sabato 28 novembre 2009

Meno male che ci sei

Nè Moccia nè Almodovar


Allegra è una liceale il cui nome è in netta antitesi con la sua vita: i genitori sono appena morti in un incidente, e la permanenza forzata dai nonni durante l'estate l'ha allontanata dalle amiche, lasciandola ancora più sola. Quando Allegra scopre che il padre aveva un'amante, Luisa, decide di conoscerla: nasce così un rapporto strano ma bello tra le due donne, che porterà entrambe a trovare l'amore. Il destino decide però di impicciarsi ancora, e Allegra e Luisa dovranno affrontare nuove prove per crescere. 

Devo dire che mi aspettavo molto di peggio da Meno male che ci sei: il titolo e la trama "mocciani" e la regia di Luis Prieto, già autore dell'assai dimenticabile Ho voglia di te, inducevano a temere la boiata pazzesca di fantozziana memoria. Il film è invece abbastanza piacevole, e approccia con un taglio almeno un po' originale il tema degli adolescenti d'oggi. 

Il cast giovane è fresco e piacevole, anche nei personaggi secondari; non convince fino in fondo la protagonista, Chiara Martegiani, cui però va concessa l'attenuante di essere all'esordio. Anche le attrici più "anziane" si difendono bene: la Gerini è bella e sensuale, e Teresa Mannino fa ridere ogni volta che apre bocca, in pieno stile Zelig. 

Per quanto riguarda la regia, Prieto ha dichiarato di essersi ispirato al suo illustre connazionale Almodovar: l'unica similitudine si può ritrovare nella scelta di dare alla storia un taglio decisamente femminile. Per il resto, il film manca di solidità narrativa, con scene inserite a casaccio, soprattutto nella prima parte. Alcuni personaggi appaiono e scompaiono misteriosamente come neanche lo Stregatto di Alice nel Paese delle Meraviglie (nda: grazie MR) e alcuni dialoghi risultano finti e un po' artificiosi.

Meno male che ci sei è apprezzabile per il tentativo, parzialmente riuscito, di staccarsi dai clichè dei film giovanilisti che appestano le nostre sale: il risultato è discreto, ma la speranza è che il nostro cinema e i nostri giovani possano produrre qualcosa di meglio. 

** 

Pier

giovedì 26 novembre 2009

Rivediamoli - Io e Annie

Woody al suo meglio



Io e Annie (1977) è una delle commedie più divertenti e originali di sempre, come provano anche i quattro Oscar vinti (film, regia, sceneggiatura e attrice protagonista) per un genere che è quasi sempre snobbato dall'Academy. Grazie a questo film, Woody Allen fu definitivamente consacrato tra i grandi di Hollywood.

La storia è tipicamente alleniana: il comico Alvy Singer si è lasciato con Annie dopo un anno circa di relazione: decide allora di raccontare la storia del loro rapporto, nel tentativo di capire perché sia naufragato e quanto abbiano pesato le sue nevrosi infantili. Tra confessioni, nevrosi e segreti, Alvy ripercorre l'evoluzione del loro amore, dai primi momenti felici fino alla separazione.

Prima vera commedia di Allen, Io e Annie è certamente ancora oggi uno dei suoi film più riusciti. La perfetta sceneggiatura è sorretta da una regia creativa e visionaria, ricca di trovate geniali. Memorabile uno dei dialoghi tra Woody e Diane Keaton, in cui i sottotitoli vengono utilizzati per esprimere quello che realmente pensano i personaggi: la comicità generata dalla discordanza tra parole e testo è notevole, e l'espediente aiuta anche a conoscere meglio i due protagonisti.
Altri momenti degni di nota sono i rapporti sessuali tra i protagonisti, in cui Annie si "sdoppia" per rappresentare la sua assenza e il suo disinteresse nel fare l'amore con Alvy.
La scena migliore rimane probabilmente quella al cinema, in cui Alvy si lamenta del pomposo spettatore in fila davanti a lui: il dialogo immaginario tra i due è bellissimo e innovativo, e sarà imitato da molti film successivi.

La caratteristica principale del film è la continua interazione del protagonista con gli spettatori: Allen imposta il film come un monologo interiore, una sorta di seduta psicoanalitica in cui lui è il paziente e il pubblico il medico. La confessione come catarsi rimarrà un tema ricorrente nella cinematografia alleniana, così comenella letteratura hiddish: basti pensare ai romanzi di Philip Roth o, più recentemente, a La versione di Barney di Mordecai Richler.

Io e Annie è anche il primo film in cui Allen interpreta il suo personaggio più classico, l'intellettuale ebreo newyorkese: in particolare, il monologo iniziale di Alvy potrebbe essere assunto come manifesto del cinema di Woody, in quanto in pochi minuti vi sono rappresentate tutte le sue nevrosi, le sue frustrazioni e la sua irresistibile autoironia.
Diane Keaton è una perfetta controparte, in grado di rivaleggiare con il regista-attore in quanto a cinismo, piccole follie e sarcasmo.

Io e Annie è un film originale e visionario, che mantiene però l'irresistibile vena comica dei primi lavori alleniani, in un perfetto connubio tra sperimentalismo e intrattenimento. Nel suo genere, una vera perla.

Pier

mercoledì 25 novembre 2009

Rivediamoli - Accadde una notte

La prima commedia "moderna" della storia del cinema


Ellie Andrews (Claudette Colbert) è una viziata ragazza di Miami che scappa dalla famiglia per raggiungere e sposare a New York il ragazzo che ama. Per sfuggire ai tirapiedi del padre, sguinzagliati per trovarla, la giovane Ellie viaggia per la East Coast, martoriata dalla crisi del '29, in autobus. Durante il viaggio incontra il giornalista Peter Warne (Clark Gable) che, squattrinato e senza lavoro, accetta di proteggere la ragazza in cambio dell'esclusiva sul suo ritrovamento. In realtà, tra una peripezia e l'altra i due finiranno per innamorarsi.

Il film è del 1934, del regista Frank Capra, considerato il più ottimista filmaker cha abbia mai messo piede a Hollywood. Accadde una notte è ambientato nell'America devastata dalla crisi finanziaria di cui si può percepire lo spirito stanco e rassegnato; per questo motivo che alla sua uscita, se da una parte fu accolto da un inaspettato successo di pubblico, per la goliardia e il suo lietissimo finale, dall'altra, la critica lo accolse freddamente, accusandolo di populismo e osceno ottimismo che l'America, in quel tragico momento, non poteva permettersi.

Accadde una notte è il prototipo e l'archetipo della commedia cinico-romantica; per la prima volta si mette in scena, in modo magistrale ed ad esempio per i film a venire, il mito della ricerca della felicità e lo scontro di classe in un momento in cui il New Deal roosveltiano cercava di far conciliare il cittadino medio, appena uscito dalla crisi, con un nuovo è più stabile focolaio familiare. Si racconta una nuova America in un modo del tutto nuovo; superato l'umorismo sociale di Twain, Capra definisce uno schema e una struttura narrativa così perfetta, da essere ancora oggi, dopo ottant'anni, la base ricorrente sulla quale la maggior parte delle commedie americane si costruiscono.

Un aspetto da sottolineare è la chimica impressionante dei due protagonisti, che, fino ad allora, non nutrivano simpatie reciproche; Capra sapeva di questa situazione tanto da autodefinirsi come un pugile stanco prima ancora di salire sul ring. La verità è che il regista è riuscito ad utilizzare questa negatività e a trasformarla in comicità acida e sarcastica, il vero punto forte del film, ottenendo un affiatamento profondo e complessissimo tra i due protagonisti, mai più raggiunto tra due attori cinematografici.

Considerato patrimonio nazionale e tra i 100 film da salvare, Accadde una notte è una commedia che deve necessariamente essere presente nel bagaglio culturale di tutti, amanti del genere e non.

Alessandro

domenica 22 novembre 2009

Segreti di Famiglia

Brillante quanto "Tetro" ritorno del maestro Italo-Americano


E' datato 1997, L'uomo della pioggia, l'ultimo film degno di nota di un grande maestro del cinema americano come Francis Ford Coppola. Tra aziende vinicole in California e alberghi sparsi qua e la per il mondo, Coppola negli ultimi anni si è un pò perso cinematograficamente, utilizzando la pellicola più come hobby che come passione e mestiere. E i risultati si sono visti.

Tuttavia, il nuovo film Segreti di famiglia, per quanto diverso dai suoi grandi classici, sancisce il ritorno di un regista che non serve raccontare. Benjamin arriva a Buenos Aires con l'obiettivo di trovare suo fratello Angelo, scappato da New York e dalla sua famiglia molti anni prima. Il loro incontro è spinoso e pieno d'astio, sopratutto a causa di Angelo, conosciuto nella città Argentina come Tetro, che non vuole avere più niente a che fare con i suoi trascorsi familiari ma, nonostante la nuova vita costruitasi, l'apparizione del fratello lo costringerà a fare i conti con quei fantasmi che era riuscito fino ad allora a tenere chiusi nell' armadio (valigia).

E' il film più autobiografico di Coppola, splendido nel raccontare torbidi segreti e astiose rivalità familiari attraverso una tanto perfetta quanto geniale fotografia, che utilizza il colore in modo inverso (bianco e nero per raccontare il presente e a colori per raccontare il passato), e una musica spagnoleggiante che tanto fa ricordare i film di Almodovar (la presenza di Carmen Maura non è un caso). La trama è intricata ma appassionante, molti degli attori sono alle prime armi ma perfetti (fra tutti Vincent Gallo che ha vinto lo spareggio con Matt Dillon), l'atmosfera è a tratti cupa e a tratti giocosa, la sceneggiatura tagliente ed efficace e il dramma o colpo di scena si nasconde sempre inaspettatamente dietro l'angolo.

Un film di rara bellezza per il suo impatto visivo ed emozionale, un piccolo gioiello che Coppola può aggiungere al suo già ricco portafoglio di capolavori.

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Alessandro

martedì 17 novembre 2009

Howard Hawks - I dimenticati: puntata 7


La rubrica di oggi è dedicata ad Howard Hawks (1896-1977), uno dei grandi del cinema hollywoodiano, spesso ignorato dai nostri contemporanei. Regista poliedrico, in grado di affrontare con efficacia i generi più disparati, Hawks è senza dubbio uno dei personaggi chiave nell'evoluzione del mezzo cinematografico.

Nato in una famiglia benestante del Wisconsin, dopo la laurea Hawks si trasferisce a Los Angeles, dove inizia a lavorare nel mondo del cinema e conosce Douglas Fairbanks, uno dei più celebri attori dell'epoca.

Il suo esordio alla regia avviene quasi per caso, sostituendo il regista malato di un film in cui recitava la moglie di Fairbanks, Mary Pickford.
Per dirigere il suo primo vero film, tuttavia, Hawks deve aspettare la fine della Prima Guerra Mondiale, quando la Fox lo ingaggia per dirigere The Road to Glory.La vera svolta nella sua carriera avviene però nel 1932, quando Howard Hughes gli offre la regia del gangster-movie Scarface. Il film diventa un riferimento per il genere, grazie a una sceneggiatura molto forte per l'epoca, che affronta a viso aperto temi scottanti come la violenza e l'incesto. Hawks sfrutta al massimo le capacità recitative di Paul Muni, che interpreta Tony Camonte, chiaramente ispirato alla figura di Al Capone. Il film è anche migliore del pur ottimo (e più celebre) remake realizzato da De Palma.

Nel 1934 Hawks realizza Ventesimo secolo, una delle migliori commedie mai realizzate sul mondo dello spettacolo. La sua commedia migliore è però Susanna (1938), in cui lo scontro tra i sessi viene trattato con uno spirito e una verve eccezionali, grazie anche alle splendide prove di Katharine Hepburn e Cary Grant. Memorabili in particolare le scene con il leopardo, veri e propri pezzi di bravura di attori e regista.

Tra il 1943 e il 1944 Hawks cambia decisamente genere, e gira due film di notevole interesse: il primo, Arcipelago in fiamme, è un bellico molto profondo, in cui i protagonisti sono i membri della squadriglia aerea B-17, che arriva disarmata a Pearl Harbour proprio nel momento dell'attacco giapponese; il secondo, Acque del sud, sfrutta appieno il carisma dei due protagonisti, Humphrey Bogart e Lauren Bacall. Bogart è un cinico avventuriero della Martinica che, spinto anche dal fascino della Bacall, decide di aiutare i partigiani francesi contro il regime di Vichy.

Il vero capolavoro di Hawks, tuttavia, doveva ancora arrivare: nel 1946 il regista realizza Il grande sonno, il miglior noir della storia del cinema, ancora con Bogart e la Bacall. Hawks riesce a fondere suspence, ritmo, ironia e seduzione, creando un cocktail perfetto, in cui tutti sono colpevoli e nessuno lo è veramente. Una vera pietra miliare, che colpisce ancora oggi e che presenta due attori in stato di grazia.



Negli anni successivi, Hawks si dedica con successo ai generi più disparati, dalla commedia, con Gli uomini preferiscono le bionde (1953), al western, con Un dollaro d'onore (1959. Quest'ultimo è considerato uno dei capisaldi del genere e si distingue per l'ottima prova di Dean Martin, aiuto-sceriffo ubriacone, e per le musiche, in particolare il celebre motivo del deguello di Tiomkin.

Hawks è stato senza dubbio uno dei registi che più hanno influenzato i loro successori: la sua poliedricità è stato un marchio distintivo che allora pochi potevano permettersi, ed è stato uno dei punti di riferimento per l'affermazione del regista come autore. La sua capacità di affrontare temi così diversi rimanendo sempre fedele ai suoi temi prediletti rendono Howard Hawks uno dei primi veri registi moderni.

Alla prossima settimana!

Pier

lunedì 16 novembre 2009

Julie e Julia

Un piatto per pochi palati



Julie, giovane statunitense, vive nel mito di Julia Child, la scrittrice e presentatrice TV che sdoganò la cucina francese presso le casalinghe americane. Il sogno di Julie è di conoscere la sua beniamina, e incomincia a tenere un blog per raccontare le sue avventure tra i fornelli nel tentativo di realizzare le ricette rese celebri dalla Child. Le vicende delle due si incrociano, in un continuo alternarsi tra passato e presente.

Tratto dall'omonimo bestseller, Julie e Julia è un classico film culinario, dove le ricette sono il piatto forte della trama e la cucina è il set privilegiato: emergono anche altri spunti, certo, ma sono tutti secondari rispetto alla storia della Child e agli sforzi di Julie per emularla. I dialoghi sono simpatici e riescono spesso a strappare un sorriso, regia e fotografia sono invece abbastanza scolastiche.

Ottimi gli attori, con una Meryl Streep mattatrice, un grande Stanley Tucci e Amy Adams che si conferma come una delle giovani più interessanti del panorama hollywoodiano, anche se in una parte non certo complessa.
La nota più stonata è costituita dal doppiaggio, con Meryl Streep-Julia che sembra perennemente ubriaca.

Julie e Julia è un film da vedere solo per gli amanti della buona cucina: gli altri possono perderselo senza troppi rimpianti.
Rimane comunque un film grazioso, che passa piacevolmente senza accampare troppe pretese moralistiche o educative.

**1/2

Pier

Gli abbracci spezzati

Quando il cinema si mescola con la vita





Non sono mai stato un grande fan di Almodovar; ho sempre avuto difficoltà a decifrare quelle storie morbosamente al limite che sono il suo marchio di fabbrica. Tuttavia, ho sempre nutrito stima per il regista, unico nel descrivere in modo così profondo e complesso il mondo femminile e quelle tragiche ed estreme passioni che, per quanto malate, erano sempre colme di un amore puro e innocente.

Nel suo nuovo film, Gli abbracci spezzati, Almodovar riprende il filone passionale e, per la prima volta, lo immerge in un contesto cinematografico che richiama da un lato i torbidi noir hitchcockiani (non è un caso l'esplicita citazione di "Notorius"), e dall'altro le tragiche screw ball di Douglas Sirk. Il film si snoda attraverso due filoni temporali, uno presente e uno passato, l'uno la conseguenza diretta dell'altro. E' la storia di Mateo Blanco, regista talentuoso che, dopo aver perso la vista in un incidente stradale, ha cambiato nome e lavoro, diventando lo sceneggiatore Harry Caine. La notizia della morte di un ricco industriale, Ernesto Matel, riapre una vecchia ferita che lo spinge a raccontare a Diego, suo aiutante, i fatti che segnarono tragicamente la sua vita. E' una storia d'amore, morbosa, forte e complessa che lo ha segnato talmente nel profondo da averlo convinto a cambiare identità. Non racconterò il finale per non rovinare la sorpresa.

La trama è molto intricata, così come il suo significato. Diversamente dai suoi precedenti film, Almodovar racconta la passione e la gelosia, non come spauracchio delle sue paure ed esperienze personali vissute durante l'adolescenza, ma come elemento di riflessione sullo strumento cinematografico. Se fino a Gli abbracci spezzati, Almodovar ha utilizzato il cinema come mezzo personale, con il suo nuovo lavoro sembra quasi voler ragionare su questo suo utilizzo, cercando di evidenziare quanto dolore riserva la (sua) vita sempre più vicina alle (sue) storie raccontate al cinema (non è un caso che il film di Mateo Blanco è un'esplicita citazione al suo Donne sull'orlo di una crisi di nervi). Il risultato è un film per il, più o meno, grande pubblico, che si può appassionare alla storia curata, con la solita perfezione stilistica e di fotografia, e che, insieme ad una musica coinviolgente e incalzante, riempie di patos il film.

Questo cambiamento di stile e significato non gli risparmia, tuttavia, errori narrativi e di struttura generale, figli probabilmente di una complessità della trama non da poco. Molte scene allungano e non servono, e molti colpi di scena sono prevedibili e non scioccano come dovrebbero, o come sarebbe intenzione del regista.

Consigliato comunque a tutti, anche a chi non apprezza particolarmente Almodovar.

***1/2

Alessandro