Un buon finale per una saga epica
Smaug, risvegliato dai Nani, attacca Pontelagolungo, dove semina morte e distruzione. Bard riesce però nell'impresa di ucciderlo, scagliando la freccia nera nell'unico punto scoperto della corazza del mostro. La notizia della sconfitta del Drago si sparge rapidamente, ed Elfi e Uomini arrivano alla Montagna Solitaria per reclamare una parte del tesoro. Thorin, tuttavia, totalmente soggiogato dalla malia del tesoro del Drago, rifiuta qualunque concessione, portando i tre popoli sull'orlo della guerra. Nel frattempo gli Orchi di Sauron marciano sulla montagna, pronti a uccidere tutti i nemici dell'Oscuro Signore.
E così siamo arrivati alla fine: dopo sei film Peter Jackson scrive la parola fine sulla sua rivisitazione dell'universo tolkieniano. Alcuni capitoli sono stati intimenticabili (La Compagnia dell'Anello, Il Ritorno del Re), altri rivedibili (La desolazione di Smaug), ma tutti sono accomunati dalla capacità di generare nello spettatore un fanciullesco stupore, trasportandolo in un mondo di fantasia che in cuor nostro vorremmo fosse reale. La Battaglia delle Cinque Armate non fa eccezione, e regala due ore e rotti di emozione e divertimento, tra battaglie, attacchi di creature sovrannaturali e crisi di coscienza. Il film ricorda da vicino Le Due Torri, il film della Trilogia dell'Anello caratterizzato dalla presenza incombente, massiccia e spettacolare della battaglia del Fosso di Helm. Il film ha un sapore decisamente marziale, diviso com'è tra battaglie di diversa natura e motivazione: c'è quella degli abitanti di Pontelagolungo per la sopravvivenza, quella tra Elfi e Nani per le ricchezze della Montagna, quella che unisce questi ultimi e gli Uomini contro la comune minaccia degli Orchi; c'è la battaglia di Thorin contro il malefico incanto dell'oro del Drago, quella di Bilbo per evitare una guerra fratricida, quella del Bianco Consiglio contro Sauron rivelato.
Jackson si districa tra i vari momenti con la consueta maestria e abilità, regalando alcuni momenti di grande spettacolo (battaglia di Dol Guldur e attacco del Drago su tutti) e una scena di grande maturità artistica quando mette Thorin di fronte ai suoi spettri e alle sue contraddizioni. La lotta interiore del Nano viene resa in modo originale, con il suo inconscio e i suoi demoni incarnati dall'ombra del Drago, che aleggia sia sul suo oro sia sul suo cuore, in un richiamo esplicito dei miti nordici cui Tolkien si è ispirato per creare la Terra di Mezzo.
Gli attori svolgono il loro compito in modo egregio, con Martin Freeman che conferma ancora una volta di essere un Bilbo perfetto, e Richard Armitage che dona un accresciuto spessore al personaggio di Thorin.
Si arriva così al finale, che strappa una lacrima ai fan della prima ora grazie a una ring composition da manuale, con Bilbo che finisce il suo racconto là dove inizia la grande avventura di suo nipote Frodo. La Battaglia delle Cinque Armate è una degna conclusione di una trilogia certamente in tono minore rispetto a quella dell'Anello, ma comunque in grado di emozionare ancora una volta gli spettatori, risvegliando quell'infantile piacere di stare ad occhi spalancati mentre la storia prende vita di fronte a noi.
***
Pier
Nota a margine da fan intransigente: peste e maledizioni sul traduttore italiano, che non si è nemmeno premurato di verificare che "Five Armies" è sempre stato tradotto con "Cinque Eserciti".
mercoledì 17 dicembre 2014
lunedì 15 dicembre 2014
Pride
La forza gentile degli emarginati
Londra, 1984. I minatori gallesi sono ormai allo stremo mentre si prolunga lo sciopero contro le politiche del governo Thatcher. In loro aiuto accorre inaspettattamente un'associazione per i diritti omosessuali, Lesbian and Gays Support the Miners, guidata dal giovane attivista Mark. Dopo qualche iniziale diffidenza, i due gruppi cominceranno a collaborare in modo efficace, creando un patto di solidarietà a favore del cambiamento sociale e contro tutte le discriminazioni.
Ci voleva, un film come Pride, in un periodo come questo, dove la crisi che ha messo in ginocchio tante persone sta generando una situazione paradossale, in cui i poveri e gli emarginati si fanno la guerra tra loro mentre i ricchi godono. Ci voleva, in un'epoca in cui solidarietà è spesso una parola vuota, quasi fastidiosa, questa storia vera del rapporto tra associazioni omosessuali e minatori gallesi, inizialmente divisi da reciproche diffidenze, ma poi uniti contro il nemico comune, che vuole privarli di lavoro e dignità. Ci voleva la storia di Mark e dei suoi amici, un idealista alla testa di un'armata Brancaleone di sognatori, un'armata disorganizzata, imperfetta, ingestibile, ma proprio per questo umana e capace di grandi cose.
Pride è una commedia drammatica da manuale, in cui risata e lacrime, divertimento e riflessione vanno di pari passo, non lasciando mai veramente spazio l'uno all'altro, ma procedendo in parallelo a costruire una grande storia vera. La forza vitale dei LGSM, contrapposta alla burbera cordialità dei minatori, crea momenti di ilarità irresistibili, ma sullo sfondo aleggiano sempre i fantasmi che perseguitano i due gruppi di protagonisti: da una parte l'AIDS, che in quegli anni comincia a mietere le sue vittime, e dall'altra la disoccupazione e la fame.
Il cast è perfetto, umano, vivo, corale, coinvolge e avvince con storie di ordinaria umanità, di emancipazione e di rivendicazioni. Su tutti spicca la coppia composta da Dominic West e Andrew Scott, che colpisce per verità, intimità e voglia di vivere appieno il proprio amore, contro la malattia e le convenzioni imposte dalla società.
Pride è un gioiellino, una commedia che sembra scritta dal Ken Loach degli esordi, in cui risata e impegno sociale si uniscono in un matrimonio perfetto e in cui la salvezza dei mani nel mondo è ancora nella mano tesa dei nostri compagni di sventura. Da non perdere.
**** 1/2
Pier
Londra, 1984. I minatori gallesi sono ormai allo stremo mentre si prolunga lo sciopero contro le politiche del governo Thatcher. In loro aiuto accorre inaspettattamente un'associazione per i diritti omosessuali, Lesbian and Gays Support the Miners, guidata dal giovane attivista Mark. Dopo qualche iniziale diffidenza, i due gruppi cominceranno a collaborare in modo efficace, creando un patto di solidarietà a favore del cambiamento sociale e contro tutte le discriminazioni.
Ci voleva, un film come Pride, in un periodo come questo, dove la crisi che ha messo in ginocchio tante persone sta generando una situazione paradossale, in cui i poveri e gli emarginati si fanno la guerra tra loro mentre i ricchi godono. Ci voleva, in un'epoca in cui solidarietà è spesso una parola vuota, quasi fastidiosa, questa storia vera del rapporto tra associazioni omosessuali e minatori gallesi, inizialmente divisi da reciproche diffidenze, ma poi uniti contro il nemico comune, che vuole privarli di lavoro e dignità. Ci voleva la storia di Mark e dei suoi amici, un idealista alla testa di un'armata Brancaleone di sognatori, un'armata disorganizzata, imperfetta, ingestibile, ma proprio per questo umana e capace di grandi cose.
Pride è una commedia drammatica da manuale, in cui risata e lacrime, divertimento e riflessione vanno di pari passo, non lasciando mai veramente spazio l'uno all'altro, ma procedendo in parallelo a costruire una grande storia vera. La forza vitale dei LGSM, contrapposta alla burbera cordialità dei minatori, crea momenti di ilarità irresistibili, ma sullo sfondo aleggiano sempre i fantasmi che perseguitano i due gruppi di protagonisti: da una parte l'AIDS, che in quegli anni comincia a mietere le sue vittime, e dall'altra la disoccupazione e la fame.
Il cast è perfetto, umano, vivo, corale, coinvolge e avvince con storie di ordinaria umanità, di emancipazione e di rivendicazioni. Su tutti spicca la coppia composta da Dominic West e Andrew Scott, che colpisce per verità, intimità e voglia di vivere appieno il proprio amore, contro la malattia e le convenzioni imposte dalla società.
Pride è un gioiellino, una commedia che sembra scritta dal Ken Loach degli esordi, in cui risata e impegno sociale si uniscono in un matrimonio perfetto e in cui la salvezza dei mani nel mondo è ancora nella mano tesa dei nostri compagni di sventura. Da non perdere.
**** 1/2
Pier
sabato 13 dicembre 2014
Magic in the Moonlight
Divertimento in tono minore
Europa,1928. Stanley Crawford è un celebre prestigiatore che, sotto lo pseudonimo e le vesti del cinese Wei Ling Soo, incanta le platee di tutto il Vecchio Continente. Crawford è un gentiluomo inglese snob e dalla battuta tagliente, così conscio della propria intelligenza da risultare spesso arrogante e saccente. Quando un amico gli propone di aiutarlo a smascherare una presunta medium che ha circuito il giovane rampollo di una ricca famiglia americana, Crawford accetta senza indugio, desideroso di mostrare la propria superiorità. Si reca quindi in Costa Azzurra, dove si spaccia per un uomo d'affari. L'incontro con la medium, la giovane Sophie Baker, ha però un effetto inaspettato su Crawford: per la prima volta in vita sua, capisce cosa sia l'amore.
Dopo i toni cupi Blue Jasmine, Woody torna alla commedia sofisticata e leggera che tanto spesso ha esplorato negli ultimi dieci anni. Lo fa con un film all'apparenza leggero e scanzonato, che racconta la storia di un burbero misantropo che viene cambiato dall'amore. Sotto la superficie, tuttavia, si intravedono tematiche più profonde: Allen ritrae lo splendore dei roaring twenties, tra feste, abiti da cocktail, jazz e charleston, ma ambienta il film un anno prima del crack in borsa che distruggerà quel sogno; mostra l'incanto e lo sfarzo dell'Europa, ma fa anche intravedere le prime crepe che portarono al nazismo e al secondo conflitto mondiale; celebra l'amore, ma fa anche intendere che l'amore, come tutti i sentimenti, non è altro che un illusione che aiuta l'uomo ad andare avanti in questa valle di lacrime.
Il pessimismo cosmico e il cinismo alleniano si incarnano alla perfezione nella figura di Stanely Crawford, un personaggio che sembra scritto su misura per Colin Firth, che lo interpreta con quell'altezzosità e quel distaccato disprezzo per il resto dell'umanità di cui solo lui sa essere capace. Accanto a lui brilla Emma Stone, deliziosa nel ruolo della protagonista, cui dona un irresistibile mix di innocenza e malizia che rende il personaggio credibile e interessante.
Da notare, come sempre nei film di Allen, una colonna sonora d'epoca semplicemente perfetta, tra jazz, swing e ballate romantiche.
Magic in the Moonlight non passerà alla storia come il miglior film di Woody Allen, ma è una commedia gradevole e divertente, una farsa in tono minore che fa sorridere più che ridere, con una grazia e una leggerezza che, se non lo rendono memorabile né originale, di certo regalano un'ora e mezzo spensierata allo spettatore.
***
Pier
Europa,1928. Stanley Crawford è un celebre prestigiatore che, sotto lo pseudonimo e le vesti del cinese Wei Ling Soo, incanta le platee di tutto il Vecchio Continente. Crawford è un gentiluomo inglese snob e dalla battuta tagliente, così conscio della propria intelligenza da risultare spesso arrogante e saccente. Quando un amico gli propone di aiutarlo a smascherare una presunta medium che ha circuito il giovane rampollo di una ricca famiglia americana, Crawford accetta senza indugio, desideroso di mostrare la propria superiorità. Si reca quindi in Costa Azzurra, dove si spaccia per un uomo d'affari. L'incontro con la medium, la giovane Sophie Baker, ha però un effetto inaspettato su Crawford: per la prima volta in vita sua, capisce cosa sia l'amore.
Dopo i toni cupi Blue Jasmine, Woody torna alla commedia sofisticata e leggera che tanto spesso ha esplorato negli ultimi dieci anni. Lo fa con un film all'apparenza leggero e scanzonato, che racconta la storia di un burbero misantropo che viene cambiato dall'amore. Sotto la superficie, tuttavia, si intravedono tematiche più profonde: Allen ritrae lo splendore dei roaring twenties, tra feste, abiti da cocktail, jazz e charleston, ma ambienta il film un anno prima del crack in borsa che distruggerà quel sogno; mostra l'incanto e lo sfarzo dell'Europa, ma fa anche intravedere le prime crepe che portarono al nazismo e al secondo conflitto mondiale; celebra l'amore, ma fa anche intendere che l'amore, come tutti i sentimenti, non è altro che un illusione che aiuta l'uomo ad andare avanti in questa valle di lacrime.
Il pessimismo cosmico e il cinismo alleniano si incarnano alla perfezione nella figura di Stanely Crawford, un personaggio che sembra scritto su misura per Colin Firth, che lo interpreta con quell'altezzosità e quel distaccato disprezzo per il resto dell'umanità di cui solo lui sa essere capace. Accanto a lui brilla Emma Stone, deliziosa nel ruolo della protagonista, cui dona un irresistibile mix di innocenza e malizia che rende il personaggio credibile e interessante.
Da notare, come sempre nei film di Allen, una colonna sonora d'epoca semplicemente perfetta, tra jazz, swing e ballate romantiche.
Magic in the Moonlight non passerà alla storia come il miglior film di Woody Allen, ma è una commedia gradevole e divertente, una farsa in tono minore che fa sorridere più che ridere, con una grazia e una leggerezza che, se non lo rendono memorabile né originale, di certo regalano un'ora e mezzo spensierata allo spettatore.
***
Pier
mercoledì 12 novembre 2014
Interstellar
Un viaggio coraggioso ma senza cuore
Terra, futuro prossimo venturo. Il pianeta è squassato da ventate di sabbia che rendono il terreno sterile e minacciano la sopravvivenza dell'umanità. Tutte le risorse sono concentrate nelle coltivazioni, e ogni altra forma di ricerca scientifica è stata derubricata a propaganda. L'ex astronauta Cooper, costretto a diventare agricoltore, grazie a una strana anomalia gravitazionale scoperta nella stanza della figlia Murphy viene in contatto con una base spaziale segreta, dove si sta preparando una missione che ha come scopo quella di individuare altri pianeti dove trasferire la razza umana. Cooper accetta di pilotare lo shuttle per salvare la sua famiglia e tutta l'umanità dall'estinzione. Inizia così un viaggio che lo porterà fino ai confini estremi dello spazio e del tempo.
L'ambizione, il desiderio di andare oltre è la cifra dell'essere umano, ciò che lo rende diverso dagli altri animali: è il messaggio chiave di Interstellar, ma potrebbe essere il riassunto della cinematografia di Christopher Nolan. Nessun regista nel panorama contemporaneo, infatti, mostra il suo stesso costante desiderio di andare oltre i propri limiti, di esplorare mondi e meccanismi narrativi che sembrano impraticabili, di realizzare film radicalmente diversi da tutto ciò che è stato fatto in precedenza. Interstellar è un film coraggioso, innovativo non solo a livello visivo, ma anche a livello narrativo, per la sua capacità di unire spettacolarità e impegno, una storia appassionante e un meccanismo narrativo tanto affascinante quanto complesso. Nolan si pone come obiettivo 2001: Odissea nello spazio e va oltre, esplorando quei confini che Kubrick aveva lasciato inesplorati, indagando i motivi che possono spingere l'umanità ad affrontare un'avventura verso l'ignoto, che con tutta probabilità si concluderà con la loro morte.
Il genere fantascientifico viene rielaborato in modo originale. Il futuro della Terra è uguale al nostro passato recente, la paura dell'estinzione ci ha portato ad abbandonare quel sano desiderio di guardare oltre, verso le stelle, e a concentrarci sul quotidiano, condannandoci paradossalmente all'estinzione. La Terra di Nolan è vicina e lontana al tempo stesso, un futuro che somiglia sinistramente al nostro presente, sconvolto da continui fenomeni climatici estremi. La speranza viene dalla scienza, da un'esplorazione spaziale che dovrà affrontare tutte le leggi dello spazio e del tempo, che si sviluppano diversamente per i vari a protagonisti. Nolan sviluppa il racconto su piani paralleli che si rincorrono, si inseguono, e infine si incastrano e sovrappongono, violando le leggi della fisica per guidarci a scoprire ciò che non conosciamo. Il viaggio di Cooper - uno straordinario Matthew McConaughey, capace di passare in modo credibile - dalla risata alla commozione nell'arco di pochi secondi - diventa il viaggio dell'umanità intera, il suo percorso verso la conoscenza di se stessi e dell'universo che ci circonda.
Il film costringe lo spettatore a rimanere continuamente concentrato, e riesce a farlo senza annoiare mai, grazie anche a un meccanismo narrativo e visivo costruito con sapienza e rigore. Le regole del gioco si rivelano a poco a poco, in un processo di scoperta graduale e per questo appagante, in cui la visionarietà delle immagini restituisce la meraviglia di chi esplora per la prima volta mondi sconosciuti. Questa perfezione narrativa e visiva viene pagata con una certa freddezza emotiva, che impedisce di appassionarsi ai personaggi anche in scene che dovrebbero essere drammatiche. Per quanto sembri un rischio calcolato, questo finisce per privare il film di un'umanità che avrebbe arricchito notevolmente la forza e la portata del suo messaggio.
Interstellar è un film coraggioso e avvincente, una ventata d'aria fresca nel panorama degli stantii blockbuster d'oggigiorno, un tentativo riuscito di dimostrare che il cinema di intrattenimento può avere successo anche quando richiede attenzione per comprendere un meccanismo narrativo complesso ma comunque soddisfacente nella sua fredda e distante perfezione.
*** 1/2
Pier
Terra, futuro prossimo venturo. Il pianeta è squassato da ventate di sabbia che rendono il terreno sterile e minacciano la sopravvivenza dell'umanità. Tutte le risorse sono concentrate nelle coltivazioni, e ogni altra forma di ricerca scientifica è stata derubricata a propaganda. L'ex astronauta Cooper, costretto a diventare agricoltore, grazie a una strana anomalia gravitazionale scoperta nella stanza della figlia Murphy viene in contatto con una base spaziale segreta, dove si sta preparando una missione che ha come scopo quella di individuare altri pianeti dove trasferire la razza umana. Cooper accetta di pilotare lo shuttle per salvare la sua famiglia e tutta l'umanità dall'estinzione. Inizia così un viaggio che lo porterà fino ai confini estremi dello spazio e del tempo.
L'ambizione, il desiderio di andare oltre è la cifra dell'essere umano, ciò che lo rende diverso dagli altri animali: è il messaggio chiave di Interstellar, ma potrebbe essere il riassunto della cinematografia di Christopher Nolan. Nessun regista nel panorama contemporaneo, infatti, mostra il suo stesso costante desiderio di andare oltre i propri limiti, di esplorare mondi e meccanismi narrativi che sembrano impraticabili, di realizzare film radicalmente diversi da tutto ciò che è stato fatto in precedenza. Interstellar è un film coraggioso, innovativo non solo a livello visivo, ma anche a livello narrativo, per la sua capacità di unire spettacolarità e impegno, una storia appassionante e un meccanismo narrativo tanto affascinante quanto complesso. Nolan si pone come obiettivo 2001: Odissea nello spazio e va oltre, esplorando quei confini che Kubrick aveva lasciato inesplorati, indagando i motivi che possono spingere l'umanità ad affrontare un'avventura verso l'ignoto, che con tutta probabilità si concluderà con la loro morte.
Il genere fantascientifico viene rielaborato in modo originale. Il futuro della Terra è uguale al nostro passato recente, la paura dell'estinzione ci ha portato ad abbandonare quel sano desiderio di guardare oltre, verso le stelle, e a concentrarci sul quotidiano, condannandoci paradossalmente all'estinzione. La Terra di Nolan è vicina e lontana al tempo stesso, un futuro che somiglia sinistramente al nostro presente, sconvolto da continui fenomeni climatici estremi. La speranza viene dalla scienza, da un'esplorazione spaziale che dovrà affrontare tutte le leggi dello spazio e del tempo, che si sviluppano diversamente per i vari a protagonisti. Nolan sviluppa il racconto su piani paralleli che si rincorrono, si inseguono, e infine si incastrano e sovrappongono, violando le leggi della fisica per guidarci a scoprire ciò che non conosciamo. Il viaggio di Cooper - uno straordinario Matthew McConaughey, capace di passare in modo credibile - dalla risata alla commozione nell'arco di pochi secondi - diventa il viaggio dell'umanità intera, il suo percorso verso la conoscenza di se stessi e dell'universo che ci circonda.
Il film costringe lo spettatore a rimanere continuamente concentrato, e riesce a farlo senza annoiare mai, grazie anche a un meccanismo narrativo e visivo costruito con sapienza e rigore. Le regole del gioco si rivelano a poco a poco, in un processo di scoperta graduale e per questo appagante, in cui la visionarietà delle immagini restituisce la meraviglia di chi esplora per la prima volta mondi sconosciuti. Questa perfezione narrativa e visiva viene pagata con una certa freddezza emotiva, che impedisce di appassionarsi ai personaggi anche in scene che dovrebbero essere drammatiche. Per quanto sembri un rischio calcolato, questo finisce per privare il film di un'umanità che avrebbe arricchito notevolmente la forza e la portata del suo messaggio.
Interstellar è un film coraggioso e avvincente, una ventata d'aria fresca nel panorama degli stantii blockbuster d'oggigiorno, un tentativo riuscito di dimostrare che il cinema di intrattenimento può avere successo anche quando richiede attenzione per comprendere un meccanismo narrativo complesso ma comunque soddisfacente nella sua fredda e distante perfezione.
*** 1/2
Pier
mercoledì 22 ottobre 2014
I Guardiani della Galassia
Fantascienza Pop
Terra, fine anni Ottanta. Il giorno della morte di sua madre, il giovane Peter Quill viene rapito da un'astronava aliena di proprietà di un gruppo di fuorilegge, i Ravager, che lo allevano come uno di loro. Anni dopo, ritroviamo Peter su un pianeta deserto, intento a impadronirsi di un ambito quanto misterioso artefatto, una sfera. Si fa chiamare Spacelord, ed è uno dei ricercati numero uno della polizia galattica. La sfera, però, fa gola a molti, e Peter finirà invischiato in una lotta con altri ricercati: il procione Rocket, il suo amico Groot, una creatura-albero dal cuore d'oro e dalla potenza devastante, la bella e combattiva Gamora e Drax, uno dei criminali più crudeli della galassia. Dopo essere stati arrestati, i cinque seppelliranno l'ascia di guerra e uniranno le forze per fuggire e reimpadronirsi della sfera, nel tentativo di impedire che venga utilizzata per distruggere un pianeta e, forse, l'intero universo.
I Guardiani della Galassia inizia negli anni 80, e non è un caso: il regista James Gunn non fa mistero delle sue fonti di ispirazione, e si ricollega allo spirito scanzonato e disincantanto dei primi Guerre Stellari e di Indiana Jones, creando un riuscito mix di generi e personaggi (quell'Awesome Mix che dà il titolo all'audiocassetta che Peter ascolta sempre, unico ricordo tangibile di sua madre). Il film naviga tra commedia, avventura e dramma, concentrandosi sui personaggi più che sulle scene d'azione o sugli effetti speciali (che sono comunque di altissimo livello). Tutti i protagonisti sono reietti, emarginati, intrappolati in un passato che impedisce loro di vivere come vorrebbero e di avere rapporti onesti con gli altri. La trama segue con attenzione la loro evoluzione come gruppo, collegandola con efficacia con gli eventi narrati e la missione che, a poco a poco, si delinea di fronte a loro, fino ad arrivare al climax emotivo e narrativo del film, quando gli eroi smettono di essere individui per divenire una squadra, unita nell'abbraccio protettivo del laconico ma iperespressivo Groot.
Il film scorre veloce tra battute, combattimenti e momenti rivelatori, e James Gunn lo dirige con mano sicura, rendendolo godibile anche per chi non conosce il fumetto da cui è tratto. Gli attori sono brillanti e hanno facce e voci perfette per i rispettivi ruoli, con Chris Pratt che si candida a diventare il nuovo "adorabile spaccone" di Hollywood, Bautista che regala una performance di inatteso spessore comico, e Bradley Cooper (Rocky) e Vin Diesel (Groot) che formano una strana coppia in computer grafica divertente ed efficace. Un po' sottotono rispetto agli altri Zoe Saldana, che paga però anche il minore spessore del suo personaggio.
I Guardiani della Galassia rilegge il genere del cinecomic, creando un ibrido tra il primo Iron Man e la fantascienza anni 80 che non si prende troppo sul serio e risulta originale e godibilissimo per lo spettatore. Per gli appassionati del genere, un appuntamento non perdere.
*** 1/2
Pier
Terra, fine anni Ottanta. Il giorno della morte di sua madre, il giovane Peter Quill viene rapito da un'astronava aliena di proprietà di un gruppo di fuorilegge, i Ravager, che lo allevano come uno di loro. Anni dopo, ritroviamo Peter su un pianeta deserto, intento a impadronirsi di un ambito quanto misterioso artefatto, una sfera. Si fa chiamare Spacelord, ed è uno dei ricercati numero uno della polizia galattica. La sfera, però, fa gola a molti, e Peter finirà invischiato in una lotta con altri ricercati: il procione Rocket, il suo amico Groot, una creatura-albero dal cuore d'oro e dalla potenza devastante, la bella e combattiva Gamora e Drax, uno dei criminali più crudeli della galassia. Dopo essere stati arrestati, i cinque seppelliranno l'ascia di guerra e uniranno le forze per fuggire e reimpadronirsi della sfera, nel tentativo di impedire che venga utilizzata per distruggere un pianeta e, forse, l'intero universo.
I Guardiani della Galassia inizia negli anni 80, e non è un caso: il regista James Gunn non fa mistero delle sue fonti di ispirazione, e si ricollega allo spirito scanzonato e disincantanto dei primi Guerre Stellari e di Indiana Jones, creando un riuscito mix di generi e personaggi (quell'Awesome Mix che dà il titolo all'audiocassetta che Peter ascolta sempre, unico ricordo tangibile di sua madre). Il film naviga tra commedia, avventura e dramma, concentrandosi sui personaggi più che sulle scene d'azione o sugli effetti speciali (che sono comunque di altissimo livello). Tutti i protagonisti sono reietti, emarginati, intrappolati in un passato che impedisce loro di vivere come vorrebbero e di avere rapporti onesti con gli altri. La trama segue con attenzione la loro evoluzione come gruppo, collegandola con efficacia con gli eventi narrati e la missione che, a poco a poco, si delinea di fronte a loro, fino ad arrivare al climax emotivo e narrativo del film, quando gli eroi smettono di essere individui per divenire una squadra, unita nell'abbraccio protettivo del laconico ma iperespressivo Groot.
Il film scorre veloce tra battute, combattimenti e momenti rivelatori, e James Gunn lo dirige con mano sicura, rendendolo godibile anche per chi non conosce il fumetto da cui è tratto. Gli attori sono brillanti e hanno facce e voci perfette per i rispettivi ruoli, con Chris Pratt che si candida a diventare il nuovo "adorabile spaccone" di Hollywood, Bautista che regala una performance di inatteso spessore comico, e Bradley Cooper (Rocky) e Vin Diesel (Groot) che formano una strana coppia in computer grafica divertente ed efficace. Un po' sottotono rispetto agli altri Zoe Saldana, che paga però anche il minore spessore del suo personaggio.
I Guardiani della Galassia rilegge il genere del cinecomic, creando un ibrido tra il primo Iron Man e la fantascienza anni 80 che non si prende troppo sul serio e risulta originale e godibilissimo per lo spettatore. Per gli appassionati del genere, un appuntamento non perdere.
*** 1/2
Pier
lunedì 20 ottobre 2014
Il giovane favoloso
Una biografia dell'anima
Il racconto della vita di Giacomo Leopardi, dall'infanzia di "studio matto e disperatissimo" a Recanati fino alla morte in quel di Napoli, passando per la contrastata esperienza fiorentina. Un viaggio attraverso la poesia e l'animo del poeta, accompagnato dalla lenta deformazione del suo corpo.
Portare al cinema la vita di Giacomo Leopardi è impresa complessa e audace, soprattutto in Italia: la figura è complessa sotto molteplici punti di vista, e il suo multiforme ingegno difficilmente si presta a un inquadramento preciso e definito quale quello richiesto da un'opera biografica tradizionale. Servirebbe qualcosa come ciò che ha realizzato Todd Haynes con Io non sono qui, in cui Bob Dylan viene raccontato da angolature diverse, attraverso attori diversi e storie diverse, nel tentativo di restituire il caleidoscopio artistico della sua opera. In Italia, tuttavia, un'operazione di questo genere è impossibile, e Martone non sarebbe comunque il regista indicato per portarla avanti. Il regista napoletano riesce però a evitare il rischio fiction tv, e realizza un film rigoroso, che nel suo impianto classico riesce ad avere qualche spunto innovativo.
Leopardi viene raccontato attraverso ciò che più lo rappresenta, le sue parole, che permeano tutto il film, fuoriuscendo da lettere, poesie e racconti per entrare nel parlato, nella sua vita di tutti i giorni. Attraverso la sua viva voce ripercorriamo l'ambiguo rapporto con il padre Monaldo, sia mentore che carnefice, l'amicizia con Ranieri, l'impietoso e inesorabile incedere della malattia che ne avrebbe deformato il corpo. Elio Germano dà voce e fisico al poeta con una prestazione sublime e misurata, in cui riesce a rendere lo strazio interiore di Leopardi senza scivolare nella gigioneria né nell'eccesso.
La musica, moderna come composizione ma fuori dal tempo nel suono, accompagna alla perfezione le vicissitudini di Leopardi, divenendo non solo complemento alle immagini ma parte attiva del processo narrativo.
Martone dirige il film con mano sicura, inserendo all'interno di una biografia classica alcuni elementi visivi di forte impatto (la Natura matrigna, il finale), che contribuiscono ad arricchire una trama per il resto molto classica e con poco slancio nello svolgimento e nell'impostazione. Nonostante la durata eccessiva e alcuni momenti artificiosi e ridondanti, il film stimola e coinvolge lo spettatore, fino a un finale emozionante, in cui la penultima poesia di Leopardi, La ginestra, diviene la summa della sua vita e della sua esistenza, testamento spirituale di un intellettuale incompreso dal suo tempo e dalla famiglia, ma che ha segnato in modo indelebile la storia della letteratura non solo italiana.
***1/2
Pier
Il racconto della vita di Giacomo Leopardi, dall'infanzia di "studio matto e disperatissimo" a Recanati fino alla morte in quel di Napoli, passando per la contrastata esperienza fiorentina. Un viaggio attraverso la poesia e l'animo del poeta, accompagnato dalla lenta deformazione del suo corpo.
Portare al cinema la vita di Giacomo Leopardi è impresa complessa e audace, soprattutto in Italia: la figura è complessa sotto molteplici punti di vista, e il suo multiforme ingegno difficilmente si presta a un inquadramento preciso e definito quale quello richiesto da un'opera biografica tradizionale. Servirebbe qualcosa come ciò che ha realizzato Todd Haynes con Io non sono qui, in cui Bob Dylan viene raccontato da angolature diverse, attraverso attori diversi e storie diverse, nel tentativo di restituire il caleidoscopio artistico della sua opera. In Italia, tuttavia, un'operazione di questo genere è impossibile, e Martone non sarebbe comunque il regista indicato per portarla avanti. Il regista napoletano riesce però a evitare il rischio fiction tv, e realizza un film rigoroso, che nel suo impianto classico riesce ad avere qualche spunto innovativo.
Leopardi viene raccontato attraverso ciò che più lo rappresenta, le sue parole, che permeano tutto il film, fuoriuscendo da lettere, poesie e racconti per entrare nel parlato, nella sua vita di tutti i giorni. Attraverso la sua viva voce ripercorriamo l'ambiguo rapporto con il padre Monaldo, sia mentore che carnefice, l'amicizia con Ranieri, l'impietoso e inesorabile incedere della malattia che ne avrebbe deformato il corpo. Elio Germano dà voce e fisico al poeta con una prestazione sublime e misurata, in cui riesce a rendere lo strazio interiore di Leopardi senza scivolare nella gigioneria né nell'eccesso.
La musica, moderna come composizione ma fuori dal tempo nel suono, accompagna alla perfezione le vicissitudini di Leopardi, divenendo non solo complemento alle immagini ma parte attiva del processo narrativo.
Martone dirige il film con mano sicura, inserendo all'interno di una biografia classica alcuni elementi visivi di forte impatto (la Natura matrigna, il finale), che contribuiscono ad arricchire una trama per il resto molto classica e con poco slancio nello svolgimento e nell'impostazione. Nonostante la durata eccessiva e alcuni momenti artificiosi e ridondanti, il film stimola e coinvolge lo spettatore, fino a un finale emozionante, in cui la penultima poesia di Leopardi, La ginestra, diviene la summa della sua vita e della sua esistenza, testamento spirituale di un intellettuale incompreso dal suo tempo e dalla famiglia, ma che ha segnato in modo indelebile la storia della letteratura non solo italiana.
***1/2
Pier
martedì 14 ottobre 2014
Pasolini
Appunti per un film superficiale
L’ultimo giorno di vita di Pier Paolo Pasolini, raccontato attraverso immagini della sua quotidianità e del suo film mai realizzato, "Porno-Teo-Kolossal". Tra incontri con amici, familiari e colleghi, il film ci accompagna fino al suo tragico epilogo, l’omicidio dell’intellettuale nella notte tra il 1 e il 2 novembre 1975.
Difficile raccontare con efficacia una figura così complessa come quella di Pier Paolo Pasolini, uno degli intellettuali più innovativi e poliedrici del Novecento italiano. Difficile anche parlare della sua morte, ancora al centro di controversie, senza scadere nel complottismo. Abel Ferrara inizia in modo originale, scegliendo di alternare il quotidiano con la fantasia, la realtà con la finzione filmica e letteraria. I lati positivi del film, tuttavia, finiscono qui, a causa di una serie di errori e superficialità che sarebbero imperdonabili persino per un regista alle prime armi. La continua alternanza tra italiano e inglese, operata senza una logica precisa, risulta innaturale e spesso fastidiosa, costringendo attori italiani a parlare un inglese innaturale e non eccelso, e Willem Dafoe a esprimersi in un italiano stentato da Stanlio e Ollio, che mal si adatta alla figura che interpreta. Per una volta, il doppiaggio arriva a salvare il film, eliminando questa bruttura almeno dalla versione italiana.
Anche senza considerare questa discutibile scelta espressiva, tuttavia, il film non riesce a raggiungere il suo scopo, ovvero quello di offrire un ritratto intimo di Pasolini, in cui il personaggio pubblico lascia posto a quello privato. Ferrara è infatti del tutto disinteressato a fornire un profilo intellettuale di Pasolini, o a spiegare la sua importanza all’interno del panorama culturale italiano e mondiale. Persino le sue idee politiche rimangono sullo sfondo, accessorie rispetto al racconto dell’uomo. La missione di Ferrara è un mezzo fallimento: Pasolini pecca di superficialità, sorvolando su numerosi aspetti della complessa personalità e poetica dell'intellettuale italiano e scivolando spesso nella banalità. Ferrara non riesce né a umanizzare il personaggio, nonostante l’inserimento di scene di vita quotidiana, né a trasmetterne la profonda vitalità intellettuale.
Il film dà quindi la sensazione di essere incompiuto, un’accozzaglia di appunti e immagini girate per raccogliere le informazioni necessarie a realizzare il film vero e proprio. Non valgono a salvare Pasolini i numerosi elementi di interesse a livello visivo, con alcune immagini di grande bellezza e verità, soprattutto nel finale: qui il contrasto tra la luminosa leggerezza delle note del Barbiere di Siviglia e le cupe immagini del ritrovamento del cadavere e del lutto creano un momento di forte intensità emotiva. Dafoe incarna alla perfezione il protagonista a livello fisico, sopperendo almeno in parte alla scarsa veridicità che l’uso dell’inglese (o, peggio ancora, di un italiano abborracciato) conferisce alle sue battute. Intorno a lui si muove un cast italiano di alto livello cui vengono concesse scene da comparse. L'unico che riesce a distinguersi è Ninetto Davoli nella parte di Epifanio/Eduardo de Filippo, unico a non essere forzato all’uso dell’inglese e dunque a non rimanere azzoppato nella sua naturalezza espressiva (per quanto un De Filippo che parla in romano non sia esattamente l'ideale...).
Il film di Ferrara risulta piatto, poco convincente e superficiale perché rimane a metà del guado, indeciso tra l’uso di una lingua o dell’altra, tra raccontare un grande intellettuale per quello che era o cercare di esaltarne l’umanità, tra l’essere un film artistico o un biopic da sceneggiato televisivo.
*1/2
Pier
PS: questa recensione è stata rielaborata a partire da quella già pubblicata su Nonsolocinema durante la Mostra. La trovate qui.
L’ultimo giorno di vita di Pier Paolo Pasolini, raccontato attraverso immagini della sua quotidianità e del suo film mai realizzato, "Porno-Teo-Kolossal". Tra incontri con amici, familiari e colleghi, il film ci accompagna fino al suo tragico epilogo, l’omicidio dell’intellettuale nella notte tra il 1 e il 2 novembre 1975.
Difficile raccontare con efficacia una figura così complessa come quella di Pier Paolo Pasolini, uno degli intellettuali più innovativi e poliedrici del Novecento italiano. Difficile anche parlare della sua morte, ancora al centro di controversie, senza scadere nel complottismo. Abel Ferrara inizia in modo originale, scegliendo di alternare il quotidiano con la fantasia, la realtà con la finzione filmica e letteraria. I lati positivi del film, tuttavia, finiscono qui, a causa di una serie di errori e superficialità che sarebbero imperdonabili persino per un regista alle prime armi. La continua alternanza tra italiano e inglese, operata senza una logica precisa, risulta innaturale e spesso fastidiosa, costringendo attori italiani a parlare un inglese innaturale e non eccelso, e Willem Dafoe a esprimersi in un italiano stentato da Stanlio e Ollio, che mal si adatta alla figura che interpreta. Per una volta, il doppiaggio arriva a salvare il film, eliminando questa bruttura almeno dalla versione italiana.
Anche senza considerare questa discutibile scelta espressiva, tuttavia, il film non riesce a raggiungere il suo scopo, ovvero quello di offrire un ritratto intimo di Pasolini, in cui il personaggio pubblico lascia posto a quello privato. Ferrara è infatti del tutto disinteressato a fornire un profilo intellettuale di Pasolini, o a spiegare la sua importanza all’interno del panorama culturale italiano e mondiale. Persino le sue idee politiche rimangono sullo sfondo, accessorie rispetto al racconto dell’uomo. La missione di Ferrara è un mezzo fallimento: Pasolini pecca di superficialità, sorvolando su numerosi aspetti della complessa personalità e poetica dell'intellettuale italiano e scivolando spesso nella banalità. Ferrara non riesce né a umanizzare il personaggio, nonostante l’inserimento di scene di vita quotidiana, né a trasmetterne la profonda vitalità intellettuale.
Il film dà quindi la sensazione di essere incompiuto, un’accozzaglia di appunti e immagini girate per raccogliere le informazioni necessarie a realizzare il film vero e proprio. Non valgono a salvare Pasolini i numerosi elementi di interesse a livello visivo, con alcune immagini di grande bellezza e verità, soprattutto nel finale: qui il contrasto tra la luminosa leggerezza delle note del Barbiere di Siviglia e le cupe immagini del ritrovamento del cadavere e del lutto creano un momento di forte intensità emotiva. Dafoe incarna alla perfezione il protagonista a livello fisico, sopperendo almeno in parte alla scarsa veridicità che l’uso dell’inglese (o, peggio ancora, di un italiano abborracciato) conferisce alle sue battute. Intorno a lui si muove un cast italiano di alto livello cui vengono concesse scene da comparse. L'unico che riesce a distinguersi è Ninetto Davoli nella parte di Epifanio/Eduardo de Filippo, unico a non essere forzato all’uso dell’inglese e dunque a non rimanere azzoppato nella sua naturalezza espressiva (per quanto un De Filippo che parla in romano non sia esattamente l'ideale...).
Il film di Ferrara risulta piatto, poco convincente e superficiale perché rimane a metà del guado, indeciso tra l’uso di una lingua o dell’altra, tra raccontare un grande intellettuale per quello che era o cercare di esaltarne l’umanità, tra l’essere un film artistico o un biopic da sceneggiato televisivo.
*1/2
Pier
PS: questa recensione è stata rielaborata a partire da quella già pubblicata su Nonsolocinema durante la Mostra. La trovate qui.
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