domenica 17 gennaio 2016

Carol

La forza del non detto



New York, anni Cinquanta. Carol è una donna dell'alta borghesia che sta per divorziare dal marito, che non ama ma da cui ha avuto una figlia che adora. In un negozio incontra Therese, giovane commessa con la passione della fotografia, ancora indecisa su cosa vuole dalla vita. Tra le due scocca subito la scintilla, ma la loro relazione metterà a rischio i punti fermi delle rispettive esistenze.

Todd Haynes torna a occuparsi degli anni Cinquanta negli USA, e lo fa con una storia d'amore tra due donne, tratta da un romanzo di Patricia Highsmith. Il film, tuttavia, racconta molto più di questo: racconta un'epoca fatta di ipocrisie e "non detti", in cui tutti avevano scheletri nell'armadio, invisibili all'esterno e nascosti con cura. Questo tema emerge con prepotenza grazie alle scelte di regia e sceneggiatura.

Haynes adotta prevalentemente uno sguardo da osservatore esterno, quasi da voyeur, con inquadrature ampie che colgono i protagonisti in momenti privati, quando fanno cadere la maschera e rivelano il loro vero io, così come accade con Carol nelle foto scattate da Therese. Molte inquadrature ricordano quadri di Hopper, e ritraggono alla perfezione la solitudine e l'estraneità delle protagoniste e della società in generale. Alla fragilità delle apparenze ritratta con i campi lunghi Haynes oppone la vera intimità del rapporto tra Carol e Therese, fatto di primi piani su visi, mani, oggetti. La scena d'amore è perfetta per come riesce a essere delicata senza essere pruriginosa, sensuale senza scivolare nel voyeurismo e nella strizzatina d'occhio alle fantasie dello spettatore di sesso maschile (vero, Keichiche?).

La sceneggiatura è rarefatta, fatta di non detti più che di parole, di sguardi, di gesti, o della loro assenza, un capolavoro di equilibrio e sottrazione che a tratti trasporta il film in un'atmosfera quasi fuori dal tempo, e che trova il suo apice nella perfetta scena finale, che lascia lo spettatore con il desiderio di continuare a seguire la storia di queste due donne forti che scoprono la propria forza, e allo stesso tempo lo rende felice di poterle, finalmente, lasciare alla loro intimità, lontano dagli sguardi altrui.

Cate Blanchett è da Oscar nella parte di Carol, che interpreta con equilibrio e classe anche nelle scene madri, tra cui spicca quella con il marito e gli avvocati, in cui reclama il suo diritto alla vita con una grazia e una dignità che rendono le sue parole infinitamente più potenti di quanto lo sarebbero state con il classico monologo altisonante che spesso viene messo in bocca alle eroine femminili in cerca d'emancipazione. Il coraggio di Carol in questa scena è pari solo alla straordinaria bravura della Blanchett. Accanto a lei Rooney Mara è un diverso esempio di forza gentile, una forza che si scopre, emerge, si ritrae timidamente, per poi esplodere e liberarsi. Il personaggio di Therese deve molto alla Holly di Colazione da Tiffany e soprattutto a Sabrina, a livello sia di scrittura che estetico, e Rooney Mara si dimostra una degna erede di Audrey Hepburn, grazie a una recitazione solida, misurata e commovente.

La perfezione del film è minata solo dalla sensazione di già visto dell'estetica e, soprattutto, della trama. Il film non si allontana molto dalle atmosfere di Mildred Pierce e, soprattutto, Lontano dal Paradiso, e in generale ha una trama che non racconta nulla di particolarmente nuovo. Manca quindi della carica innovativa a livello visivo e narrativo di quello che, ad oggi, rimane il miglior film di Todd Haynes, Io non sono qui, e in generale della novità tematica che ci si aspetterebbe da un film altrimenti impeccabile.

Carol resta però un film artistico, intimo e delicato che emoziona senza dover toccare le corde del melodramma, un racconto in grado di parlare a tutti, oggi più che mai.

**** 

Pier

venerdì 8 gennaio 2016

La grande scommessa

The Big Blindness



And oftentimes, to win us to our harm, 
The instruments of darkness tell us truths, 
Win us with honest trifles, to betray ’s 
In deepest consequence. 
William Shakespeare, Macbeth, Atto I, Scena 3

Gli strumenti dell'oscurità guadagnano la nostra fiducia su questioni marginali, ma ci tradiscono in quelle importanti: ciò che scriveva Shakespeare quasi 500 anni fa sembra la perfetta descrizione della trama de La grande scommessa. Siamo nel 2005, e il mercato immobiliare statunitense sembra solido e destinato a crescere. Sembra, appunto: andando a indagare sui CDO (Collaterized Debt Obligation) del mercato immobiliare, il genio dei numeri Michael Burry scoprì che erano pieni di mutui di basso valore, e che il sistema si poggiava su fondamenta di fango. Decise quindi di scommettere contro il mercato immobiliare, attirandosi lo scherno e l'ilarità delle banche che accettarono di assicurarlo contro il suo fallimento. Fu imitato da un ristretto numero di investitori, anch'essi derisi dal sistema. Tre anni dopo, i fatti diedero loro ragione, con il crollo del mercato immobiliare e la crisi dei subprime.

I titoli derivati sono qui gli strumenti dell'oscurità, di quel capitalismo finanziario che è diventato fine a se stesso, del tutto scollegato dai processi produttivi. Gli strumenti illudono che una ricchezza facile sia possibile, salvo poi risultare fallimentari e far perdere soldi, casa, tutto. La grande scommessa analizza questo tema, sviscerato da numerosi film negli ultimi anni, ma lo fa con uno sguardo completamente nuovo, assumendo la prospettiva di chi aveva previsto la crisi, rimanendo però inascoltato dal sistema. 
Il film affronta una materia ricca di tecnicismi e concetti complessi con un taglio registico decisamente innovativo, coniugando genialmente divulgazione e narrativa attraverso una continua sovrapposizione tra narrazione e realtà, rottura della quarta parete e momenti di spiegazione affidati a personaggi pop e costruiti in maniera decisamente sorprendente, chiara, ed esilarante. 

La grande scommessa è una commedia nera, un horror finanziario che diverte e angoscia allo stesso tempo. Adam McKay realizza una macchina perfetta, in cui parole, suoni e immagini si alternano in maniera non convenzionale, a volte quasi disturbante, ma senza perdere di vista la coesione e la solidità narrativa. La sceneggiatura è un orologio, con personaggi ben tratteggiati e una trama scorrevole, ed è sorretta da prove d'attore eccezionali di Christian Bale (il migliore per distacco), Steve Carell e Ryan Gosling, protagonisti agli antipodi e complementari, guidati da obiettivi e storie personali completamente differenti, ma uniti nella loro capacità di vedere ciò a cui tutto il mondo sembrava essere cieco.

La grande scommessa è uno dei film più interessanti e innovativi degli ultimi anni per regia, sceneggiatura e montaggio, un piccolo capolavoro che tiene incollati alla sedia a dispetto dell'osticità dell'argomento trattato. Non perdetelo.

**** 1/2

Pier


sabato 26 dicembre 2015

Irrational Man

Uccidereste l'uomo grasso?



Abe Lucas è un professore di filosofia all'università. Costretto a lasciare il college dove insegnava, si trasferisce in un'altra cittadina per ricominciare in un'istituzione più piccola e meno prestigiosa. Nonostante sia una celebrità, nel suo campo, Lucas ha ormai perso ogni desiderio di vivere e relazionarsi agli altri. Il suo nichilismo non impedisce però che diventi l'oggetto del desiderio di colleghe e studentesse, che però respinge in modo più o meno deciso. La sua vita, tuttavia, ha un sussulto quando viene posto di fronte a un dilemma etico: sarebbe giusto uccidere un uomo cattivo?

Uno dei più famosi dilemmi della filosofia, riassunto alla perfezione in un libro di David Edmonds e da un celebre monologo della serie Doctor Who, riguarda la correttezza e l'eticità di un'azione immorale (uccidere una persona) a fini morali (salvarne altre). In altre parole, è moralmente accettabile uccidere una persona malvagia? A questa domanda cerca di dare risposta Woody Allen in questa commedia nera di grande profondità e spessore, in cui i tormenti esistenziali del protagonista lo portano a confrontarsi con un dilemma etico che risveglia il suo interesse per la vita e l'amore. Il rapporto tra Eros e Thanatos non è mai stato così diretto ed evidente, e Woody lo sviscera con il cinismo e lo humor che lo hanno reso celebre, regalandoci un film vitale e interessante che perde incisività solo nel finale. Qui Allen cerca di imporre un'ulteriore riflessione sul tema del film, ma finisce per scivolare in una parodia di uno dei suoi finali più celebri, quello di Match Point.

Abe Lucas è un personaggio tipicamente alleniano, con il suo bagaglio di nevrosi, depressione e insicurezze. Si distingue però dai suoi illustri precedenti per la sua capacità di azione, di porre in essere i suoi pensieri e le sue riflessioni, anziché tormentarsi ed elucubrare su di esse. Joaquin Phoenix è a dir poco perfetto nella parte, ed è affiancato da una deliziosa Emma Stone, radiosa e vitale, un'iniezione di energia nella vita di Lucas e nello svolgimento del film.
Allen dirige con l'abilità e la furbizia di chi conosce questo genere e questa materia, e realizza un film non memorabile, ma comunque divertente e interessante, che induce alla riflessione e al dibattito.

Pier

*** 1/2

mercoledì 16 dicembre 2015

Star Wars: Episodio VII - Il Risveglio della Forza

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana… 



Sono passati molti anni dalla battaglia di Endor. L’Impero è stato sconfitto, ma alcuni lealisti, riunitisi sotto il nome di Primo Ordine, cercano ancora di riportare in auge la dittatura, conquistando alcuni sistemi esterni per poi puntare al cuore della Repubblica. Nonostante la presenza di una Resistenza, il Primo Ordine sembra sempre più vicino al successo.

Dopo anni d’attesa, e tre prequel generalmente considerati deludenti non tanto nel contenuto quanto nello spirito e nella realizzazione, Star Wars è finalmente tornato. Fin dalle prime sequenze (ai titoli in formato “classico”, lo confesso è scappata la lacrimuccia), J.J. Abrams mostra la ferma volontà di tornare ai toni e alle atmosfere della prima trilogia, tra inseguimenti spaziali e nemici misteriosi, giovani che sognano ad occhi aperti e droidi spaziali, nuovi volti e vecchie conoscenze. Il regista approccia Star Wars come una leggenda dei tempi antichi, costruendo una nuova epopea a partire da dove si era conclusa quella vecchia, creando un legame indissolubile che non diviene però legaccio né costrizione creativa. Il materiale originale viene rielaborato in modo rispettoso ma originale, creando collegamenti con la vecchia saga ma aprendo la strada a una nuova storia in grado di reggersi sulle proprie gambe.

I vecchi personaggi vengono usati in modo intelligente e realistico, senza fare finta che il tempo non sia passato ed evitando così di ibernarli in un eterno, statico presente. Il passare degli anni ha avuto degli effetti sui loro caratteri, modificandone alcuni tratti ma lasciandone immutati altri. Il nuovo episodio ci restituisce così dei personaggi più maturi, diversi eppure riconoscibili, come vecchi amici che si rincontrano dopo tanto tempo. I “grandi vecchi” vengono affiancati da giovani protagonisti carismatici e ben costruiti, con il loro carico di origini misteriose e traumi irrisolti, che si dimostrano all’altezza dei loro predecessori. Tra tutti spiccano la giovane protagonista, Rey, (una convincente Daisy Ridley) e l’antagonista, Kylo Ren, magistralmente interpretato da Adam Driver, che dimostra una volta di più quanto sarebbero stati migliori i film della nuova trilogia se a interpretare Anakin Skywalker ci fosse stato un attore migliore del termosifonesco Hayden Christensen.

Proprio nell'equilibrio tra personaggi nuovi e storici il film ha la sua pecca più grande, in quanto Abrams sembra sentirsi quasi obbligato a dare spazio ad Han, Leia e altre vecchie conoscenze, quando è evidente che il loro arco narrativo è ormai agli sgoccioli, e dunque assolutamente secondario e meno interessante rispetto a quello dei nuovi personaggi. I primi venti minuti, interamente dedicati alle "nuove reclute", sono quindi i migliori del film, in quanto la trama sembra guardare in avanti (l'inizio in medias res è da sempre un marchio di fabbrica di Guerre Stellari) anziché voltarsi faticosamente indietro come accade in altri punti.

Nonostante i rallentamenti di cui sopra, la storia in generale procede veloce, tra colpi di scena, inseguimenti mozzafiato e momenti intimi e toccanti, che non mancheranno di emozionare lo spettatore. La regia di Abrams è solida e sicura, senza quei fronzoli stilistici che avevano caratterizzato la sua versione di Star Trek, e con un impianto visivo che rispecchia quello dei film originali sia nella fotografia che nelle scene e nei costumi. Grazie alla scelta di ricostruirli dal vivo anziché in computer grafica, alieni e ambienti sono veri, realistici e coinvolgenti, lontani dalle fredde e artificiali atmosfere di alcuni episodi della seconda trilogia.

Star Wars: Il Risveglio della Forza è un ottimo primo capitolo per la nuova trilogia, in quanto riesce a soddisfare gli storici fan della saga senza estraniare potenziali nuovi spettatori, ma anzi accompagnandoli in modo elegante e rispettoso all’interno di una storia che è iniziata tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, e non accenna a voler finire.

 *** ½ 

Pier

lunedì 14 dicembre 2015

Minions (In pillole #3)

Merchandising: the Movie

Questa recensione sarà affidata alle parole di questo Honest Trailer (se non sapete cos'è un honest trailer, pentitevi e rimediate qui).

No, non è pigrizia: è che non potevo sperare di fare di meglio di loro. Concordo con ogni singola parola.



Per i veri pigri, ecco il riassunto: un film inutile, in cui delle spalle diventano protagonisti, con effetti disastrosi. Alcune gag sono divertenti, ma il loro eccesso e la totale mancanza di logica nella trama rendono il film difficilmente tollerabile a chi abbia passato l'età dei denti da latte.

* 1/2

Pier

mercoledì 25 novembre 2015

Il viaggio di Arlo

Paura e Natura




Siamo nella preistoria, e la Terra non è mai stata colpita da un asteroide. I dinosauri non si sono dunque estinti, ma si sono evoluti e sviluppati accanto all’uomo, dedicandosi all’agricoltura e alla pastorizia. Arlo è un giovane Apatosauro, gracile e pauroso, che vuole a tutti i costi dimostrare al padre il suo valore. A seguito di un evento traumatico, Arlo si ritrova sperduto chissà dove, e deve cercare di tornare a casa. Farà amicizia con un cucciolo d’uomo, selvaggio ma temprato alle difficoltà, e scoprirà il suo vero valore.

Cosa significa superare le proprie paure?
Questo, tra tanti, il tema centrale del nuovo film Pixar, un western on the road in cui tutto è rovesciato: i dinosauri sono "umani", gli umani sono animali. Attraverso il suo viaggio in questo mondo ignoto e sottosopra, topos del percorso di formazione dell'eroe, Arlo scoprirà se stesso e imparerà ad accettare le sue paure e a conviverci, senza pretendere di eliminarle.

Attorno a questo tema ruotano quelli della famiglia e della perdita, centrali nella narrativa disneyana, che vengono trattati con maturità e delicatezza, facendo leva sulle emozioni e i rapporti dei personaggi, attraverso scene intime e coinvolgenti, in cui le parole vengono meno e tutto viene lasciato a immagini e suoni. L’azione, e non la parola, è al centro della vicenda, soprattutto nei suoi momenti più toccanti e "umani", e Arlo troverà se stesso e il suo ruolo nel mondo grazie ai suoi atti e alle sue decisioni.
La grande forza del film è quella di saper creare un’identificazione immediata con il protagonista: lo spettatore cresce e matura con Arlo, si stupisce e si spaventa con lui di fronte a una natura mai così realistica, la cui realizzazione segna una nuova vetta nel campo dell’animazione in computer grafica, con la Pixar che si dimostra ancora una volta un passo avanti ai concorrenti. I paesaggi sono stordenti nella loro bellezza, e fanno da contraltare al disegno volutamente più stilizzato adottato per i protagonisti, in ossequio alla scelta Pixar di mantenere un look "cartonesco" per i propri personaggi.

La natura è attiva coprotagonista del film, matrigna e madre, stupenda e terribile al tempo stesso, un personaggio volubile che segna inesorabilmente i destini dei personaggi. Quando la natura non colpisce direttamente, con fragorose tempeste e possenti inondazioni, lo fa attraverso le sue creature. Nel mondo ribaltato creato dagli sceneggiatori, i predatori tradizionali come i T-Rex sono diventati cowboy dediti all’allevamento, ma restano alcuni animali che vivono da fuorilegge, squali che attaccano dal cielo anziché dall’acqua, incapaci di evolversi e trovare il loro posto nel mondo.

Il viaggio di Arlo, nonostante alcune trovate geniali e coraggiose (i frutti allucinogeni, l'attaco degli pterodattili) non ha la geniale freschezza di Inside Out e non brilla per l’originalità della trama, che riprende temi di grandi classici Disney e Pixar come Il Re Leone, Il libro della giungla e Alla ricerca di Nemo. Il film, tuttavia, risulta riuscito per la sua capacità di emozionare e stupire, i due marchi di fabbrica della casa di Emeryville, che dimostra di saper far riflettere spingere le frontiere dell’immaginazione anche quando realizza film per un pubblico più giovanile.

***

Pier

Nota: articolo originalmente pubblicato su Nonsolocinema.

mercoledì 21 ottobre 2015

Sopravvissuto - The Martian

Robinson Crusoe in Space


Durante una missione su Marte, una tempesta di sabbia costringe l'equipaggio ad andarsene per evitare il peggio. Durante la fuga, l'esperto di botanica Watney viene colpito da un detrito, e si accascia a terra. Credendolo morto, il capitano dà ordine di abbandonarlo. Watney, però, è vivo, e riesce a sopravvivere alla tempesta. Da quel momento inizierà una personale lotta per la sopravvivenza in un mondo ostile, in attesa che la NASA trovi il modo di riportarlo sulla Terra.

Ridley Scott torna alla fantascienza dopo il capolavoro mancato (grazie, Lindelof) di Prometheus, e lo fa con un film apparentemente lontano dalle sue corde, in cui la scienza predomina sulla fantasia, e Marte diviene solo il pretesto per raccontare la sopravvivenza in condizioni estreme. Watney è una sorta di Robinson Crusoe, un McGyver con la soluzione sempre pronta e deciso a non arrendersi, a continuare a vivere in un pianeta che sembra l'antitesi stessa della vita. 

Scott segue le vicissitudini del suo protagonista - un Matt Damon convincente, con il giusto equilibrio di ironia e umanità che rende impossibile non affezionarsi a lui - con occhio da documentarista, tra video-confessione e paesaggi desolati inquadrati in campo lungo, che richiamano le atmosfere dei grandi western classici, con un uomo solo di fronte a un deserto foriero di sventura e morte, un nemico passivo, che non attacca direttamente ma sa attendere, che logora anziché ferire, consuma anziché aggredire. Il film riesce così ad avere un occhio "scientifico" e distaccato, come quello di uno studioso che sta osservando un soggetto, insieme alla personalità e vitalità garantite dai vari personaggi, tratteggiati rapidamente, ma in modo molto definito e vivace.

La trama riprende alcuni cliché della fantascienza, ma senza quello stucchevole patriottismo che spesso permea questo genere di film, con un'inaspettata apertura verso la possibilità che altri paesi offrano in aiuto nella corsa per lo spazio. Scott dirige un film che, pur non memorabile, diverte e intrattiene, mostrando una rinnovata abilità per il racconto che sembrava aver perso nelle sue ultime prove. Sopravvissuto non passerà alla storia, ma le due ore del film volano veloci nonostante l'abbondanza di dettagli scientifici (più o meno accurati), lasciando lo spettatore con la sempre più rara sensazione di aver visto qualcosa di divertente e interessante.

*** 1/2

Pier