venerdì 28 maggio 2010

La nostra vita

Una storia neorealista


Claudio è un trentenne titolare di una piccola impresa edile. Vive nella periferia romana con i due figli e l'amata moglie Elena, in attesa del terzo. Quando la morte colpisce la donna Claudio si trova del tutto impreparato, e per non affrontare il dolore comincia a concentrarsi sulle "cose": cose da comperare, cose da regalare ai figli per dare loro ciò che lui non ha avuto. Per raggiungere il suo scopo si immischia in un affare al di là delle sue forze, che gli procurerà un sacco di guai.

Luchetti sceglie ancora una volta la famiglia come tema principale di un suo film: lo fa però con un taglio completamente diverso da Mio fratello è figlio unico, scegliendo un approccio intimista, più attento alle relazioni personali e ai sottili equilibri che sostengono le vite di ciascuno. Rimane il concetto di famiglia come rifugio e supporto, ma l'attenzione si sposta dalle dinamiche storiche di un paese a quelle sociali delle classi meno abbienti, costrette ad arrabattarsi alla meno peggio, tra stipendi in nero e vacanze ridotte all'osso.

La nostra vita diventa così un film neorealista moderno, in cui le vite dei protagonisti sono analizzate in modo secco e obiettivo, senza fronzoli, portando alla luce i valori e gli affetti più importanti, legati non alle "cose" ma ai parenti e agli amici.
Il realismo dell'opera è accentuato dall'uso quasi maniacale della camera a mano, che risulta efficace ma anche eccessivo.

Gli attori offrono ottime interpretazioni: Germano è intenso come sempre, anche se personalmente non ritengo questo il suo film migliore. Eccellente anche la Ragonese nella sua breve apparizione, e danno buona prova di sè anche Zingaretti (parte da caratterista per lui) e Bova, che risulta poco credibile nella parte del fratello ingenuo solo per via della sua bellezza.

La nostra vita è un ritratto impietoso e preciso delle condizioni della classe operaia italiana, corredato dal giusto mix di ironia e riflessione. Dovendo trovargli un difetto, si può dire che manca di quella capacità di emozionare che aveva reso grande il cinema di De Sica e Rossellini: critica sociale, certo, ma anche grandi personaggi con le loro piccole, grandi storie.

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Pier

venerdì 21 maggio 2010

Manolete

La vita di un mito raccontata male



Manolete è stato forse il più grande torero della storia spagnola, ricordato ancora dalla nuova generazione e acclamato dagli aficionados durante le ferie di tutta la Spagna. La sua immagine è ancora così viva da rappresentare, per tutti i giovani toreri, un modello di lealtà, eleganza, umiltà e coraggio. Il film di Menno Meyjes è una fotografia delle ultime vicende personali della vita di Manolete, interpretato da, un tanto uguale fisicamente quanto scialbo moralmente, Adrian Brody. Il punto nevralgico della trama è l'incontro con Lupe, donna bellissima dall'intelligenza dannata, la quale, per molti anni, ha rappresentato la vera chimera di Manolete.

Il film alterna tratti biografici e realmente accaduti a sentimentalismi che hanno l'obiettivo di consegnare l'uomo al mito. In realtà, a parte filmati retro e d'archivio, tanto belli quanto facilmente reperibili su YouTube, e alcune scene nella plaza de toros davvero d'impatto, il film regala pochissime emozioni e descrive un mito spagnolo indiscusso come un uomo eccessivamente compassato; la verità storica ci dice che Manolete dominava i tori come un grande matador, ma aveva problemi relazionali con l'altro sesso. Brody, tuttavia, estremizza questa debolezza facendo trasparire un'eccessiva insicurezza fuori luogo perfino per un teenager.

Il film delude sia gli appassionati delle corride, che speravano di approfondire il personaggio di un mito come Manolete, sia, a maggior ragione, coloro che erano del tutto ignari della sua esistenza. Sarei molto curioso di conoscere le reazioni del pubblico nelle sale cinematografiche spagnole.

*1/2

Alessandro

domenica 16 maggio 2010

Robin Hood

Tra storia e leggenda



Nell’Inghilterra del XIII secolo, l'umile arciere Robin ritorna dalla guerra in Terrasanta con l' esercito inglese. Dopo la morte di Riccardo Cuor di Leone, torna con tre compagni della crociata a Nottingham, dove accetta di fingersi il marito di lady Marian, erede del signore della città, per non far cadere le proprietà in altre mani.

Ridley Scott decide di girare un prequel della leggenda di Robin, raccontando le sue origini plebee e il suo contributo alle crociate e alla difesa del regno inglese dalle pretese francesi. Proprio il suo valore, tuttavia, sarà la causa della sua condanna da parte del geloso Principe Giovanni.

Robin Hood stravolge leggenda e storia, mischiandole e modellandole a suo piacimento, senza però raggiungere gli effetti di pathos desiderati: la trama zoppica vistosamente e non coinvolge lo spettatore, e il film si risolve in una lunga battaglia che cita in modo poco originale quella iniziale di Salvate il soldato Ryan.

Risultano invece molto godibili i momenti più "intimi" del film, arricchiti da dialoghi brillanti che aggiungono ritmo a una storia di per sè abbastanza lenta a decollare. Apprezzabili anche montaggio e fotografia, che sorreggono una regia non memorabile e impreziosiscono le scene d'azione. Russell Crowe e Cate Blanchett sono come sempre eccellenti, e anche il cast di supporto si comporta bene.

Robin Hood manca però di quella carica emotiva necessaria per far funzionare i film di questo genere. Il personaggio principale non ha la caratura e il vissuto che avevano fatto di Maximus nel Gladiatore uno dei grandi personaggi del cinema contemporaneo. Maximus era mosso da nobili ideali e dall'amore per i suoi cari: Robin risulta invece freddo e calcolatore, ed è poco credibile la sua metamorfosi in paladino dei poveri e dei diseredati.

Il film è comunque godibile se si è disposti a passare sopra alle numerose invenzioni storiche. Resta però la sensazione di un grande potenziale emotivo sprecato per inseguire un realismo che rimane invece lontano mille miglia.

**

Pier

domenica 2 maggio 2010

Iron Man 2

Tony Stark perde smalto



Tony Stark è Iron Man. Così si chiudeva il primo capitolo e ora, sei mesi dopo che la notizia è diventata pubblica, il governo e le compagnie concorrenti cercano senza successo di appropriarsi dell'armatura.
Anche altri problemi affliggono il miliardario: il palladio, il minerale che fa funzionare l'armatura, gli sta lentamente avvelenandoi il sangue e Stark non riesce a trovare una soluzione.
Come se non bastasse Ivan Vanko, inventore e figlio di un vecchio collaboratore cacciato dal padre di Tony, decide di vendicare il nome del padre utilizzando le stesse armi di Iron Man.

Il secondo capitolo della saga ha tutti gli ingredienti del primo film: supereroismo, corse in macchina, la spregiudicatezza e l'ironia tagliente di Downey Jr., musica rock da antologia (qui dominano gli AC/DC).
Il problema è che, come spesso accade con i sequel, gli sceneggiatori hanno provato ad aggiungere troppi ingredienti: ecco allora Whiplash/Vanko, cattivo ottimamente interpretato da Rourke, la Vedova Nera (una sexy ma inutile Scarlett Johansson), il concorrente senza scrupoli e Nick Fury; ma anche il tema del rapporto padre/figlio, le rivalità in amore, i problemi di salute di Tony, l'amico traditore.
Insomma, chi più ne ha, più ne metta: il risultato è solo quello di creare confusione, diluendo quegli elementi che avevano sancito il successo del primo film. In particolare traspare poco l'ironia di Downey Jr., ridotto a una macchietta e che sembra più stupido che gigione.

La storia è comunque divertente, ma ha lunghi momenti di pausa assolutamente imperdonabili per un film del genere, dove ritmo, battute e incalzare degli eventi sono fondamentali.
Per contro rimane il difetto del primo film, ovvero l'assenza di scene di combattimento veramente appassionanti.
Ci sono anche elementi apprezzabili, come alcune ottime scene di Downey Jr. e le ottime interpretazioni di Rourke e Sam Rockwell, ma in generale si ha una sensazione di già visto rispetto al primo film che rende il tutto meno divertente di quanto avrebbe potuto essere.

** 1/2

Pier

martedì 27 aprile 2010

Green Zone

Una verità scomoda


Matt Damon è un soldato americano impegna nel dopo Iraq a trovare le armi di distruzione di massa che furono il vero e unico motivo alla base della guerra. Perlustrando sopra e sotto i siti suggeriti dall'intelligence americana e non trovando mai niente di rilevante, il soldato Damon inizia a dubitare dell'accuratezza delle informazioni. Coinvolto per caso in una missione ad alto rischio, il soldato scopre la verità celata e volontariamente nascosta.

Thriller politico e di guerra, Green Zone è il primo film che tratta in modo così schietto ed evidente la bugia della guerra irachena senza sotterfugi o giri di parole. Il mistero della storia si snoda in modo logico e appassionante, con i giusti intermezzi d'azione quando la trama diventa troppo politica e sembra perdersi in se stessa.

Molti hanno paragonato il film a alla saga di Jason Bourne. Di comune c'è solo Matt Damon. I personaggi sono completamente diversi: riservato ed eroico il primo, compassato e giusto il secondo; sono tutti e due degli action movie, ma Green Zone molto più politco stile Syriana, mentre la saga di Bourne spionaggio internazionale puro, tanto 007 e poca ironia.

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Alessandro

lunedì 19 aprile 2010

Fantastic Mr. Fox

Volpi e nevrosi



Mr. Fox, un favoloso rubagalline, decide di ritirarsi dall'attività quando scopre che la moglie è incinta. Diventa così un rispettato giornalista ma, dopo tanti anni, si scopre insoddisfatto. Il bisogno di cacciare torna così prepotentemente alla carica, e Mr. Fox, accompagnato da un opossum svampito e da un nipote brillante quasi quanto lui, ricomincia a saccheggiare le fattorie dei vicini.
I proprietari però non restano a guardare, e scatenano contro Mr. Fox una rappresaglia che mette a rischio la sopravvivenza dell'intera comunità di animali selvatici.

Wes Anderson per il suo esordio nel mondo dell'animazione sceglie il soggetto che conosce meglio: la famiglia, più o meno allargata. I veri protagonisti del film non sono infatti gli animali, ma i loro tormenti e le loro nevrosi: Mr. Fox soffre di una crisi di mezza età; la moglie non riesce più a capire il marito; il figlio è più piccolo della media ed è goffo ed impacciato con le ragazze; il cugino, apparentemente sicuro di sè, mantiene la tranquillità solo grazie alle pratiche di meditazione zen del padre.
Le similitudini con i Tenenbaum sono forti, ma Anderson riesce a confezionare un film con un duplice piano di lettura: da una parte la storia di Dahl, che appassiona i bambini e diverte anche i grandi; dall'altro uno spaccato della famiglia e della comunità moderna e una critica nemmeno troppo velata al capitalismo e ai danni ambientali che esso produce.
L'elogio dello "stato di natura" farebbe felice Rousseau, e ha il suo culmine nella scena con il lupo, del tutto incapace di accettare le comodità della vita "domestica" in cambio della rinuncia alla libertà.

La tecnica di animazione scelta da Anderson è destinata a dividere: personalmente non posso non apprezzare gli splendidi pupazzi usati per gli animali, dotati di un'espressività che riesce a far dimenticare la rigidità di alcuni movimenti.
La regia regala momenti di pura genialità, soprattutto nelle sequenze di combattimento e di inseguimento. Tutti i personaggi sono azzeccati, ma una menzione particolare la merita l'opossum, vero e proprio intruso nella comunità di animali selvatici, privo com'è di qualunque abilità particolare, tanto da non possedere neppure un nome latino.
La storia scorre piacevolmente, anche se viene un po' rallentata dalla scelta di Anderson di articolarla in capitoli come i suoi precedenti lavori, scelta che a volte risulta artificiosa e ripetitiva.

Fantastic Mr. Fox è un film capace di combinare diversi stili e registri, passando con disinvoltura da una comicità sofisticata, quasi da commedia anni '30, a gag degne delle migliori comiche di Charlie Chaplin. Nonostante un'aria un po' "snob" è un film in grado di accontentare tutta la famiglia, con i piccoli che si appassioneranno al tenero opossum e gli adulti che si identificheranno nel desiderio di ribellione del genitore-padre Mr. Fox.

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Pier

venerdì 16 aprile 2010

L'uomo nell'ombra

Cinema d'altri tempi



Uno scrittore di scarso successo viene assunto come ghost writer dell'autobiografia di Adam Lang, controverso ex premier britannico ritiratosi a vivere in un'isola al largo di Boston. Durante la stesura del libro Lang viene accusato di aver commesso crimini di guerra durante il suo mandato, e lo scrittore finisce suo malgrado coinvolto in intrighi politici e familiari. Decide comunque di restare, fino a quando non scopre che il suo predecessore nel ruolo di ghost writer è mosto in circostanze misteriose.

La prima cosa che colpisce nel nuovo film di Polanski sono le atmosfere: fredde, cupe, con una natura nemica e aggressiva, eppure dotate di una strana bellezza. Alla tempesta esterna corrisponde quella interna, con liti familiari, misteriose sparizioni, domestiche ambigue e donne indecifrabili. Il personaggio dello scrittore, ottimamente interpretato da Ewan McGregor, rimane suo malgrado invischiato in qualcosa di più grande di lui, in una situazione tipicamente hitchockiana dell' "uomo solo contro tutti". La regia e la fotografia sono il punto di forza del film, che sfrutta a fondo l'espressività del linguaggio filmico e dell'immagine: molte delle scene migliori sono prive di dialogo e creano nello spettatore tensione ed ansia per la sorte del protagonista.

L'abilità di Polanski e degli attori (ottimo anche Pierce Brosnan) coprono le pecche di una sceneggiatura che, pur presentando dei momenti di notevole vivacità, ha pochi colpi di scena e manca di intrecci secondari. I momenti migliori sono le escursioni di McGregor sull'isola e sulla terra ferma, in particolare l'incontro con il vecchietto (cameo di Eli Wallach, il Brutto di Sergio Leone) che comincia a gettare qualche ombra sulla sorte del primo ghost writer di Lang.

L'uomo nell'ombra è un film d'altri tempi, in cui atmosfere e immagini hanno un ruolo importante quanto e più di quello delle parole. Orso d'argento alla regia meritatissimo.

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Pier