L'infantile capacità di sognare
Parigi, anni '30. Hugo è un orfano che vive all'interno della stazione di Montparnasse, dove si occupa della manutenzione e del funzionamento degli orologi. Il suo unico amico è un misterioso automa, lasciatogli dal padre, che cerca disperatamente di riparare. Proprio per procurarsi alcuni pezzi di ricambio arriva a rubare nel negozio di giocattoli di Nonno Georges, un anziano burbero e scontroso che, come il piccolo Hugo, nasconde un segreto insospettabile. Il loro incontro scatenerà una serie di eventi che aiuteranno entrambi a scendere a patti con il proprio passato.
Fin dalle prime sequenze, Hugo Cabret rivela una sorprendente creatività visiva e registica. Nel giro di dieci minuti si susseguono un piano sequenza "virtuale", che sfrutta le tecniche digitiali per portarci a spasso per Parigi, fino alla stazione di Montparnasse, con un approccio che sarebbe piaciuto a Orson Welles, e un magistrale piano sequenza "reale", in cui vediamo il piccolo Hugo muoversi nel suo mondo segreto all'interno della stazione, scoprendo di volta in volta una nuova, piccola meraviglia. Scorsese approccia il suo primo film per bambini con un'infantile voglia di stupire, regalando trovate visive in ogni momento del film, sia in quelle più dinamiche, sia in quelle più statiche come le visite in biblioteca, vero e proprio castello del sapere, immenso e stupefacente nella sua semplicità.
Il film è un inno alla giovinezza, all'infanzia, a quei primordi della nostra vita caratterizzati dall'amore per la scoperta, l'esplorazione e l'avventura. La storia di Hugo corre in parallelo con quella del cinema, raccontata attraverso la vita e le opere di George Melies, mago, illusionista, e primo grande talento visivo della settima arte. Sue le invenzioni dei primi effetti speciali, dei primi trucchi, delle prime opere in grado di far sognare e non solo di descrivere, attraverso l'uso di immagini sofisticate (per l'epoca) e di un gusto per il fantastico ambizioso e visionario. Il cinema diviene così il vero protagonista del film, che ci accompagna in un viaggio tra le creazioni di Melies e tra altre mille suggestioni, tra cui un automa che non può non ricordare la Metropolis di Fritz Lang.
Scorsese dedica una grande attenzione agli spazi,che da luoghi reali diventano la sede dei giochi e delle avventure di giovani e adulti: la stazione diventa così un dedalo di cunicoli e passaggi segreti, la biblioteca un mondo da esplorare, un set cinematografico un castello di vetro controllato da un mago con la passione per lo stupore. In questo senso la fotografia di Robert Richardson e le scenografie di Dante Ferretti diventano un valore aggiunto che, attraverso un sapiente uso della luce, riesce a conferire ad ogni singolo ambiente e ad ogni situazione un'atmosfera specifica e unica, che lo caratterizza e lo rende vivo, quasi uno dei personaggi della storia
La forza visiva del film è tale che gli si perdonano alcune lungaggini evitabili, una trama esile che stenta a decollare, se non nel finale, e la scarsa attenzione dedicata ai dialoghi dei ragazzi, spesso un po' troppo artefatti. La forza del film è supportata dalla meravigliosa prova di Ben Kingsley nella parte del giocattolaio-regista, reliquia di un tempo che sembra sparito e, allo stesso tempo, precursore di un mondo che deve ancora venire. Intorno a lui e ai due giovani protagonisti si muove un gruppo di caratteristi eccezionali, tra cui spicca Sasha Baron Cohen nel ruolo di un implacabile capostazione che sembra uscito da un racconto di Dickens.
Hugo Cabret è come un orologio antico: i meccanismi non sono sempre perfetti, a volte si inceppano ma, una volta aperto, rivela al suo interno una perfezione e una bellezza tale che è impossibile non restarne rapiti e affascinati. Il 3D è, per una volta, un valore aggiunto, che arricchisce ulteriormente la fiaba di Scorsese, un omaggio al cinema che scalda il cuore e regala alcuni momenti di pura poesia.
***1/2
Pier
venerdì 3 febbraio 2012
giovedì 2 febbraio 2012
Uomini che odiano le donne - versione USA
Quando l'inutile è magistrale
Michael Blomqvist, affermato caporedattore della rivista d'inchiesta Millenium, viene costretto a dimettersi da uno scandalo. La sua inattività viene ben presto interrotta da un'offerta irrinunciabile: Henrik Vanger, anziano magnate dell'industria svedese, gli offre un'ingente somma se riuscirà a risolvere il mistero di sua nipote Harriet, scomparsa misteriosamente anni prima e che lui crede fermamente essere stata uccisa. Blomqvist inizia le indagini, ma si rende ben presto conto di aver bisogno di aiuto: a supportarlo arriverà Lisbeth Salander, brillante hacker dal presente tormentato e dal passato oscuro, che instaurerà con il giornalista una relazione molto particolare.
Diciamoci la verità: di questo remake americano di Uomini che odiano le donne non si sentiva proprio il bisogno. Vuoi perchè gli originali erano comunque abbastanza ben fatti, vuoi perchè un remake a distanza di pochi anni è abbastanza inutile, fatto sta che il film ha poco senso di esistere. O meglio, avrebbe poco senso di esistere, se non fosse per il nome del regista: David Fincher.
Fincher riprende la materia creata da Larsson e la usa come base per costruire un thriller praticamente perfetto, in cui le scene di tensione sono costruite praticamente solo con il sonoro e in cui nessun dettaglio viene risparmiato, nessuna atrocità viene lasciata in secondo piano. Fincher viviseziona ogni storia, ogni evento, ogni personaggio, concentrandosi però in particolare su Lisbeth, magistralmente interpretata da Rooney Mara.
Quello che segue gli splendidi titoli di testa è quindi un film ad orologeria, cui si riesce persino a perdonare la sua inutilità di fondo grazie alla perfezione di ogni dettaglio tecnico. Il sonoro come detto è curato con una precisione al limite del maniacale, con una folata di vento che diventa un urlo, una voce che diventa un sussurro, un silenzio che vale mille parole. La fotografia è eccellente, e in generale ogni elemento del film si combina armoniosamente con gli altri a formare un unicum che funziona e convince.
Il nuovo Uomini che odiano le donne vince quindi le perplessità iniziali, ma lo fa più per il modo eclettico e inventivo in cui usa il linguaggio cinematografico e gli attori che per il film in sè, che resta invece freddo e lascia addosso una sensazione di inutilità permanente.
***1/2
Pier
Michael Blomqvist, affermato caporedattore della rivista d'inchiesta Millenium, viene costretto a dimettersi da uno scandalo. La sua inattività viene ben presto interrotta da un'offerta irrinunciabile: Henrik Vanger, anziano magnate dell'industria svedese, gli offre un'ingente somma se riuscirà a risolvere il mistero di sua nipote Harriet, scomparsa misteriosamente anni prima e che lui crede fermamente essere stata uccisa. Blomqvist inizia le indagini, ma si rende ben presto conto di aver bisogno di aiuto: a supportarlo arriverà Lisbeth Salander, brillante hacker dal presente tormentato e dal passato oscuro, che instaurerà con il giornalista una relazione molto particolare.
Diciamoci la verità: di questo remake americano di Uomini che odiano le donne non si sentiva proprio il bisogno. Vuoi perchè gli originali erano comunque abbastanza ben fatti, vuoi perchè un remake a distanza di pochi anni è abbastanza inutile, fatto sta che il film ha poco senso di esistere. O meglio, avrebbe poco senso di esistere, se non fosse per il nome del regista: David Fincher.
Fincher riprende la materia creata da Larsson e la usa come base per costruire un thriller praticamente perfetto, in cui le scene di tensione sono costruite praticamente solo con il sonoro e in cui nessun dettaglio viene risparmiato, nessuna atrocità viene lasciata in secondo piano. Fincher viviseziona ogni storia, ogni evento, ogni personaggio, concentrandosi però in particolare su Lisbeth, magistralmente interpretata da Rooney Mara.
Quello che segue gli splendidi titoli di testa è quindi un film ad orologeria, cui si riesce persino a perdonare la sua inutilità di fondo grazie alla perfezione di ogni dettaglio tecnico. Il sonoro come detto è curato con una precisione al limite del maniacale, con una folata di vento che diventa un urlo, una voce che diventa un sussurro, un silenzio che vale mille parole. La fotografia è eccellente, e in generale ogni elemento del film si combina armoniosamente con gli altri a formare un unicum che funziona e convince.
Il nuovo Uomini che odiano le donne vince quindi le perplessità iniziali, ma lo fa più per il modo eclettico e inventivo in cui usa il linguaggio cinematografico e gli attori che per il film in sè, che resta invece freddo e lascia addosso una sensazione di inutilità permanente.
***1/2
Pier
venerdì 27 gennaio 2012
The Artist
Quando la parola è superflua
Hollywood, fine anni Venti. George Valentin è un grande divo del cinema muto: tutti stravedono per lui, la casa di produzione lo coccola e lo vizia, ogni suo film è un successo. Un giorno, all'uscita da una premiere, viene fotografato con una sua fan, Peppy Miller, che poi reicontrerà sul set, aiutandola ad avviare la sua carriera d'attrice.
Con l'avvento del sonoro, Velentin viene dimenticato, mentre Peppy diviene una star di prima grandezza, la diva che tutti vogliono vedere. Peppy però non dimentica l'aiuto che George le ha dato e, mossa anche da un sentimento malcelato nei suoi confronti, cerca di aiutarlo a rialzarsi. I suoi tentativi sono però destinati a scontrarsi con l'orgoglio dell'attore.
The Artist è un film che sarebbe da premiare anche solo per il coraggio di fare un film (quasi) completamente muto nel 2011. A questo aggiungeteci che il film funziona, e funziona per davvero. The Artist diverte, commuove, emoziona, fa insomma tutto quello che un grande film dovrebbe fare. Si permette il lusso di giocare con la storia del cinema, di farla sua e di reinterpretarla attraverso la storia di un divo che ha tanto di Rodolfo Valentino, ma anche tanto del Gene Kelly di Cantando sotto la pioggia, obbligatorio punto di riferimento per la ricostruzione storica del periodo, insieme ovviamente a Viale del Tramonto.
Michel Hazanavicius dimostra di avere un talento registico fuori dal comune, sfruttando a piene mani le potenzialità espressive di un mezzo che, giova ricordarlo, nasce prima di tutto come strumento visivo, e solo in un secondo tempo è stato accompagnato dalla parola. Hazanavicius realizza così delle scene memorabili, su tutte quella del sogno di George, perfetto esempio dell'uso di un sonoro fastidioso e quasi pauroso come elemento di contrasto allo splendido silenzio che accompagna tutto il film. Anche il finale è da antologia, e richiama con nostalgia un mondo e un cinema che sono ormai scomparsi, in cui il gusto per l'immagine e l'amore per la messa in scena venivano prima di tutto.
La fotografia ci regala un bianco e nero delicato e curato nei minimi dettagli, con contrasti molto forti per sottolineare l'espressitività non solo degli attori, ma anche degli ambienti.
La musica è perfetta ed evocativa, ed è fondamentale nel ricreare l'atmosfera dell'epoca e nel restituire il tono delle diverse scene.
I due attori sono semplicemente perfetti: Dujardin è un adorabile sbruffone, un po' Gassman un po' Sean Connery, con quel tocco di classe che contraddistingueva i divi di una volta e che ora sembra essere stato perso. Berenice Bejo è perfetta nel ruolo di "fidanzata d'America", e regala al personaggio quella sensibilità e quella dolcezza che lo rendono così particolare e riuscito. Tra i ruoli minori da segnalare un ottimo John Goodman nella parte di Al Zimmer, il produttore, e James Cromwell, grandioso caratterista, nel ruolo del fedele chaffeur di Dujardin.
The Artist è un inno d'amore per il cinema, un invito a ripensare al fatto che la forza della settima arte sta prima di tutto nelle immagini, ma anche nelle storie e nella capacità di raccontarle in modo coinvolgente ed emozionante, usando le parole in modo corretto, senza abusarne, per evitare che diventino solo un fastidioso rumore di fondo.
**** 1/2
Pier
Hollywood, fine anni Venti. George Valentin è un grande divo del cinema muto: tutti stravedono per lui, la casa di produzione lo coccola e lo vizia, ogni suo film è un successo. Un giorno, all'uscita da una premiere, viene fotografato con una sua fan, Peppy Miller, che poi reicontrerà sul set, aiutandola ad avviare la sua carriera d'attrice.
Con l'avvento del sonoro, Velentin viene dimenticato, mentre Peppy diviene una star di prima grandezza, la diva che tutti vogliono vedere. Peppy però non dimentica l'aiuto che George le ha dato e, mossa anche da un sentimento malcelato nei suoi confronti, cerca di aiutarlo a rialzarsi. I suoi tentativi sono però destinati a scontrarsi con l'orgoglio dell'attore.
The Artist è un film che sarebbe da premiare anche solo per il coraggio di fare un film (quasi) completamente muto nel 2011. A questo aggiungeteci che il film funziona, e funziona per davvero. The Artist diverte, commuove, emoziona, fa insomma tutto quello che un grande film dovrebbe fare. Si permette il lusso di giocare con la storia del cinema, di farla sua e di reinterpretarla attraverso la storia di un divo che ha tanto di Rodolfo Valentino, ma anche tanto del Gene Kelly di Cantando sotto la pioggia, obbligatorio punto di riferimento per la ricostruzione storica del periodo, insieme ovviamente a Viale del Tramonto.
Michel Hazanavicius dimostra di avere un talento registico fuori dal comune, sfruttando a piene mani le potenzialità espressive di un mezzo che, giova ricordarlo, nasce prima di tutto come strumento visivo, e solo in un secondo tempo è stato accompagnato dalla parola. Hazanavicius realizza così delle scene memorabili, su tutte quella del sogno di George, perfetto esempio dell'uso di un sonoro fastidioso e quasi pauroso come elemento di contrasto allo splendido silenzio che accompagna tutto il film. Anche il finale è da antologia, e richiama con nostalgia un mondo e un cinema che sono ormai scomparsi, in cui il gusto per l'immagine e l'amore per la messa in scena venivano prima di tutto.
La fotografia ci regala un bianco e nero delicato e curato nei minimi dettagli, con contrasti molto forti per sottolineare l'espressitività non solo degli attori, ma anche degli ambienti.
La musica è perfetta ed evocativa, ed è fondamentale nel ricreare l'atmosfera dell'epoca e nel restituire il tono delle diverse scene.
I due attori sono semplicemente perfetti: Dujardin è un adorabile sbruffone, un po' Gassman un po' Sean Connery, con quel tocco di classe che contraddistingueva i divi di una volta e che ora sembra essere stato perso. Berenice Bejo è perfetta nel ruolo di "fidanzata d'America", e regala al personaggio quella sensibilità e quella dolcezza che lo rendono così particolare e riuscito. Tra i ruoli minori da segnalare un ottimo John Goodman nella parte di Al Zimmer, il produttore, e James Cromwell, grandioso caratterista, nel ruolo del fedele chaffeur di Dujardin.
The Artist è un inno d'amore per il cinema, un invito a ripensare al fatto che la forza della settima arte sta prima di tutto nelle immagini, ma anche nelle storie e nella capacità di raccontarle in modo coinvolgente ed emozionante, usando le parole in modo corretto, senza abusarne, per evitare che diventino solo un fastidioso rumore di fondo.
**** 1/2
Pier
martedì 24 gennaio 2012
Clamoroso al Kodak Theatre!
Quattro rapidi commenti a caldo sulle nomination, poi ci tornerò su con calma:
1) Niente per Ryan Gosling, uno scandalo considerando le sue super prestazioni in Drive e Le idi di Marzo.
2) Niente per Eastwood, ma qui si sapeva, e soprattutto il cowboy non ha ricevuto considerazione per pellicole migliori di J. Edgar
3) Niente per Drive, a parte una misera candidatura per il sonoro: scandalo anche qui, ma annunciato.
4) Infine, la vera sorpresa delle nomination: per la prima volta da quando esiste, la Pixar (con Cars 2) non è nemmeno candidata.
E io do ragione all'Academy.
Forse in casa Disney e in casa Lasseter cominceranno a rendersi conto di quello che molti dicono da tempo: qualcosa si è rotto (vedi anche il trailer di Brave), e bisogna fare in fretta a ripararlo.
sabato 14 gennaio 2012
La talpa
La forza della mediocrità
Londra, inizio anni '70. George Smiley è un agente segreto britannico ormai in pensione. Alla morte del suo ex capo, Controllo, Smiley viene però richiamato segretamente in servizio per indagare su una vicenda molto spinosa: Controllo sospettava che il KGB avesse infiltrato una talpa ai vertici del Circus, nome in codice dell'MI6 inglese. A seguito del fallimento di un'importante missione in Repubblica Ceca, il governo comincia a credere ai sospetti dell'ex capo, e affida a Smiley il compito di verificarli. La missione porterà Smiley di nuovo nel cuore delle operazioni, facendolo addentrare in una rete di intrighi e doppiogiochi da cui dovrà districarsi per sopravvivere.
Dopo la celebre versione televisiva interpretata da Alec Guinness, La talpa di Le Carrè viene portata sullo schermo da Tomas Alfredson, regista di Lasciami entrare, horror svedese di qualche anno fa che è diventato in pochissimo tempo un film di culto per gli amanti del genere.
Alfredson, nonostante sia al primo lavoro hollywoodiano, riesce fin da subito a dare la sua impronta al film, riducendo all'osso le scene d'azione (una delle trovate più apprezzabili di Lasciami entrare) e concentrandosi sulla psicologia dei personaggi e sulle loro relazioni presenti e passate. Ecco quindi un uso intensivo del flashback, fotografato con un senso di amore e nostalgia per un'epoca felice e quasi nobile dello spionaggio, segnata dal rispetto e dalla serenità. Una serenità tuttavia era solo apparente, in quanto celava già quegli avvenimenti e quei segreti che avrebbero distrutto il gruppo dall'interno, seminando il sospetto e mettendo tutti contro tutti.
Il lento gioco al massacro interno cui si è sottoposto l'MI6 è incarnato dal personaggio di Smiley, magistralmente interpretato da Gary Oldman. Oldman ci presenta un personaggio solo apparentemente sottotono e distaccato, per il quale riesce a trovare un'espressività tutta sua che si estrinseca attraverso gli occhi. Smiley ha gli occhi di chi ha visto tanto, troppo, ed è stanco di vedere e di conoscere, ma non può far altro che continuare.
A Oldman si affianca un cast all british di tutto rispetto, da Colin Firth, elegante e serafico, a William Hurt, burbero ma leale, passando per un Tom Hardy lontano dalla fisicità di Bronson o del prossimo Batman, ma comunque eccellente nella parte dell'agente che potrebbe far cadere il castello di carte su cui Smiley indaga.
Alfredson realizza una spy story intensa e convincente, povera d'azione ma ricca di colpi di scena e sequenze di altissimo livello cinematografico, culminanti in un finale emozionante e quasi commovente, in cui, sulle note di La Mere, si regolano i conti e si ripensa a un passato che ormai non c'è più.
****
Pier
Londra, inizio anni '70. George Smiley è un agente segreto britannico ormai in pensione. Alla morte del suo ex capo, Controllo, Smiley viene però richiamato segretamente in servizio per indagare su una vicenda molto spinosa: Controllo sospettava che il KGB avesse infiltrato una talpa ai vertici del Circus, nome in codice dell'MI6 inglese. A seguito del fallimento di un'importante missione in Repubblica Ceca, il governo comincia a credere ai sospetti dell'ex capo, e affida a Smiley il compito di verificarli. La missione porterà Smiley di nuovo nel cuore delle operazioni, facendolo addentrare in una rete di intrighi e doppiogiochi da cui dovrà districarsi per sopravvivere.
Dopo la celebre versione televisiva interpretata da Alec Guinness, La talpa di Le Carrè viene portata sullo schermo da Tomas Alfredson, regista di Lasciami entrare, horror svedese di qualche anno fa che è diventato in pochissimo tempo un film di culto per gli amanti del genere.
Alfredson, nonostante sia al primo lavoro hollywoodiano, riesce fin da subito a dare la sua impronta al film, riducendo all'osso le scene d'azione (una delle trovate più apprezzabili di Lasciami entrare) e concentrandosi sulla psicologia dei personaggi e sulle loro relazioni presenti e passate. Ecco quindi un uso intensivo del flashback, fotografato con un senso di amore e nostalgia per un'epoca felice e quasi nobile dello spionaggio, segnata dal rispetto e dalla serenità. Una serenità tuttavia era solo apparente, in quanto celava già quegli avvenimenti e quei segreti che avrebbero distrutto il gruppo dall'interno, seminando il sospetto e mettendo tutti contro tutti.
Il lento gioco al massacro interno cui si è sottoposto l'MI6 è incarnato dal personaggio di Smiley, magistralmente interpretato da Gary Oldman. Oldman ci presenta un personaggio solo apparentemente sottotono e distaccato, per il quale riesce a trovare un'espressività tutta sua che si estrinseca attraverso gli occhi. Smiley ha gli occhi di chi ha visto tanto, troppo, ed è stanco di vedere e di conoscere, ma non può far altro che continuare.
A Oldman si affianca un cast all british di tutto rispetto, da Colin Firth, elegante e serafico, a William Hurt, burbero ma leale, passando per un Tom Hardy lontano dalla fisicità di Bronson o del prossimo Batman, ma comunque eccellente nella parte dell'agente che potrebbe far cadere il castello di carte su cui Smiley indaga.
Alfredson realizza una spy story intensa e convincente, povera d'azione ma ricca di colpi di scena e sequenze di altissimo livello cinematografico, culminanti in un finale emozionante e quasi commovente, in cui, sulle note di La Mere, si regolano i conti e si ripensa a un passato che ormai non c'è più.
****
Pier
martedì 3 gennaio 2012
Sherlock Holmes - Gioco di ombre
La tela del ragno
Europa, fine '800: continui attentati di matrice anarchica minano le già fragili relazioni tra gli stati, rendendo la possibilità di una guerra sempre più reale. La pace tra le potenze del continente è appesa a un filo, ed è quel filo che il prof. Moriarty cerca di tagliare. Matematico, campione di boxe, amico personale del primo ministro inglese, Moriarty tesse il suo piano come un ragno fa con la sua tela. Tutti i personaggi sono pedine sulla sua scacchiera, in una partita in cui c'è un solo avversario che lo possa fermare: Sherlock Holmes. Tra sparatorie, inseguimenti e misteri da risolvere Holmes, accompagnato come sempre dal fido Watson, cercherà di sventare il piano ordito da Moriarty, in un'avventura che lo catapulterà in ogni angolo d'Europa.
Devo confessarlo: appena uscito dalla sala, il nuovo film della saga di Holmes mi aveva lasciato un po' freddo. Certo, il divertimento e l'adrenalina non erano mancati, ma mi sembrava che Guy Ritchie avesse perso l'occasione di dare ulteriore spessore al personaggio che aveva così sapientemente saputo rilanciare con il film precedente. Storia avvincente ma superficiale, personaggi principali non molto diversi dal film precedente.
Ripensandoci, tuttavia, mi sono reso conto di aver appena visto un film difficile da trovare quanto una mosca bianca: un blockbuster di qualità. Il gusto per l'azione di Ritchie, unito al suo innegabile istinto per i dialoghi e per le scene al limite dell'assurdo, si sposano alla perfezione con un action movie che si distingue per la perfezione della fotografia e, soprattutto, del montaggio.
La scene al replay, per quanto già viste, sono comunque un capolavoro di tecnica e, se si esclude la caduta di stile "telepatica" in stile Dragonball del finale, sono tra i punti migliori del film. La sequenza nel bosco è forte, sporca ed esasperata, una delle vette più atte raggiunte dal cinema d'azione, con immagini di rara nitidezza ed espressività.
L'altro punto di forza del film è ovviamente la recitazione, con un Downey Jr. irresistibile nel suo ruolo di geniale cialtrone, e un Jude Law che nel ruolo di Watson offre un'altra prova convincente, forse una delle migliori della sua carriera.
Tutto questo contribuisce a far dimenticare una trama un po' sborracciata, in cui c'è poco del genio deduttivo del personaggio di Conan Doyle e della sua fine capacità di analisi. Guy Ritchie confeziona invece un racconto che ricorda più i romanzi di avventura di fine '800, ricco di duelli, fughe rocambolesche e divertimento.
Il giocattolo di Sherlock Holmes, dunque, funziona a dispetto dei difetti, e anzi forse anche grazie ad essi, e offre due ore di avventura, emozioni e divertimento di qualità allo spettatore, a patto che si dimentichi di pipa e mantellina e sia disposto a farsi trascinare dall'esilarante Holmes creato dal regista inglese.
***1/2
Pier
Europa, fine '800: continui attentati di matrice anarchica minano le già fragili relazioni tra gli stati, rendendo la possibilità di una guerra sempre più reale. La pace tra le potenze del continente è appesa a un filo, ed è quel filo che il prof. Moriarty cerca di tagliare. Matematico, campione di boxe, amico personale del primo ministro inglese, Moriarty tesse il suo piano come un ragno fa con la sua tela. Tutti i personaggi sono pedine sulla sua scacchiera, in una partita in cui c'è un solo avversario che lo possa fermare: Sherlock Holmes. Tra sparatorie, inseguimenti e misteri da risolvere Holmes, accompagnato come sempre dal fido Watson, cercherà di sventare il piano ordito da Moriarty, in un'avventura che lo catapulterà in ogni angolo d'Europa.
Devo confessarlo: appena uscito dalla sala, il nuovo film della saga di Holmes mi aveva lasciato un po' freddo. Certo, il divertimento e l'adrenalina non erano mancati, ma mi sembrava che Guy Ritchie avesse perso l'occasione di dare ulteriore spessore al personaggio che aveva così sapientemente saputo rilanciare con il film precedente. Storia avvincente ma superficiale, personaggi principali non molto diversi dal film precedente.
Ripensandoci, tuttavia, mi sono reso conto di aver appena visto un film difficile da trovare quanto una mosca bianca: un blockbuster di qualità. Il gusto per l'azione di Ritchie, unito al suo innegabile istinto per i dialoghi e per le scene al limite dell'assurdo, si sposano alla perfezione con un action movie che si distingue per la perfezione della fotografia e, soprattutto, del montaggio.
La scene al replay, per quanto già viste, sono comunque un capolavoro di tecnica e, se si esclude la caduta di stile "telepatica" in stile Dragonball del finale, sono tra i punti migliori del film. La sequenza nel bosco è forte, sporca ed esasperata, una delle vette più atte raggiunte dal cinema d'azione, con immagini di rara nitidezza ed espressività.
L'altro punto di forza del film è ovviamente la recitazione, con un Downey Jr. irresistibile nel suo ruolo di geniale cialtrone, e un Jude Law che nel ruolo di Watson offre un'altra prova convincente, forse una delle migliori della sua carriera.
Tutto questo contribuisce a far dimenticare una trama un po' sborracciata, in cui c'è poco del genio deduttivo del personaggio di Conan Doyle e della sua fine capacità di analisi. Guy Ritchie confeziona invece un racconto che ricorda più i romanzi di avventura di fine '800, ricco di duelli, fughe rocambolesche e divertimento.
Il giocattolo di Sherlock Holmes, dunque, funziona a dispetto dei difetti, e anzi forse anche grazie ad essi, e offre due ore di avventura, emozioni e divertimento di qualità allo spettatore, a patto che si dimentichi di pipa e mantellina e sia disposto a farsi trascinare dall'esilarante Holmes creato dal regista inglese.
***1/2
Pier
venerdì 23 dicembre 2011
Le idi di Marzo
Il lato oscuro del potere
Stephen Meyers è il giovane e brillante addetto alla comunicazione di Mike Morris, candidato alle primarie presidenziali del Partito Democratico statunitense. Morris ha fama di essere l'uomo del cambiamento, un uomo integerrimo per cui i valori vengono prima di tutto, lontano da ogni logica politica tradizionale. Stephen lo sostiene con entusiasmo, ma scoprirà a poco a poco che non è tutto oro quello che luccica.
Il quarto film di George Clooney torna a calcare i sentieri della politica, che diventa però questa volta il soggetto principale, e non solo il nemico da combattere come in Good Night and Good Luck. L'analisi che emerge è dura, un colpo allo stomaco e alle speranze riposte da Stephen e dallo spettatore in una politica nuova, aperta, pulita. Clooney ci accompagna in un viaggio che dalla luce porta alle tenebre, in un abisso di corruzione e giochi di potere che coinvolge tutti, persino chi pensava di esserne escluso. Il messaggio è reso ancora più forte dalla scelta di ambientare la storia all'interno del partito democratico, anzichè nel più demonizzato partito repubblicano, come a dire che il marcio sta da tutte le parti, non solo tra quelli che consideriamo i "nemici".
Il film non è particolarmente originale, ma è solido, ben costruito e ben realizzato: il messaggio è forte e chiaro, e alcune scene sono talmente intense che mozzano il fiato. Quella della prova microfono è un piccolo capolavoro, il punto più alto della regia e dell'ottima prova di Ryan Gosling, favorito se ce ne è uno per gli Oscar di quest'anno con questo film e Drive. Lo supporta un cast di contorno d'eccellenza, con Philip Seymour Hoffman misurato ma perfetto, Giamatti ambiguo, viscido ma irresistibilmente simpatico, e Clooney freddo e imperturbabile. Completa il gruppo Evan Rachel Wood, una delle attrici più interessanti ed eclettiche della sua generazione, che ci regala una performance interessante e convincente.
Le Idi di Marzo non è solo un film sulla perdita dell'innocenza individuale: è un film da non perdere che racconta la perdita dell'innocenza di una nazione, di uno stato per cui è diventata più importante l'apparenza della sostanza, e per cui mentire, fare guerre inutili e dannose e trascinare il paese sull'orlo della bancarotta è meno grave che andare a letto con la stagista.
****
Pier
Stephen Meyers è il giovane e brillante addetto alla comunicazione di Mike Morris, candidato alle primarie presidenziali del Partito Democratico statunitense. Morris ha fama di essere l'uomo del cambiamento, un uomo integerrimo per cui i valori vengono prima di tutto, lontano da ogni logica politica tradizionale. Stephen lo sostiene con entusiasmo, ma scoprirà a poco a poco che non è tutto oro quello che luccica.
Il quarto film di George Clooney torna a calcare i sentieri della politica, che diventa però questa volta il soggetto principale, e non solo il nemico da combattere come in Good Night and Good Luck. L'analisi che emerge è dura, un colpo allo stomaco e alle speranze riposte da Stephen e dallo spettatore in una politica nuova, aperta, pulita. Clooney ci accompagna in un viaggio che dalla luce porta alle tenebre, in un abisso di corruzione e giochi di potere che coinvolge tutti, persino chi pensava di esserne escluso. Il messaggio è reso ancora più forte dalla scelta di ambientare la storia all'interno del partito democratico, anzichè nel più demonizzato partito repubblicano, come a dire che il marcio sta da tutte le parti, non solo tra quelli che consideriamo i "nemici".
Il film non è particolarmente originale, ma è solido, ben costruito e ben realizzato: il messaggio è forte e chiaro, e alcune scene sono talmente intense che mozzano il fiato. Quella della prova microfono è un piccolo capolavoro, il punto più alto della regia e dell'ottima prova di Ryan Gosling, favorito se ce ne è uno per gli Oscar di quest'anno con questo film e Drive. Lo supporta un cast di contorno d'eccellenza, con Philip Seymour Hoffman misurato ma perfetto, Giamatti ambiguo, viscido ma irresistibilmente simpatico, e Clooney freddo e imperturbabile. Completa il gruppo Evan Rachel Wood, una delle attrici più interessanti ed eclettiche della sua generazione, che ci regala una performance interessante e convincente.
Le Idi di Marzo non è solo un film sulla perdita dell'innocenza individuale: è un film da non perdere che racconta la perdita dell'innocenza di una nazione, di uno stato per cui è diventata più importante l'apparenza della sostanza, e per cui mentire, fare guerre inutili e dannose e trascinare il paese sull'orlo della bancarotta è meno grave che andare a letto con la stagista.
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Pier
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