sabato 3 marzo 2018

Oscar 2018 - I pronostici

Domani sera, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Kodak Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantesima edizione degli Academy Awards. 

Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici, accompagnati come sempre con le scelte personali del sottoscritto, cui inspiegabilmente l'Academy non ha ancora concesso i diritti di potere temporale di fantozziana memoria.

Pronti? Iniziamo!


Miglior montaggio
Come per (quasi) tutti gli Oscar tecnici di quest'anno, è difficile immaginare un vincitore diverso da Dunkirk. Il montaggio, poi, è un elemento cruciale del film, sia per l'alternanza tra i tre piani temporali sia per la sua centralità nel costruire la tensione montante che costituisce il perno dell'azione. Il montatore Lee Smith ha fatto un lavoro monumentale in tal senso, ed è quindi sia il favorito sia colui cui va la mia scelta personale.

Pronostico: Dunkirk
Scelta personale: Dunkirk

Miglior fotografia
Competizione più aperta che negli altri comparti "tecnici": se la fotografia di Hoyte van Hoytema per Dunkirk è eccezionale, quelle di Blade Runner 2049 (Roger A. Deakins) e di La forma dell'acqua (Dan Laustsen) rappresentano una competizione formidabile. Considerando che Deakins, nonostante ben 14 nomination al premio Oscar, non ha inspiegabilmente mai vinto, a lui va la palma di favorito, mentre la preferenza personale ricade su Dunkirk.
Pronostico: Blade Runner 2049
Scelta personale: Dunkirk

Miglior film d'animazione
Per chi segue l'animazione statunitense la scelta appare scontata, con Coco nettamente favorito su pellicole godibili ma di livello decisamente inferiore come Ferdinand e Baby Boss. Tuttavia, Loving Vincent rappresenta un rivale credibile per la sua incredibile capacità di ricreare il mondo pittorico di Van Gogh attraverso un'animazione autoriale e innovativa. 
A conti fatti, Coco resta il favorito, e riceve anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Coco
Scelta personale: Coco

Miglior attore non protagonista
Questo premio potrebbe risultare in un grande trionfo personale per la redazione di Film Ora, da sempre fan sfegatata di quel Sam Rockwell (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) che oggi sembra il chiaro favorito. 
Certo, Richard Jenkins è splendido ne La forma dell'acqua, e lo stesso Woody Harrelson meriterebbe per Tre manifesti, ma Rockwell è Rockwell. È quello di Confessioni di una mente pericolosa, Moon, Choke, Guida galattica per autostoppisti, e mille altri: è già uno scandalo che non abbia mai vinto prima d'oggi,di cosa stiamo parlando. Dai, di cosa stiamo parlando?
Pronostico: Sam Rockwell
Scelta personale: Sam Rockwell

Miglior attrice non protagonista
La favorita sembra essere Allison Janney (indimenticata C.J. Cregg per tutti i fan di The West Wing) nel ruolo della madre ipercompetitiva di Io, Tonya. La mia scelta personale va però a Laurie Metcalf, commovente nel ruolo di una madre working class in Lady Bird, per la cui riuscita è importante tanto quanto Saoirse Ronan.
Pronostico: Allison Janney 
Scelta personale: Laurie Metcalf

Miglior sceneggiatura originale
Il chiaro favorito sembra essere Tre manifesti, ma occhio alla possibile sorpresa Lady Bird, che potrebbe sfruttare la storica benevolenza dell'Academy verso i film indipendenti nel campo delle sceneggiature. Tenendo conto anche del mio pronostico per il miglior film mi prendo un rischio e do a Lady Bird la palma di favorito, mentre a Tre manifesti va la mia preferenza personale.
Pronostico: Lady Bird
Scelta personale: Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior sceneggiatura non originale
Raramente si è vista una competizione tanto elevata in questa sezione: dalla sceneggiatura pseudoautoriale di Ivory in Chiamami col tuo nome, che ha mandato in sollucchero salotti e terrazzi americani, ai dialoghi sempre fenomenali di Aaron Sorkin in Molly's Game, passando per la divertente riflessione sul cinema di The disaster artist e il supereroe western e crepuscolare di Logan, quest'anno ce n'è davvero per tutti i gusti. Il favorito, per status ed entrature, sembra essere Ivory, ma la mia scelta personale non può che andare a Logan: un film in cui l'elemento supereroistico è del tutto secondario, e in cui i temi centrali sono la memoria, il fallimento, la redenzione, il fare i conti con il proprio passato. Se Hugh Jackman avesse impugnato una pistola, anziché avere artigli d'adamantio, staremmo parlando di questo film anche per premi più importanti.
Pronostico: Chiamami col tuo nome
Scelta personale: Logan

Miglior attore protagonista
Un solo nome al comando: Gary Oldman, per L'ora più buia. La sua performance è eccezionale, e ha tutto ciò che viene sempre premiato dall'Academy: film biografico, trasformazione fisica, forte introspezione e immedesimazione del personaggio. Daniel Day Lewis è come sempre eccezionale ne Il filo nascosto (che recensiremo a breve), ma Oldman non ha mai vinto e ha davvero tutte le carte in regola per aggiudicarsi la sua prima statuetta.
Pronostico: Gary Oldman
Scelta personale: Gary Oldman

Miglior attrice protagonista
Qui la competizione è invece molto aperta: Frances McDormand è favorita, ma non nettamente, con la muta sognatrice di Sally Hawkins de La forma dell'acqua che potrebbe soffiarle la statuetta. La mia preferenza va comunque alla McDormand, eccezionale come sempre in Tre manifesti.
Pronostico: Frances McDormand
Scelta personale: Frances McDormand

Miglior regia
Il favorito è chiaramente Guillermo del Toro, che con La forma dell'acqua ha incantato Hollywood e il pubblico di tutto il mondo. Tuttavia, almeno nel mio piccolo non posso esimermi dall'urlare allo scandalo per quella che, ne sono certo, sarà l'ennesima bocciatura dell'Academy nei confronti di Christopher Nolan. Che uno dei registi più creativi del panorama contemporaneo sia costantemente snobbato agli Oscar è vergognoso, tanto più se pensate che quella per Dunkirk è la sua prima nomination. A lui, si sarà capito, va la mia preferenza personale, che si è conteso fino all'ultimo con il sempre eccezionale Paul Thomas Anderson, autore (è proprio il caso di dirlo) de Il filo nascosto.
Pronostico: La forma dell'acqua
Scelta personale: Dunkirk

Miglior film
La battaglia per il miglior film è quantomai accesa, tra La forma dell'acqua, Get Out, Lady Bird (possibile sorpresa, ma non così tanto) e Tre manifesti. Raramente, però, un film ha saputo unire così tanto pubblico e critica come Tre manifesti, che ha ottenuto lodi unanimi praticamente ovunque. Per chi scrive si tratta di uno dei due migliori film dell'anno, e del migliore tra i favoriti, e i segnali lasciano pensare che alla fine la penserà così anche l'Academy. 
Pronostico: Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Scelta personale: Tre manifesti a Ebbing, Missouri

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier

giovedì 1 marzo 2018

Oscar e discriminazione: Un'analisi

La notte degli Oscar si avvicina: il 4 Marzo verranno decisi i vincitori per ogni categoria.
Prima di lanciarci nei nostri pronostici, abbiamo deciso di dedicare un articolo a un fenomeno che fa sempre parlare di sé, sia al momento delle nomination che in quello dell'annuncio dei vincitori: la presunta discriminazione verso i candidati di colore nei premi per i migliori attori e le migliori attrici.

Da anni, infatti, impazza la polemica contro l'Academy, accusata di favorire attori e attrici caucasici rispetto ai loro colleghi afroamericani.
I sostenitori di questa tesi portano solitamente a loro sostegno le mancate vittorie/nomination di attori afroamericani in alcune annate caratterizzate da nomination "all white" nelle quattro categorie di premi disponibili; citano inoltre l'innegabile preponderanza di membri caucasici tra i membri dell'Academy (94% secondo un'indagine condotta nel 2012 dal Los Angeles Times), sostenendo che ciò non possa che portare a una discriminazione nelle nomination.
Chi invece nega il problema, accusando la parte avversa di "buonismo" e di inseguire il politically correct a tutti i costi, porta a suo sostegno le vittorie di Denzel Washington, Halle Barry, e Viola Davis.

Ambedue gli approcci, tuttavia, soffrono dello stesso problema: si basano su aneddoti, casi singoli, o su statistiche superficiali come quella qui sotto, che si limita a calcolare la percentuale storica di vincitori bianchi o di colore senza tenere conto dell'evoluzione del contesto storico: fino agli anni Settanta essere neri negli USA aveva conseguenze ben più negative che quella di non essere candidato all'Oscar.


Ambedue i partiti sono quindi vittime di quelli che nella scienza delle decisioni sono conosciuti come bias cognitivi, e in particolare del bias di conferma (confirmation bias) e del cosiddetto availability heuristic. Qui potete trovare una descrizione più dettagliata di questi e altri bias, ma in sintesi: il bias di conferma ci porta a cercare e considerare solo le informazioni che confermano le nostre convinzioni preesistenti; l'availability heuristic ci porta a dare un peso sproporzionato agli esempi che ci vengono in mente per primi quando ci viene chiesto di valutare un fenomeno (in questo caso, la discriminazione).

In questo articolo vogliamo superare la partigianeria e condurre un'analisi rigorosa per verificare se esiste effettivamente una discriminazione contro gli attori e le attrici afroamericani nelle nomination e nelle vittorie agli Oscar. Nel farlo, cercheremo anche di capire le eventuali cause di questa discriminazione e, più in generale, se questa discriminazione esista solo al livello dell'Academy o sia più generalizzata all'interno del cinema statunitense.

1. Discriminazione: equità e l'importanza della distribuzione naturale

Per condurre un'analisi rigorosa è necessario prima di tutto definire cosa si intenda per discriminazione nel nostro contesto. In generale, quando si parla di discriminazione si sussume il concetto di equità: una certa categoria può dirsi discriminata se un individuo di quella categoria viene trattato in modo diverso rispetto a uno appartenente a un'altra categoria solo sulla base della sua appartenenza alla prima categoria. Per fare un esempio: possiamo dire che un'azienda sta discriminando una donna se, a fronte di una performance complessiva identica, le offre un aumento di stipendio inferiore rispetto a quello di un collega uomo.

Quando si parla di numeri e rappresentatività, la presenza di discriminazione viene solitamente calcolata in un modo molto semplice: valutando la distribuzione naturale delle varie categorie e confrontandola con quella osservata all'interno del sistema in esame. Il concetto di "distribuzione naturale" è meglio illustrato con un esempio: donne e uomini rappresentano ciascuno il 50% della popolazione. Se in un'azienda osservo una percentuale di uomini pari al 70%, posso pensare che in quell'azienda siano in atto fenomeni di discriminazione contro le donne. Chiarisco subito che si tratta di un'analisi superficiale, in quanto non tiene conto di vari elementi come la decisione (volontaria o dettata dalla società e dalle sue iniquità di fondo) di un soggetto di non lavorare per l'azienda in esame. Tuttavia, questa analisi fornisce un interessante punto di partenza.
La presenza di discriminazione, dunque, può essere valutata confrontando la percentuale osservata con quella naturale: se la prima si discosta significativamente dalla seconda, è possibile che si stia verificando un fenomeno di discriminazione.

Un errore fatto dal partito degli "Oscar che discriminano" (OD d'ora in poi) è quello di non considerare la distribuzione naturale delle varie etnie all'interno del sistema di riferimento. Quando il partito OD parla di iniquità e discriminazione sembra infatti sottintendere che una situazione "equa" sarebbe quella in cui attori e attrici di colore ricevessero lo stesso numero di nomination dei propri colleghi caucasici: in altre parole, relazionano il concetto di equità a quello di distribuzione 50-50. Tuttavia, la distribuzione 50-50 non è necessariamente equa, e rischia anzi di essere terribilmente iniqua se la distribuzione naturale è diversa da 50-50. Tornando all'esempio citato sopra: se le donne fossero il 60% della popolazione, un'azienda che avesse il 50% di donne sarebbe comunque a forte rischio di discriminazione.

Nel calcolare la distribuzione naturale degli afroamericani possiamo considerare due sistemi di riferimento. Il primo sono gli Stati Uniti nel loro complesso: stando al più recente censimento, gli afroamericani costituiscono il  13% della popolazione. Il secondo sistema che possiamo considerare è Hollywood. Stando all'ultimo Hollywood Diversity Report, pubblicato nel 2018, nel 2016 il 12.5% dei ruoli nei "top film" sono stati interpretati da attori afroamericani, una percentuale quindi quasi in linea con quella della popolazione complessiva, come lo stesso report sottolinea (p. 21).

Dato che le due stime sono praticamente equivalenti, utilizzeremo il 13% come la distribuzione naturale degli afroamericani che confronteremo con la distribuzione delle nomination e delle vittorie agli Oscar.

2. Analisi principale: Nomination e vittorie

La seconda decisione da prendere per condurre un'analisi sistematica è quella dell'orizzonte temporale. Come già detto, considerare una distribuzione temporale come quella della figura presentata poco sopra ha poco senso per svariati motivi.
Dato che le accuse di discriminazione vengono mosse verso l'Academy contemporanea, per questa analisi abbiamo deciso di concentrarci sul periodo che va dal 2000 al 2016. Gli anni Novanta sono infatti caratterizzati dai primi "segnali" di cambiamento verso gli attori di colore e le nomination per Morgan Freeman e Denzel Washington come migliori attori protagonisti. Concentrarci sugli anni immediatamente successivi dovrebbe quindi offrire un ritratto convincente delle tendenze più recenti nelle scelte dell'Academy.

Nel grafico qui sotto sono riportati la percentuale totale di nomination e vittorie per attori e attrici afroamericani nelle quattro categorie degli Oscar per il periodo considerato *, con la distribuzione naturale come punto di riferimento.
Figura 1
Il grafico suggerisce una leggera discriminazione verso gli afroamericani in termini di nomination, e un leggero favoritismo per quanto riguarda le vittorie **.
A un primo sguardo, dunque, non sembrano esserci ragioni per lamentare una discriminazione verso gli attori di colore. Ironicamente, sembra essere più discriminatoria la Screen Actors Guild, che stabilisce gli artisti nominati, che l'Academy nel suo complesso, che decide invece i vincitori.


3. Il prestigio del premio

Una valida obiezione ai dati presentati nella Figura 1 sta nel fatto che i premi per gli attori non sono tutti uguali: il prestigio collegato al vincere come attore o attrice protagonista è di gran lunga più alto di quello collegato al vincere la statuetta per il supporting role. È quindi possibile che gli attori afroamericani - che, in quanto minoranza, tendono ad avere uno status più basso - siano maggiormente penalizzati nella categoria più prestigiosa, e ricevano un "contentino" in quella meno prestigiosa.
Nella Figura 2 abbiamo quindi ripetuto l'analisi della Figura 1, ma distinguendo i premi per attori/attrici protagonisti e non protagonisti.

Figura 2
Il grafico conferma la validità dell'obiezione riportata sopra: attori e attrici afroamericani sono penalizzati nelle nomination (soprattutto) e nelle vittorie come protagonisti, mentre sono favoriti, divenendo quindi oggetto di "discriminazione positiva", nei premi come non-protagonisti.

4. La variabile nascosta: il genere

Finora abbiamo trattato l'etnia come una categoria indipendente da altre caratteristiche demografiche. Tuttavia, la teoria nota come "intersectionality" ha sottolineato e dimostrato come nessuna categoria esista indipendentemente dall'altra: individui che appartengono a due (o più) categorie solitamente discriminate subiscono discriminazioni ancora maggiori rispetto a chi appartiene a una sola delle due categorie. Per fare un esempio, una donna di colore sarà maggiormente discriminata rispetto a una donna bianca, o a un uomo di colore. Il film Moonlight, (immeritato) trionfatore della scorsa edizione, trattava proprio di questo argomento, focalizzandosi su un protagonista omosessuale e di colore.

È quindi possibile che la discriminazione lamentata dal partito OD sia più forte e significativa per le donne che per gli uomini. Abbiamo quindi ripetuto l'analisi riportata nella Figura 2 distinguendo tra attori e attrici. Vista l'uguale distribuzione di uomini e donne nella popolazione, abbiamo mantenuto il valore generale della distribuzione naturale (13%) anche per queste analisi.
Le figure 3 e 4 riportano i risultati.

Figura 3
Figura 4
La differenza è evidente, e conferma l'ipotesi dell'intersezionalità: le attrici afroamericane sono chiaramente vittima di discriminazione per quanto riguarda i premi da protagonista, mentre sono oggetto di "discriminazione positiva" per i premi da non protagonista, soprattutto per quanto riguarda le vittorie. Gli attori invece sono leggermente discriminati nei premi da non protagonista (ma solo per le nomination), mentre sono favoriti nelle vittorie (ma non nelle nomination) del premio come miglior attore protagonista, sia rispetto alle loro colleghe donne, sia rispetto ai colleghi caucasici.

5. Conclusioni

Le analisi dimostrano in modo abbastanza evidente che l'ipotesi della discriminazione sistematica su base razziale (almeno per quanto riguarda gli afroamericani: le altre minoranze sono virtualmente assenti dalle nomination degli Oscar, anche se nessuno ne parla) non è supportata dai dati. Esiste solo una leggera discriminazione per quanto riguarda le nomination ai premi più prestigiosi, quelli per attore/attrice protagonista.

Tuttavia, l'analisi rivela anche una chiara discriminazione di genere verso le attrici afroamericane nei premi più prestigiosi, sia rispetto alle loro controparti caucasiche, sia rispetto ai loro colleghi uomini. In un contesto in cui il sistema rende impossibili le discriminazioni di genere (uomini e donne concorrono in categorie separate), queste si manifestano all'interno delle minoranze: come la talpa del gioco Acchiappa la Talpa, la discriminazione di genere scompare da una parte per poi ricomparire da un'altra, ma in modo più subdolo, quasi nascosto. Questo suggerisce che i beneficiari di campagne come #OscarsSoWhite sono soprattutto gli uomini, mentre le attrici afroamericane continuano a essere significativamente discriminate.

Presto renderemo disponibile ancora una versione in inglese. Commenti e suggerimenti sono ovviamente bene accetti.

Pier

Note e commenti

1) Uno dei pochi articoli ad aver condotto un'analisi sistematica del problema discusso in questo post è stato pubblicato dal Guardian e si può trovare qui.

2) I dati completi su cui si basa questa analisi sono disponibili gratuitamente qui. Su suggerimento di un amico (thank you, Tervel) abbiamo provato a verificare se ci fossero dei trend temporali che potessero fornire una spiegazione alternativa ai dati osservati. 
Per esempio, un periodo di maggiore sensibilità sociale al tema razziale dovuto a fatti di cronaca potrebbe influenzare l'assegnazione dei premi. 

Abbiamo quindi diviso i 17 anni di osservazione in 6 periodi di 3 anni ciascuno e calcolato le solite percentuali. I risultati di queste analisi sono riassunte in grafici consultabili qui. Come si può vedere, non è possibile individuare nessun trend a lungo termine (se non un calo nel corso del tempo delle vittorie di afroamericani nel premio per miglior attore/attrice protagonista), ma si possono osservare numerose fluttuazioni nel breve termine. 
Queste fluttuazioni potrebbero riflettere trend di breve periodo in grado di influenzare l'assegnazione dei premi, così come essere semplici variazioni casuali.

*: la percentuale per le nomination è calcolata dividendo la somma delle nomination ottenute per (17 x 20 - ovvero il numero di anni considerati e il numero di nomination possibili ogni anno in tutte le categorie (5 nomination per 4 categorie). Nelle analisi per categoria, il denominatore è = 17 x 10.

**: un'analisi più rigorosa, che va al di là dello scopo descrittivo del presente articolo, richiederebbe un'analisi della significatività statistica di queste differenze.

giovedì 22 febbraio 2018

La forma dell'acqua - The shape of water

C'era una volta...



Baltimora, anni della Guerra Fredda. Elisa è una donna muta che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio scientifico dove si cercano di sviluppare nuove armi . Un giorno nel laboratorio viene portata a scopo di studio una creatura anfibia di forma umanoide. Laddove tutti vedono la creatura come una cavia priva di sentimenti che potrebbe essere sfruttata a scopo militare, Elisa scopre che è dotata di grande sensibilità e intelligenza e, lentamente, se ne innamora.

Dopo una parentesi molto riuscita nei film d'azione con Pacific Rim e una non troppo felice nell'horror con Crimson Peak, Del Toro torna al "suo" cinema per raccontarci una fiaba moderna. Come tutte le fiabe, la storia di Elisa e della creatura acquatica ha un carattere universale, e parla di assoluti: la natura di Bene e Male (il maiuscolo è d'obbligo), il concetto di diversità, la solidarietà tra gli ultimi, l'importanza del sogno e della fantasia. "Chi è il vero mostro a Notre Dame?", chiedeva Clopin nella meravigliosa intro musicale che apriva il (troppo sottovalutato) disneyano Gobbo di Notre Dame: Del Toro risponde fin dalle battute iniziali, senza paura di creare un film "manicheo",  in cui non esistono toni di grigio e buoni e cattivi sono perfettamente distinti come nel cinema hollywoodiano delle origini. Nulla di originale, dunque, eppure Del Toro riesce a prendere questi topoi narrativi e a trasformarli in qualcosa di originale e unico, che porta la sua impronta indelebile in ogni immagine, ogni dialogo, ogni scelta.

Ciò che nella fiaba è stereotipato e archetipizzato diviene qui realistico, sfaccettato, perennemente in equilibrio tra realtà e fantasia così come la storia si muove a metà tra terra e acqua. L'amore tra Elisa e la creatura viene raccontato con una sensualità sconosciuta al genere fantastico, senza però perdere di vista il romanticismo. Il film è una commistione tra Storia e fiaba, con la Guerra Fredda che fa da sfondo alla storia d'amore proibita di Elisa, ricreando quella fenomenale sovrapposizione tra reale e fantastico che caratterizza i film più riusciti di Del Toro come Il labirinto del fauno e La spina del diavolo. Il confine si fa sempre più labile man mano che il film procede, in un crescendo di poesia che culmina nel meraviglioso e ambiguo finale, che costringe a chiederci se venga prima la storia o il mito.

Muovendosi sul sottile confine tra realtà e fantasia, Del Toro finisce per fare anche una riflessione metatestuale sulla natura del cinema e della fiaba, sulla loro capacità di fornire un momento di evasione dalla realtà e al tempo stesso parlare delle questioni fondamentali della natura umana, in un escapismo che, per dirlo con le parole di J.R.R. Tolkien, non è da intendersi come la fuga del disertore ma come la liberazione di un prigioniero. E i personaggi di Del Toro sono prigionieri, prigionieri di una società che non offre loro alcun posto, alcuna accettazione, che li marginalizza e li colpevolizza per la loro diversità; una società perfettamente ritratta nel personaggio di Michael Shannon, formidabile villain di altri tempi in preda a una crescente corruzione morale e persino fisica, che domina la scena con la sua mostruosa normalità, la sua banale malvagità. Accanto a lui si muove un cast di grandi attori poco noti al grande pubblico, dalla protagonista Sally Hawkins a Octavia Spencer, passando per lo splendido Richard Jenkins, cui Del Toro offre dei ruoli che permettono loro di brillare come forse mai avevano fatto prima.

E proprio il cinema delle origini, con la sua aura di magia e mistero , è il punto di riferimento visivo e sonoro di Del Toro, che omaggia apertamente i classici hollywoodiani di vari generi, dal cinema di mostri ai comici del muto, passando per i musical con Fred Astaire. L'omaggio non è però fine a se stesso, ma concorre a creare quell'atmosfera onirica che pervade il film, e costituisce la base da cui Del Toro si muove per costruire le scene più innovative e originali del film, come quella che campeggia sui manifesti pubblicitari. A questo partecipa pure la colonna sonora, che alterna le musiche d'epoca alle dolcezza delle composizioni originali di Alexandre Desplat.
Del Toro amalgama ogni elemento alla perfezione e tutto, dall'incredibile trucco della creatura alla costruzione dei set, mostra il suo inconfondibile tocco e rappresenta un tassello della sua visione.

Se pensate che il cinema debba ritrarre l'umanità nelle sue varie sfaccettature e scale di grigio, probabilmente questo film vi lascerà indifferenti. Se, tuttavia, pensate che il cinema sia l'arte di parlare del reale sotto un manto di magia, poesia e sogno, allora non potrete non amare La forma dell'acqua.

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Pier

lunedì 19 febbraio 2018

Chiamami col tuo nome

Molto rumore per nulla



Nel 1983, Elio Perlman, un giovane diciassettenne italoamericano, trascorre un'estate oziosa nella campagna intorno a Crema insieme ai suoi genitori. A loro si unisce Oliver, uno studente universitario che lavora con il padre di Elio alla sua tesi di dottorato. Tra Elio e Oliver si instaura un rapporto che cambierà la vita di entrambi.

Cosa è un regista se abdica alla sua visione? È ciò che viene da chiedersi vedendo Chiamami col tuo nome, un film in cui Luca Guadagnino rinuncia a ogni pretesa di autorialità e originalità girando un film che sembra un condensato di sguardi altrui. Se a Sorrentino si rimprovera spesso (e spesso a torto) di “voler fare Fellini”, cosa dire allora di Guadagnino, che è talmente schiacciato dai suoi modelli di riferimento da non riuscire mai a discostarsene se non per brevi, meravigliosi attimi di respiro autonomo: dall'estetismo di sapore classico di Visconti alla gioventù sovversiva di Bertolucci, fino al fitto sottobosco della vita di provincia di Risi, non c'è modello che Guadagnino non citi e riutilizzi in modo ossequioso e quasi servile. Il risultato è un film ben girato ma anonimo, che potrebbe essere di Guadagnino come di qualunque altro regista, in cui persino le scene bucoliche sanno di già visto (Le Meraviglie di Alice Rohrwacher era ben più ispirato, in tal senso) e nessuna immagine resta stampata nella memoria.

Tuttavia, sarebbe ingeneroso non riconoscere il grande lavoro fatto da Guadagnino per rendere filmabile e credibile la sceneggiatura ingessata, anzi, bitumata di James Ivory: una sceneggiatura che mette in bocca a degli adolescenti degli anni Ottanta dei dialoghi che sembrerebbero troppo forbiti in bocca alla nobiltà vittoriana di cui di solito Ivory tratta nei suoi tormenti filmici; una sceneggiatura che tormenta lo spettatore con momenti lirici che risultano solo noiosi, con un ritmo fiacco ed esasperante; una sceneggiatura, insomma, arrogante e tronfia nel suo essere totalmente disconnessa dalla realtà, e che infatti sta ricevendo il plauso di quella critica terrazzesca e salottiera che la realtà l'ha persa di vista da almeno tre lustri. L'emblema di questa sceneggiatura è il monologo finale del padre di Elio, che Ivory indubbiamente vedeva come profondo ma risulta essere invece una trista morale della storia degna di un libro di fiabe di livello scadente, intriso di retorica e talmente incredibile da divenire ridicola, e che viene salvato solo dal fatto di essere affidato a un interprete straordinario come Michael Stuhlbarg.

Guadagnino si dibatte in questa sceneggiatura come un uomo in fiume prigioniero di un'armatura elegante ma troppo pesante e, pur con fatica, riesce a trascinarsi a riva grazie a un paio di felici intuizioni: la prima, depotenziare tutte le scene eccessivamente retoriche con un uso semplice della macchina da presa, evitando di sovraccaricare gli orpelli ivoriani con ulteriori artifizi filmici; la seconda, affidarsi alla straordinaria bravura dei suoi attori, Armie Hammer e Timothée Chalamet, tanto naturali e spontanei da riuscire a rendere (quasi) credibili le odi pastorali che Ivory ha scritto spacciandole per dialoghi. Non per nulla le scena più riuscite sono quelle di intimità tra i due, in cui i dialoghi sono rarefatti e quasi del tutto assenti, ed è il linguaggio dei corpi a parlare, comunicare e, perché no, commuovere. Esemplare in questo senso è l'ultima scena del film, forse l'unica in cui vediamo la creatività del regista emergere con prepotenza, quasi con liberazione: Guadagnino decide di lasciare la scena a Chalamet, che lo ripaga con una sequenza semplice ma di fortissimo impatto emotivo.

Chiamami con il tuo nome è un film onesto, diretto con perizia, con un'ottima colonna sonora e splendidamente interpretato, ma molto lontano dal capolavoro di cui si urla oltreoceano, dove ha probabilmente guadagnato attenzione grazie alla tematica e a una regia che negli USA passa per autoriale, ma che qui in Europa fatica a distinguersi da mille altre viste nei maggiori festival cinematografici. È, soprattutto, molto lontano dall'essere il miglior lavoro di Guadagnino: come potrebbe, quando di Guadagnino e della sua poetica c'è poco o nulla?

 *** 

Pier

martedì 13 febbraio 2018

The post

Bello senz'anima

 


1971, USA: Daniel Ellsberg, economista che lavora per un'agenzia al soldo del Pentagono, trafuga e diffonde delle copie di un rapporto segreto che dimostra come il governo USA sotto quattro presidenti diversi sapesse dell'impossibilità di vincere la guerra in Vietnam, e ciononostante non abbia ritirato le truppe. Il primo a divulgare i documenti è il New York Times, che però riceve un'ingiunzione della Corte Suprema che, sollecitata dal governo Nixon, impone il blocco della pubblicazione. A questo punto i documenti arrivano in mano ai giornalisti del Washington Post, mettendo l'editore, Katharine Graham, e il suo direttore, Ben Bradlee: pubblicare e rischiare a loro volta il blocco della pubblicazione e un possibile disastro finanziario, o non pubblicare e venire meno alla loro missione di divulgatori della verità.

Il tema della libertà di stampa è quantomai centrale di questi tempi, in cui tra bufale, attacchi frontali del potere costituito, e un oggettivo scadimento del livello qualitativo medio il giornalismo tradizionale arranca e fatica ad assolvere la sua funzione di pungolo dei governanti e servitore dei governati. Un film come The Post arriva quindi con perfetto tempismo. La vicenda narrata è quantomai bipartisan, dato che tocca presidenti di diversi schieramenti ed epoche, ed è raccontata con un ritmo serrato e una narrazione prevalentemente in interni, dove seguiamo le attività giornaliere di una redazione esemplare e il loro costante lavorio alla ricerca della verità. Al tema della libertà di stampa si aggiunge quello dell'emancipazione femminile, affrontato attraverso la figura di Katharine Graham: trovatasi quasi per caso a essere l'editore del Washington Post, Graham è circondata da uomini che le dicono cosa deve e non deve fare, cosa può e non può permettersi. La sua scelta, libera e consapevole, arriva quasi come un urlo liberatorio, una dichiarazione di intenti che rivela un carattere deciso sotto l'apparenza di donna mite e festaiola della protagonista.

Sia Katharine Graham che Ben Bradlee sono interpretati alla perfezione da due mostri sacri come Meryl Streep, ancora una volta meritatamente candidata all'Oscar, e Tom Hanks. Accanto a loro brillano dei comprimari d'eccezione, dal Bob Odenkirk di Breaking Bad e Better Call Saul al Bradley Whitford di The West Wing, che danno vita a una redazione e a un gruppo editoriale quantomai sfaccettato e, proprio per questo, vero e credibile.

Il film ha il merito di non scadere in eccessi di retorica, ma osa pochissimo e sembra sedersi sugli allori, crogiolarsi nella certezza di avere tutti gli elementi per poter realizzare un bel film. Spielberg si accontenta di mettere in scena anziché esplorare, scavare, indagare; di usare i suoi fenomenali attori per trasmettere i personaggi, senza preoccuparsi di esplorarli a fondo. Il risultato è un film godibile ma comunque superficiale che, cosa strana per un film di Spielberg, non riesce davvero a coinvolgere né a emozionare, come invece riescono a fare capolavori del genere "giornalistico" come Tutti gli uomini del Presidente o il più recente Il caso Spotlight. Ci si ritrova a tifare per i protagonisti quasi per inerzia, senza un reale coinvolgimento né interesse per le loro vicende, con la parziale eccezione del personaggio della Graham, ma piùper merito di Meryl Streep che di regia e sceneggiatura.

The Post risulta quindi un film solido, ben realizzato e interpretato magistralmente, ma superficiale; un compitino che racconta la sua storia con efficienza ma senza efficacia, e ha quindi un impatto di gran lunga inferiore a quello che avrebbe potuto avere. Non rimarrà di certo nella storia del cinema sul giornalismo, né resterà a lungo nella memoria dello spettatore.

*** 

Pier

venerdì 26 gennaio 2018

L'ora più buia

Oratoria e responsabilità


Londra, 1940. Hitler ha appena invaso il Belgio e si prepara ad attaccare la Francia. Neville Chamberlain, il primo ministro conservatore sostenitore della necessità di dialogare con Hitler, viene costretto a dimettersi. Il Parlamento vuole un governo di unità nazionale, in grado di unire tutti i partiti per sostenere la guerra contro la Germania. Un solo nome emerge dai possibili candidati, quello di Winston Churchill, unico politico a tuonare fin dal primo momento contro il pericolo di Hitler. Disprezzato dai membri del suo stesso partito e dal re, che spingono per la pace, Churchill si trova di fronte a una missione impossibile: evitare una disfatta che appare ineluttabile e convincere il partito e il paese della necessità di non scendere a trattative con Hitler.

A un'analisi superficiale, L'ora più buia potrebbe sembrare un semplice, classico film biografico, con tutta la retorica e i momenti agiografici che caratterizzano questo tipo di film. Joe Wright senza dubbio non lesina momenti di patriottismo smodato e non esita nemmeno a usare aneddoti inventati per sottolineare il più possibile l'eccezionalità del protagonista.
Tuttavia, il film è anche e soprattutto altro. Lo si intuisce fin dalla scelta dell'orizzonte temporale descritto: non l'intera vita di Churchill, non l'intera durata del suo mandato da primo ministro, non l'eroica resistenza di Londra sotto le bombe. Wright sceglie di concentrarsi invece su quella che lo stesso Churchill definì "l'ora più buia", per l'Europa ma anche per se stesso, il momento in cui i politici inglesi gli consegnarono di malavoglia  il potere e lui si ritrovò tra le mani l'ingrato compito di dover scegliere tra una pace più facile ma ad alto rischio, che avrebbe tradito tutti gli ideali in cui credeva, e una guerra ancora più rischiosa, ma fatta in nome di questi stessi ideali. 

L'ora più buia non è, quindi, un film biografico, nè un film di guerra: è un film sulla responsabilità e sulla solitudine di chi detiene il potere, sul peso della responsabilità e del prendere decisioni che, anche se giuste a tavolino, possono rivelarsi tremendamente sbagliate quando messe in pratica (Churchill vedeva così, ad esempio, quello che oggi è considerato il suo fallimento più grande, Gallipoli). 
È, inoltre, un film sulla forza dell'oratoria e delle parole, che difatti pervadono il film anche a livello visivo. "Ha mobilitato la lingua inglese e l'ha mandata in battaglia", dice Lord Halifax, il più fiero nemico interno di Churchill, in uno dei momenti chiave, e qui sta anche il cuore del film, all'intersezione tra politica e arte oratoria, responsabilità e capacità di persuasione. Quando Churchill si trova di fronte a decisioni difficili, quando tutto sembra perduto, la prima cosa che gli viene meno sono proprio le parole, il suo dono e la sua maledizione, la risorsa che lo ha aiutato a farsi strada nella sua carriera e la ragione per cui molti non lo prendono sul serio, e lo considerano solo un eccentrico cialtrone dotato di un'ottima parlantina. E proprio su un discorso (splendido) di Churchill cala il sipario, come se esaurito il potere dell'oratoria non restasse più nulla da dire, nulla da raccontare, con le porte che si chiudono dietro lo statista allo stesso modo in cui il sipario cala sull'attore.

A proposito di attori, Gary Oldman (irriconoscibile grazie allo splendido trucco) è semplicemente perfetto nella sua impersonazione di Churchill, di cui riesce a trasmettere tutte le sfumature: se il film scivola a volte nell'agiografia, l'intepretazione di Oldman è invece sfaccettata, e fa intuire, laddove la sceneggiatura sorvola, da dove derivino le contraddizioni di Churchill e lo scetticismo di chi lo circonda. Non è un caso che, al netto degli splendidi monologhi in cui Oldman raggiunge un tale livello di immedesimazione da essere pressoché indistinguibile dall'originale (qui un'intervista con Oldman stesso in cui spiega come si è preparato alla parte), le parti migliori del film siano le conversazioni tra Churchill e Re Giorgio VI (un ottimo Ben Mendelsohn), che proprio nella parola aveva il suo tallone d'Achille. I loro dialoghi fanno risaltare le similitudini tra due uomini solo all'apparenza opposti, uniti dal senso del dovere e dal peso di un potere che si sono trovati tra le mani quasi per caso, e che hanno dovuto imparare a gestire nel momento più buio della storia del Regno Unito e d'Europa.

In un'epoca di incertezza morale e crisi del sistema politico, L'ora più buia offre un'interessante storia su temi centrali per la vita pubblica e per chi vorrebbe porsi alla guida della società. Nonostante alcuni passaggi inutilmente didascalici e retorici, il film convince, emoziona, e ci costringe a riflettere sull'importanza del linguaggio e della responsabilità, sopratutto in una società che pare aver dimenticato sia l'uno che l'altra.

*** 1/2

Pier

PS: fate un favore a voi stessi e allo splendido lavoro di Gary Oldman e andate a vedere il film in lingua originale, evitando un doppiaggio qui davvero delittuoso. Non ve ne pentirete.

martedì 23 gennaio 2018

The greatest showman (In pillole #13)

Quel pizzico di follia


New York, inizio Ottocento. Phineas Taylor Barnum è il figlio di un sarto, ma ha grandi ambizioni per il futuro. Nemmeno la morte del padre e la conseguente povertà bastano a dissuaderlo, e grazie al suo ingegno riuscirà a farsi strada e a conquistare il suo amore d'infanzia, Charity, nonostante l'opposizione della famiglia di lei. L'ambizione di Barnum, tuttavia, è senza freni, e lo porterà a realizzare progetti sempre più visionari e innovativi: prima un Museo delle stranezze, e poi un vero e proprio circo, il primo del suo genere, con donne barbute, giganti, nani vestiti da Napoleone e gemelli siamesi. Nonostante il suo successo, tuttavia, Barnum è tormentato dal fatto di non riuscire a ottenere ciò che più desidera: il rispetto dell'alta società.

The greatest showman si apre con note e atmosfere che lasciano presagire un film dai toni baz luhrmanniani, con quel mix di provocazione, magia e sincero desiderio di stupire che caratterizza i film del regista australiano come Moulin Rouge. L'illusione, purtroppo, si esaurisce presto: nonostante la materia si presti perfettamente a un trattamento coraggioso e visionario, il regista Michael Gracey confina la creatività nel campo musicale e dirige un film onesto ma con pochi guizzi visivi, in cui spiccano solo un paio di coreografie molto ben riuscite (su tutte quella che accompagna la canzone Rewrite the Stars).
Anche la trama non offre alcun guizzo, e rivisita la vita di Barnum in modo superficiale, rinunciando a indagarne le complessità in favore di un'attenzione forse eccessiva sulla sua vita privata e sulle sue ambizioni.

Quello che manca in originalità il film lo ripaga però a livello di impatto emotivo: nonostante spesso sconfini nello smielato, alcune scene, come la prima esibizione dell'usignolo svedese, Jenny Lind, sono emotivamente toccanti e non lasciano indifferenti. A questo contribuiscono le buone prove d'attore, con uno Hugh Jackman contagioso nella sua energia e nel suo ottimismo, una Rebecca Ferguson carismatica nei panni di Jenny Lind, e un cast corale che ci regala un meraviglioso gruppo di freaks, segnati dalla vita ma indomiti nella loro volontà di conquistarsi un posto nel mondo.

Ciò che realmente eleva il film, portandolo dall'essere un film mediocre a uno spettacolo comunque interessante, sono però le musiche: creative, originali, meravigliosamente anacronistiche. Benji Pasek e Justin Paul, reduci dal successo di La La Land (loro era la canzone più celebre del film, City of Stars, vincitrice di un premio Oscar) realizzano una colonna sonora perfettamente equilibrata, senza un singolo punto debole, in cui ogni canzone riesce a regalare emozioni e a fissarsi nella testa dello spettatore, portandolo a canticchiarla fino allo sfininimento.

The greatest showman risulta quindi essere un film discreto, che non fa però onore al suo protagonista, preferendo la strada sicura del romanticismo a quella più coraggiosa del ritratto sociale e della visionarietà. Rimane quindi il rammarico per lo scarso coraggio dimostrato nell'affrontare una materia che, con un pizzico di follia in più, avrebbe potuto portare a un film davvero interessante e originale.

***

Pier