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sabato 11 settembre 2021

Il Collezionista di Carte

Carte e torture


William Tell ha un passato tormentato che lo ha portato in prigione. Ora sbarca il lunario giocando a poker e blackjack. Grazie alla sua abilità nel contare le carte riesce a vincere quanto basta per campare senza attirare l’attenzione dei casinò. La sua vita controllata e sotto traccia cambia quando incontra Cirk, un giovane che conosce il suo passato e che medita vendetta contro una loro comune conoscenza. 

Schrader torna regia dopo First Reformed, e lo fa con un altro film che parla di colpa ed espiazione – sia personale che di un’intera nazione. Il protagonista, William, sembra uscito da un film di Clint Eastwood: è taciturno, ha un forte senso etico – in reazione al suo turbolento passato – e preferisce non attirare l’attenzione. La sua psiche, le sue emozioni sono trattenute, nascoste, controllate: questo gli ha permesso di avere successo nel suo precedente lavoro, questo gli permette di avere successo al tavolo verde. 

Le emozioni, tuttavia, non scompaiono: sono pronte a riemergere con violenza quando occorre, come un fiume carsico che trova brevemente la strada della superficie. Scavare nel passato di William è scavare nella sua psiche, nei ricordi di un male indicibile che ha macchiato la sua anima e quella di tutti gli Stati Uniti. Schrader racconta infatti la storia di William per raccontare la necessità di espiazione – anziché di rimozione della storia recente degli USA, facendo del suo protagonista il nuovo Travis Bickle, incarnazione delle storture di società che però, a differenza della società, è cosciente dei suoi errori e della necessità di fare ammenda. 
Come Bickle, William intravede una possibilità in un giovane, Cirk, cui cerca di evitare la vita di sofferenza e vendetta cui sembra volersi dedicare. Restituire una speranza a Cirk diventa l’obiettivo di William, ciò che lo spinge a uscire dall’anonimato e a puntare in alto, sul tavolo verde e nella vita. 

Schrader dirige il film con piglio quasi documentaristico, con immagini secche e asciutte in cui però ogni tanto fanno capolino scene evocative e quasi oniriche, simbolo di una bellezza effimera capace di spuntare anche nel marciume del mondo. La sceneggiatura è a tratti ondivaga ma solida, e si avvale della splendida interpretazione di Oscar Isaac, semplicemente perfetto nella parte e capace di restituire sia l’empatia, sia il lato oscuro del suo personaggio, ambedue nascosti sotto una patina di apparente ieraticità. 

Il collezionista di carte (assurda traduzione del titolo inglese The Card Counter) è un film difficile da inquadrare, che cambia continuamente direzione, (in)seguendo la tormentata psiche del protagonista. Il risultato è a volte straniante e imperfetto, ma di grande impatto, e impone allo spettatore riflessioni sulle responsabilità individuali e collettive. 

*** 1/2

Pier

venerdì 31 agosto 2018

Telegrammi da Venezia 2018 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni.


First Man - Il primo uomo (Concorso), voto 7.5. Dopo un capolavoro come La La Land, Chazelle torna con un film più tradizionale, ma comunque efficace ed emozionante. Chazelle racconta il primo allunaggio ricostruendo fedelmente le esperienze provate dai protagonisti, e facendo sentire lo spettatore parte di ogni volo, ogni test. La fragilità e artigianalità di materiali e tecnologia si percepisce a ogni inquadratura, aiutandoci a comprendere la straordinarietà dell'impresa. Chazelle riprende con mano sicura, regalando anche alcune sequenze (tra tutte quella d'apertura) davvero indimenticabili.

The Mountain (Concorso), voto 3. La storia di un neurologo esperto di lobotomia e del suo apprendista era potenzialmente interessante, ma viene raccontata in modo noioso e pedissequo, con un ritmo praticamente assente e un'afasia che si fa noia mortale dopo pochi minuti, favorita anche dall'espressione frigoriferesca di Tye Sheridan. Jeff Goldblum e una fotografia splendida risollevano il film dal marchio dell'infamia sempiterna, ma il risultato è comunque pessimo.

ROMA (Concorso), voto 6.5. Un racconto intimista ispirato all'infanzia del regista Alfonso Cuaròn, con immagini struggenti ma una storia inspiegabilmente fredda. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.

La favorita (Concorso), voto 8.5. Yorgos Lanthimos, autore di The Lobster, racconta la storia del rapporto tra la regina Anna Stuart e le sue due favorite con un taglio tra il grottesco e il tragico. Il risultato è un film esilarante che però stimola anche profonde riflessioni sul tema del potere e dell'autorità. Fotografia sontuosa, che fa de La favorita forse il miglior film in costume a livello visivo dai tempi di Barry Lyndon, e interpreti strepitose, su tutte Olivia Colman.

The other side of the wind (Fuori concorso), voto 9. Il film perduto di Orson Welles, girato per intero negli anni Settanta ma mai completato dal regista, viene restituito al mondo grazie al finanziamento di Netflix. Il film, dai forti risvolti autobiografici, merita certamente l'appellativo di testamento artistico di Welles: una riflessione sull'arte del cinema e sull'identità personale e artistica, un gioco di incastri solo apparentemente sconnesso in cui il talento del regista si esprime in totale libertà. Il risultato è un film di una creatività dirompente, il più innovativo visto finora alla Mostra, il che la dice lunga sulla visionarietà di Welles, che in un film degli anni Settanta anticipa istanze visive e narrative poi portate avanti da maestri come Lynch e Kubrick.

Sulla mia pelle (Orizzonte), voto 7.5. Il film racconta il caso di Stefano Cucchi con piglio cronachistico, cercando di attenersi il più possibile agli atti processuali e lasciando che siano le immagini a parlare. Il risultato è un film potente, un atto di denuncia fortissimo che arriva dritto allo stomaco anche grazie alla fenomenale interpretazione di Alessandro Borghi: se Sulla mia pelle fosse una produzione americana staremmo già parlando di nomination all'Oscar.

L'EnKas (Orizzonti), voto 6. Solido e coinvolgente film francese che racconta il tentativo disperato di due emarginati di guadagnare qualche soldo: vendere ketamina a un rave. Nulla va come previsto, ma l'esperienza aiuterà i due protagonisti a fare i conti con se stessi, le proprie famiglie, e il proprio passato.

Pier

venerdì 6 aprile 2018

Ready Player One

Sulle spalle dei giganti


In un futuro grigio e distopico, la maggior parte dell'umanità è ridotta in miseria, senza alcuna prospettiva di miglioramento. La popolazione mondiale si rifugia quindi in Oasis, una realtà virtuale videoludica in cui tutti possono essere ciò che desiderano. Quando James Halliday, geniale creatore del gioco, muore, in un videomessaggio rivela di aver nascosto in Oasis un easter egg: per trovarlo, sarà necessario superare tre prove. Il primo a farlo diventerà il suo erede e otterrà il controllo di Oasis.

È ancora possibile creare qualcosa di originale? Questa domanda aleggia ormai da anni nell'industria cinematografica, stretta tra orde (spesso barbare) di remake, sequel, prequel, e altri prodotti derivati e derivativi. È interessante, e quasi paradossale, che una delle risposte più interessanti a questa domanda arrivi da un film come Ready Player One, che a prima vista sembra essere un immenso, infinito omaggio al cinema (soprattutto degli anni Ottanta) e ai videogiochi.
E, a prima vista, la risposta sembra essere un "no", quella più scontata: il film racconta infatti una corsa infinita e nostalgica in un mondo modellato sul passato, sorprendente e appassionante, che si contrappone a un presente grigio e pieno di noia. L'escapismo, nella sua accezione più negativa (la "diserzione del soldato" tolkieniana), sembra elevato a ragione di vita, e la conoscenza del passato "pop" e della cultura nerd sembra l'unica ad avere valore. Tuttavia, Spielberg, come Halliday, nasconde il significato del suo film in profondità, eppure in bella vista: nel passato si possono trovare le risposte, secondo il principio della "storia maestra di vita", ma è nel presente che si deve agire, facendo in modo che il pensiero diventi atto, e la conoscenza sia messa al servizio del bene comune.

Ready Player One non vuole proporre un ideale di società, ma ritrarre (e criticare) la società in cui viviamo: una società dell'apparenza virtuale, in cui la discrezione sembra impossibile e il valore e l'identità di una persona sono sempre più determinate dal suo successo e dalla sua immagine social. Nel farlo, tuttavia, non si lascia andare a facili moralismi o pindariche elucubrazioni, ma nel modo più semplice eppure più complesso: attraverso la storia e l'evoluzione dei suoi protagonisti. Questa mancanza di afflato filosofico-esistenziale ha tratto in inganno molti critromboni (critici tromboni, una specie in via d'estinzione ma ancora pericolosamente influente nelle sue concioni), incapaci di concepire che possa esistere riflessione in un'opera che è anche in grado di intrattenere e divertire, e che si sono quindi fermati a un'interpretazione letterale (e limitata ai primi 60 minuti) del film.

Ready Player One ha infatti tutte le caratteristiche dei film più amati di Spielberg: due protagonisti (contando anche Halliday), Wade e Samantha, ben delineati, un cast di contorno tipizzato ma funzionale, e soprattutto una storia che procede spedita verso il finale, con una progressione che, pur ricalcando giocoforza quella dei livelli di un videogioco, riesce a permearla con la ricchezza del linguaggio cinematografico. La computer grafica è di livello altissimo, e quasi sempre ci si dimentica di stare guardando degli avatar e noi dei personaggi reali. Tra divertissement e scene altamente spettacolari, Spielberg si e ci regala anche un portentoso omaggio a uno dei suoi maestri e a un capolavoro della cinematografia moderna; una scena, questa, destinata a rimanere negli annali, e che rappresenta appieno la filosofia cinematografica di Spielberg: costruire sul passato per creare qualcosa di nuovo, riconoscendo di essere "nani sulle spalle dei giganti" ma al tempo stesso avendo l'ambizione di diventare i "giganti" delle future generazioni. Guardare al passato con nostalgia non è un peccato, purché questa nostalgia non diventi ossessiva ripetizione o, nel peggiore dei casi, onanistico omaggio. Allo stesso modo, l'escapismo non è necessariamente negativo e, anzi, può anche arricchire, purché non diventi fuga dalla realtà o addirittura non si sostituisca ad essa.

Ed è questo, in fondo, il messaggio di Ready Player One, un messaggio che dovrebbe essere chiaro fin dalla scelta di fondere passato e realtà virtuale in un unicum, con Oasis che rappresenta sia la fuga dalla realtà che la fuga dal presente. Sia passato che realtà virtuale sono affascinanti ed esercitano un richiamo irresistibile, ma rischiano di diventare una trappola, un labirinto senza uscita in cui morire lentamente mentre culliamo un'illusione di immortalità. Il passato e il mondo digitale possono arricchire la nostra vita (e il nostro cinema), ma solo a patto che li si utilizzi per creare qualcosa di nuovo, divertente e appassionante; qualcosa che non necessariamente deve essere un capolavoro, ma che abbia la capacità di intrattenere e divertire le nuove generazioni, esattamente come Indiana Jones o Hook hanno intrattenuto e divertito quelle del passato; qualcosa come Ready Player One.

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Pier