sabato 7 agosto 2021

The Suicide Squad - Missione suicida

Geniale anarchia


Il primo capitolo dedicato alla Suicide Squad - il team di villain dell'universo DC arruolato dal governo per missioni suicide - era stato un disastro, complice una storia produttiva da manuale su come non si realizza un film; lo spin-off dedicato ad Harley Quinn era andato un po' meglio, ma comunque non aveva scaldato i cuori. Il compito di James Gunn nell'affrontare questo secondo capitolo era quindi al tempo stesso semplice e complesso: semplice, perché doveva gestire delle aspettative tutto sommato abbastanza basse; complesso perché proprio per questo era facile accontentarsi e limitarsi al compitino, regalando un clone de I guardiani della galassia con i cattivi come protagonisti.

Gunn, invece, decide di tornare alle origini - le sue - e di realizzare un film indipendente come quelli che realizzava con la Troma Entertainment e grazie a cui si è fatto un nome, ma avendo a disposizione un budget da blockbuster hollywoodiano. 
Gunn riesce a replicare gli elementi che avevano reso la saga dei Guardiani della Galassia un grande successo a sorpresa, al punto da spingere la Marvel a cercare di replicarne la formula anche in molti altri suoi film: personaggi emarginati, degli outsider ben caratterizzati che si trovano costretti a collaborare e, a poco a poco, diventano una sgangheratissima famiglia; un'identità visiva molto forte, con colori brillanti e un gusto per i combattimenti ripresi in modo nitido e chiaro, anziché con la "camera ballerina" che spesso caratterizza i film di supereroi. A questi elementi Gunn aggiunge il suo gusto per lo splatter e il turpiloquio, con ettolitri di sangue, morti improvvise, e una messa in scena fumettistica e, a tratti, cartoonesca. 

It's raining villains

Il risultato è un film unico e idiosincratico, probabilmente irripetibile nel suo mix di anarchia e visione, delirio e lucidità registica, un ottovolante emotivo che cattura subito lo spettatore e non lo abbandona più fino al traguardo, immergendolo nella caotica realtà dei protagonisti. 
Fin dal primo minuto, la Task Force X è in balia degli eventi, sballottata da un punto all'altro di Corto Maltese senza avere bene idea di cosa stia succedendo. Come Amanda Waller (e, anzi, più di lei), Gunn ha invece perfettamente il controllo della situazione, e dirige i suoi antieroi con assoluta maestria. Il loro stupore è il nostro stupore, le loro scoperte le nostre scoperte. Non sanno cosa stanno facendo, non sanno come lavorare insieme, e devono scoprirlo davanti ai nostri occhi, tra errori (tanti, alcuni decisamente esilaranti) e momenti più intimi, che Gunn riesce miracolosamente a inserire nell'uragano di scene d'azione senza farli risultare posticci. Il pericolo, questa volta, è reale, nessun personaggio è al sicuro: insomma, la Suicide Squad fa finalmente onore al suo nome, superando il classico senso di invincibilità di tutti i film di supereroi.

Tutti i personaggi sono memorabili: la Harley Quinn di Margot Robbie passa da essere l'unico elemento positivo del primo film a essere l'elemento più virtuoso e talentuoso di una squadra ben assortita, dando vita ad alcuni dei momenti più riusciti del film; il Bloodsport di Idris Elba è il perfetto epigono fumettistico dei grandi eroi riluttanti del cinema d'azione hollywoodiano; il Peacemaker di John Cena è il lato oscuro di Capitan America (esattamente come l'Homelander di The Boys è il lato oscuro di Superman); e il King Shark doppiato da Sylvester Stallone è una versione più comica ma anche più feroce del Groot dei Guardiani della Galassia. A brillare, tuttavia, sono i personaggi minori, e in particolare il Polka-Dot Man di David Dastmalchian e la Ratcatcher interpretata dalla semiesordiente Daniela Melchior: impossibile non affascinarsi alle loro storie, accuratamente costruite da Gunn, che le rivela a poco a poco nel corso del film.


Le scene d'azione e gli effetti speciali sono semplicemente magnifiche. Gunn vuole che, come lui, gli spettatori si godano ogni momento di ciò che succede, e dunque opta per un uso parco e poco frenetico del montaggio, facendo invece largo uso di piani sequenza, grandangoli e panoramiche. L'attenzione per costumi e scenografie è maniacale, con citazioni divertite ma sottili(il vestito rosso di Harley Quinn è un geniale omaggio a quello iconico di Pretty Woman, l'armatura di Bloodsport ricorda quelle di Tron) e si accompagna alla creazione di creature computerizzate perfette nel loro equilibrio tra realismo e "fumettoso."

The Suicide Squad è quello che succede quando un film "di genere" - e di un genere ormai abusato e ai limiti della saturazione come quello supereroistico - viene affidato a un autore con una visione forte e chiara e gli si permette di portarla fino in fondo, senza interferire. Chiariamoci, Gunn non è il primo a cercare di dare un taglio "tarantiniano" (è ironico usare qui questo aggettivo, visto quanto Tarantino stesso è stato ispirato dalle opere della Troma) ai prodotti di supereroi: dei tentativi erano già stati fatti, e pure con buon successo (Kick Ass e Deadpool al cinema, The Boys come serie televisiva). Tuttavia, l'assoluta mancanza di freni inibitori e, al tempo stesso, l'estremo amore per il materiale di Gunn è palese, ed è l'ingrediente segreto che rende il film un amalgama irresistibile e originale ai limiti della follia, che trascina lo spettatore in un frullatore emotivo che non lascia un attimo di tregua.

**** 1/2

Pier


venerdì 6 agosto 2021

Fast & Furious 9

Il salto dello squalo


Dom Toretto e Letty Ortiz si sono ritirati in campagna insieme al figlio di Dom. Cercano di godersi una vita tranquilla, ma non riescono a star lontani dall'azione, quindi entro breve tornano in missione per sventare l'ennesimo piano del megalomane di turno per dominare il mondo. Quella che sembra una "classica" missione si rivelerà però un viaggio nella storia di Dom e della Famiglia, che saranno costretti ad affrontare il proprio passato.

Il 20 Settembre 1977 sulle tv statunitensi andò in onda un episodio di Happy Days in cui Fonzie pratica sci nautico indossando la sua iconica giacca di pelle e cimentandosi nel salto di uno squalo tigre. Da allora, l'espressione jumping the shark viene usata per indicare il momento in cui una serie televisiva o un franchise cinematografico è andato "oltre", superando uno scoglio di verosimiglianza e facendo esclamare ai fan "così però è troppo."

La sensazione di fronte a Fast & Furious 9 è quella di essere di fronte allo squalo della serie. Qualcuno potrebbe obiettare che non si guarda Fast and Furious per la verosimiglianza, ma per i personaggi (la Famiglia) e per le scene d'azione spettacolari: ed è vero. Ma è proprio su questi due elementi, storicamente i pezzi forti della saga, che il nono capitolo mostra ampiamente la corda.

I personaggi storici sembrano stanchi, senza più nulla da dire, e le new entry sono o inutili, villain in testa, o mal costruite - in testa a tutti, il personaggio di John Cena, integrato efficacemente nella trama ma insignificante a livello emotivo e di sviluppo dei personaggi. La trama, già storicamente non il pezzo forte della casa, qui raggiunge dei momenti degni di una telenovela, con colpi di scena che persino gli sceneggiatori di Beautiful avrebbero trovato un po' sopra le righe. 

Anche l'azione latita, tra scene già viste e altre (soprattutto quella finale) che superano abbondantemente la soglia della sospensione dell'incredulità senza però raggiungere quell'epicità un po' tamarra vista in alcuni dei capitoli precedenti, talmente folle ed esagerata da mettere a tacere il cervello e ordinargli di godersi lo spettacolo senza farsi troppe domande. Justin Lin, di ritorno alla regia dopo aver saltato gli ultimi due capitoli, sembra aver poco da dire, e si abbandona ad alcune scelte poco da lui, con riprese confuse e un uso eccessivo del montaggio che anziché aumentare il ritmo lo rende solo inutilmente frenetico, rendendo impossibile godersi appieno l'azione. Detto questo, a tratti ci si diverte comunque, grazie sia allo humor e al carisma di alcuni dei personaggi secondari (Charlize Theron ed Helen Mirren su tutti), sia ad alcune sequenze invece molto riuscite, inseguimento in auto nella giungla in testa.

La sensazione è che la saga abbia nuovamente raggiunto un punto in cui deve reinventarsi completamente per non diventare insignificante o morire: un'impresa che sarebbe proibitiva per altri franchise, ma non quello che più si è saputo reinventare nel corso degli anni, passando da una storia "minore" di poliziotti infiltrati a uno spy action degno di Mission: Impossible. Occorrerà però un profondo ripensamento dei capisaldi della saga, la creazione di villain più credibili e motivati, e magari il recupero di alcuni personaggi non presenti in questo capitolo (soprattutto quello che fa capolino nella scena post titoli). Non sarà facile, ma la Famiglia di missioni impossibili ne ha già affrontate parecchie.


** 1/2

Pier

lunedì 2 agosto 2021

Jungle Cruise

Il ritorno del cinema d'avventura


Londra, 1916: la botanica Lily Hougton, accompagnata dal fratello MacGregor, parte per una rocambolesca avventura nella foresta amazzonica alla ricerca di un fiore di cui parlano le leggende, dalle mitiche proprietà curative. Per navigare il Rio delle Amazzoni ingaggia i servigi di Frank, proprietario di una imbarcazione sgangherata ma profondo conoscitore delle mille biforcazioni del fiume. L'avventura si rivelerà più complessa del previsto quando sulle loro tracce si metterà il principe tedesco Joachim e, soprattutto, quando la leggenda dietro il fiore si rivelerà fin troppo autentica. 

Il cinema d'avventura è un genere che sembrava morto e sepolto: esploratori e affini, dopo aver conosciuto il loro momento di gloria con le serie di Indiana Jones e All'inseguimento della pietra verde, e aver vissuto un ottimo revival "per ragazzi" con la serie de La mummia, sembravano passati di moda. 
Jungle Cruise raccoglie l'eredità dell'ultimo filone e si rivela una lieta sorpresa che riesce nell'impresa di resuscitare e rilanciare il genere, azzeccandone in pieno gli ingredienti principali: personaggi interessanti e carismatici, scrittura brillante, avventura fatta di continui pericoli superati, spesso in modo rocambolesco, grazie ad astuzia, abilità, e sprezzo del pericolo. Ispirato, come già I pirati dei Caraibi (altra saga che aveva rilanciato un genere, quello dei pirati, che sembrava superato), da un'attrazione di Disneyland, il film tradisce la sua origine ma riesce a sfruttarla per raccontare un'avventura sul fiume con ingredienti di screwball comedy, un mix che non si vedeva dai tempi di un capolavoro come La regina d'Africa

La sceneggiatura è perfetta per il genere: dialoghi brillanti, avventure ai limite dell'incredibile che uniscono fatti storici con un tocco di fantastico, e un colpo di scena per una volta davvero azzeccato. Jaumie Collet-Serra è efficace nel mettere le sue doti di regista di cinema d'azione al servizio della sceneggiatura con una direzione degli attori che ne fa risaltare le capacità comiche, un montaggio serrato che dà al film un ottimo ritmo, un uso della CGI efficace (anche se debitore dell'estetica de I pirati dei Caraibi), e una fotografia che ha il coraggio di "fermarsi" durante alcune delle scene d'azione, mettendo in luce le doti atletiche di Dwayne Johnson.

Johnson offre probabilmente una delle sue prove migliori, donando al suo personaggio quel fascino da simpatica canaglia che aveva già esibito efficacemente, seppur solo a livello vocale, in Oceania, e divertendo e divertendosi anche quando si lancia in improbabili freddure e giochi di parole. A brillare più di tutti, però, è Emily Blunt: il suo sorriso e il suo sguardo strafottente bucano lo schermo, i suoi tempi comici sono eccezionali, il suo humor inglese (il film va, se possibile, visto in inglese) contrasta perfettamente con l'americanissimo Johnson. La sua Dottoressa Houghton è senza ombra di dubbio uno dei personaggi femminili migliori del genere, ed eclissa le sue epigone di tempi più recenti, saga della Mummia in testa, per personalità e carisma.

Jungle cruise è un film divertente, senza pensieri e senza alcuna pretesa se non quella di intrattenere e, perché no, far viaggiare la nostra mente - l'ideale, forse, per questo momento storico. Chi scrive auspica che possa essere anche il primo capitolo di una nuova saga che ha il potenziale di resuscitare un genere che, pur avendo come target di riferimento i ragazzi, è in grado di offrire risate e divertimento di qualità anche agli adulti. Se la saga continuerà (e gli incassi, in tal senso, sembrano promettere bene) dovrà però alzare l'asticella della creatività, puntando verso nuovi territori narrativi ed espressivi: ma si parte da radici solide.

****

Pier 

martedì 20 luglio 2021

In the Heights - Sognando a New York

Un sogno collettivo


Il musical è il genere onirico per eccellenza: dai grandi classici come Cantando sotto la pioggia agli esempi più recenti come Moulin Rouge o La La Land, passando per le versioni animate della Disney, il musical mette da sempre in scena speranze, ambizioni, desideri, mischiando il reale e il fantastico. I musical più riusciti, tuttavia, sono quelli in cui la realtà rimane ben visibile, in grado di spezzare il sogno così come di farlo carne e renderlo realtà.

In the Heights racconta un sogno collettivo, che attraversa vite e generazioni: quello della comunità latina di Washington Heights. Certo, formalmente il protagonista è Usnavi, ma Usnavi non è altro che un narratore, che racconta una storia che è anche la sua, ma non solo la sua. È la storia di Nina, che sente il peso di dover riscattare un'intera comunità; è la storia di Kevin, che è disposto a sacrificare tutto per dare a sua figlia la possibilità che lui non ha avuto; è la storia di Abuela, che ha fatto da nonna a tutti, dispensando amore per dare agli altri quello che lei, immigrata di prima generazione, non aveva ricevuto - per aiutare gli altri sogni a fiorire. Ed è quello di tanti altri personaggi, i cui sogni si fanno canto e si uniscono a quelli dei protagonisti in un'opera sinfonica corale - non per nulla una delle canzoni si intitola Hundreds of stories - che dà voce a un'intera comunità, a un'intera esperienza - quella, appunto, dei cittadini immigrati, di prima o seconda generazione, divisi tra la patria che li accolti e quella che hanno dovuto lasciare, tra l'orgoglio per le proprie radici e quello per ciò che sono riusciti a ottenere nella loro nuova vita.

La colonna sonora di In the Heights è strepitosa, il trionfo del genio musicale di Lil-Manuel Miranda (Hamilton è il suo trionfo di scrittura, ma musicalmente non fa altro che riprendere ed elaborare suggestioni introdotte qui): un tappeto sonoro ricco, vibrante, che non lascia un attimo di tregua, ed esplode con note felici, malinconiche, orgogliose, rassegnate, divertite, un turbinio di emozioni che avvolge, conquista, trasporta, fa sognare. La gioia della canzone d'apertura, l'energia irrefrenabile di In the club e Carnaval del barrio, la malinconia di Breathe e When you're home, la devastante potenza emotiva di Patiencia y fe (il momento migliore del film, a livello sia musicale che visivo, anche grazie alla fenomenale performance di Olga Merediz): tutti questi ingredienti si mescolano in un affresco musicale omogeneo che ci trasporta nel quartiere, facendoci respirare, sudare, emozionare con i protagonisti.


Il cast è indovinato, tra vecchie conoscenze televisive (Stephanie Beatriz, Jimmy Smits), membri del cast originale di Broadway (Olga Merediz) e altre vecchie conoscenze di Miranda (lo splendido protagonista Anthony Ramos) - Miranda che si ritaglia per sé la parte, piccola ma memorabile, del piragüero. Quel che funziona e convince è, come detto, il collettivo, con gli attori che sembrano vecchissimi amici che si ritrovano per una rimpatriata, interagendo e dandosi manforte con grande affiatamento e complicità.

Jon Chu dirige il film con buona inventiva, anche se a volte rimane la sensazione che avrebbe potuto osare ancora di più. Le sue scelte sono comunque efficaci: Chu accompagna la poliedricità delle musiche con un caleidoscopio di colori e coreografie, un'esplosione di vitalità e movimento che omaggia i musical classici e li trasporta in una dimensione più quotidiana senza sacrificare la fantasia e l'immaginazione. I colpi di scena della trama sono riusciti anche per la sua capacità di giocare con le immagini e con la sceneggiatura, mettendoli al servizio del vero protagonista - il quartiere di Washington Heights.

In the Heights è, a dispetto delle innovazioni musicali, un musical classico, un'ode al potere del sogno che si muove tra una canzone e l'altra con il giusto mix di grazia e gravitas, risultando dolce ma mai sdolcinato, commovente ma mai alla ricerca della lacrima facile. Se il genere non fa per voi, evitatelo; ma se siete amanti del cinema che fa sognare a occhi aperti, lasciatevi trasportare tra i suoni e la luce delle vie di Washington Heights: non ve ne pentirete.

**** 1/2

Pier

mercoledì 14 luglio 2021

Black Widow

Mission Impossible: Fuggire dal genere


Black Widow ha una storia tormentata quasi quanto quella della sua protagonista. Programmato per anni, realizzato solo a ridosso della pandemia, e per questo posticipato fino a oggi, arriva in sala avvolto da una patina di mistero ed "estraneità" a un universo Marvel che ha sorpassato gli eventi raccontati nel film. Era, insomma, un film che non poteva reggersi sull'hype, sul desiderio di scoprire i nuovi sviluppi della macrotrama che si dipana sui vari film.

Sembrava quindi l'occasione per provare a fare qualcosa di nuovo, tornare a quegli esperimenti del "genere nel genere" che erano stati la forza dell'universo Marvel fino a Civil War, quando iniziò l'abbandono delle differenze a livello visivo, presto seguite da quelle narrative e di tono (si veda Thor Ragnarock, lontanissimo dai toni shakespeariani dei predecessori e più vicino a quelli da space opera comica dei Guardiani della Galassia). Ormai l'universo Marvel è incredibilmente e volutamente omogeneo, e per trovare qualche lampo di diversità bisogna rivolgersi alle serie TV su Disney+, WandaVision in primis.

Black Widow avrebbe la libertà di essere un film di genere - lo spionaggio di azione di James Bond o Mission Impossible - e di avere quel tocco di realismo che spesso giocoforza manca dai film Marvel. La Vedova Nera non ha superpoteri, non ha armature potenziate o ali robotiche: è umana, molto umana, con un passato traumatico alle spalle e solo le sue forze e la sua astuzia a consentirle di portare a termine le sue missioni - esattamente come James Bond e Ethan Hunt.

E, per la prima metà di film, ci prova, e ci riesce egregiamente: la sequenza di apertura è, a mani basse, una delle migliori mai realizzate nel MCU, con la tensione che cresce, cresce, cresce, fino a esplodere, e lo scenario che passa da familiare a eccezionale nel giro di pochi, efficacissimi minuti. A seguire, dei titoli di testa degni di Zach Snyder (è un complimento, Snyder ha mille difetti ma sa fare i titoli di testa come pochi altri), con una versione a cappella di una celebre canzone rock ad accompagnare delle immagini incredibilmente crude per un film Marvel, che riflettono gli abusi che le bambine destinate a diventare le Vedove hanno dovuto subire. 
La fuga di Natasha e il successivo incontro-scontro con il suo passato sono gestite magistralmente, con scene di inseguimento e combattimento che non sfigurerebbero in uno dei migliori Mission Impossible. Il dramma e l'azione prevalgono sulle parti comiche, pur presenti, e l'incontro scontro tra Scarlett Johansson e Florence Pugh è teso, asciutto, vero.

Non i tipici titoli di un film Marvel

Poi, improvvisamente, il film vira in un'altra direzione, tornando in territori più familiari ai film minori del MCU: battute a raffica, personaggi macchiettistici, azione edulcorata e ripresa con la solita shaky cam, utilizzo eccessivo di computer grafica, fotografia standard (qualcuno potrebbe dire smarmellata). Il paradigma Marvel prende possesso del film e non lo abbandona più, tradendone la natura e distruggendo l'identità che era riuscito a crearsi nel primo atto. Il risultato è straniante e deludente, in quanto butta alle ortiche la possibilità di fare qualcosa di diverso, in grado di distinguersi dalla massa, e invece risulta uno strano miscuglio tra qualcosa di nuovo e l'obbligo di seguire una sorta di manuale Cencelli della sceneggiatura Marvel. L'anima "cruda" del film torna a fare capolino qui e là (soprattutto nel confronto tra la Vedova Nera e Dreykov), come a non volersi rassegnare all'omologazione, ma esce sconfitta e scompare definitivamente nel grande scontro di chiusura.

Le new entries tra gli attori subiscono il destino della sceneggiatura loro affidata: Florence Pugh brilla e dà vita a un personaggio vivo ed energico, che entra subito nel cuore dello spettatore grazie alle sue sfaccettature; Rachel Weisz e David Harbour sono invece costretti a lavorare con delle macchiette, con la sceneggiatura che rinuncia del tutto ad approfondirne la psicologia - e, soprattutto nel caso del personaggio di Harbour (il Red Guardian), sarebbe stato estremamente interessante. Scarlett Johansson sembra finalmente divertirsi con un personaggio troppo spesso lasciato sullo sfondo nei film corali, e che qui invece viene tratteggiato con attenzione e buona profondità.

Black Widow è un'occasione mancata: dopo un inizio folgorante, sembra quasi rassegnarsi a essere semplice prodotto di intrattenimento "scolastico" e nulla più. Un vero peccato, perché il potenziale c'era, e la decisione di portare il film nella solita, conosciutissima direzione sembra posticcia, appiccicata ex post per non deviare da una formula sì vincente, ma che sta cominciando a esaurire le sue cartucce.

***

Pier

mercoledì 7 luglio 2021

A quiet place II

Il linguaggio del silenzio


La famiglia Abbott è costretta a lasciare il suo rifugio dopo gli eventi che hanno portato alla morte del padre. Sulla strada troveranno nuovi pericoli, ma anche quella che potrebbe essere una nuova speranza. La tensione tra il desiderio di inseguirla e la volontà di non correre rischi porteranno la famiglia a dividersi.

Dopo il successo inaspettato (ma meritato) del primo capitolo, era quasi inevitabile per John Krasinski realizzarne un sequel. Con un'ottima intuizione, Krasinski decide di ricominciare esattamente dove era finito il primo film, con la famiglia Abbott che si lecca le ferite prima di abbandonare definitivamente il luogo che, a lungo, ha chiamato casa. La sequenza d'apertura, tuttavia, è dedicata al vero inizio - l'arrivo delle creature aliene fonosensibili sulla Terra, mai mostrato nel primo film. Krasinski costruisce la scena con maestria, dimostrando ottime doti registiche anche con scene d'azione postapocalittiche più tradizionali, e rappresentando al meglio lo smarrimento degli Abbott e dei loro concittadini di fronte all'arrivo di quella minaccia sconosciuta.

Nel presente, lo smarrimento ha lasciato spazio a una cupa rassegnazione. Il passaggio è sottolineato dalla fotografia - più cupa e desaturata nel presente, più accesa e vitale nel passato - ma soprattutto dal sonoro: dopo le urla e le esplosioni si torna infatti a quel ferale, minaccioso silenzio che permeava il primo film, un silenzio salvifico nei confronti dei mostri ma fonte di continua tensione. Krasinski e il suo team di effetti sonori continuano a lavorare magnificamente, giocando anche con la sordità di Regan, e creando una tensione compatta ed efficace che si protrae per tutto il film.

La sceneggiatura è semplice, asciutta, minimalista. Da un lato questo è un pregio, perché consente alla storia di proseguire in modo snello (durata di 90 minuti, ormai una mosca bianca) ed efficace, mantenendo sempre alta la tensione, senza un momento di calo o di noia e senza quegli inutili momenti di dialogo espositivo che spesso affossano questo genere di film. Dall'altro, tuttavia, la storia tradisce la natura "di transizione" del film, il suo essere ponte necessario tra il primo capitolo e il terzo in arrivo. A quiet place II è, di fatto, il racconto di una (stra)ordinaria giornata di sopravvivenza, con una scoperta potenzialmente importante che però non sembra in grado di cambiare le sorti dell'umanità: ma, forse, a Krasinski interessa mantenere un focus più intimo e raccolto, e questo secondo capitolo ha in effetti il potenziale di cambiare le sorti degli Abbott. 

Il cast è sempre efficace, con la new entry Cillian Murphy che raccoglie egregiamente il testimone di Krasinski, offrendo un personaggio diverso, indurito dagli eventi, che ritrova una motivazione al di là della mera sopravvivenza grazie all'incontro (o, meglio, il ritrovamento) con gli Abbott. Emily Blunt risulta ancora più convincente come eroina, ma a brillare è la giovane Millicent Simmonds, perfetta personificazione dei punti di forza del film: poche parole, tanta azione, capacità di usare il suono a proprio vantaggio.

A quiet place II è un ottimo sequel sul piano dell'esecuzione, in quanto replica ed eleva gli elementi migliori del primo film, alzando ulteriormente l'asticella della tensione. Lascia però un po' di amaro in bocca, perché era forse lecito aspettarsi un po' più di creatività, qualche novità sostanziale rispetto alla formula efficace del primo anziché una ripetizione, ancorché notevolmente migliorata e implementata alla perfezione. Speriamo che Krasinski, ormai perfettamente in controllo della propria creatura, abbia riservato il meglio per il finale prossimo venturo.

****

Pier


sabato 3 luglio 2021

The father (In pillole #18)

Frammenti di memoria



Il racconto della demenza senile non è certo nuovo al cinema, soprattutto negli ultimi anni, in cui film come Still Alice, Away from her, e The leisure seeker hanno affrontato il tema con toni e prospettive molto differenti. Tutti questi film, tuttavia, adottavano una prospettiva esterna alla malattia, mostrando il decadimento mentale e fisico della protagonista come visto da un osservatore. The father ribalta questa prospettiva, e ci porta all'interno del cervello del malato, mostrandoci la realtà dal suo punto di vista. La macchina da presa di The father è un narratore inattendibile, che procede per salti, collegamenti (il)logici, rivisitazioni di scene precedenti, giustapposizioni: è un viaggio in una mente durante il processo di frammentazione indotto dalla malattia, tra i fantasmi che sembrano reali e la realtà che diventa sogno. 

La sceneggiatura di Florian Zeller è, semplicemente, un capolavoro: tesa, ritmata, coraggiosa, cattura lo spettatore dalla prima scena e non lo abbandona più, trascinandolo nelle profondità della mente e continuando a sorprenderlo, disorientarlo, emozionarlo fino all'ultima inquadratura. 
La regia di Zeller è meno creativa della sua sceneggiatura ma comunque ottima, in grado di superare l'origine teatrale del testo per mettere in scena una macchina visiva e sonora efficace ed evocativa grazie ad alcune scelte artistiche molto azzeccate: la musica diegetica chiaramente distinta da quella extradiegetica, il gioco visivo dei sottili cambiamenti degli spazi e delle situazioni, con la ripetizione delle inquadrature a sottolineare differenze dapprima marginali che divengono sempre più macroscopiche. Il gioco è sorretto da un montaggio da manuale, che gioca con il tempo interno della storia (tempo che, peraltro, è uno dei temi centrali del film), dilatandolo e comprimendolo a seconda delle necessità.

La forza emotiva del film, tuttavia, è tutta nelle mani di Anthony Hopkins, qui forse alla miglior prova di una già scintillante carriera. Non esistono parole che possano descrivere l'incredibile naturalezza dell'attore gallese nel raccontare un uomo malato che cerca disperatamente di aggrapparsi alle ultime certezze che la sua mente gli offre. Rabbia, debolezza, paura, charme: Hopkins offre questo, e tanto altro, dando credibilità a scene che in mano a un altro attore sarebbero state ad altissimo rischio di ridicolo, e che lui trasforma in momenti straordinari, catartici, umani. Accanto a lui impallidisce anche l'ennesima prova sublime di Oliva Colman, perfetta nel rendere il caleidoscopio di emozioni che la figlia di un malato di demenza senile si trova a provare.

The father non è solo un film sulla malattia, ma un magnifico ritratto della mente e della memoria umana, che ci mette di fronte alla loro fragilità e a come siano in grado di distorcere la realtà. Un viaggio dentro noi stessi, che evidenzia come ciò che ci rende chi siamo - la nostra identità - risieda soprattutto nella nostra capacità di pensare, sentire, ricordare. Non perdetelo.

****1/2

Pier

Nota dell'autore adirato: la distribuzione italiana ha, come da tradizione, deciso di aggiungere un pleonastico sottotitolo al titolo originale, ovvero "Nulla è come sembra" - roba da thriller estivo di seconda visione. Quando la smetteremo con queste scelte penose?