Violenza e innocenza
Chris, un giovane spacciatore del Midwest statunitense, deve racimolare in fretta seimila dollari per pagare il suo debito con il cartello della droga. Disperato, si accorda con il padre e la famiglia per uccidere la madre, scappata da tempo con un altro uomo: la donna è infatti titolare di un'assicurazione sulla vita di 50.000 dollari a favore della sorella di Chris, Dottie, e quella cifra risolverebbe tutti i loro problemi. Per svolgere il compito, la famiglia assume "Killer Joe" Cooper, poliziotto con l'hobby dell'assassinio a pagamento, il quale accetta in cambio di parte del denaro e della possibilità di andare a letto con Dottie. Chris accetta, ma lui e la famiglia scopriranno troppo tardi che la vicenda non è semplice come avevano pensato.
William Friedkin torna alla regia dopo cinque anni di inattività, e lo fa con un film già diventato un piccolo cult, che esce in Italia con un anno di ritardo per i soliti misteri distributivi nostrani.
Il pezzo forte è la sceneggiatura firmata da Tracy Letts (autore anche dell'opera teatrale), che unisce dialoghi che rasentano la perfezione, una suspense crescente e un finale eccezionale, con una scena che è già di diritto nell'olimpo del genere noir/pulp. Ad accompagnarla c'è una fotografia livida e di impatto, che ritrae il lato oscuro della "pancia" dell'America, un Midwest fatto di luci e ombre, sempre sospeso tra violenza, crimine e sensualità, in una tensione insostenibile che non può far altro che esplodere.
Friedkin amalgama sapientemente questi elementi e crea un film di forte impatto emotivo che riscrive le regole di noir e pulp, sposando l'asciuttezza del primo con la potenza delle immagini del secondo, senza scivolare in inutili spargimenti di sangue nè perdere di vista il sottile umorismo che permea entrambi i generi.
Il regista si distingue anche per il suo sapiente lavoro con gli attori, con Matthew McConaughey che sfodera una prestazione d'attore eccellente, regalandoci un Killer Joe cinico, spietato, ma soprattutto vero. Ottimo anche Emile Hirsch, anche se a spiccare particolarmente è il sofferto stupore di Thomas Haden Church, marito e padre travolto dalla vita e destinato a vedere infrangersi ogni suo sogno, progetto e affetto.
Killer Joe è un film forte e di impatto, che racconta quell'America senza speranza e senza pietà già descritta dai Coen in Non è un paese per vecchi, un'America in cui la solidarietà non esiste più e l'unica legge è quella della violenza, una violenza metodica, cinica, che si presenta con i modi gentili e rassicuranti di Joe e si rivela poi il peggiore degli incubi.
****1/2
Pier
sabato 13 ottobre 2012
sabato 6 ottobre 2012
Un giorno speciale
Il bue che dà del cornuto all'asino
Gina è una diciannovenne della periferia di Roma che vuole diventare attrice. Di fronte a sè ha un giorno speciale: la madre le ha procurato un incontro con un onorevole, suo lontano parente, che può aiutarla a sfondare nel mondo dello spettacolo. A portarla all'incontro sarà l'autista dell'onorevole, Marco, coetaneo di Gina al suo primo giorno di lavoro. I continui rinvii dell'appuntamento a causa degli impegni dell'onorevole porteranno i due ragazzi a conoscersi meglio, passando la giornata a zonzo tra le vie della capitale.
E' curioso che a fare un film di denuncia sul sistema di raccomandazioni che vige nel mondo dello spettacolo sia una regista che è diventata tale solo per il cognome che porta, data la sua mediocrità espressiva e la quasi totale incapacità di realizzare opere di ampio respiro, in cui siano ammesse le sfumature di grigio. Per Francesca Comencini, invece, tutto è bianco o nero: i politici (rigorosamente di centro-destra, ovviamente, perchè prima di e fuori dal Pdl nessun politico è mai andato a letto con un'attrice) sono il male, mentre la ragazza, giovane e ingenua, è attirata nelle spire del drago senza potersi difendere. Segue doccia catartica e purificatrice, che restituisce al mondo un'altra ragazza indurita dalla vita.
Peccato che il personaggio più negativo dovrebbe essere la madre, pronta a vendere la figlia senza pensarci troppo in cambio di uno scampolo di notorietà, e invece ne esce quasi bene; peccato che Gina non sia costretta ad andare a trovare l'onorevole, ma compia questa scelta in modo autonomo, scegliendo di usare il proprio corpo per farsi strada. La vittima non è lei, sono le migliaia di attori, attrici e operatori dello spettacolo che credono ancora che si possa fare questo mestiere in modo onesto e pulito, ma vengono regolarmente scartati per far posto all'amante dell'onorevole o alle Francesca Comencini-figlie di papà di questo mondo.
A salvare il film dal naufragio sono i due protagonisti, bravi e simpatici, tra cui spicca quel Filippo Scicchitano già apprezzato in Scialla! e che brilla ancora per la capacità di far ridere con semplicità e senza scadere nella volgarità. Grazie a loro, il film parte bene e prosegue in modo dignitoso fino ai 20 minuti finali, quando prende una deriva moralistica tanto insensata quanto posticcia e mancante di profondità. Nel mezzo, tanti errori di regia elementari (personaggi che scompaiono da un'inquadratura all'altra, sequenze montate in modo sgrammaticato) che, se fossero commessi da una Francesca Rossi qualunque, ne decreterebbero la fine professionale, ma dato che sono commessi dalla figlia del grande Luigi Comencini, nonchè sorella di Cristina, sono tollerati e portano addirittura il film a essere inspiegabilmente selezionato per il Concorso della Mostra del Cinema di Venezia.
Un giorno speciale è un film che avrebbe potuto essere una gradevole commedia se non fosse stato sepolto e distrutto dalle ambizioni di critica sociale di una regista non in grado di sostenerle. La regista predica bene, ma razzola (e gira) male, dato che, prima di essere sdegnata con il mondo dello spettacolo, dovrebbe ricordarsi che è grazie a una delle pratiche oscene di questo mondo - l'aiutino per i "figli di papà" - che ha potuto iniziare a fare questo mestiere. Troppo facile fare la morale agli altri: prima bisognerebbe farla a se stessi.
* 1/2
Pier
E' curioso che a fare un film di denuncia sul sistema di raccomandazioni che vige nel mondo dello spettacolo sia una regista che è diventata tale solo per il cognome che porta, data la sua mediocrità espressiva e la quasi totale incapacità di realizzare opere di ampio respiro, in cui siano ammesse le sfumature di grigio. Per Francesca Comencini, invece, tutto è bianco o nero: i politici (rigorosamente di centro-destra, ovviamente, perchè prima di e fuori dal Pdl nessun politico è mai andato a letto con un'attrice) sono il male, mentre la ragazza, giovane e ingenua, è attirata nelle spire del drago senza potersi difendere. Segue doccia catartica e purificatrice, che restituisce al mondo un'altra ragazza indurita dalla vita.
Peccato che il personaggio più negativo dovrebbe essere la madre, pronta a vendere la figlia senza pensarci troppo in cambio di uno scampolo di notorietà, e invece ne esce quasi bene; peccato che Gina non sia costretta ad andare a trovare l'onorevole, ma compia questa scelta in modo autonomo, scegliendo di usare il proprio corpo per farsi strada. La vittima non è lei, sono le migliaia di attori, attrici e operatori dello spettacolo che credono ancora che si possa fare questo mestiere in modo onesto e pulito, ma vengono regolarmente scartati per far posto all'amante dell'onorevole o alle Francesca Comencini-figlie di papà di questo mondo.
A salvare il film dal naufragio sono i due protagonisti, bravi e simpatici, tra cui spicca quel Filippo Scicchitano già apprezzato in Scialla! e che brilla ancora per la capacità di far ridere con semplicità e senza scadere nella volgarità. Grazie a loro, il film parte bene e prosegue in modo dignitoso fino ai 20 minuti finali, quando prende una deriva moralistica tanto insensata quanto posticcia e mancante di profondità. Nel mezzo, tanti errori di regia elementari (personaggi che scompaiono da un'inquadratura all'altra, sequenze montate in modo sgrammaticato) che, se fossero commessi da una Francesca Rossi qualunque, ne decreterebbero la fine professionale, ma dato che sono commessi dalla figlia del grande Luigi Comencini, nonchè sorella di Cristina, sono tollerati e portano addirittura il film a essere inspiegabilmente selezionato per il Concorso della Mostra del Cinema di Venezia.
Un giorno speciale è un film che avrebbe potuto essere una gradevole commedia se non fosse stato sepolto e distrutto dalle ambizioni di critica sociale di una regista non in grado di sostenerle. La regista predica bene, ma razzola (e gira) male, dato che, prima di essere sdegnata con il mondo dello spettacolo, dovrebbe ricordarsi che è grazie a una delle pratiche oscene di questo mondo - l'aiutino per i "figli di papà" - che ha potuto iniziare a fare questo mestiere. Troppo facile fare la morale agli altri: prima bisognerebbe farla a se stessi.
* 1/2
Pier
domenica 30 settembre 2012
Ribelle - The Brave
Magia senza magia
Merida è una giovane principessa scozzese, cui il dovere imporrebbe di sposare il figlio di un altro capoclan per garantire la pace nel regno. La ragazza però non ama la vita da principessa, e preferisce cavalcare e tirare con l'arco, provocando le ire di sua madre. Un giorno, nel tentativo di cambiare il suo destino, chiede a una strega un po' bislacca una pozione per convincere sua madre a lasciarle più libertà. Il percorso per trovarla, tuttavia, si rivelerà molto complesso.
Il tredicesimo lungometraggio targato Pixar sembra più il cinquantaduesimo classico Disney. Ci sono una principessa, un mondo incantato, una strega, animali parlanti: insomma, tutti gli ingredienti delle fiabe che hanno fatto grande la Disney. Il film finisce così per essere un ibrido, cui mancano sia la capacità di osare e di sognare che ha fatto grande la Pixar, sia il delicato tocco della Disney. Il risultato è un film che è comunque divertente e godibile, con esplicite citazioni di grandi classici della casa di Topolino (Robin Hood su tutti, ma anche La spada nella roccia), che resta però superficiale, senza riuscire nè a colpire al cuore lo spettatore, nè a stupirlo.
La trama è abbastanza risicata, e si salva grazie a personaggi secondari molto azzeccati (menzione particolare per i tre pestiferi gemelli), che creano numeroso momenti comici che donano sostanza e ritmo a un film di per sè non particolarmente esaltante. L'evoluzione del rapporto tra Merida e la madre è trattata con delicatezza, dolcezza e profondità, ma risulta comunque deja-vu mancante di originalità. Rimane quindi la sensazione che la Pixar abbia fatto questo film quasi esclusivamente per mettere a tacere i critici che la accusavano di eccessivo maschilismo, dato che riesce difficile pensare a un film più lontano dalle corde di Lasseter e soci che questa fiaba medioevale quasi esclusivamente al femminile.
Ribelle è un film comunque divertente, che non manca di profondità all'interno di una trama non particolarmente originale.Potrebbe essere apprezzabile se non fosse di gran lunga inferiore alla media dei precedenti film Pixar, la casa di produzione che, in questi anni, ci aveva fatto riscoprire il significato della parola magia.
***
Pier
Merida è una giovane principessa scozzese, cui il dovere imporrebbe di sposare il figlio di un altro capoclan per garantire la pace nel regno. La ragazza però non ama la vita da principessa, e preferisce cavalcare e tirare con l'arco, provocando le ire di sua madre. Un giorno, nel tentativo di cambiare il suo destino, chiede a una strega un po' bislacca una pozione per convincere sua madre a lasciarle più libertà. Il percorso per trovarla, tuttavia, si rivelerà molto complesso.
Il tredicesimo lungometraggio targato Pixar sembra più il cinquantaduesimo classico Disney. Ci sono una principessa, un mondo incantato, una strega, animali parlanti: insomma, tutti gli ingredienti delle fiabe che hanno fatto grande la Disney. Il film finisce così per essere un ibrido, cui mancano sia la capacità di osare e di sognare che ha fatto grande la Pixar, sia il delicato tocco della Disney. Il risultato è un film che è comunque divertente e godibile, con esplicite citazioni di grandi classici della casa di Topolino (Robin Hood su tutti, ma anche La spada nella roccia), che resta però superficiale, senza riuscire nè a colpire al cuore lo spettatore, nè a stupirlo.
La trama è abbastanza risicata, e si salva grazie a personaggi secondari molto azzeccati (menzione particolare per i tre pestiferi gemelli), che creano numeroso momenti comici che donano sostanza e ritmo a un film di per sè non particolarmente esaltante. L'evoluzione del rapporto tra Merida e la madre è trattata con delicatezza, dolcezza e profondità, ma risulta comunque deja-vu mancante di originalità. Rimane quindi la sensazione che la Pixar abbia fatto questo film quasi esclusivamente per mettere a tacere i critici che la accusavano di eccessivo maschilismo, dato che riesce difficile pensare a un film più lontano dalle corde di Lasseter e soci che questa fiaba medioevale quasi esclusivamente al femminile.
Ribelle è un film comunque divertente, che non manca di profondità all'interno di una trama non particolarmente originale.Potrebbe essere apprezzabile se non fosse di gran lunga inferiore alla media dei precedenti film Pixar, la casa di produzione che, in questi anni, ci aveva fatto riscoprire il significato della parola magia.
***
Pier
domenica 16 settembre 2012
Pietà
Quando la pietas è terribile
Un uomo solo al mondo riscuote i crediti per conto di un usuraio. I suoi metodi sono feroci e brutali: chi non può pagare viene azzoppato o storpiato al fine di incassare i soldi dell'assicurazione.
Un giorno sulla sua strada trova una donna, che asserisce di essere sua madre, e gli chiede perdono per averlo abbandonato quando era piccolo, trasformandolo così in un mostro senza cuore. L'incontro, apparentemente casuale, sconvolgerà le vite di entrambi.
Kim Ki-duk prosegue la sua esplorazione dei più profondi abissi dell'animo umano andando a esplorare e sviscerare uno dei sentimenti più nobili, l'affetto tra genitore e figlio. In una società senza valori, sconvolta e ferita nel profondo dalla crisi economica, la vita del protagonista sembra ritrovare la luce grazie all'amore di sua madre, un amore che si dimostrerà però essere dolce ma terribile.
Il film è cupo, violento, un pugno allo stomaco che ci mostra con spietata precisione un mondo in cui la speranza è scomparsa, e anche le parti del corpo umano sono oggetti di scambio, appendici inutili che valgono solo il denaro che sono in grado di comperare o di procurare.
La fotografia esalta il grigiume della metropoli moderna, in cui gli ingranaggi delle fabbriche e della vita continuano a muoversi, incuranti delle persone, dei legami, dei sentimenti, di cui i vari personaggi esprimono le diverse sfaccettature. Il protagonista offre una prova eccellente, ma fin dalla sua prima apparizione la scena è dominata dalla madre, magistralmente interpretata da Jo Min-Su, che regala un ritratto di donna forte e allo stesso tempo sottomessa, dolce ma anche spietata e terribile.
Il regista coreano realizza un film di forte impatto visivo ed emotivo, forse appena sotto ai suoi capolavori, ma comunque meritevole del Leone d'oro assegnatogli dalla giuria veneziana per la sua capacità di affrontare la crisi dei valori della società moderna, in cui denaro e violenza sono diventati i cardini attorno a cui gravita la maggior parte dei rapporti. Pieta è un film duro, ma è anche un film che rappresenta la realtà senza timore di distogliere lo sguardo, senza mostrare pudore per i sentimenti nè repulsione per la violenza. Seguendo la tradizione del moderno cinema coreano, amore e vendetta divengono due facce della stessa medaglia, due forze contrapposte e complementari che muovono le nostre esistenze.
****
Pier
Un uomo solo al mondo riscuote i crediti per conto di un usuraio. I suoi metodi sono feroci e brutali: chi non può pagare viene azzoppato o storpiato al fine di incassare i soldi dell'assicurazione.
Un giorno sulla sua strada trova una donna, che asserisce di essere sua madre, e gli chiede perdono per averlo abbandonato quando era piccolo, trasformandolo così in un mostro senza cuore. L'incontro, apparentemente casuale, sconvolgerà le vite di entrambi.
Kim Ki-duk prosegue la sua esplorazione dei più profondi abissi dell'animo umano andando a esplorare e sviscerare uno dei sentimenti più nobili, l'affetto tra genitore e figlio. In una società senza valori, sconvolta e ferita nel profondo dalla crisi economica, la vita del protagonista sembra ritrovare la luce grazie all'amore di sua madre, un amore che si dimostrerà però essere dolce ma terribile.
Il film è cupo, violento, un pugno allo stomaco che ci mostra con spietata precisione un mondo in cui la speranza è scomparsa, e anche le parti del corpo umano sono oggetti di scambio, appendici inutili che valgono solo il denaro che sono in grado di comperare o di procurare.
La fotografia esalta il grigiume della metropoli moderna, in cui gli ingranaggi delle fabbriche e della vita continuano a muoversi, incuranti delle persone, dei legami, dei sentimenti, di cui i vari personaggi esprimono le diverse sfaccettature. Il protagonista offre una prova eccellente, ma fin dalla sua prima apparizione la scena è dominata dalla madre, magistralmente interpretata da Jo Min-Su, che regala un ritratto di donna forte e allo stesso tempo sottomessa, dolce ma anche spietata e terribile.
Il regista coreano realizza un film di forte impatto visivo ed emotivo, forse appena sotto ai suoi capolavori, ma comunque meritevole del Leone d'oro assegnatogli dalla giuria veneziana per la sua capacità di affrontare la crisi dei valori della società moderna, in cui denaro e violenza sono diventati i cardini attorno a cui gravita la maggior parte dei rapporti. Pieta è un film duro, ma è anche un film che rappresenta la realtà senza timore di distogliere lo sguardo, senza mostrare pudore per i sentimenti nè repulsione per la violenza. Seguendo la tradizione del moderno cinema coreano, amore e vendetta divengono due facce della stessa medaglia, due forze contrapposte e complementari che muovono le nostre esistenze.
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Pier
martedì 11 settembre 2012
Le sterili polemiche e il declino del cinema italiano
La Mostra del Cinema di Venezia è finita ormai da qualche giorno, ma non si placano le polemiche sull'assegnazione dei premi. I protagonisti? Ovviamente noi italiani.
Il tutto è iniziato con una voce arrivata dalle stanze dei bottoni veneziane, secondo la quale Michael Mann avrebbe detto che i film italiani sono "difficilmente esportabili". Apriti cielo! A questa voce ha subito creduto e risposto Marco Bellocchio (potete trovare qui le sue parole), accusando Mann e gli Stati Uniti tutti di non saper guardare al di là del proprio giardino e di non avere sensibilità per le pellicole straniere.
A Bellocchio si è subito unito Paolo Mereghetti, il critico del Corriere della Sera, che in un editoriale a commento della notizia si è scagliato contro la logica del mercato a tutti i costi e ha ricordato a Mann che, senza il cinema europeo, anche il cinema americano non sarebbe quello che è oggi. Infine, con una caduta di stile che non ci aspettavamo da lui, ha anche rinfacciato a Mann il fatto che il film della figlia, Texas Killing Fields, non sia stato un successo di box office, insinuando quindi che il povero Michael predica bene ma razzola male.
Tutto bene, benissimo, se non fosse per qualche piccolo dettaglio:
1) La dichiarazione di Michael Mann non è ufficiale, ma è solo una voce riportata da non precisate fonti anonime. Sollevare un polverone di questo genere per una voce, rispondendo pure dalle pagine di uno dei principali quotidiani nazionali, appare quantomeno fuori luogo: è come se l'Italia dichiarasse guerra alla Germania perchè il cugino del portinaio di casa Merkel ha riferito a un giornalista italiano che Angela avrebbe detto che Monti puzza di brioche muffita.
2) A meno che non ci sia stato un cambiamento nel dizionario della lingua italiana, "esportabilità" e "successo commerciale" non sono sinonimi, soprattutto per un prodotto culturale. Non ci risulta che Mediterraneo o Io sono l'amore siano stati successi commerciali all'estero, eppure hanno ricevuto numerosi premi e riconoscimenti dalla critica. Un film è "esportabile" se parla un linguaggio universale, se è in grado cioè di affrontare temi globali raccontando una storia locale. I soliti ignoti di Monicelli è un ritratto perfetto dell'Italia, ma gode di numerosi ammiratori anche presso i malvagi e miopi americani. La vita è bella, per quanto non sia uno dei miei film preferiti, ha saputo senza dubbio raccontare una storia locale che parlava però a tante culture e nazioni diverse.
3) Accusare Mann e la giuria da lui presieduta di insularismo è quantomeno curioso, dato che tra i film premiati figurano un coreano (Leone d'oro), un tedesco (Premio della giuria), un francese (Sceneggiatura) e, guarda un po', persino un italiano (Fotografia). Evidentemente per Bellocchio, Mereghetti e i loro sodali questi paesi sono delle colonie americane.
4) Queste polemiche si verificano sempre e solo in Italia. A Cannes negli ultimi 22 anni (dal 1990 a oggi) hanno vinto due soli film in lingua francese (La Classe, nel 2008 e Amour, lo scorso anno, peraltro girato da un Austriaco), e non si sentono mai le polemiche che si sentono qui, con relativa caccia all'uomo al giurato italiano di turno. Quest'anno è toccato al povero Garrone, il quale ha peraltro rilasciato la dichiarazione più corretta sul tema: il fatto stesso di fare polemica per la mancata vittoria di un film italiano a un festival italiano denota un certo provincialismo.
Ammettiamo ora per un attimo che la dichiarazione di Mann sia vera: possiamo dargli torto? Non è forse evidente che l'esportabilità del cinema italiano è clamorosamente crollata nel corso degli anni?
Tra il 1943 e il 1962 l'Italia ha ottenuto nove nomination all'Oscar per il miglior film straniero, ottenendo tre Oscar onorari e due Oscar.
Tra il 1963 e il 1982 otteniamo quattordici nomination, vincendo in cinque occasioni.
Tra il 1983 e il 2002 otteniamo appena sei nomination, ma vinciamo in tre occasioni.
Dal 2003 a oggi abbiamo ottenuto appena una nomination, senza portare a casa alcun premio.
Se questo non è un crollo verticale della qualità del nostro cinema e della sua capacità di parlare al mondo, ditemi voi che cos'è. L'Oscar per il miglior film straniero non è certamente l'unico modo per misurare l'esportabilità di un film, ovviamente, ma il declino è evidente e lapalissiano.
Bellocchio, Mereghetti, e chi ancora pensa che siano gli altri a doversi sforzare per capire il nostro cinema, quando una volta lo facevano senza alcuno sforzo, dovrebbero cominciare a fare autocritica, e a capire che, se il nostro cinema ha perso valore nel mondo, la colpa è quasi interamente nostra, non di Michael Mann e delle sue presunte dichiarazioni.
Pier
sabato 8 settembre 2012
Telegrammi da Venezia 2012 - #5
Ecco l'ultimo telegramma dalla Mostra. Stasera alle 19 i vincitori!
Nel frattempo, Eat, Sleep, Die vince la Settimana della Critica.
La bella addormentata (Concorso), voto 5. Qui la recensione.
Thy Womb (Concorso), voto 7.5. Brillante Mendoza racconta con tocco lieve e delicato la commovente storia di una nutrice che, non riuscendo ad avere figli, si impegna a trovare un'altra moglie al marito, finendo per pagare un caro prezzo. Il film, pur mancando di ritmo e avendo un taglio eccessivamente documentaristico, coinvolge e commuove, regalandoci un ritratto vero e vitale di una donna e di una comunità.
The Company you keep (Fuori concorso), voto 7.5. Redford realizza un film politico forte e teso, che colpisce per il rigore della sceneggiatura e lo spirito rivoluzionario. Ottima prova di tutto il cast, tra cui spiccano Nick Nolte e un'intensa Susan Sarandon.
Passion (Concorso), voto 5. De Palma realizza uno sconclusionato thriller che manca di tensione e abbonda di citazioni hitchcockiane. La regia e la fotografia hanno alcuni momenti eccellenti, ma questo non basta per salvare un film caratterizzato da una trama banale, una recitazione mediocre e alcune trovate ai limiti del ridicolo.
Un giorno speciale (Concorso), voto 4.5. Francesca Comencini riesce nell'impresa di rovinare negli ultimi venti minuti un film fin lì modesto ma tutto sommato divertente, caratterizzato dalle buone prove dei due giovani attori protagonisti. Nel finale invece trionfano il moralismo e un pietismo di maniera che vuole far passare per vittima chi vittima invece non è. Sceneggiatura banale e a tratti mal scritta, che riesce quasi a rovinare la splendida spontaneità di Filippo Scicchitano.
Keep smiling (Giornate degli Autori), voto 7. Il film colpisce per la leggerezza e la naturalezza con cui racconta un concorso di bellezza per mamme in Georgia, rivelando tutte le miserie materiali e morali delle protagoniste senza tuttavia perdere il sorriso. Il pietismo qui non è di casa, con donne forti che si prendono la responsabilità delle proprie scelte.
Pier
Nel frattempo, Eat, Sleep, Die vince la Settimana della Critica.
La bella addormentata (Concorso), voto 5. Qui la recensione.
Thy Womb (Concorso), voto 7.5. Brillante Mendoza racconta con tocco lieve e delicato la commovente storia di una nutrice che, non riuscendo ad avere figli, si impegna a trovare un'altra moglie al marito, finendo per pagare un caro prezzo. Il film, pur mancando di ritmo e avendo un taglio eccessivamente documentaristico, coinvolge e commuove, regalandoci un ritratto vero e vitale di una donna e di una comunità.
The Company you keep (Fuori concorso), voto 7.5. Redford realizza un film politico forte e teso, che colpisce per il rigore della sceneggiatura e lo spirito rivoluzionario. Ottima prova di tutto il cast, tra cui spiccano Nick Nolte e un'intensa Susan Sarandon.
Passion (Concorso), voto 5. De Palma realizza uno sconclusionato thriller che manca di tensione e abbonda di citazioni hitchcockiane. La regia e la fotografia hanno alcuni momenti eccellenti, ma questo non basta per salvare un film caratterizzato da una trama banale, una recitazione mediocre e alcune trovate ai limiti del ridicolo.
Un giorno speciale (Concorso), voto 4.5. Francesca Comencini riesce nell'impresa di rovinare negli ultimi venti minuti un film fin lì modesto ma tutto sommato divertente, caratterizzato dalle buone prove dei due giovani attori protagonisti. Nel finale invece trionfano il moralismo e un pietismo di maniera che vuole far passare per vittima chi vittima invece non è. Sceneggiatura banale e a tratti mal scritta, che riesce quasi a rovinare la splendida spontaneità di Filippo Scicchitano.
Keep smiling (Giornate degli Autori), voto 7. Il film colpisce per la leggerezza e la naturalezza con cui racconta un concorso di bellezza per mamme in Georgia, rivelando tutte le miserie materiali e morali delle protagoniste senza tuttavia perdere il sorriso. Il pietismo qui non è di casa, con donne forti che si prendono la responsabilità delle proprie scelte.
Pier
venerdì 7 settembre 2012
Telegrammi da Venezia 2012 - #4 - Il Totoleone
Ecco i pronostici e i miei premi personali. Come sempre i pronostici in un festival sono difficili da azzeccare: troppe le variabili in gioco, troppi i giochi "politici" all'interno della giuria. Spero almeno di azzeccare i film che riceveranno dei premi.
Domani le ultime recensioni!
Pronostici
Leone d'oro: The Master, di Paul Thomas Anderson.
Regia: Jessica Woodworth e Peter Brosens, per La Cinquieme Saison
Coppa Volpi maschile: Kad Merad, per Superstar
Coppa Volpi femminile: Jo Min-Su, per Pieta
Sceneggiatura: Apres Mai, di Olivier Assayas
Fotografia: To the wonder, di Terrence Malick
Premio della giuria: Marco Bellocchio, per La bella addormentata
Premi personali
Leone d'oro: Pieta, di Kim Ki-duk
Regia: Harmony Korine per Spring Breakers
Coppa Volpi maschile: Philip Seymour Hoffman, per The Master
Coppa Volpi femminile: Jo Min-Su, per Pieta
Sceneggiatura: The Master, di Paul Thomas Anderson.
Fotografia: To the wonder, di Terrence Malick
Premio della giuria: E' stato il figlio, di Daniele Ciprì
Pier
Domani le ultime recensioni!
Pronostici
Leone d'oro: The Master, di Paul Thomas Anderson.
Regia: Jessica Woodworth e Peter Brosens, per La Cinquieme Saison
Coppa Volpi maschile: Kad Merad, per Superstar
Coppa Volpi femminile: Jo Min-Su, per Pieta
Sceneggiatura: Apres Mai, di Olivier Assayas
Fotografia: To the wonder, di Terrence Malick
Premio della giuria: Marco Bellocchio, per La bella addormentata
Premi personali
Leone d'oro: Pieta, di Kim Ki-duk
Regia: Harmony Korine per Spring Breakers
Coppa Volpi maschile: Philip Seymour Hoffman, per The Master
Coppa Volpi femminile: Jo Min-Su, per Pieta
Sceneggiatura: The Master, di Paul Thomas Anderson.
Fotografia: To the wonder, di Terrence Malick
Premio della giuria: E' stato il figlio, di Daniele Ciprì
Pier
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