domenica 30 gennaio 2011

Qualunquemente

Non ci resta che piangere



Cetto La Qualunque, un imprenditore calabrese accusato di evasione fiscale e riciclaggio, torna in patria dopo 4 anni di latitanza in Sudamerica. Per fronteggiare la temibile ondata di legalità che sta assalendo il paese viene convinto a candidarsi a sindaco, e conduce la campagna elettorali con metodi decisamente poco ortodossi.

Qualunquemente è un film che offre due piani di lettura. Il primo e più superficiale è quello della comicità "ancestrale, un po' animale" di Cetto La Qualunque, fatto di slogan tanto dozzinali quanto esilaranti e di battute politicamente scorrette. Il secondo, più sottile, è quello di una satira puntuale e feroce, violenta proprio perchè quasi nascosta, sulla classe politica e sull'Italia in generale.
L'ispirazione per il personaggio di La Qualunque è chiara e lapalissiana, così come quella dei personaggi di contorno: il consigliere senza morale, l'avversario politico serio, preparato ma naturalmente triste e incapace di comunicare con le masse, il conduttore televisivo servile e compiacente. Quello che però colpisce di più è la rappresentazione che viene fatta dell'Italia, un'Italia rappresentata dai potenziali elettori in cerca di compenso, dagli amici del bar che trattano l'evasione fiscale come un reato minore, ma soprattutto dal figlio di Cetto: inizialmente buono, sensibile e colto, finirà per abbrutirsi come tutti gli altri, conquistando così consensi tra il pubblico e l'affetto del padre.

Albanese dà corpo e voce allo straordinario personaggio di Cetto, verace e terrificante proprio perchè terribilmente reale. Al suo fianco, in mezzo a nani e ballerine si distingue un eccellente Sergio Rubini, perfetto nel ruolo del consigliere "terrone" che cerca di spacciarsi per milanese.
La regia di Manfredonia è semplice ma non banale, e arricchisce un film fondato quasi esclusivamente sull'eccezionale forza espressiva di Cetto.

Qualunquemente fa ridere con gag riuscitissime, ma non lascia mai lo spettatore tranquillo, stuzzicandolo e stimolandolo con continue provocazioni. Non è un film accomodante, ma una forte sferzata agli Italiani e all'Italia, presentata come un paese dove conta solo avere donne belle e piacenti, fare i propri interessi senza curarsi di quelli degli altri, e dove i diritti vengono calpestati impunemente in nome del popolo.

Cetto La Qualunque non è solo una caricatura di un noto personaggio politico, è anche il ritratto di quello che il nostro paese sta diventando, una realtà dove vige la legge del più forte, e dove, se non si trova la forza di reagire, diventerà d'attualità il titolo del celebre film con Troisi e Benigni.
Una satira così efficace non si vedeva da tempo, e consacra Albanese come uno degli ultimi veri comici del nostro cinema. Non perdetelo.

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Pier

venerdì 28 gennaio 2011

Tamara Drewe

Un classico all'inglese



Dopo molti anni di assenza, l'ex bruttina Tamara Drewe torna nel piccolo paese natio, forte di un lavoro prestigioso e di un naso nuovo. Il suo arrivo sconvolgerà i delicati equilibri del villaggio, complice anche il suo flirt con l'artista pop del momento.

Stephen Frears, dopo la fortunata parentesi regal-politica di The Queen torna al genere che lo ha reso celebre, la commedia, e lo fa con uno dei classici inglesi del genere, la country comedy. Le stagioni scandiscono il ritmo della trama, che si prende il giusto tempo per descrivere personaggi, attitudini e situazioni, approfondendo non solo la psiche dei protagonisti ma anche il contesto culturale in cui la vicenda si svolge. Il film scorre dunque tra risate contenute e molti sorrisi, forte di un'ironia pungente ma non volgare, di una trama scorrevole e di personaggi a tutto tondo, ognuno caratterizzato in modo peculiare e interessante.

L'eccellente regia è sorretta da una prova superba di tutto il cast, capitanato da Gemma Artenton, finalmente in un ruolo adatto a lei, e da Dominic Cooper, convincente nell'esilarante ruolo del batterista maledetto dopo le buone prove offerte in Mamma mia! e History Boys. I protagonisti si muovono in una campagna quasi immobile, in cui nulla cambia mai e la noia sembra essere l'unico motore in grado di dare una scossa agli eventi. Così due divertenti adolescenti vestono i panni del deus ex machina, innescando una serie di eventi che culmina con la scena più drammaticamente esilarante del film.

Frears ci mostra come tutto possa cambiare e come nulla sia mai come sembra: i mariti si scoprono fedifraghi, le bruttine diventano bombe sexy, e le mucche, nella loro apparente calma, possono rivelarsi capaci di un'immensa perfidia bovina.
Tamara Drewe è una commedia deliziosa e raffinata, con un ritmo quasi sempre alto e una trama divertente e niente affatto banale. Non perdetelo.

***1/2


Pier

lunedì 24 gennaio 2011

Parto col folle

Un nuovo talento comico



Peter è un architetto in trasferta ad Atlanta. Sua moglie è incinta e, quando viene informato del fatto che il parto è imminente, prende il primo volo per tornare a Los Angeles da lei. Viene però cacciato dall'aereo a causa di una serie di disguidi causati da un passeggero irritante e pasticcione, Ethan, un attore in cerca di fortuna a Hollywood. Senza un mezzo di trasporto e con il parto sempre più vicino, Peter si ritrova costretto ad accettare un passaggio in macchina proprio da Ethan e si accinge a viaggiare in compagnia sua e del suo insopportabile cane alla volta di Los Angeles.

Il regista di Una notte da leoni si cimenta questa volta con il più classico dei road movie, una gita ricca di imprevisti da Atlanta a Los Angeles in cui i protagonisti, inizialmente distanti, finiranno per imparare a conoscersi. Galifianakis e Downey Jr, novelli Lemmon e Matthau, compongono la strana coppia in viaggio per l'America: esuberante e pasticcione il primo, silenzioso, preciso e metodico il secondo, vivranno un rapporto travagliato, fatto di liti e discussioni continue. Proprio la relazione tra i due protagonisti è l'elemento centrale del film, che corre veloce lungo la strada tra sospetti tradimenti, bellicosi reduci di guerra e guardie di confini ostili. Il ritmo è incalzante, lo humor è a volte grossolano ma quasi sempre esilarante.

Downey Jr è perfetto nel ruolo della spalla, un uomo tranquillo travolto dal ciclone rappresentato da Ethan. Le sue espressioni allucinate di fronte alle continue eccentricità del compagno di viaggio sono lo specchio del suo crescente nervosismo, che esploderà in tutta la sua forza in alcuni dei momenti migliori del film. La vera stella è però Galifianakis, vero e proprio talento comico destinato a far parlare di sè nei prossimi anni. La sua innata capacità di far ridere e la sua fisicità sono infatti corredate da una sottile malinconia che emerge in alcuni dei momenti chiave, conferendo al suo personaggio una profondità che difficilmente viene raggiunta in questo genere di film.

Parto col folle(ennesima traduzione esecrabile di un titolo americano molto più significativo, Due date) è forse meno divertente di Una notte da leoni, ma ha uno spessore narrativo superiore, grazie a sottotrame più approfondite e a una sceneggiatura molto valida, e mantiene comunque la capacità di far ridere e sorridere.

***1/2


Pier

sabato 22 gennaio 2011

Kill me please

Tra commedia nera e Tarantino



Il Dr. Kruger, colpito dal costo sociale del suicidio, decide di aprire una clinica dove togliersi la vita non sia un atto disperato ma una scelta dignitosa e meditata. Il suo istituto attira i personaggi più diversi, ognuno con una sua piccola, grande tragedia che lo spinge a voler compiere l'estremo gesto. L'ostilità degli abitanti del vicino villaggio e il carattere particolare di alcuni pazienti creeranno numerose complicazioni.

Kill me please è un buon esempio della nuova commedia nera francese, in cui il citazionismo di stili del passato si mescola con il gusto per lo sperimentalismo. L'opera prima di Olias Barco colpisce infatti fin dalla prima scena per alcune scelte registiche.
Innanzitutto la scelta di un bianco e nero antico, quasi anni Cinquanta, che contribuisce a creare un'atmosfera quasi onirica, collocando il film e la clinica del dottor Kruger in un luogo indefinito, fuori dal tempo e dallo spazio. La fotografia e il trucco accentuano ulteriormente questo clima, con immagini e inquadrature da film espressionista tedesco e personaggi che sembrano usciti da un freak show o dal Gabinetto delle figure di cera.

Le scene e i dialoghi sono statici, quasi teatrali, quasi sempre ambientati in una stanza con un numero ristretto di personaggi. Il dinamismo è generato dall'uso della camera a mano, in pieno stile neorealista, con continui movimenti di macchina e strette inquadrature sui personaggi. La sceneggiatura è da classico della commedia nera, anche se è assente quello humor ritmato e sferzante che solitamente si ritrova nei film inglesi di questo genere.
Il cast è ottimo, con attori non celeberrimi ma adattissimi alle parti che interpretano, in particolare il "vedovo" con l'ossessione per la propria pettinatura e l'anziana cantante.

La storia scorre abbastanza linearmente fino al finale, quando il film cambia decisamente di tono e vira su linguaggi e situazioni al limite del pulp, tra sparatore, inseguimenti e fughe disperate.
Il risultato è volutamente spiazzante, ma manca di quel lampo di originalità in grado di dare coerenza all'opera e di rendere il film apprezzabile anche sotto il punto di vista della trama oltre che dello stile.
Kill me please è un film interessante con alcuni ottimi spunti, che vengono però sviluppati solo in parte, lasciando nello spettatore un senso di incompiutezza e di poca incisività.

***

Pier

giovedì 20 gennaio 2011

The Interpreter - Lo sconsiglio: puntata #11


The interpreter


La Kidman che sfreccia serena in Vespa per le strade di New York, dove non si vede un motorino dal '52, è la parte più verosimile del film.

Livello di sconsiglio:

***

Pier

lunedì 17 gennaio 2011

La versione di Barney

Per un pizzico di ironia



Barney Panofsky è un produttore televisivo canadese di origini ebraiche. Appassionato di hockey, whisky, fumo e belle donne, Barney ha avuto una vita avventurosa, vissuta tra Europa, Canada e Stati Uniti. Ha avuto tre mogli, la prima sposata perchè incinta, la seconda per convenienza e la terza per amore. La sua totale incapacità di controllarsi, tuttavia, gli ha fatto perdere l'amata Miriam, che però lui continua ad amare. La sua vecchiaia è inoltre tormentata dal detective O'Hearne, che lo considera responsabile dell'omicidio dell'amico Boogie Moscovitch, scoperto da Barney a letto con la seconda moglie e misteriosamente scomparso nei pressi della sua casa sul lago.

La versione cinematografica del libro di Mordecai Richler si distacca fin dall'inizio dall'originale in uno dei suoi tratti distintivi: la dissacrante voce dell'autore. Il regista Richard J. Lewis sceglie infatti di rinunciare alla narrazione in prima persona da parte del protagonista, facendo guadagnare alla trama in linearità ma perdendo l'incisività e lo spirito dell'umorismo yiddish che contraddistinguevano libro e personaggio.
Il risultato è un film in cui viene esaltata la componente drammatica e narrativa della storia, in cui ci si concentra più sulla trama d'insieme che sui personaggi e sui dialoghi.

Il film è dunque molto scorrevole, privo delle discontinuità del libro e più facile da seguire nelle sue varie fasi e nell'evoluzione del personaggio di Barney. Quello che manca è però proprio Barney, il Barney cinico, volgare e libidinoso che era la vera forza del libro. D'altro canto sono rafforzati alcuni dei personaggi di contorno, come la seconda moglie, Boogie ma soprattutto il padre, interpretato alla perfezione da Dustin Hoffman. Izzy Panofsky è l'unico vero tramite tra libro e film, e tradisce anche alcune caratteristiche che sarebbero proprie del protagonista.
Barney risulta comunque un personaggio interessante, ricco di sfumature e in grado di regalare momenti sia di pura ilarità che di grande commozione. Giamatti, inspiegabilmente ignorato a Venezia, è superbo nel rendere al meglio i due aspetti del personaggio, e l'accentuazione del lato drammatico è da imputare più alla trama che all'attore.

La versione di Barney è un film che conquista e attira: la struttura è forte, il protagonista comunque irresistibile, commozione e divertimento sono ben dosati. Un amante del romanzo, tuttavia, non può fare a meno di notare l'assenza di quella follia strutturale e di quell'ironia che pervadevano ogni pagina del libro, anche quelle più cupe. Un film riuscito dunque, ma da cui forse era lecito aspettarsi un pizzico di creatività in più.

***1/2

Pier

giovedì 13 gennaio 2011

Walter Chiari - I dimenticati: puntata 9



Il dimenticato di oggi è Walter Chiari, uno degli attori peggio sfruttati dal cinema italiano. Mattatore ironico e completo, in grado di condurre, ballare, cantare e divertire, Chiari ebbe un trionfale successo in televisione (celeberrime la gag del Sarchiapone e le sue prese in giro a Battisti) e nel teatro di varietà, mentre fu quasi sempre relegato ai margini della nostra cinematografia a causa del suo carattere e delle sue abitudini, che lo portavano a essere spesso e volentieri in ritardo e a condurre una vita sregolata fuori dal set.

La sua carriera cinematografica è quindi più nota per la sua tumultuosa e intensa relazione con Ava Gardner che per le sue prove d'attore, nonostante abbia girato più di 100 film sia in Italia che all'estero, esordendo nel 1946 con Vanità e ritirandosi nel 1991 con Capitan Cosmo.

Alcuni registi, però, si resero conto del suo grande talento, che rendeva al meglio in quei ruoli sottilmente in bilico tra ironia e tristezza, gioia e sofferenza. Il primo a dargli fiducia fu Luchino Visconti, che lo scelse nel 1951 per recitare in Bellissima al fianco di Anna Magnani. Chiari ha un ruolo fondamentale nella scena più celebre del film, quella sul fiume, frutto delle grandi doti improvvisative sue e della Magnani e ad oggi una delle più toccanti e riuscite scene d'amore del cinema italiano.



Nonostante il grande successo ottenuto Chiari non riceve altre offerte dello stesso livello e negli anni successivi continua a dedicarsi al cinema leggero o di genere, all'interno del quale spicca la sua partecipazione nel riuscito Un giorno in pretura diretto da Steno (1954), in cui recita accanto a Sophia Loren nell'episodio Don Michele, Anna e il biliardo, in cui sfrutta appieno la sua eccellente vena comica, conferendo però al suo prete anche una malinconia che rimarrà ricorrente nei suoi personaggi più riusciti.

I film successivi non sono degni di nota, con l'eccezione de La capannina (1957) che, oltre a essere il suo primo film in inglese, segna l'inizio della sua storia d'amore con la Gardner.
Per un ruolo importante dobbiamo aspettare invece il 1962, quando Damiano Damiani lo scrittura per la parte principale di Cesarino ne La rimpatriata, una pellicola perfetta per esaltare le sue doti di comico triste. Il film è un piccolo gioiello che presenta l'incontro, dopo molti anni di separazione, di un gruppo di amici. Tutti sono diventati celebri e rispettati professionisti, con la notabile eccezione di Cesarino, l'antico leader del gruppo, che gestisce un cinema di periferia di proprietà del suocero. L'iniziale senso di superiorità degli amici viene subito a cadere quando si rendono conto che le loro vite, pur ricche, sono in realtà più vuote di quelle dell'amico, che mantiene una spensieratezza e una voglia di vivere che loro hanno ormai perduto. Chiari interpreta un eterno ragazzo che non sa o non vuole affrontare la realtà, per cui la vita è ancora intrisa di avventure, amore e romanticismo. Il film è girato in una Milano crepuscolare e notturna e si conclude, dopo una notte all'insegna dei vecchi tempi, nella periferia dove Cesarino si reca per ritrovare Larona, sua fidanzata di un tempo ormai ridotta a fare la prostituta. Il dialogo tra i due e la scena successiva sono un capolavoro di sentimento e compassione, con la recitazione di Chiari supportata da una fotografia a dir poco perfetta.

Un anno più tardi Dino Risi affida a Walter Chiari la parte principale de Il giovedì, in cui l'attore interpreta un padre divorziato che cerca di fare una buona impressione sul figlio in una delle poche giornate che possono trascorrere insieme. Chiari è magnifico nella sua capacità di variare i toni della recitazione da un momento all'altro, e trasmette perfettamente le alterne emozioni che possiedono questo padre fallito che vuole disperatamente piacere a suo figlio, anche se solo per un giorno, regalando quella che forse rimane la sua migliore interpretazione.



Negli anni successivi Chiari viene travolto da due scandali per uso di cocaina, uscendone pulito nel secondo, che gli chiudono molte porte nel mondo dello spettacolo e in particolare nel cinema. E' solo nel 1986, dunque, che ottiene una parte degna del suo talento. Il film è Romance di Massimo Mazzucco, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Chiari interpreta Giulio, un padre ormai anziano che decide di recuperare i contatti con il figlio, interpretato da Luca Barbareschi, invitandolo per un weekend nella sua baita in montagna. L'incontro, dopo le iniziali diffidenze, finirà per segnare profondamente e arricchire le vite di entrambi.
Il film raccolse subito il plauso del pubblico, e Chiari fu considerato favorito per la Coppa Volpi, salvo perderla a sorpresa all'ultimo minuto in favore di Carlo delle Piane per Regalo di Natale. Pupi Avati, alcuni anni dopo, realizzò e diresse Festival, in cui raccontò la vicenda del mancato premio di Chiari.

L'interpretazione di Chiari è commovente per veridicità e realismo: quest'uomo solo, una volta pieno di donne e di vita e ora abbandonato dagli amici e timoroso persino di andare a trovare la moglie ricoverata, ricorda da vicino la parabola dello stesso attore. Ogni suo gesto, ogni sua frase sembrano urlare al cinema italiano che grande attore avrebbe potuto essere se soltanto qualcuno gli avesse dato la fiducia che meritava.

Pier

giovedì 6 gennaio 2011

Hereafter

La scommessa di Eastwood: stravinta !



Marie Lelay è una giornalista televisiva francese sopravvissuta ad uno tsunami in Thailandia. Marcus è un bambino di dieci anni che perde il fratellino gemello Jason e verrà affidato ad una coppia adottiva. George Lonegan è un sensitivo con evidenti problemi sociali a causa della sua facoltà di parlare con i morti. Le tre storie, che lambiscono i perimetri della morte sotto tre punti di vista diversi, finiranno per incrociarsi indissolubilmente.

Il solito Clint Eastwood verrebbe da dire; nessuna sorpresa per uno dei migliori registi viventi e non solo. Ma ragionandoci bene, il film stupisce. Stupisce perché leggendo attentamente la storia, analizzando i volti dei personaggi e le vicende prese nella loro singolarità, ci troviamo di fronte ad un Clint Eastwood del tutto inedito. Non ci sono più quei personaggi spigolosi come in Mystic River, Gran Torino, Milion Dollar Baby o Un Mondo Perfetto. In tutti i suoi film precedenti, il leitmotiv era quello di personaggi dalla psicologia molto complessa ma anche dalla dubbia moralità, una trama spesso arricchita da una violenza di fondo resa, a seconda della pellicola, più o meno esplicita.

Hereafter è l'esplorazione curiosa di un regista ormai ottantunenne di una storia, sì emotiva come nei film precedenti, ma con la violenza trasformata in dolcezza. Una dolcezza non spicciola, non dalla lacrima facile, ma complessa, cucita intorno ai tre personaggi che diventano la rappresentazione del desiderio di Eastwood di raccontare una storia dai veri sentimenti in un contesto paranormale.

Il ritmo del film è compassato, la scena è sempre buia e inizia a colorarsi solo quando le tre "vittime" del destino si incontrano. Le battute sono poche, semplici, ma sempre coi tempi giusti rispettando la narrativa che fa di questo film una pellicola preziosa e rara nella Hollywood moderna. Gli attori, pur non importanti, fatta eccezione del solo Matt Damon, sono sorprendenti, perfetti in ogni espressione del viso, in ogni movimento e sempre al centro di una scena che tende ad isolarli nella loro solitudine.

Penso che sia il film di Clint Eastwood più riuscito, di una complessità rara ma anche di grande concretezza per i numerosi richiami a fatti tragici accaduti di recente. Il film ci coinvolge portandoci a provare compassione per i personaggi.

La seduta che Logan - Damon fa al bambino Marcus è d'antologia; un combinazione di musica, battute ed espressioni che aprono il cuore, lasciando un forte senso di malinconia nello spettatore anche dopo aver lasciato la sala.

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Alessandro


mercoledì 5 gennaio 2011

Fronte del Porto - Rivediamoli

Ognuno è artefice del proprio destino



Terry Malloy è un ex pugile che lavora come scaricatore di porto a New York. Viene suo malgrado coinvolto dal fratello Charlie in un'organizzazione criminale che controlla il sindacato dei portuali. Spinto dall'amore per Edie e da un desiderio di rivincita troverà il coraggio di ribellarsi e testimoniare contro il fratello al processo. La decisione non sarà però priva di conseguenze.

Secondo film per la coppia Kazan-Brando dopo Un tram chiamato desiderio, Fronte del porto segnò una svolta per la cinematografia e la recitazione statunitense, e fu giustamente premiato con 8 Oscar, tra cui regia, sceneggiatura, fotografia e montaggio. Il primo elemento di discontinuità fu il soggetto, ispirato ad alcuni celebri articoli di cronaca del giornalista Malcolm Johnson, per i quali vinse il premio Pulitzer. La denuncia forte e senza mezze parole della corruzione dilagante del sistema portuale newyorkese scosse l'America dalle fondamenta, mettendo a nudo le contraddizioni e l'illegalità che si nascondevano dietro al sogno americano.
Il perfetto bianco e nero di Boris Kaufman contribuisce a creare un'atmosfera asfissiante e claustrofobica, nonostante il film sia in larghissima parte ambientato in esterni. Tuttavia il sapiente uso della luce rende le piccole costruzioni del porto minacciose e inquietanti, una prigione da cui non è possibile fuggire.

Alla prigione "fisica" del porto corrisponde poi una prigione morale, che attanaglia prima il personaggio di Brando e poi quello del fratello, interpretato dal leggendario "cattivo" di Hollywood Rod Steiger. Il primo è diviso tra il senso di colpa nel tradire il fratello e il suo senso della giustizia, in quella che è stata letto come una trasposizione su schermo del dramma che Kazan si ritrovò ad affrontare quando denunciò alcuni suoi colleghi come comunisti sotto il maccartismo. Emblematica in questo senso è la scena che segue la deposizione, in cui gli amici di un tempo fingono di non conoscerlo o lo insultano.
Il fratello di Brando, Charlie, è invece divorato dai sensi di colpa per aver rovinato la vita del fratello, segnando la fine della sua carriera da pugile per guadagnare qualche soldo.
Lo strazio interiore dei due protagonisti verrà a contatto in quella che è la scena madre del film, il confronto in taxi tra i due fratelli che, per ammissione dello stesso Kazan, fu frutto dell'improvvisazione di Brando e Sturges. La scena in cui Terry disarma Charlie, sia fisicamente che moralmente, è girata interamente all'interno di un taxi, rendendo il confronto ancora più serrato, teso ed emozionante.



Il film è arricchito dalle splendide interpretazioni del cast, capitanato da un Brando in stato di grazia e premiato con l'Oscar, intenso come sempre ma più vero e convincente rispetto a Un tram chiamato desiderio. Sturgess è perfetto nel ruolo del fratello, Eva Marie Saint (Oscar anche per lei) è un'ottimo angelo redentore, ma il personaggio di contorno migliore è senza dubbio il prete interpretato da Karl Malden, che ricorda da vicino quello impersonato da Fabrizi in Roma città aperta, confronto ampiamente richiamato anche dalla scena finale.
La forza del film è il senso di verità che trasmette: la presenza di veri portuali come comparse, l'ambientazione realistica in esterni e la sceneggiatura creano un forte senso di realtà e partecipazione, rendendo i lavoratori non solo una massa confusa ma un vero e proprio personaggio, in grado di coinvolgere il pubblico e di rendere attuale un film che risale a più di cinquant'anni fa.

Per quanto il film si concentri sulla figura del leader carismatico, infatti, emerge chiaramente come siano in realtà il gruppo e la solidarietà tra i portuali a risolvere la situazione, destinata altrimenti a una posizione di stallo nonostante il coraggioso gesto di Brando.
Fronte del porto
colpisce ancora oggi per la forza dirompente delle immagini, l'intensità della recitazione e soprattutto per un messaggio che, a dispetto dei tempi, continua a essere attuale.

martedì 4 gennaio 2011

F.I.S.T. - Rivediamoli

Gli albori di un sindacato dei lavoratori americano



Johnny Novak è un fattorino figlio di un camionista ungherese. In poco tempo, grazie alla sua forza comunicativa e propagandista, diventerà il leader della F.I.S.T. di Cleveland (federazione degli autotrasportatori americani) contribuendo ad allargarne la base degli iscritti.

Sono anni difficili. Anni in cui i lavoratori, trovandosi in una situazione di grave debolezza, sono facilmente e illecitamente sfruttati dalle aziende; i sindacati nascenti, ancora privi di un'identità e di una struttura, non sono in grado di proteggerli. In un periodo dove la violenza e l'uso della polizia per scopi repressivi sono accettati e usati, Novak si trova costretto a scendere a patti con la mafia, ed in particolare con il boss di Chicago Mannone, per ottenere quella forza necessaria ad affrontare "l'esercito" a disposizione delle aziende americane degli anni '30.

Grazie a questo aiuto non ortodosso, Novak trasforma la F.I.S.T nel sindacato americano più importante, ma col passare degli anni, il prezzo da pagare per i favori diventano sempre più pressanti. In un vano tentativo di tagliare fuori Mannone, Novak finirà per sparire insieme alla sua famiglia tra lo sconforto dei camionisti di tutta America.

Il film di Norman Jewinson, che annovera attori importanti come Stallone, Peter Boyle e Rod Steiger, è uno di quei rari film hollywodiani che tratta il tema delicato del sindacato. Tratto da un fatto realmente accaduto, Jewinson racconta le vicende di Novak - Stallone utilizzando lo schema a parabola, tipico sopratutto dei mafia movie (Scarface), dove il protagonista si costruisce il successo personale dal basso per poi perdere tutto a causa dell'eccessiva sete di potere. In questo caso però non si tratta dell'ascesa di un criminale, ma di un sindacalista il cui obiettivo iniziale è quello di aiutare lavoratori sfruttati ad ottenere ciò che gli spetta.

Novak è un personaggio controverso. Si appoggia alla mafia ma per una buona causa. E' in associazione esterna ma ha ottenuto importanti privilegi per i suoi lavoratori iscritti. Combatte la corruzione all'interno del sindacato ma obbliga i camionisti di tutta America a iscriversi per il loro bene ed impedisce violentemente le manifestazioni non autorizzate dei suoi iscritti. Credo sinceramente che questo sia uno dei personaggi più riusciti e più interessanti tra quelli interpretati da Stallone; l'attore è perfetto nel non far trasparire nessuna emozione. L'ambiguità dei suoi comportamenti impediscono allo spettatore di simpatizzare o meno per lui in un perfetto contrasto con i sentimenti dei personaggi del film i quali, per esigenze di trama, conoscono solo una delle due facce di Novak (i camionisti lo amano, il senatore lo ripugna).

Trovo che il film di Jewinson sia una perfetta commistione di generi e abbia un filo narrativo che accompagna la trama facendosi guardare per oltre due ore. La storia dell'ascesa della F.I.S.T. in un contesto storico completamente diverso da quello che viviamo oggi è formativo, e il regista è bravo a non sbilanciarsi a favore di una delle due parti ma si limita a raccontare quello che succedeva con freddo distacco.

Consiglio la visione di F.I.S.T. per il suo tema assolutamente unico (quello del sindacato), per come la trama è stata sviluppata in un modo del tutto innovativo (lo schema a parabola) e per il personaggio di Novak che con la sua moralità e, sotto certi punti di vista, bontà è stato pronto a sacrificare la propria persona trasformandosi in una marionetta mafiosa pur di aiutare i lavoratori che ha sempre amato.

Alessandro

lunedì 3 gennaio 2011

American Life

Ironia e verità



Burt e Verona sono una coppia trentenne in procinto di avere una figlia. Si sono da poco trasferiti nella città dove vivono i genitori di lui, convinti che saranno felici di dare loro una mano con la bambina. Scoprono invece che i due sono in procinto di partire per il Belgio, e che dunque non saranno al loro fianco al momento del parto. Dopo l'iniziale scoramento decidono di partire e di andare in tutte le città in cui hanno amici e parenti per individuare quella dove stabilirsi e far nascere la figlia. Il viaggio si rivelerà però più complesso del previsto.

Sam Mendes torna ad occuparsi del suo tema preferito, gli scheletri nell'armadio della famiglia media americana, ma lo fa con un taglio decisamente diverso rispetto ad American Beauty o Revolutionary Road. Il viaggio di Burt e Verona viene analizzato con toni da commedia malinconica, una sorta di moderna Odissea in cui i vari incontri fatti serviranno alla giovane coppia per capire qualcosa di più sul mondo e su loro stessi.
Ogni episodio ci presenta una famiglia diversa, ma ugualmente problematica, e spesso incapace di affrontare i propri problemi in modo costruttivo. I vari incontri rappresentano però anche un aspetto della vita di coppia di Burt e Verona, un elemento della loro vita cui non avevano mai prestato veramente attenzione, e che viene riportato a galla dall'incontro-scontro con amici e parenti. Gli episodi migliori sono le tappe di Montreal, Madison e Miami, in cui il mix di divertimento e commozione raggiunge un equilibrio perfetto, soprattutto durante l'incontro in Canada con i vecchi amici del college.

Il cast si compone di attori poco noti ma bravissimi, supportati da colleghi più celebri come Jeff Daniels e Maggie Gyllenhaal impegnati in splendidi camei. La regia è secca e nervosa, meno costruita ed elaborata dei precedenti film di Mendes, ma più attenta alle emozioni dei protagonisti, spesso ritratti in primo o primissimo piano, i cui visi vengono scandagliati minuziosamente in ogni minuto del film.
Il viaggio di Burt e Verona diventa infatti fin da subito un viaggio alla ricerca del significato di essere genitori, e ogni incontro li aiuta a comprendere che la famiglia perfetta non esiste, e che anche quelle che lo sembrano, infatti, hanno qualcosa da nascondere. Ciò che rende una famiglia speciale sono il desiderio e la volontà di essere felici insieme, la vera malta-sciroppo d'acero in grado di tenere insieme i mattoni della coppia.

Sam Mendes firma un film delicato che riesce a essere divertente e toccante senza essere sdolcinato, e che ha il solo difetto di dilungarsi un po' troppo su alcuni passaggi. Protagonisti meravigliosamente veri e personaggi di contorno esemplari contribuiscono a fare di American Life un film in grado di dialogare con tutti gli spettatori, facendo sì che il viaggio di Burt e Verona diventi anche il loro.

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Pier