrimonio di un comune amico. Esasperata e innervosita da una città di cui ha solo cattivi ricordi, Rosa imbocca via Castellana Bandiera, una via senza senso di marcia. Di fronte a lei si para un'altra auto, quella della famiglia Calafiore: alla guida c'è Samira, un'anziana donna albanese cui è morta la figlia molti anni prima e che è costretta a vivere con il dispotico genero. Sia Rosa che Samira sono determinate a non cedere il passaggio, e trasformano la lotta per la precedenza in una lotta per la sopravvivenza e l'onore, mentre intorno a loro le regole collassano e gli abitanti della via scommettono sul vincitore.
Al suo esordio come regista cinematografica, Emma Dante sceglie di concentrarsi sulle passioni umane, portate al loro estremo da una situazione paradossale e kafkiana. Le due auto si trasformano così in due cavalli, le due guidatrici in due duellanti al sole, decise a non concedere nulla al proprio avversario. La Dante esplora a fondo la regressione dell'uomo quando viene posto di fronte al suo orgoglio, trasformandolo quasi in un animale, che urina in pubblico segnando il territorio ed è disposto a sbranare il suo nemico. La cieca determinazione delle due donne, tuttavia, è mossa da motivazioni molto differenti: cieca rabbia per rosa, disperata rassegnazione per Samira. La prima vuole dimostrare a se stessa di essere una donna forte e assertiva, mentre la seconda non ha più nulla da perdere: la vita le ha tolto tutto, privandola degli affetti e della dignità. La sua muta resistenza è veicolata alla perfezione dalla splendida interpretazione di Elena Cotta, meritatissima Coppa Volpi a Venezia, che ruba la scena in ogni momento in cui compare.
Alla violenza delle due donne si contrappone la dolcezza dei due personaggi più giovani, il nipote di Samira, tanto affettuoso con la nonna quanto il capofamiglia dei Calafiore è brusco e dispotico, e Clara, la fidanzata di Rosa, interpretata da un'Alba Rohrwacher finalmente misurata e naturale.
Intorno a loro si muove un aberrante universo fatto di mascalzoni e prevaricatori, in cui le regole non esistono e vige solo la legge del più forte. La Dante lascia che il panorama umano della via emerga dallo sfondo, affacciandosi nella storia quasi per inerzia, per poi possederla con prepotenza, divenendone quasi il tema portante. La strada si allarga, non solo metaforicamente, ma le prospettive degli uomini restano limitate, chiuse, incapaci di vedere al di là del proprio naso e di accettare le regole del vivere civile.
Via Castellana Bandiera è un film forte e ben girato, sorretto da delle ottime prove attoriali e da una regia che, senza fronzoli, racconta con efficacia le emozioni e pulsioni umane. Il finale, potenzialmente di grande impatto, viene però trascinato troppo a lungo, rivelando l'inesperienza cinematografica della regista e depotenziando il messaggio dato dalla disperata corsa dell'auto e dei personaggi. Resta comunque un esordio promettente, in cui una cura tutta teatrale per i personaggi e i loro sentimenti si unisce a una sensibilità inaspettata nell'utilizzo del mezzo filmico.
***1/2
Pier
Rosa si reca a Palermo dopo molti anni per accompagnare Clara, la donna che ama, al matrimonio di un comune amico. Esasperata e innervosita da una città di cui ha solo cattivi ricordi, Rosa imbocca via Castellana Bandiera, una via senza senso di marcia. Di fronte a lei si para un'altra auto, quella della famiglia Calafiore: alla guida c'è Samira, un'anziana donna albanese cui è morta la figlia molti anni prima e che è costretta a vivere con il dispotico genero. Sia Rosa che Samira sono determinate a non cedere il passaggio, e trasformano la lotta per la precedenza in una lotta per la sopravvivenza e l'onore, mentre intorno a loro le regole collassano e gli abitanti della via scommettono sul vincitore.
Al suo esordio come regista cinematografica, Emma Dante sceglie di concentrarsi sulle passioni umane, portate al loro estremo da una situazione paradossale e kafkiana. Le due auto si trasformano così in due cavalli, le due guidatrici in due duellanti al sole, decise a non concedere nulla al proprio avversario. La Dante esplora a fondo la regressione dell'uomo quando viene posto di fronte al suo orgoglio, trasformandolo quasi in un animale, che urina in pubblico segnando il territorio ed è disposto a sbranare il suo nemico. La cieca determinazione delle due donne, tuttavia, è mossa da motivazioni molto differenti: cieca rabbia per rosa, disperata rassegnazione per Samira. La prima vuole dimostrare a se stessa di essere una donna forte e assertiva, mentre la seconda non ha più nulla da perdere: la vita le ha tolto tutto, privandola degli affetti e della dignità. La sua muta resistenza è veicolata alla perfezione dalla splendida interpretazione di Elena Cotta, meritatissima Coppa Volpi a Venezia, che ruba la scena in ogni momento in cui compare.
Alla violenza delle due donne si contrappone la dolcezza dei due personaggi più giovani, il nipote di Samira, tanto affettuoso con la nonna quanto il capofamiglia dei Calafiore è brusco e dispotico, e Clara, la fidanzata di Rosa, interpretata da un'Alba Rohrwacher finalmente misurata e naturale.
Intorno a loro si muove un aberrante universo fatto di mascalzoni e prevaricatori, in cui le regole non esistono e vige solo la legge del più forte. La Dante lascia che il panorama umano della via emerga dallo sfondo, affacciandosi nella storia quasi per inerzia, per poi possederla con prepotenza, divenendone quasi il tema portante. La strada si allarga, non solo metaforicamente, ma le prospettive degli uomini restano limitate, chiuse, incapaci di vedere al di là del proprio naso e di accettare le regole del vivere civile.
Via Castellana Bandiera è un film forte e ben girato, sorretto da delle ottime prove attoriali e da una regia che, senza fronzoli, racconta con efficacia le emozioni e pulsioni umane. Il finale, potenzialmente di grande impatto, viene però trascinato troppo a lungo, rivelando l'inesperienza cinematografica della regista e depotenziando il messaggio dato dalla disperata corsa dell'auto e dei personaggi. Resta comunque un esordio promettente, in cui una cura tutta teatrale per i personaggi e i loro sentimenti si unisce a una sensibilità inaspettata nell'utilizzo del mezzo filmico.
***1/2
Pier
lunedì 16 settembre 2013
Che strano chiamarsi Federico!
Amarcord per il cinema italiano
Il film ripercorre la carriera di Federico Fellini, dagli esordi come vignettista alla rivista satirica Marco Aurelio fino al successo come regista cinematografico, prima in Italia, poi nel mondo. Utilizzando una raffinata combinazione di girato e materiale d'archivio, il film fa rivivere Fellini attraverso racconti, testimonianze e immagini dell'epoca d'oro del cinema italiano.
Ettore Scola omaggia il collega e amico Fellini con un film che di documentaristico ha solo l'intento, rivelando fin dalle prime immagini la propria natura di opera narrativa. La vita di Fellini viene raccontata con la delicatezza e l'umanità che contraddistinguevano i film del regista romagnolo, trasportando lo spettatore in una dimensione a metà tra il reale e il sogno, dove é impossibile distinguere il falso dal vero. Fellini, magnifico bugiardo, ci viene raccontato attraverso le voci di chi lo ha conosciuto, espresse attraverso immagini di repertorio o, per la maggior parte, attraverso la voce suadente di un narratore scanzonato (l'ottimo Vittorio Viviani). Ecco cosí ricostruite le amicizie con Scola e Mastroianni, le lunghe gite notturne per curare l'insonnia, l'insaziabile curiosità umana di Fellini, le prime avventure cinematografiche, il successo e la consacrazione degli Oscar. Tra tutti i momenti spiccano peró i gloriosi anni al Marco Aurelio, vera e propria fucina di talenti che vide nelle sue fila future glorie del cinema italiano come Steno, Age e Scarpelli, Marchesi e Metz, Fellini e lo stesso Scola, che proprio presso il giornale strinse amicizia con Federico. Le riunioni di redazione sono un inno alla vita, un tripudio di ironia, voglia di fare e di ridere della vita, che arricchisce il film di realismo e umanità.
La regia di Scola si muove sapiente tra i diversi piani della narrazione, tra scene reali ed oniriche, il cui ideale ponte diventano gli incontri notturni a bordo dell'auto di Fellini, tra madonnari filosofi e prostitute che coltivano illusioni d'amore e di una vita normale. La fotografia é semplicemente stupenda, e l'alternanza tra momenti "documentari" e narrativi é gestita con misura e maestria.
Che strano chiamarsi Federico! offre non solo un meraviglioso ritratto di Fellini, ma anche un affresco del cinema italiano di quell'epoca, creando una sorta di amarcord per la gloria passata che lascia lo spettatore affascinato, ma con un pizzico di amaro in bocca per il confronto con il presente.
*****
Pier
Il film ripercorre la carriera di Federico Fellini, dagli esordi come vignettista alla rivista satirica Marco Aurelio fino al successo come regista cinematografico, prima in Italia, poi nel mondo. Utilizzando una raffinata combinazione di girato e materiale d'archivio, il film fa rivivere Fellini attraverso racconti, testimonianze e immagini dell'epoca d'oro del cinema italiano.
Ettore Scola omaggia il collega e amico Fellini con un film che di documentaristico ha solo l'intento, rivelando fin dalle prime immagini la propria natura di opera narrativa. La vita di Fellini viene raccontata con la delicatezza e l'umanità che contraddistinguevano i film del regista romagnolo, trasportando lo spettatore in una dimensione a metà tra il reale e il sogno, dove é impossibile distinguere il falso dal vero. Fellini, magnifico bugiardo, ci viene raccontato attraverso le voci di chi lo ha conosciuto, espresse attraverso immagini di repertorio o, per la maggior parte, attraverso la voce suadente di un narratore scanzonato (l'ottimo Vittorio Viviani). Ecco cosí ricostruite le amicizie con Scola e Mastroianni, le lunghe gite notturne per curare l'insonnia, l'insaziabile curiosità umana di Fellini, le prime avventure cinematografiche, il successo e la consacrazione degli Oscar. Tra tutti i momenti spiccano peró i gloriosi anni al Marco Aurelio, vera e propria fucina di talenti che vide nelle sue fila future glorie del cinema italiano come Steno, Age e Scarpelli, Marchesi e Metz, Fellini e lo stesso Scola, che proprio presso il giornale strinse amicizia con Federico. Le riunioni di redazione sono un inno alla vita, un tripudio di ironia, voglia di fare e di ridere della vita, che arricchisce il film di realismo e umanità.
La regia di Scola si muove sapiente tra i diversi piani della narrazione, tra scene reali ed oniriche, il cui ideale ponte diventano gli incontri notturni a bordo dell'auto di Fellini, tra madonnari filosofi e prostitute che coltivano illusioni d'amore e di una vita normale. La fotografia é semplicemente stupenda, e l'alternanza tra momenti "documentari" e narrativi é gestita con misura e maestria.
Che strano chiamarsi Federico! offre non solo un meraviglioso ritratto di Fellini, ma anche un affresco del cinema italiano di quell'epoca, creando una sorta di amarcord per la gloria passata che lascia lo spettatore affascinato, ma con un pizzico di amaro in bocca per il confronto con il presente.
*****
Pier
sabato 7 settembre 2013
Telegrammi da Venezia 2013 - Il Totoleone
Eccoci arrivati alla fine della 70 Mostra d'Arte Cinematografica, la seconda diretta da Alberto Barbera. Un'edizione, questa, caratterizzata da un livello medio più elevato dello scorso anno, ma con pochi film che spiccano decisamente dalla massa.
La critica e il pubblico presenti alla Mostra hanno incoronato Philomena, di Stephen Frears, come il miglior film visto quest'anno. Sarà Leone d'Oro? Visto il Presidente di Giuria (Bertolucci ha dichiarato di volere far vincere un film che lo ha "stupito"), è poco probabile.
Qui trovate le previsioni di Nonsolocinema, con cui ho collaborato durante la Mostra: http://nonsolocinema.com/Leone-d-Oro-2013-le-nostre_28609.html
Ecco dunque il Totoleone, corredato come sempre dalle mie preferenze personali:
Leone d'Oro
Favorito: Tom à la ferme, originale thriller psicologico con ottimi spunti di regia. Possibile anche la vittoria di Miss Violence.
Preferenza personale: Child of God, una perfetta trasposizione del romanzo di McCarthy, un'esplorazione delle zone più oscure dell'animo umano.
Leone d'Argento (Regia)
Favorito: Sacro GRA di Gianfranco Rosi, documentario costruito alla perfezione, con uno stile narrativo originale che lo rende simile a una commedia all'italiana.
Preferenza personale: The zero theorem, un film imperfetto, che mostra però l'eccezionale capacità di Gilliam di creare mondi distopici che sono allo stesso tempo alieni e familiari.
Premio della Giuria
Favorito: Miss Violence, ritratto originale e di impatto di un inferno domestico.
Preferenza personale: Tom à la ferme, che più di tutti ha mostrato la voglia di sperimentare e contaminare diversi generi.
Coppa Volpi Maschile
Favorito: Scott Haze, splendido alienato in Child of God, che domina a livello fisico e interpretativo.
Preferenza personale: Scott Haze, con premio simpatia a Nicolas Cage.
Coppa Volpi Femminile
Favorito: Judi Dench, perfetta e commovente in Philomena.
Preferenza personale: Elena Cotta, intensa e vera, ruba la scena a Dante e Rohrwacher in Via Castellana Bandiera.
Premio Mastroianni
Favorito: Tye Sheridan, per Joe, uno dei migliori giovani attori visti quest'anno.
Preferenza personale: Tye Sheridan.
That's all, folks. Alla prossima Mostra!
Pier
venerdì 6 settembre 2013
Telegrammi da Venezia 2013 - #4
Quarto telegramma da Venezia. Ancora buoni film, ma anche qualche delusione.
Parkland (Concorso), voto 5. L'assassinio di John Fitzgerald Kennedy raccontato dalla prospettiva dell'ospedale che ne accolse il corpo. Il film è ben girato, ma non aggiunge nulla di nuovo a uno dei più grandi misteri irrisolti della storia statunitense, e risulta quindi già visto e ripetitivo.
The unknown known (Concorso), voto 8. Il film mette a nudo errori, orrori e contraddizioni dell'amministrazione Bush jr attraverso un'intervista all'eminenza grigia del Presidente, Donald Rumsfield. Ne emerge il ritratto di un leader machiavellico, abile nell'uso delle parole e preciso fino alla maniacalità, capace di perpetuare enormi nefandezze con un accattivante sorriso sulle labbra. Il film esplora il potere e le caratteristiche del suo esercizio, presentando un quadro vero e tremendamente efficace degli ultimi anni della politica USA.
Harlock, Space Pirate (Fuori Concorso), voto 8.5. Il manga-anime di Matsumoto ottengono nuova vita in questo adattamento in motion capture. Il film mantiene gli elementi chiave della saga, arricchendoli di una fotografia eccezionale, in cui il 3D diviene strumento espressivo e non mero orpello tecnologico. Effetti speciali fantastici, scene d'azione mozzafiato: Harlock ha tutto per fare felici gli spettatori, fan del manga e non.
L'intrepido (Concorso), voto 5. La prima commedia di Gianni Amelio parte alla grande, con una mezz'ora delicata e divertente, in cui un Albanese "à la Charlot" lavora come rimpiazzo, accettando la sua vita con serenità e ottimismo. Dopo questa mezz'ora, tuttavia, Amelio perde del tutto il filo, impantanandosi in mille sottotrame differenti, come se fosse indeciso sulla piega da far prendere alla trama. Il risultato è un film pasticciato, con un Albanese che, pur bravo, non può reggere da solo il peso di una sceneggiatura confusa e inconcludente.
Sacro GRA (Concorso), voto 8.5. Per il suo nuovo film, Gianfranco Rosi ha seguito per oltre un anno le storie di vari personaggi che vivono intorno al Grande Raccordo Anulare di Roma, esplorandone la vita quotidiana. Il risultato è un documentario che profuma di commedia all'italiana, una galleria di ritratti di vinti dotati di grande umanità e simpatia. Rosi realizza un film solido e commovente, dotato di un'umanità e una forza narrativa inusuali per un documentario, risultando l'erede più degno della nostra tradizione cinematografica visto qui alla Mostra.
Ecco poi il link del film recensito per Nonsolocinema, il delicato La Jalousie di Philippe Garrel, in concorso.
La Jalousie (Concorso), voto 6.5.
A domani per il toto Leone d'Oro!
Pier
The unknown known (Concorso), voto 8. Il film mette a nudo errori, orrori e contraddizioni dell'amministrazione Bush jr attraverso un'intervista all'eminenza grigia del Presidente, Donald Rumsfield. Ne emerge il ritratto di un leader machiavellico, abile nell'uso delle parole e preciso fino alla maniacalità, capace di perpetuare enormi nefandezze con un accattivante sorriso sulle labbra. Il film esplora il potere e le caratteristiche del suo esercizio, presentando un quadro vero e tremendamente efficace degli ultimi anni della politica USA.
Harlock, Space Pirate (Fuori Concorso), voto 8.5. Il manga-anime di Matsumoto ottengono nuova vita in questo adattamento in motion capture. Il film mantiene gli elementi chiave della saga, arricchendoli di una fotografia eccezionale, in cui il 3D diviene strumento espressivo e non mero orpello tecnologico. Effetti speciali fantastici, scene d'azione mozzafiato: Harlock ha tutto per fare felici gli spettatori, fan del manga e non.
L'intrepido (Concorso), voto 5. La prima commedia di Gianni Amelio parte alla grande, con una mezz'ora delicata e divertente, in cui un Albanese "à la Charlot" lavora come rimpiazzo, accettando la sua vita con serenità e ottimismo. Dopo questa mezz'ora, tuttavia, Amelio perde del tutto il filo, impantanandosi in mille sottotrame differenti, come se fosse indeciso sulla piega da far prendere alla trama. Il risultato è un film pasticciato, con un Albanese che, pur bravo, non può reggere da solo il peso di una sceneggiatura confusa e inconcludente.
Sacro GRA (Concorso), voto 8.5. Per il suo nuovo film, Gianfranco Rosi ha seguito per oltre un anno le storie di vari personaggi che vivono intorno al Grande Raccordo Anulare di Roma, esplorandone la vita quotidiana. Il risultato è un documentario che profuma di commedia all'italiana, una galleria di ritratti di vinti dotati di grande umanità e simpatia. Rosi realizza un film solido e commovente, dotato di un'umanità e una forza narrativa inusuali per un documentario, risultando l'erede più degno della nostra tradizione cinematografica visto qui alla Mostra.
Ecco poi il link del film recensito per Nonsolocinema, il delicato La Jalousie di Philippe Garrel, in concorso.
La Jalousie (Concorso), voto 6.5.
A domani per il toto Leone d'Oro!
Pier
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