venerdì 16 gennaio 2015

Hungry Hearts

Quando l'emozione è SciAlba



Mina e Jude sono due giovani che si incontrano per caso a New York. Lei italiana, lui statunitense, cominciano a frequentarsi, si innamorano, si sposano, hanno un figlio. Proprio con la nascita del bambino iniziano i problemi: Mina è ossessionata dal mantenere il figlio "puro", e per questo non lo fa uscire di casa e non lo nutre in maniera appropriata. Quando Jude si rende conto che il figlio è a serio rischio di malnutrizione inizia a dargli da mangiare di nascosto e a portarlo da un medico. Mina lo scopre, e lo scontro tra i coniugi esplode, divenendo sempre più aspro.

Non fatevi ingannare dalla doppia Coppa Volpi: Hungry Hearts è un film che ha il suo punto debole nella sceneggiatura e nella recitazione della protagonista, mentre - come sempre nei film di Costanzo - convince per la buona realizzazione a livello visivo, con una fotografia ispirata e a tratti hitchcockiana e un montaggio molto interessante.
Peccato per il resto: la sceneggiatura è scadente, soprattutto nella costruzione del personaggio femminile, che passa dall'essere più o meno normale a comportarsi come una pazza lunatica nel giro di due scene. La trama è debole e mal costruita, soprattutto nella prima metà, quando il film vorrebbe raccontare la parte serena del matrimonio di Mina e Jude. La pellicola si apre con una scena a tema scatologico che starebbe bene in un cinepanettone, e prosegue con una love story da operetta che, fino alla nascita del figlio, è meno appassionante di un film delle vacanze.

Nella seconda parte la tensione cresce e il film acquista in ritmo, ma cominciano i problemi di recitazione. La parte della madre è affidata a (Sci)Alba Rohrwacher, come tutti i ruoli di donne disturbate negli ultimi cinque anni di cinema italiano, che offre una prova monocorde, con un viso sempre in bilico tra pianto e disprezzo, anche quando il copione non lo richiede. Voi vi chiederete: "E perché allora le hanno dato la Coppa Volpi a Venezia?" La risposta è semplice: i giurati non l'hanno mai vista, e hanno pensato che questa prova non fosse l'esatta replica di (quasi) tutte quelle precedenti;  inoltre quest'anno a Venezia c'erano solo tre film in concorso con protagoniste femminili, e la competizione non era quindi esattamente agguerrita. La recitazione della Rohrwcher affossa anche il messaggio del film sull' "amore eccessivo": il personaggio di Mina è troppo estremo, troppo sopra le righe perché si possa empatizzare con lei, perché si possa capire che la sua follia deriva da un forte amore per il figlio. La sua follia risulta solo follia, il delirio di una psicotica senza motivazioni reali né umanità. Un peccato, questo, perché l'obiettivo del film era ben altro.
La pellicola si regge quindi sulle spalle di Adam Driver, per cui passare dal set di Scorsese o del nuovo Star Wars a lavorare con la Rohrwacher deve essere stato un trauma non da poco. Driver è intenso senza essere eccessivo, naturale senza essere banale, e regala una prova commovente e vera, che fa sì che lo spettatore parteggi ancora di più per il suo personaggio.

Hungry Hearts è un film scialbo come la sua protagonista, che non emoziona e non coinvolge, se non nei momenti in cui Jude si ribella e manda a quel paese la moglie. L'unico pregio è quello di far vedere la follia cui può portare il fanatismo legato al cibo. Un film da far vedere ai vostri amici e conoscenti vegani quando vi guardano con aria critica mentre addentate una bistecca, ma purtroppo non la riflessione sull'amore genitoriale e sulla nutrizione che voleva essere.

**

Pier

domenica 4 gennaio 2015

Big Hero 6

Curare il cuore con il divertimento



Hiro Hamada è un piccolo genio con la passione per i robot. Con le sue creazioni vince regolarmente i bot fight che si tengono clandenstinamente nei vicoli di San Fransokyo, immaginaria città che fonde le due anime del Pacifico. Una sera Hiro sta per cadere preda delle ire di uno sconfitto, ma viene salvato dal fratello Tamada, con cui è cresciuto dopo la morte dei genitori. Il fratello lo porta a visitare l'istituto di ricerca universitario sulla robotica per cui lavora. Tamada presenta a Hiro i suoi colleghi, strambi ma simpatici, e la sua ultima creazione, Baymax, un robot infermiere gonfiabile, tondo e gioviale. In seguito a questa visita, Hiro decide di provare a entrare all'università, e per farlo partecipa alla fiera dell'innovazione con un'invenzione rivoluzionaria. Non tutto va però per il verso giusto, e Hiro si ritroverà ad affrontare una minaccia misteriosa con l'aiutante più improbabile cui potesse pensare.

La Disney per la prima volta non adatta una celebre fiaba, ma un fumetto Marvel, che mantiene però molti degli stilemi propri dei classici disneyani: un ragazzo orfano e pieno di risorse; degli amici strambi ma generosi; e un nemico misterioso ma legato al passato del protagonista. Il risultato è un film d'animazione moderno, vivace e coinvolgente, con una trama abbastanza originale da essere godibile e dei personaggi ben costruiti e convincenti. Se Hiro commuove e coinvolge per la sua naturalezza e umanità, a rubare la scena è però il robot Baymax, che entra di diritto tra le spalle comiche più memorabili della storia dell'animazione statunitense. Baymax unisce un'eccezionale comicità fisica a una dolcezza e un'innocenza uniche, che lo rendono simile ai grandi personaggi del cinema muto, da Charlot a Buster Keaton.

Big Hero 6 conquista soprattutto quando parla di sentimenti, di amicizia e della necessità di non tradire la propria natura. I combattimenti e gli inseguimenti, pur visivamente eccellenti, sono solo un riempitivo all'interno di una storia che fin dalle prime scene decide di fare dei rapporti umani (e robotici) il suo centro narrativo ed emotivo, e vince in pieno la scommessa. Nel finale ci si commuove, e non è poco: una bella sorpresa di Natale.

*** 1/2

Pier

PS: cara Disney Italia, c'era proprio bisogno di commissionare una canzone all'illustre sconosciuto Moreno? Il risultato è un prodotto ai limiti dell'imbarazzante, con rime da prima elementare e ritmi osceni. La prossima volta evitiamo, grazie.
Per i forti di stomaco, qui trovate il video della "canzone".

venerdì 2 gennaio 2015

American Sniper

Un western contemporaneo



Chris Kyle è un cowboy texano, che compete nei rodeo per vivere. Colpito dagli attentati contro le sedi diplomatiche USA in Tanzania e Kenya, nel 1999 si arruola nei Navy Seals, dove viene addestrato come cecchino. Nel 2003 viene dislocato in Iraq, dove diviene il cecchino più letale della storia dell'esercito statunitense, nonché una leggenda tra i suoi pari. La sua precisione sul campo di battaglia non è però senza prezzo, e anche quando torna da moglie e figli Chris trova sempre più difficile staccare la mente dalla guerra e dal cecchino "rivale", Mustafa, letale quanto e più di lui.

Dopo le escursioni nei territori inesplorati dello sport, del soprannaturale e del musical, Clint Eastwood torna a girare un film nelle sue corde, la biografia di un eroe di guerra raccontata con i toni di un western contemporaneo, in cui il nemico è un tiratore tanto formidabile quanto sfuggente, e l'esito dello scontro non può che essere deciso da un duello tra i due cecchini. Eastwood sceglie una regia veloce, asciutta e incisiva, che lascia poco spazio a patetismi e momenti che dovrebbero suscitare la lacrima in chi guarda. Il film diviene così una cronaca di guerra, un crudo racconto dei fatti in cui lo spettatore non viene chiamato a immedesimarsi, ma a guardare dall'esterno, osservatore silenzioso di una lotta tra bene e male in cui il confine tra i due diviene sempre meno definito.
Eastwood non risparmia scene molto crude, con bambini che vengono uccisi e torturati dalle due opposte fazioni, e maschera sotto un apparente patriottismo uno scetticismo generalizzato per una guerra al terrorismo che ha riportato l'orologio ai tempi della conquista della frontiera, in cui non esistono campi di battaglia, e si combatte tra le strade, nelle case, in un deserto di sabbia che può divenire da un momento all'altro un'arma in grado di distruggere le parti in gioco. L'influenza dei film di Leone è evidente, e in alcune scene diviene addirittura esplicita, grazie anche a una fotografia che esalta la luce accecante e l'atmosfera soffocante del deserto.

La velocità con cui si sviluppa la trama risulta a volte eccessiva, ma riflette l'interesse del regista non per la storia, ma per il suo protagonista, di cui indaga ogni cambiamento con precisione certosina. Bradley Cooper offre una prova sontuosa, uno studio del personaggio di altissimo livello che riesce a trasmettere il vuoto che cresce in Chris Kyle man mano che il numero delle sue vittime cresce, alimentando la sua fama e la sua leggenda. Eastwood supporta la sua prova con intensi e continui primi piani, accompagnati da silenzi gravidi di emozioni, sensazioni, cambi d'umore repentini come l'arrivo di una tempesta di sabbia.

American Sniper non raggiunge le vette emotive di altri film di Eastwood, ma non lo fa per una precisa scelta registica di raccontare la guerra in Iraq attraverso gli occhi di un uomo che ritiene di essere nel giusto, ma che vede le sue certezze divenire sempre più fragili, una maschera che indossa di fronte al mondo, destinata a crollare con il passare del tempo. Il film è forte, intenso nella sua studiata freddezza, il racconto atipico di una guerra tanto atipica da avere ancora bisogno di pistoleri infallibili e duelli sotto il sole rovente del mezzogiorno.

*** 1/2

Pier

mercoledì 17 dicembre 2014

Lo Hobbit - La Battaglia delle Cinque Armate

Un buon finale per una saga epica


Smaug, risvegliato dai Nani, attacca Pontelagolungo, dove semina morte e distruzione. Bard riesce però nell'impresa di ucciderlo, scagliando la freccia nera nell'unico punto scoperto della corazza del mostro. La notizia della sconfitta del Drago si sparge rapidamente, ed Elfi e Uomini arrivano alla Montagna Solitaria per reclamare una parte del tesoro. Thorin, tuttavia, totalmente soggiogato dalla malia del tesoro del Drago, rifiuta qualunque concessione, portando i tre popoli sull'orlo della guerra. Nel frattempo gli Orchi di Sauron marciano sulla montagna, pronti a uccidere tutti i nemici dell'Oscuro Signore.

E così siamo arrivati alla fine: dopo sei film Peter Jackson scrive la parola fine sulla sua rivisitazione dell'universo tolkieniano. Alcuni capitoli sono stati intimenticabili (La Compagnia dell'Anello, Il Ritorno del Re), altri rivedibili (La desolazione di Smaug), ma tutti sono accomunati dalla capacità di generare nello spettatore un fanciullesco stupore, trasportandolo in un mondo di fantasia che in cuor nostro vorremmo fosse reale. La Battaglia delle Cinque Armate non fa eccezione, e regala due ore e rotti di emozione e divertimento, tra battaglie, attacchi di creature sovrannaturali e crisi di coscienza. Il film ricorda da vicino Le Due Torri, il film della Trilogia dell'Anello caratterizzato dalla presenza incombente, massiccia e spettacolare della battaglia del Fosso di Helm. Il film ha un sapore decisamente marziale, diviso com'è tra battaglie di diversa natura e motivazione: c'è quella degli abitanti di Pontelagolungo per la sopravvivenza, quella tra Elfi e Nani per le ricchezze della Montagna, quella che unisce questi ultimi e gli Uomini contro la comune minaccia degli Orchi; c'è la battaglia di Thorin contro il malefico incanto dell'oro del Drago, quella di Bilbo per evitare una guerra fratricida, quella del Bianco Consiglio contro Sauron rivelato.

Jackson si districa tra i vari momenti con la consueta maestria e abilità, regalando alcuni momenti di grande spettacolo (battaglia di Dol Guldur e attacco del Drago su tutti) e una scena di grande maturità artistica quando mette Thorin di fronte ai suoi spettri e alle sue contraddizioni. La lotta interiore del Nano viene resa in modo originale, con il suo inconscio e i suoi demoni incarnati dall'ombra del Drago, che aleggia sia sul suo oro sia sul suo cuore, in un richiamo esplicito dei miti nordici cui Tolkien si è ispirato per creare la Terra di Mezzo.
Gli attori svolgono il loro compito in modo egregio, con Martin Freeman che conferma ancora una volta di essere un Bilbo perfetto, e Richard Armitage che dona un accresciuto spessore al personaggio di Thorin.

Si arriva così al finale, che strappa una lacrima ai fan della prima ora grazie a una ring composition da manuale, con Bilbo che finisce il suo racconto là dove inizia la grande avventura di suo nipote Frodo. La Battaglia delle Cinque Armate è una degna conclusione di una trilogia certamente in tono minore rispetto a quella dell'Anello, ma comunque in grado di emozionare ancora una volta gli spettatori, risvegliando quell'infantile piacere di stare ad occhi spalancati mentre la storia prende vita di fronte a noi.

***

Pier

Nota a margine da fan intransigente: peste e maledizioni sul traduttore italiano, che non si è nemmeno premurato di verificare che "Five Armies" è sempre stato tradotto con "Cinque Eserciti".

lunedì 15 dicembre 2014

Pride

La forza gentile degli emarginati


Londra, 1984. I minatori gallesi sono ormai allo stremo mentre si prolunga lo sciopero contro le politiche del governo Thatcher. In loro aiuto accorre inaspettattamente un'associazione per i diritti omosessuali, Lesbian and Gays Support the Miners, guidata dal giovane attivista Mark. Dopo qualche iniziale diffidenza, i due gruppi cominceranno a collaborare in modo efficace, creando un patto di solidarietà a favore del cambiamento sociale e contro tutte le discriminazioni.

Ci voleva, un film come Pride, in un periodo come questo, dove la crisi che ha messo in ginocchio tante persone sta generando una situazione paradossale, in cui i poveri e gli emarginati si fanno la guerra tra loro mentre i ricchi godono. Ci voleva, in un'epoca in cui solidarietà è spesso una parola vuota, quasi fastidiosa, questa storia vera del rapporto tra associazioni omosessuali e minatori gallesi, inizialmente divisi da reciproche diffidenze, ma poi uniti contro il nemico comune, che vuole privarli di lavoro e dignità. Ci voleva la storia di Mark e dei suoi amici, un idealista alla testa di un'armata Brancaleone di sognatori, un'armata disorganizzata, imperfetta, ingestibile, ma proprio per questo umana e capace di grandi cose.

Pride è una commedia drammatica da manuale, in cui risata e lacrime, divertimento e riflessione vanno di pari passo, non lasciando mai veramente spazio l'uno all'altro, ma procedendo in parallelo a costruire una grande storia vera. La forza vitale dei LGSM, contrapposta alla burbera cordialità dei minatori, crea momenti di ilarità irresistibili, ma sullo sfondo aleggiano sempre i fantasmi che perseguitano i due gruppi di protagonisti: da una parte l'AIDS, che in quegli anni comincia a mietere le sue vittime, e dall'altra la disoccupazione e la fame.

Il cast è perfetto, umano, vivo, corale, coinvolge e avvince con storie di ordinaria umanità, di emancipazione e di rivendicazioni. Su tutti spicca la coppia composta da Dominic West e Andrew Scott, che colpisce per verità, intimità e voglia di vivere appieno il proprio amore, contro la malattia e le convenzioni imposte dalla società.

Pride è un gioiellino, una commedia che sembra scritta dal Ken Loach degli esordi, in cui risata e impegno sociale si uniscono in un matrimonio perfetto e in cui la salvezza dei mani nel mondo è ancora nella mano tesa dei nostri compagni di sventura. Da non perdere.

**** 1/2

Pier

sabato 13 dicembre 2014

Magic in the Moonlight

Divertimento in tono minore



Europa,1928. Stanley Crawford è un celebre prestigiatore che, sotto lo pseudonimo e le vesti del cinese Wei Ling Soo, incanta le platee di tutto il Vecchio Continente. Crawford è un gentiluomo inglese snob e dalla battuta tagliente, così conscio della propria intelligenza da risultare spesso arrogante e saccente. Quando un amico gli propone di aiutarlo a smascherare una presunta medium che ha circuito il giovane rampollo di una ricca famiglia americana, Crawford accetta senza indugio, desideroso di mostrare la propria superiorità. Si reca quindi in Costa Azzurra, dove si spaccia per un uomo d'affari. L'incontro con la medium, la giovane Sophie Baker, ha però un effetto inaspettato su Crawford: per la prima volta in vita sua, capisce cosa sia l'amore.

Dopo i toni cupi Blue Jasmine, Woody torna alla commedia sofisticata e leggera che tanto spesso ha esplorato negli ultimi dieci anni. Lo fa con un film all'apparenza leggero e scanzonato, che racconta la storia di un burbero misantropo che viene cambiato dall'amore. Sotto la superficie, tuttavia, si intravedono tematiche più profonde: Allen ritrae lo splendore dei roaring twenties, tra feste, abiti da cocktail, jazz e charleston, ma ambienta il film un anno prima del crack in borsa che distruggerà quel sogno; mostra l'incanto e lo sfarzo dell'Europa, ma fa anche intravedere le prime crepe che portarono al nazismo e al secondo conflitto mondiale; celebra l'amore, ma fa anche intendere che l'amore, come tutti i sentimenti, non è altro che un illusione che aiuta l'uomo ad andare avanti in questa valle di lacrime.

Il pessimismo cosmico e il cinismo alleniano si incarnano alla perfezione nella figura di Stanely Crawford, un personaggio che sembra scritto su misura per Colin Firth, che lo interpreta con quell'altezzosità e quel distaccato disprezzo per il resto dell'umanità di cui solo lui sa essere capace. Accanto a lui brilla Emma Stone, deliziosa nel ruolo della protagonista, cui dona un irresistibile mix di innocenza e malizia che rende il personaggio credibile e interessante.
Da notare, come sempre nei film di Allen, una colonna sonora d'epoca semplicemente perfetta, tra jazz, swing e ballate romantiche.

Magic in the Moonlight non passerà alla storia come il miglior film di Woody Allen, ma è una commedia gradevole e divertente, una farsa in tono minore che fa sorridere più che ridere, con una grazia e una leggerezza che, se non lo rendono memorabile né originale, di certo regalano un'ora e mezzo spensierata allo spettatore.

***

Pier

mercoledì 12 novembre 2014

Interstellar

Un viaggio coraggioso ma senza cuore



Terra, futuro prossimo venturo. Il pianeta è squassato da ventate di sabbia che rendono il terreno sterile e minacciano la sopravvivenza dell'umanità. Tutte le risorse sono concentrate nelle coltivazioni, e ogni altra forma di ricerca scientifica è stata derubricata a propaganda. L'ex astronauta Cooper, costretto a diventare agricoltore, grazie a una strana anomalia gravitazionale scoperta nella stanza della figlia Murphy viene in contatto con una base spaziale segreta, dove si sta preparando una missione che ha come scopo quella di individuare altri pianeti dove trasferire la razza umana. Cooper accetta di pilotare lo shuttle per salvare la sua famiglia e tutta l'umanità dall'estinzione. Inizia così un viaggio che lo porterà fino ai confini estremi dello spazio e del tempo.

L'ambizione, il desiderio di andare oltre è la cifra dell'essere umano, ciò che lo rende diverso dagli altri animali: è il messaggio chiave di Interstellar, ma potrebbe essere il riassunto della cinematografia di Christopher Nolan. Nessun regista nel panorama contemporaneo, infatti, mostra il suo stesso costante desiderio di andare oltre i propri limiti, di esplorare mondi e meccanismi narrativi che sembrano impraticabili, di realizzare film radicalmente diversi da tutto ciò che è stato fatto in precedenza. Interstellar è un film coraggioso, innovativo non solo a livello visivo, ma anche a livello narrativo, per la sua capacità di unire spettacolarità e impegno, una storia appassionante e un meccanismo narrativo tanto affascinante quanto complesso. Nolan si pone come obiettivo 2001: Odissea nello spazio e va oltre, esplorando quei confini che Kubrick aveva lasciato inesplorati, indagando i motivi che possono spingere l'umanità ad affrontare un'avventura verso l'ignoto, che con tutta probabilità si concluderà con la loro morte.

Il genere fantascientifico viene rielaborato in modo originale. Il futuro della Terra è uguale al nostro passato recente, la paura dell'estinzione ci ha portato ad abbandonare quel sano desiderio di guardare oltre, verso le stelle, e a concentrarci sul quotidiano, condannandoci paradossalmente all'estinzione. La Terra di Nolan è vicina e lontana al tempo stesso, un futuro che somiglia sinistramente al nostro presente, sconvolto da continui fenomeni climatici estremi. La speranza viene dalla scienza, da un'esplorazione spaziale che dovrà affrontare tutte le leggi dello spazio e del tempo, che si sviluppano diversamente per i vari a protagonisti. Nolan sviluppa il racconto su piani paralleli che si rincorrono, si inseguono, e infine si incastrano e sovrappongono, violando le leggi della fisica per guidarci a scoprire ciò che non conosciamo. Il viaggio di Cooper - uno straordinario Matthew McConaughey, capace di passare in modo credibile - dalla risata alla commozione nell'arco di pochi secondi - diventa il viaggio dell'umanità intera, il suo percorso verso la conoscenza di se stessi e dell'universo che ci circonda.

Il film costringe lo spettatore a rimanere continuamente concentrato, e riesce a farlo senza annoiare mai, grazie anche a un meccanismo narrativo e visivo costruito con sapienza e rigore. Le regole del gioco si rivelano a poco a poco, in un processo di scoperta graduale e per questo appagante, in cui la visionarietà delle immagini restituisce la meraviglia di chi esplora per la prima volta mondi sconosciuti. Questa perfezione narrativa e visiva viene pagata con una certa freddezza emotiva, che impedisce di appassionarsi ai personaggi anche in scene che dovrebbero essere drammatiche. Per quanto sembri un rischio calcolato, questo finisce per privare il film di un'umanità che avrebbe arricchito notevolmente la forza e la portata del suo messaggio.

Interstellar è un film coraggioso e avvincente, una ventata d'aria fresca nel panorama degli stantii blockbuster d'oggigiorno, un tentativo riuscito di dimostrare che il cinema di intrattenimento può avere successo anche quando richiede attenzione per comprendere un meccanismo narrativo complesso ma comunque soddisfacente nella sua fredda e distante perfezione.

 *** 1/2

Pier