martedì 20 gennaio 2026

La Grazia

L'etica sfuggente della memoria


Mariano De Santis, il Presidente della Repubblica, è entrato nel “semestre bianco” del suo mandato. Vedovo, continua a pensare alla moglie Aurora, la cui morte lo ha chiuso in una crisalide di dolore che però non lascia trasparire. Noto per essere un temporeggiatore, gli ultimi mesi in carica lo mettono di fronte a due decisioni di grande importanza: se firmare o meno una rivoluzionaria sull’eutanasia, nonostante la sua fede cattolica e l’opposizione del papa; e se concedere la grazia a due persone colpevoli di aver ucciso il coniuge.

Sui muri della Mostra del Cinema, poco dopo la prima proiezione de La Grazia, è comparso un commento che sosteneva che si trattasse di un film fantasy per via, tra le altre cose, della presenza di politici competenti e di una buona legge sull’eutanasia. Una battuta, ma non troppo lontana dalla realtà: dopo aver messo alla berlina gli aspetti più grotteschi e criminali della politica con Il divo e Loro, Sorrentino dedica un film alla politica “alta”, quella con la P maiuscola, che lavora con serietà e spinta da un dubbio generatore anziché da false certezze; una politica che si arrovella su dilemmi etici, incarnata alla perfezione dalla figura di Mariano De Santis, un Presidente della Repubblica giurista che, come Antigone, si trova a scegliere tra la legge dei codici e quella dell’umanità e dell’empatia.

Questo non significa, tuttavia, che Sorrentino rinunci a raccontare l’umanità dei suoi protagonisti: De Santis è inscalfibile solo in apparenza (il suo soprannome, come scopre con scorno, è “cemento armato”). Sotto un’aura imperturbabile si nasconde un dolore profondo che sfocia nella depressione, nella mancanza di senso e voglia di vivere; un dolore che ha le sue radici nella morte dell’adorata moglie Aurora ma anche in un passato più lontano, in un segreto inconfessato e mai svelato che si perde nelle nebbie della memoria.

Amore e memoria sono i due coprotagonisti del film, con De Santis che si dibatte tra loro come un pesce preso in trappola, ossessionato a tal punto dal passato da essere non solo incapace di guardare al futuro, ma anche di vivere nel presente. Sorrentino tesse un dramma politico e intimista che non rinuncia a ridere delle assurdità della vita, tra amiche di infanzia dalla parlantina irresistibile (Coco Valori si candida a entrare nel pantheon dei grandi personaggi sorrentiniani, ed è sacrosanto che a lei sia lasciata l’ultima parola del film) e papi filosofi che girano in scooter, passando per gusti musicali inconfessabili e diete accettate di malavoglia.

A volte il regista napoletano eccede a livello narrativo, specchiandosi nell’assurdità poetica di alcune scene che però non hanno un reale impatto data la totale assenza di funzione narrativa o simbolica: l’eccentricità, da sola, non basta, e finisce per allungare il brodo, anziché insaporirlo. È però impossibile non notare come nei suoi ultimi film Sorrentino abbia asciugato il suo stile visivo, trovando una fortunata sintesi tra la freddezza formale delle sue prime opere e il barocco che lo ha reso famoso con La grande bellezza e i film immediatamente successivi. Non ci sono movimenti di macchina che sono puri sfoggi di bravura, e tutto è al servizio degli attori e della storia.

La solitudine di De Santis è ben resa sia dalle ampie inquadrature all’interno del Quirinale, un acquario deserto con un unico pesce, sia dai primi piani stringenti su Toni Servillo, splendido nella sua capacità di rendere la complessità del paesaggio emotivo di un presidente eternamente indeciso con sguardi, silenzi, sospiri. Un’interpretazione, la sua, lontanissima da quella offerta per Jep Gambardella o Andreotti, e che unisce l’empatia del primo all’imperturbabilità del secondo, regalando un personaggio umano, vivo, il cui dubbio è cifra ontologica e la memoria è l’unico rifugio sicuro.

La grazia non passerà alla storia come il film migliore di Sorrentino, ma offre spunti etici ed emotivi di grande impatto, nonostante le sbrodolature, e soprattutto conferma l’encomiabile desiderio del regista partenopeo di esplorare storie e tematiche nuove, anziché fossilizzarsi sulla poetica e lo stile che lo hanno reso famoso (il rischio, prima di È stata la mano di Dio, sembrava esserci). Gli eccessi di altre sue opere lasciano qui il passo all’esplorazione e alla celebrazione della sobrietà, della vita di un uomo degno e dignitoso, tormentato dall’idea di non esserlo al punto di rinunciare a vivere. 

Sorrentino offre non più uno sguardo alla morte incombente che si nasconde in agguato dietro una vitalità esibita ma di facciata, ma la vita che cerca di farsi strada, una pianta che cerca di rifiorire in un terreno arido e bruciato, e riesce a mettere radici.

*** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

domenica 4 gennaio 2026

No Other Choice

La morte della solidarietà


Man-su è un operaio specializzato nel settore della carta. Lavora nella stessa azienda da 25 anni. Ha una bella famiglia (la moglie Miri, due figli, e due cani) e una bella casa. La sua vita sembra felice fino a quando, dopo essersi rifiutato di licenziare degli operai, viene licenziato a sua volta, mettendo a rischio tutto ciò per cui ha lavorato così duramente. I suoi tentativi di trovare un nuovo lavoro vengono frustrati dalla scarsità di posti disponibili per un un lavoratore con la sua esperienza. Man-su, disperato, decide che deve dare una mano alla sorte...

Park Chan-wook torna tre anni dopo Decision to Leave con una commedia nera, nerissima su come il capitalismo corrompa anche l'animo più nobile, fagocitando i suoi fedeli servitori e spingendoli a una guerra tra poveri svilente e piena di disperazione. Il tema non è nuovo (è al centro anche di numerose scene di Fantozzi, per esempio), ma è innegabile che la sperequazione in questi anni sia diventata sempre più estrema, che il legame di solidarietà tra aziende e lavoratori, già labile, sia stato del tutto reciso, e che anche quello tra lavoratori stia facendo lentamente la stessa fine. Il tema deve essere molto sentito in Corea del Sud, dove negli ultimi anni è emerso con forza un cinema dalle forti connotazioni politiche, che usa il genere (la satira, come qui e in Parasite, o la fantascienza distopica come in Squid Game o in Mickey 17) per raccontare il quotidiano. 

Park Chan-wook sceglie un approccio disincantato e cinico che unisce satira e critica sociale - un taglio che sarebbe piaciuto a Elio Petri, che avrebbe forse ridotto le risate e asciugato la forma per concentrarsi maggiormente sul tema. Park, tuttavia, è un formidabile narratore, capace di creare personaggi memorabili già al primo impatto - personaggi che svolgono una funzione simbolica ma riescono al tempo stesso a essere veri e autentici, facendo appassionare il pubblico alle loro vicende. Il risultato è un film che ricorda una rapsodia jazz, con continui cambio di tonalità e ritmo ma un tema sotterraneo che lega il tutto in modo armonico.

Park è però soprattutto un maestro nella costruzione delle immagini: pochi registi sanno usare la luce come lui, coniugandone perfettamente il ruolo funzionale con quello simbolico e quello estetico (Park stesso ne parla qui). Anche in No other choice il regista coreano dipinge con la macchina da presa, alternando momenti poetici ad altri grotteschi con una fluidità di ripresa e montaggio che fa sì che il film risulti omogeneo e coeso nonostante i continui cambi tonali. Due scene "musicali", in particolari, sono da applausi a scena aperta per perfezione della composizione e perfetta integrazione di tutti gli elementi.

Anche la direzione degli attori è, come sempre, eccezionale: Lee Byung-hun dimostra ancora una volta la sua incredibile poliedricità, alternando registri del tutto diversi ma mantenendo sempre una verità e un'umanità fondamentali per la riuscita del film. Tutto il cast intorno a lui offre una prova eccellente, ma a brillare è soprattutto Son Ye-jin, ultimo baluardo di razionalità mentre il mondo di Man-su crolla e tutto sembra perduto.

No other choice non è, forse, l'opera migliore di Park Chan-wook, ma è comunque un capolavoro, perché Park è uno di quei registi che sembrano incapaci di fare film meno che eccellenti. Anche a questo giro realizza un'opera potentissima, che resta impressa per la forza e l'urgenza del suo messaggio e la potenza delle sue immagini, e ci spinge a riflettere su cosa sia diventata la nostra società, in cui ormai la solidarietà è diventata qualcosa da deridere anziché un valore da difendere.

*****

Pier

giovedì 18 dicembre 2025

Father Mother Sister Brother

La poesia del quotidiano


New Jersey, Dublino, Parigi: tre città diverse per raccontare il rapporto di tre coppie di fratelli con i propri genitori, tra silenzi e incomprensioni. Perché possiamo scegliere tutti, ma non i parenti.

Nell’ormai lontano 2003, Jim Jarmush realizzò Coffee and Cigarettes, un film antologico il cui, attraverso il rituale di caffé e sigarette, il regista statunitense raccontava l’umanità e le sue nevrosi. Era un film spiazzante, difficile da digerire e apparentemente disconnesso come tutti i film a episodi, che però cresceva dentro, diventando sempre più omogeneo e coeso, man mano che ci si ripensava. Jarmush aveva preso la quotidianità e la aveva usata per parlare del senso della vita e di cosa ci rende davvero umani. Quello che non veniva detto era più importante di ciò che veniva detto, e il particolare nascondeva, per poi rivelarlo gradualmente, l’universale.

In Father Mother Sister Brother, sorprendente ma meritato vincitore del Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, Jarmush riprende quell’approccio, ma questa volta per raccontare cosa significa essere figli, fratelli, una famiglia. L’assenza genitoriale (emotiva o reale) è il filo conduttore, ma ciò che accomuna gli episodi è l’impossibilità di comunicare. In Father, il primo episodio, Tom Waits è un genitore meravigliosamente cialtrone, di cui i figli (Adam Driver e Mayim Bialik) non si fidano fino in fondo e cui, soprattutto, non hanno nulla da dire.

In Mother, Charlotte Rampling vede le due figlie (Vicky Krieps e Cate Blanchett) una volta all’anno per un té pomeridiano ingessato e formale, totalmente disinteressata alle loro vite, di cui chiede per pura cortesia. In ambedue gli episodi l’incapacità di comunicare non è prerogativa dei genitori, ma si estende ai figli, dando vita a conversazioni esilaranti fatte di silenzi, luoghi comuni, totalmente mancanti di qualunque connessione emotiva.


Ma è nel terzo episodio, Sister Brother, che cogliamo la vera essenza del film: qui i due fratelli (Indya Moore e Luka Sabbat) si parlano, discutono, si aggiornano con sincero interesse sulle proprie vite, e lo fanno perché sono entrambi emotivamente vulnerabili, gli scudi abbassati, a causa della morte dei genitori. L’assenza emotiva si fa fisica, e le barriere cadono, aprendo le cataratte dei ricordi e mettendo in mostra un legame indissolubile che trascende le distanze spaziali e temporali.

E in quel momento si nota che, negli episodi precedenti, i figli faticavano a comunicare non solo con i genitori, ma anche tra loro, e che l’unico momento di vera, autentica connessione, l’unico momento di complicità veniva proprio dai genitori stessi: le bizzarrie del padre, i romanzi romance scritti dalla madre. Quella dei genitori è un’assenza che è anche presenza, un legame indissolubile, ineluttabile, un nodo gordiano emotivo di cui Jarmush mette in luce l’enorme complessità, le mille sfaccettature.

Jarmush connette gli episodi con alcuni elementi ripetuti, seguendo una struttura più poetico/musicale che filmica, con temi ricorrenti che scompaiono e riappaiono come fiumi carsici: dal brindare con bevande “inappropriate” a Rolex veri e finti, passando per espressioni gergali poco conosciute e la rilevanza delle automobili. Questi déjà vu tra i vari episodi contribuiscono ad aumentarne la coesione tematica e, soprattutto, a creare una risonanza emotiva, un’eco che cresce con il passare degli episodi fino a esplodere in tutta la sua potenza nel terzo, il più commovente, in cui l’assenza genitoriale abbatte le barriere e le parole e gli affetti fluiscono liberi e incontrollati, i non detti finalmente espressi.


L’elemento ricorrente più importante è però quello degli skater, che appaiono come una visione (con tanto di inquadratura al ralenti e aumento della luminosità): non un semplice dettaglio di trama, ma una metafora che si pone in antitesi alle vite dei protagonisti. Gli skater volteggiano liberi, all’aria aperta, laddove i protagonisti sono intrappolati in rituali e silenzi che, nel tenerli lontani, impediscono loro di vivere appieno. Sono cristallizzati, bloccati in un eterno presente dove ogni gesto, ogni parola è automatizzata, prevedibile, priva di significato. Agognano alla libertà, al librarsi in aria e a sospendere per un breve, lunghissimo istante la gravità, ma non riescono a concedersi di farlo. Solo la morte riesce a spezzare le catene e convincerli a uscire dalla prigione, concedendosi un attimo di connessione, un istante di leggerezza.

Il comparto visivo è, in apparenza semplice, senza artifici o palesi esibizioni di bravura, ma ogni immagine potrebbe essere una fotografia d’autore, uno spaccato di vita che cattura un attimo di verità, soprattutto quando pensiamo che nessuno ci guardi: mentre guardiamo fuori dalla finestra, dando le spalle a tutti, o mentre ci guardiamo allo specchio. Ci sono le inquadrature dall’alto rese celebri da Coffee and Cigarettes, ma anche dettagli, suggestioni, e oggetti, tanti oggetti: madeleine filmiche, "cose buone di pessimo gusto" che aprono una porta sull’anima nonostante tutti i nostri sforzi per tenerla chiusa a chiave. La musica, spesso importante nel cinema di Jarmush, è minimale, usata solo per le transizioni da un episodio all’altro e in uno dei momenti emotivamente più forti, in cui un semplice tragitto in auto diviene memoria, ricordo, ri-connessione.

Father Mother Sister Brother è un film di contrasti: esilarante e freddo per due terzi per poi diventare malinconico, accogliente, caldo, e farci rendere conto che il calore era lì fin dall’inizio, solo nascosto sotto il ghiaccio della formalità; un film all’apparenza semplice, eppure complesso, stratificato, in grado di usare la quotidianità per raccontarci chi siamo e scavare nella nostra anima. Jarmush si conferma uno dei più grandi poeti della macchina da presa contemporanei: un regista che racconta storie fatte di niente e, nel farlo, parla di tutto.

**** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

mercoledì 17 dicembre 2025

Train Dreams

La bellezza di una vita


America, inizio Novecento. Un narratore senza nome racconta la vita di Robert Grainier. Orfano, inizia ben presto a lavorare come taglialegna in Idaho, durante l'espansione delle linee ferroviarie. La sua vita scorre sullo sfondo di una natura incontaminata e di rapporti personali e lavorativi che lo cambiano a poco a poco, mentre il mondo intorno a lui continua a scorrere.

Che valore ha una vita? Questa l'enorme domanda che si pone Clint Bentley, alla sua opera seconda come regista, in Train Dreams (già disponibile su Netflix), tratto dall'omonimo romanzo di Denis Johnson. A questa domanda si potrebbe rispondere adottando una prospettiva cosmologica, come fatto da Terrence Malick nei suoi ultimi lavori, guardando all'immensità della natura e alla piccolezza dell'uomo rispetto ad essa. In alternativa si potrebbe adottare una prospettiva più privata, intimista, focalizzandosi sulle piccole cose che costituiscono il nostro quotidiano, sulle gioie e i dolori di una vita semplice. Questo, ad esempio, l'approccio usato di recente da Wim Wenders in Perfect Days, o da Uberto Pasolini in quel gioiello di Still Life.

Bentley, con grande ambizione, decide di adottare ambedue le prospettive - sia macroscopica, sia microscopica - e lo fa raccontando la vita semplice di un uomo che vive a stretto contatto con la natura, la cui esistenza e sopravvivenza dipendono dalla natura e dal mantenere un equilibrio con essa. Un'operazione rischiosa, che Bentley completa con successo grazie a un grande talento per la narrazione, sia per parole che per immagini. 

Train Dreams è raccontato da una voce narrante: non è importante chi sia, perché ci sta raccontando una storia, una vita - la vita di Robert Grainier. Una vita semplice, come tutte, ma comunque abbastanza importante da essere raccontata, come tutte. Grainier cerca per tutta la vita un senso, un significato alla sua presenza in questo mondo, alle sue azioni: lo cerca quando è giovane e rimane orfano; lo cerca quando trova l'amore; lo cerca quando una tragedia segna la sua vita; e lo cerca quando, ormai anziano, smette di fare il lavoro che ha fatto per tutta una vita, quello di taglialegna. Alla fine lo trova, e scopre che era stato davanti a lui fin dall'inizio. La storia di Robert è quella di un viaggio interiore, che lo porta a conoscere se stesso e a riconoscere il suo ruolo nel mondo. Joel Edgerton è straordinario nel ruolo del protagonista, e offre un'interpretazione perfettamente intonata al tema del film: il suo Robert è fatto di silenzi, preferisce ascoltare al parlare, e ha occhi che parlano, scrutano, cercano.

La storia di Train Dreams però non è solo quella di Robert: è anche quella delle persone che incontra sul suo percorso, dal suo mentore nel mondo dei taglialegna (un meraviglioso William H. Macy), di sua moglie (Felicity Jones, sempre ottima), di una donna di cui sfiora la vita quando ormai è in là con gli anni (Kerry Condon in un cameo breve ma emotivamente potentissimo). C'è, soprattutto, la natura, i boschi che Robert taglia per vivere ma che al tempo stesso costituiscono il teatro della sua vita, il luogo in cui vive gioie e dolori, in cui nascono i suoi ricordi più belli e i suoi rimorsi più atroci, e in cui scopre lentamente se stesso. L'immensità e la stordente bellezza della natura, così come la sua devastante furia, vengono raccontate con una fotografia calda, struggente, che vive di luce naturale e la restituisce allo spettatore con la potenza evocativa di un'alba, di un tramonto, riuscendo sempre a essere realistica e mai da cartolina.

Train Dreams ha tanti genitori, sia cinematografici che non. C'è Malick, il debito più evidente a livello visivo, ma c'è anche Truffaut; ci sono tutti i cantori delle vite semplici e degli Stati Uniti che cambiano senza cambiare, da Steinbeck a John Edward Williams; ci sono, soprattutto, i poeti del rapporto uomo-natura, Robert Frost e Walt Whitman, e la loro capacità di raccontare il mondo interiore evocando la sorprendente bellezza e durezza di quello isteriore.

Bentley realizza un film lirico ma in grado di intrattenere, evocativo ma realistico, universale ma in grado di raccontare alla perfezione i cambiamenti di una società. Train Dreams commuove per la sua semplicità, per la sua capacità di raccontare l'eccezionalità di una vita, di ogni vita, senza bisogno di spettacolarizzarla, ma concentrandosi proprio sull'ordinarietà, sulle piccole cose che tendiamo a dare per scontate, ma che al loro interno contengono moltitudini.

*****

Pier

The Smashing Machine (In pillole #35)

Imparare a perdere


Benny Safdie racconta la storia vera di Mark Kerr, lottatore di arti marziali miste, cui Dwayne Johnson presta volto e corpo, raccontandone la forza fisica e la fragilità emotiva. La prestazione di Johnson è il principale elemento di interesse in quello che, per il resto, è un solido film sportivo, molto tradizionale nell'impianto ma fotografato con un taglio semi-documentaristico che accresce l'impatto di alcune scene.

Il film ha il anche il pregio di non raccontare una classica parabola di caduta-redenzione-rinascita, ma quella di un'accettazione della sconfitta come parte della vita. Questa parabola è comunque presente grazie alle vicende di Mark Coleman, amico e collega di Kerr che invece la segue perfettamente. Safdie dà centralità alla storia di Coleman per far emergere per contrasto la particolarità di quella meno convenzionale di Kerr. 

Il risultato è un film che non brilla per originalità - visto il regista era forse lecito aspettarsi qualcosa di più - ma funziona a livello narrativo ed emotivo grazie a una solida e sorprendente prova del suo protagonista, messo al centro della vicenda senza spettacolarizzazione o tentativi di mimesi da actor studio, ma con un realismo che colpisce e contribuisce a costruire una morale non scontata su cosa significhi "vincere" nello sport e nella vita.

*** 1/2

Pier

sabato 22 novembre 2025

Frankenstein

Once upon a time...


Un equivoco che ricorre quando si pensa al cinema di Guillermo Del Toro è che sia un regista horror. In parte è vero: il regista messicano ha un grande gusto per l'orrore e sa girare scene che ricadono pienamente nel genere. Tuttavia, Del Toro andrebbe descritto più correttamente come un regista fantasy, e nello specifico un tessitore di fiabe moderne. Nei suoi film ci sono creature, mostri, elementi fantastici a non finire, ma l'orrore è quasi sempre interiore, spesso contrapposto a un orrore esteriore che nasconde però un cuore puro. Il mostro, la creatura fuori dall'ordinario è incompresa, perseguitata, ma sensibile, introspettiva. Uno stilema tipico della fiaba che ricorre in tutti i suoi lavori, da Il labirinto del fauno a Hellboy, e che trova la sua sublimazione ne La forma dell'acqua - non il suo film migliore, forse, ma quello più giusto da premiare con l'Oscar, in quanto perfetta summa della sua poetica.

Non sorprende quindi che anche questo adattamento di Frankestein abbia i toni della fiaba, del racconto fantastico più che del racconto ammonitore sui limiti della ragione e dell'ambizione, come probabilmente lo aveva inteso Mary Shalley. L'aspetto fiabesco è particolarmente evidente nella componente visiva, sontuosa e oltremondana, molto debitrice di uno dei lavori meno conosciuti di Del Toro, Crimson Peak, e che regala un mix steampunk di impossibile e scientifico, di magia e meccanica. Il laboratorio di Viktor è forse l'highlight della scenografia, mentre a livello fotografico spiccano le scene nell'Artico, quelle in cui Del Toro concede di più all'horror (ci sono eco evidenti di Poe nella nave bloccata nei ghiacci) ma senza mai scivolarci davvero.

Anche in Frankestein ricorrono tutte le corde del cinema di Del Toro: dall'umanità del mostro alla mostruosità dell'uomo, passando per la ricerca dell'amore e della connessione. Ed è proprio a livello tematico, infatti, che il film parzialmente delude: a differenza del Dracula di Coppola non rivoluziona un mito già esplorato infinite volte dalla cinematografia, e anzi riprende toni e situazioni già viste sia in altri adattamenti (il mostro è molto debitore dell'incarnazione vista in Penny Dreadful, una delle migliori serie TV, di genere e non, degli ultimi dieci anni), sia in altri lavori di Del Toro. Forse era inevitabile, visto che questo mito ha, per sua stessa dichiarazione, formato la poetica deltoriana. E, in fondo, le fiabe sono spesso ripetitive, costruite su archetipi e lezioni morali che ritornano di continuo.

Rimane però la sensazione che si potesse fare di più, trovare chiavi nuove (come Del Toro aveva fatto, con efficacia, ne La forma dell'acqua), chiavi che qui sono invece assenti, con due notevoli eccezioni. La prima è uno spunto tolkieniano su come la morte sia un dono e non una maledizione da cui fuggire: la creatura è qui immortale, e da qui deriva il suo tormento, la sua disperazione all'essere condannato a un'eternità di solitudine. La seconda è la caratterizzazione di Viktor, che diviene perfetta incarnazione della mascolinità tossica. Elizabeth non è più l'amata dello scienziato, ma il suo desiderio proibito, il capriccio di un bambino mai veramente cresciuto: Viktor beve solo latte durante il film, e Mia Goth interpreta sia Elizabeth che sua madre. 

Cosa resta, dunque, di questo Frankenstein? Resta un film comunque in grado di intrattenere grazie all'inventiva visiva di Del Toro e alla splendida prova del cast, con Oscar Isaac mostro-creatore, Elordi mostruosamente bello e dolente, e una Mia Goth ambigua e carismatica. Frankenstein è come un dolce ben confezionato che però non riesce a stupire, un tentativo di rivistare il tiramisu che però finisce semplicemente per presentare in modo diverso e visivamente accattivante gli ingredienti: lo si mangia volentieri, ma poi, visto il cuoco, è inevitabile pensare che era lecito aspettarsi di più.

*** 1/2

Pier

sabato 25 ottobre 2025

Bugonia

La morte dell'umanità


In Matrix, uscito nel 1999, l’agente Smith definiva gli esseri umani dei parassiti, una specie capace solo di sfruttare il proprio ospite fino a portarlo alla morte. Se questo punto di vista sembrava allora eccessivamente cinico, oggi ci ritroviamo di fronte alla sua inconfutabile verità. Consumiamo più risorse di quante la Terra possa produrne, specie animali si estinguono a causa nostra, e guerre pretestuose mirano ad annichilire interi popoli. Il pianeta è in fiamme, e i piromani siamo noi.

Su questa premessa si fonda anche Bugonia, il nuovo film di Yorgos Lanthimos, remake di un film coreano del 2003, Save the Green Planet!. Bugonia è un film cinico, in cui anche le corse in bici di spielberghiana memoria perdono ogni fascino e divengono lame taglienti e disperate. Un film che unisce il Lanthimos degli esordi a quello “hollywoodiano”, trovando una sintesi cupa e disperata ma anche deliziosamente grottesca, che riesce a fondere sperimentazione e linearità narrativa. Lanthimos sviscera la stupidità umana in tutte le sue forme: dall’incapacità di non cedere ai propri impulsi primari alla totale mancanza di spirito critico; dalla bellicosità alla totale noncuranza per le altre creature che abitano il pianeta con noi, passando per il progressivo asservimento alla logica del profitto a tutti i costi.

La genialità di Lanthimos sta nel fatto che, a differenza di altre film con tematiche simili, non c’è un paladino del bene che si batte contro un’umanità cieca e corrotta. Tutti i protagonisti sono portatori sia di idee positive, sia di deliri autodistruttivi che spaziano da quello di onnipotenza a una credulità e irresponsabilità bambinesca. Tutti i protagonisti, tuttavia, credono di essere i paladini del bene. La totale incapacità di accettare le proprie colpe, la certezza incrollabile di essere nel giusto anche di fronte all’evidenza del contrario, la necessità di dover trovare un nemico, un colpevole per le proprie sofferenze guidano sia Teddy che Michelle, per quanto siano animati da motivazioni diametralmente opposte.

In Bugonia non c’è nemmeno la catarsi tipica della tragedia greca (una delle grandi ispirazioni del cinema di Lanthimos), quantomeno per i suoi protagonisti: la cecità li porta all’autodistruzione senza nemmeno rendersene conto, e solo un deus ex machina può evitare che questa distruzione si estenda anche al pianeta. Non c’è pentimento, non c’è redenzione: solo una spirale di follia. Il reale e il fantastico si inseguono per tutto il film, in un gioco di disvelazioni che, alla fine, non ha vincitori, e che mette in dubbio il concetto stesso di reale.

Questo aspetto si riflette anche nell’aspetto visivo, dove Lanthimos sceglie una fotografia realistica costellata di momenti surreali e alieni, creando un senso di straniamento che rispecchia e rinforza la tensione narrativa. Ad aiutarlo contribuiscono anche le prove eccezionali di Jesse Plemons, concentrato di fragilità, effetto Dunning-Kruger, e sadismo, e Emma Stone, affascinante e respingente al tempo stesso, e manipolatrice come solo un’aliena o un’amministratice delegata di Big Pharma potrebbero essere.

Bugonia è un film ipnotico, che si nutre di opposti: una tragedia in cui si ride, un film senza speranza che mira a risvegliare le coscienze, una storia in cui il villain non è nessuno e, al tempo stesso, siamo tutti noi, con un finale che pietrifica e, al tempo stesso, lascia con un senso di giustizia compiuta. Lanthimos realizza un’opera che entra dentro il cuore e l’anima e li diliania lentamente, lasciando dietro di sé solo silenzio – un silenzio che, forse, rappresenta un nuovo inizio.

**** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.