martedì 3 settembre 2013
Telegrammi da Venezia 2013 - #3
Terzo telegramma da Venezia. Ancora buoni film, ma anche qualche delusione.
Tom à la ferme (Concorso), voto 8. Thriller dalle atmosfere hitchcockiane e con forti eco freudiane, il film di Xavier Dolan è senza dubbio uno dei più interessanti della Mostra. Il ritmo non è altissimo, e alcune scene sono superflue, ma il film convince, colpisce e fa discutere. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.
The zero theorem (Concorso), voto 8. In un futuro distopico, un genio matematico cerca di dimostrare che la vita non ha senso, mentre attende una chiamata che dovrebbe dargli la felicità. Gilliam realizza un film imperfetto, ma che fa dell'imperfezione e delle domande lasciate in sospeso la sua forza, che stimola alla riflessione e al ragionamento. Scenografie e regia sono eccezionali, e Christoph Waltz è semplicemente strepitoso.
Locke (Fuori Concorso), voto 7.5.Un uomo alla guida della sua auto, solo per 90 minuti, in viaggio verso un futuro incerto. A fargli compagnia solo il telefono, in una notte che diventerà una delle più importanti della sua vita. Il film di Knight è registicamente interessante e originale, pur non essendo certamente rivoluzionario. Tom Hardy interpreta il protagonista con misura e senza eccessi, regalandoci un personaggio interessante e complesso, che vuole riprendere il controllo della propria vita.
Zoran, il mio nipote scemo (Settimana della Critica), voto 7. Una bella commedia italiana, che vede un burbero cialtrone friulano, interpretato dal sempre ottimo Giuseppe Battiston, costretto a cambiare vita a causa dell'arrivo del nipote sloveno, dotato di parlata colta e libresca e di una mira infallibile a freccette. Il film si inserisce nel solco della commedia all'italiana e, pur non brillando per originalità, ne rielabora alcuni stilemi con efficacia e ritmo. Si ride, e pure tanto.
Ecco poi il link per i film recensiti per Nonsolocinema. Delude il film di Kim Ki-Duk, Moebius, mentre convince a fondo il film di Uberto Pasolini, Still Life.
Moebius (Fuori Concorso), voto 4.5.
Still Life (Orizzonti), voto 8.5.
May in the Summer (Giornate degli Autori), voto 6.5.
Traitors (Giornate degli Autori), voto 7.
Per oggi è tutto, alla prossima!
Pier
domenica 1 settembre 2013
Telegrammi da Venezia 2013 - #2
Secondo telegramma da Venezia. Tre ottimi film in Concorso, più un bell'esordio italiano.
Child of God (Concorso), voto 9. James Franco realizza una trasposizione quasi perfetta del romanzo di McCarthy, seguendo l'odissea di un uomo che ha il solo difetto di non essere normale, e che la società finirà per trasformare in un mostro. Franco dirige con perizia, sorretto da una bella fotografia e da una colonna sonora folk eccezionale. Scott Haze, il protagonista, è ad oggi l'unico possibile candidato per la Coppa Volpi maschile: una prova eccezionale, profonda e toccante.
The wind rises (Concorso), voto 8. Miyazaki abbandona per una volta il fantasy, ma non il suo tocco onirico e poetico. La storia di un progettatore di aeroplani viene raccontata con dolcezza e delicatezza, seguendo il percorso che porta un giovane appassionato del volo a perseguire e realizzare il suo sogno. La sua vicenda professionale si intreccia con la struggente storia d'amore con la moglie, che regala momenti di pura estasi artistica ed emotiva.
Philomena (Concorso), voto 9. Il nuovo film di Stephen Frears è un orologio tarato alla perfezione, perfetto per tempi della storia, delle battute e per l'alternanza tra momenti comici e drammatici. La storia vera di Philomena, ragazza-madre irlandese costretta dalle suore del convento che la ospitava a dare in adozione suo figlio, viene raccontata con efficacia e misura, senza indulgere in facili pietismi nè rinunciare alla critica sociale. Judi Dench brilla come sempre per bravura, ma Steve Coogan non le è da meno, e forma con lei una coppia formidabile per affiatamento e tempi comici.
Il terzo tempo (Orizzonti), voto 7. Una bella storia di sport e redenzione che, pur attingendo a piene mani a tutti i topoi del genere, riesce comunque a essere originale nel suo modo di rielabolarli. Ottimo esordio alla regia per Enrico Maria Artale, supportato da un'eccellente prova di tutto il cast, su cui spicca il giovane protagonista, Lorenzo Richelmy.
Ecco poi il link per un film recensito per Nonsolocinema:
Vi är bäst! (Orizzonti), voto 8.
Per oggi è tutto, alla prossima!
Pier
venerdì 30 agosto 2013
Telegrammi da Venezia 2013 - #1
Come ogni anno, Filmora è a Venezia, e vi racconterà i film visti in Laguna.
Iniziamo con i film visti nei primi tre giorni:
Gravity (Fuori Concorso), voto 8.5. Il direttore Barbera, nella sua presentazione, lo ha introdotto come il film di fantascienza più rivoluzionario dai tempi di 2001 - Odissea nello spazio. Per quanto il film di Cuaròn sia alquanto distante dalla complessità tematica del capolavoro di Kubrick, è impossibile non concordare con il direttore per quanto riguarda la regia. Il 3D è finalmente utilizzato con finalità artistiche ed espressive e, insieme a uno stile di ripresa innovativo, contribuisce alla creazione di scene mozzafiato che trasportaneo lo spettatore in un'esperienza filmica indimenticabile. Ottime le prove della Bullock e di Clooney, scanzonato coprotagonista.
Via Castellana Bandiera (Concorso), voto 7. L'esordio di Emma Dante, una delle più importanti protagoniste della scena teatrale italiana, alla regia cinematografica colpisce per forza espressiva e la capacità di scavare dentro i personaggi. Nonostante nella seconda parte perda di efficacia e mostri l'inesperienza della regista, la storia dell'incontro-scontro tra due donne testarde ed indurite dalla vita viene raccontato con profondità emotiva e leggerezza, grazie anche all'eccezionale prova di tutto il cast, con una Rohwacher finalmente misurata e una Elena Cotta che si candida seriamente per la Coppa Volpi.
Joe (Concorso), voto 6.5. Senza infamia e senza lode, il nuovo lavoro di David Gordon Green, che racconta l'incontro tra due solitudini, quella di un ex carcerato con problemi di controllo della rabbia e quella di un adolescente vessato dal padre alcolista e nullafacente. Il film si segnala per un'ottima prova di Nicolas Cage, intenso e raramente sopra le righe, che regala un personaggio sofferto e malinconico che si faticava a vedergli addosso.
Quest'anno in occasione della Mostra collaboro con Nonsolocinema, per cui recensirò alcuni film. Ecco i link di quelli che ho visto finora:
La belle vie (Giornate degli Autori), voto 8.
L'arte della felicità (Settimana della Critica), voto 7.
Tres bodas de màs (Giornate degli Autori), voto 6.
Per oggi è tutto, alla prossima!
Pier
domenica 25 agosto 2013
Monsters University
Ritorno al passato
Mike Wazowski è un giovane mostro che sogna di essere ammesso alla prestigiosa Monsters University per diventare uno spaventatore. Nonostante tutto il suo impegno, tuttavia, rischia di essere cacciato dal corso di Spaventi per la sua incapacità di fare paura. Per riabilitarsi deve vincere le Spaventiadi, facendo squadra con un gruppo di adorabili e poco spaventosi pasticcioni, e con James P. Sullivan, uno spaventatore dotato di grande talento, ma pigro e svogliato.
A più di dieci anni di distanza, la Pixar decide di riprendere i personaggi di uno dei suoi film più amati, Monsters Inc. Invece di seguire la strada del sequel, tuttavia, John Lasseter e soci decidono di puntare su un prequel, raccontando l'incontro tra Mike e Sulley. Il risultato è un film che riporta la casa californiana ai livelli che le competono, dopo il deciso passo falso di Cars 2 e il poco convincente Brave. Monsters University diverte ed emoziona, regalando quel mix tra risate e riflessione che ha reso unici i film targati Pixar. Ci sono momenti comici per tutti i gusti e per tutte le età, con citazioni di livello (sequenza da film horror su tutte) e gag visive degne del cinema muto. Allo stesso tempo, però, il film spinge lo spettatore a interrogarsi sul valore dell'amicizia, sul confronto-scontro tra talento e duro lavoro, sull'importanza della forza di volontà. Monsters University si incentra sull'importanza di andare oltre le apparenze e di inseguire i propri sogni, riprendendo due temi cari alla Pixar fin dai tempi di A Bug's life, e ripreso con successo nei successivi Ratatouille e Wall-E.
Le immagini sono come sempre di altissimo livello, con la ricostruzione del campus universitario ai limiti della perfezione per fedeltà alle sue controparti reali e genialità degli elementi "mostruosi" inseriti per adattarlo al contesto. I personaggi sono disegnati e caratterizzati con eccezionale maestria, e contribuiscono alla buona riuscita del film affiancando con efficacia gli storici protagonisti. Meritano una menzione particolare la Preside e i membri della squadra Oozma Kappa.
Monsters University è un film divertente ed emozionante che, pur non raggiungendo le vette di creatività dei capolavori Pixar, segna il ritorno della casa di produzione di Emeryville al posto che compete loro, quello di creatori di mondi, risate e, soprattutto, di sogni.
*** 1/2
Pier
A più di dieci anni di distanza, la Pixar decide di riprendere i personaggi di uno dei suoi film più amati, Monsters Inc. Invece di seguire la strada del sequel, tuttavia, John Lasseter e soci decidono di puntare su un prequel, raccontando l'incontro tra Mike e Sulley. Il risultato è un film che riporta la casa californiana ai livelli che le competono, dopo il deciso passo falso di Cars 2 e il poco convincente Brave. Monsters University diverte ed emoziona, regalando quel mix tra risate e riflessione che ha reso unici i film targati Pixar. Ci sono momenti comici per tutti i gusti e per tutte le età, con citazioni di livello (sequenza da film horror su tutte) e gag visive degne del cinema muto. Allo stesso tempo, però, il film spinge lo spettatore a interrogarsi sul valore dell'amicizia, sul confronto-scontro tra talento e duro lavoro, sull'importanza della forza di volontà. Monsters University si incentra sull'importanza di andare oltre le apparenze e di inseguire i propri sogni, riprendendo due temi cari alla Pixar fin dai tempi di A Bug's life, e ripreso con successo nei successivi Ratatouille e Wall-E.
Le immagini sono come sempre di altissimo livello, con la ricostruzione del campus universitario ai limiti della perfezione per fedeltà alle sue controparti reali e genialità degli elementi "mostruosi" inseriti per adattarlo al contesto. I personaggi sono disegnati e caratterizzati con eccezionale maestria, e contribuiscono alla buona riuscita del film affiancando con efficacia gli storici protagonisti. Meritano una menzione particolare la Preside e i membri della squadra Oozma Kappa.
Monsters University è un film divertente ed emozionante che, pur non raggiungendo le vette di creatività dei capolavori Pixar, segna il ritorno della casa di produzione di Emeryville al posto che compete loro, quello di creatori di mondi, risate e, soprattutto, di sogni.
*** 1/2
Pier
lunedì 29 luglio 2013
Now you see me
Il trucco c'è, ma non si vede
Quattro prestigiatori vengono convocati da un individuo misterioso che li coinvolge in un suo progetto. Un anno dopo, i quattro, con il nome di Quattro Cavalieri, si esibiscono insieme in uno show di alto profilo, al termine del quale tenteranno un'impresa mai tentata prima: rapinare una banca senza muoversi dal teatro.
Difficile dilungarsi sulla trama di Now you see me: il rischio è di rivelare uno degli innumerevoli colpi di scena, che si susseguono come in un unico, grande numero di magia. Costruito intorno ai protagonisti e alle loro idiosincrasie, il film si avvale di effetti speciali eccellenti, che contribuiscono a creare un'atmosfera di magia e incanto. La trama scorre fluida fino al finale, dove accelera e finisce per perdersi un po', chiudendo con fretta eccessiva tutti i vari filoni narrativi e ripiegando su una didascalica spiegazione che demolisce l'aura di mistero costruita durante il film.
I personaggi sono bene interpretati, con Jesse Eisenberg, Mark Ruffalo e Woody Harrelson a fare la parte dei leoni. Resta un po' di rammarico per lo scarso sviluppo dedicato ad alcuni di loro, in particolare Henley e Jack, a causa del tempo limitato concesso da un prodotto cinematografico: forse una serie TV, anche di poche puntate, avrebbe reso miglior giustizia sia ai personaggi che alla trama.
Now you see me è un buon film di intrattenimento che, nonostante i difetti del finale, regala divertimento e suspence a sufficienza. Il trucco c'è, ma non si vede, e anche i più scettici si troveranno a seguire con attenzione il dipanarsi del piano dei Quattro Cavalieri, in una sorta di remake magico di Colpo grosso capace di incantare e divertire gli spettatori.
***
Pier
Quattro prestigiatori vengono convocati da un individuo misterioso che li coinvolge in un suo progetto. Un anno dopo, i quattro, con il nome di Quattro Cavalieri, si esibiscono insieme in uno show di alto profilo, al termine del quale tenteranno un'impresa mai tentata prima: rapinare una banca senza muoversi dal teatro.
Difficile dilungarsi sulla trama di Now you see me: il rischio è di rivelare uno degli innumerevoli colpi di scena, che si susseguono come in un unico, grande numero di magia. Costruito intorno ai protagonisti e alle loro idiosincrasie, il film si avvale di effetti speciali eccellenti, che contribuiscono a creare un'atmosfera di magia e incanto. La trama scorre fluida fino al finale, dove accelera e finisce per perdersi un po', chiudendo con fretta eccessiva tutti i vari filoni narrativi e ripiegando su una didascalica spiegazione che demolisce l'aura di mistero costruita durante il film.
I personaggi sono bene interpretati, con Jesse Eisenberg, Mark Ruffalo e Woody Harrelson a fare la parte dei leoni. Resta un po' di rammarico per lo scarso sviluppo dedicato ad alcuni di loro, in particolare Henley e Jack, a causa del tempo limitato concesso da un prodotto cinematografico: forse una serie TV, anche di poche puntate, avrebbe reso miglior giustizia sia ai personaggi che alla trama.
Now you see me è un buon film di intrattenimento che, nonostante i difetti del finale, regala divertimento e suspence a sufficienza. Il trucco c'è, ma non si vede, e anche i più scettici si troveranno a seguire con attenzione il dipanarsi del piano dei Quattro Cavalieri, in una sorta di remake magico di Colpo grosso capace di incantare e divertire gli spettatori.
***
Pier
martedì 23 luglio 2013
Pacific Rim
ROBOTTONI!
Da una faglia apertasi nell'Oceano Pacifico cominciano a fuoriuscire i Kaiju, mostruosi alieni decisi a distruggere il nostro pianeta. Per difendersi, il mondo unisce risorse e competenze e crea gli Jaeger, robot giganti pilotati da una coppia di piloti uniti a livello neurale. La battaglia tra mostri e robot sarà senza esclusione di colpi, nel tentativo di proteggere la terra dall'invasione aliena.
Dilungarsi sulla trama di Pacific Rim sarebbe un puro esercizio di stile: la storia è risicata, i dialoghi al limite della decenza, gli attori abbastanza piatti. Il tutto, però, svanisce come neve al sole quando entrano in scena loro, i veri protagonisti: i ROBOTTONI (maiuscolo d'obbligo). I ROBOTTONI sono eccezionali, realizzati con una precisione e una caratterizzazione di altissimo livello, totalmente mancanti, ad esempio, a quelli della serie Transformers. La loro entrata in scena è sempre spettacolare, le loro mosse di combattimento sono un puro godimento per l'adolescente che si annida in ogni spettatore. Accanto a loro, o meglio, contro di loro, Guillermo del Toro sguinzaglia un esercito di mostri giganti di nome Kaiju, in evidente omaggio ai mostri della tradizione giapponese come Godzilla. I Kaiju sono diversi ma simili, alieni ma terrestri, composti da elementi di diversi animali assemblati con perizia a creare dei giganteschi orrori semoventi.
Gli effetti speciali sono splendidi, e raggiungono il loro apice nelle scene di combattimento. Tra citazioni di Goldrake, Evangelion e tutte le serie mecha giapponesi, assistiamo a bocca aperta a scontri a base di lame rotanti, spade spaziali e petroliere (sì, avete capito bene: petroliere), in un'escalation di azione ed pathos che da tempo non si vedevano in un film d'azione.
Del Toro realizza un film d'intrattenimento perfetto, che non si prende sul serio e non pretende di essere nulla di diverso da quello che è, un luminoso e rumoroso baraccone fatto per divertire ed esaltare il pubblico. L'impresa riesce alla perfezione, facendo regredire tutti gli spettatori al livello di adolescenti esaltanti, pronti a lanciare i pugni in aria e a ridere divertiti di fronte all'ennesima impresa dei ROBOTTONI. A questo punto, rimane solo una domanda: a quando il sequel?
****
Pier
Da una faglia apertasi nell'Oceano Pacifico cominciano a fuoriuscire i Kaiju, mostruosi alieni decisi a distruggere il nostro pianeta. Per difendersi, il mondo unisce risorse e competenze e crea gli Jaeger, robot giganti pilotati da una coppia di piloti uniti a livello neurale. La battaglia tra mostri e robot sarà senza esclusione di colpi, nel tentativo di proteggere la terra dall'invasione aliena.
Dilungarsi sulla trama di Pacific Rim sarebbe un puro esercizio di stile: la storia è risicata, i dialoghi al limite della decenza, gli attori abbastanza piatti. Il tutto, però, svanisce come neve al sole quando entrano in scena loro, i veri protagonisti: i ROBOTTONI (maiuscolo d'obbligo). I ROBOTTONI sono eccezionali, realizzati con una precisione e una caratterizzazione di altissimo livello, totalmente mancanti, ad esempio, a quelli della serie Transformers. La loro entrata in scena è sempre spettacolare, le loro mosse di combattimento sono un puro godimento per l'adolescente che si annida in ogni spettatore. Accanto a loro, o meglio, contro di loro, Guillermo del Toro sguinzaglia un esercito di mostri giganti di nome Kaiju, in evidente omaggio ai mostri della tradizione giapponese come Godzilla. I Kaiju sono diversi ma simili, alieni ma terrestri, composti da elementi di diversi animali assemblati con perizia a creare dei giganteschi orrori semoventi.
Gli effetti speciali sono splendidi, e raggiungono il loro apice nelle scene di combattimento. Tra citazioni di Goldrake, Evangelion e tutte le serie mecha giapponesi, assistiamo a bocca aperta a scontri a base di lame rotanti, spade spaziali e petroliere (sì, avete capito bene: petroliere), in un'escalation di azione ed pathos che da tempo non si vedevano in un film d'azione.
Del Toro realizza un film d'intrattenimento perfetto, che non si prende sul serio e non pretende di essere nulla di diverso da quello che è, un luminoso e rumoroso baraccone fatto per divertire ed esaltare il pubblico. L'impresa riesce alla perfezione, facendo regredire tutti gli spettatori al livello di adolescenti esaltanti, pronti a lanciare i pugni in aria e a ridere divertiti di fronte all'ennesima impresa dei ROBOTTONI. A questo punto, rimane solo una domanda: a quando il sequel?
****
Pier
mercoledì 10 luglio 2013
To the wonder
I wonder how, I wonder why
Neil e Marina si incontrano a Parigi e scocca la scintilla. Si trasferiscono negli USA, dove però la loro storia non riesce a decollare per colpa di lui, incapace di concedersi fino in fondo all'altra. Quando il permesso di soggiorno di Marina scade, le loro strade si separano, e Neil torna a una vecchia relazione. Dopo qualche tempo, tuttavia, i due si incontrano di nuovo, e riallacciano i fili della loro relazione, decisi questa volta ad abbandonarsi ai propri sentimenti.
Dopo il successo di The Tree of Life, Terrence Malick torna con un film che ne è la fotocopia sbiadita. Il film è ancora una volta un inno all'amore puro e disincantato, incarnato ancora una volta dalla figura femminile, simbolo della natura e della vita. E, ancora una volta, la figura maschile è incapace di vivere appieno i propri sentimenti, vittima di un egoismo da cui sembra incapace di uscire. Nel mezzo, interminati spazi e sovrumani silenzi in quantità industriale, a tal punto che anche Leopardi li avrebbe trovati eccessivi.
La trama è come sempre risicata, ma il fatto che sia una rivisitazione quasi pedissequa di quella del film precedente rende il film quasi insopportabile, una parodia di se stesso che stona con l'afflato universale respirato nel capolavoro imperfetto che era The Tree of Life.
To the wonder risulta quindi stucchevole e ripetitivo, e culmina in un finale che, nonostante l'ottima prova di Javier Bardem, risulta didascalico e posticcio, fatto di frasi vuote e di professioni di fede senza significato.
Il film viene anche azzoppato da due recitazioni poco convincenti: da un lato un Ben Affleck espressivo come un segnachilometri, dall'altro una Olga Kurylenko francamente insopportabile, che corre sorridente tra prati, fiumi e montagne e a cui mancano solo le caprette che fanno ciao per sembrare la versione made in USA di Heidi.
A salvare almeno in parte la pellicola ci sono fotografia e musiche, come sempre perfette nei film di Malick. La luce che illumina il film apre gli occhi allo stupore e alla meraviglia, e le musiche ne accrescono l'efficacia.
To the wonder è un film ripetitivo, che lascia sconcertati per la sua incapacità sia di staccarsi dal modello del film precedente, sia di aggiungervi qualcosa di nuovo. Viene da chiedersi cosa abbia spinto Malick, che solitamente lascia passare molto tempo tra un suo lavoro e l'altro, a dirigere questo film, che non fa onore nè alla sua carriera nè alla sua capacità di esplorare nuovi linguaggi cinematografici e di toccare le corde più intime dell'animo degli spettatori.
**
Pier
Neil e Marina si incontrano a Parigi e scocca la scintilla. Si trasferiscono negli USA, dove però la loro storia non riesce a decollare per colpa di lui, incapace di concedersi fino in fondo all'altra. Quando il permesso di soggiorno di Marina scade, le loro strade si separano, e Neil torna a una vecchia relazione. Dopo qualche tempo, tuttavia, i due si incontrano di nuovo, e riallacciano i fili della loro relazione, decisi questa volta ad abbandonarsi ai propri sentimenti.
Dopo il successo di The Tree of Life, Terrence Malick torna con un film che ne è la fotocopia sbiadita. Il film è ancora una volta un inno all'amore puro e disincantato, incarnato ancora una volta dalla figura femminile, simbolo della natura e della vita. E, ancora una volta, la figura maschile è incapace di vivere appieno i propri sentimenti, vittima di un egoismo da cui sembra incapace di uscire. Nel mezzo, interminati spazi e sovrumani silenzi in quantità industriale, a tal punto che anche Leopardi li avrebbe trovati eccessivi.
La trama è come sempre risicata, ma il fatto che sia una rivisitazione quasi pedissequa di quella del film precedente rende il film quasi insopportabile, una parodia di se stesso che stona con l'afflato universale respirato nel capolavoro imperfetto che era The Tree of Life.
To the wonder risulta quindi stucchevole e ripetitivo, e culmina in un finale che, nonostante l'ottima prova di Javier Bardem, risulta didascalico e posticcio, fatto di frasi vuote e di professioni di fede senza significato.
Il film viene anche azzoppato da due recitazioni poco convincenti: da un lato un Ben Affleck espressivo come un segnachilometri, dall'altro una Olga Kurylenko francamente insopportabile, che corre sorridente tra prati, fiumi e montagne e a cui mancano solo le caprette che fanno ciao per sembrare la versione made in USA di Heidi.
A salvare almeno in parte la pellicola ci sono fotografia e musiche, come sempre perfette nei film di Malick. La luce che illumina il film apre gli occhi allo stupore e alla meraviglia, e le musiche ne accrescono l'efficacia.
To the wonder è un film ripetitivo, che lascia sconcertati per la sua incapacità sia di staccarsi dal modello del film precedente, sia di aggiungervi qualcosa di nuovo. Viene da chiedersi cosa abbia spinto Malick, che solitamente lascia passare molto tempo tra un suo lavoro e l'altro, a dirigere questo film, che non fa onore nè alla sua carriera nè alla sua capacità di esplorare nuovi linguaggi cinematografici e di toccare le corde più intime dell'animo degli spettatori.
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Pier
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