One man show
Alan compra una giraffa, che poi rimane uccisa in autostrada, provocando un incidente a catena. Rendendosi contro che l'amico è fuori controllo, Phil, Stu e Doug decidono di farlo ricoverare in una struttura che possa aiutarlo. Mentre lo stanno accompagnando, tuttavia, vengono sequestrati da un gangster, Marshall, che abbandona Phil, Stu e Alan nel deserto con un ultimatum: se non riusciranno a ritrovare Mr. Chow e i lingotti d'oro che gli ha rubato entro 72 ore, lui ucciderà Doug. I tre si imbarcheranno in un'odissea attraverso l'America per rintracciare l'indemoniato cinese e riuscire a salvare l'amico.
Il terzo capitolo della saga di Hangover, dopo una trasferta in terra asiatica, torna negli Stati Uniti, andando a chiudersi là dove tutto era cominciato: Las Vegas. Le comiche disavventure del trio di amici questa volta si incentrano quasi esclusivamente sul personaggio di Alan, interpretato magistralmente da Zach Galifianakis: è lui il motivo per cui i tre si mettono in viaggio, lui a mettersi in contatto con Mr. Chow, lui a risolvere la situazione. Stu e Phil sono relegati ai margini della trama, a svolgere il ruolo di spalle dell'esuberanza incontenibile di Alan. Questo meccanismo, nonostante regali momenti davvero divertenti, alla lunga mostra la corda, generando un numero decrescente di risate con il passare dei minuti.
Todd Philips aggiunge con successo un tocco di dramma e di introspezione psicologica a un film nato per essere demenziale, ma perde quel brio e quella comicità istantanea che caratterizzavano il primo capitolo. L'aggiunta di John Goodman e la centralità di Mr. Chow limitano solo parzialmente i danni, riducendo il film a un "Alan show" che sacrifica molti dei punti di forza dei film precedenti.
Una notte da leoni 3 strappa ben più di una risata, ma risulta meno riuscito e divertente dei precedenti, concentrandosi sul personaggio più demenziale e finendo però ironicamente per eliminare la componente allucinata e fuori di testa che avevano fatto il successo del primo film.
**
Pier
domenica 2 giugno 2013
lunedì 27 maggio 2013
La grande bellezza
L'estetica della nostalgia
Jep Gambardalla è il re dei mondani di Roma. Dopo aver scritto in giovinezza un romanzo apprezzato dalla critica, Jep si è dedicato al giornalismo, un po' per pigrizia, un po' per noia. Lo vediamo muoversi tra feste, discussioni in terrazza, matrimoni e palazzi nobiliari, sempre alla ricerca di quella "grande bellezza" che lo aveva abbagliato da giovane e che non è più riuscito a ritrovare.
Nonostante l'ambientazione romana e la presenza di Roma come co-protagonista facciano inevitabilmente pensare a La dolce vita, le similitudini de La grande bellezza con il film di Fellini si fermano qui, o quasi. Lo spirito che anima il film di Sorrentino è infatti profondamente diverso, e lo si può riscontrare mettendo a confronto i due protagonisti. Il Marcello di Mastroianni si muove nella Roma degli anni cinquanta-sessanta con leggerezza solo apparente, ma finisce per diventare emotivamente partecipe di ciò che accade ai suoi "compagni" d'avventura. Lo sguardo di Marcello è ironico ma non distaccato, e prova pietà e tenerezza per lo squallore e la desolazione in cui precipitano coloro che lo circondano. Il Jep di Servillo si muove invece al di sopra delle feste, come un arbiter elegantiarum moderno, pronto a dare il suo giudizio su tutto, ma senza farsi coinvolgere. Il suo sguardo è freddo e cinico, persino con se stesso, e non riesce a connettersi emotivamente con le umane sofferenze del suo entourage. Più che a Mastroianni somiglia a Totò, una maschera ghignante che riesce a ridere della miseria della nobiltà pur facendone parte in prima persona. L'evoluzione dei due personaggi è diametralmente opposta, e sfocia in due finali emotivamente contrapposti: da un lato la malinconia e la desolazione della Dolce Vita, con Marcello che non riesce a sentire le parole di Paola, dall'altro la rinnovata speranza di Jep.
Sorrentino realizza un film barocco, stilisticamente ridondante, che in alcuni tratti sembra un puro esercizio di stile registico. Le sequenze si susseguono senza una logica precisa, episodi sconnessi come la vita di Jep, che scorre senza una direzione precisa. Il regista però riesce a regalare al film un'anima, una dolente e proustiana nostalgia per il passato e per le proprie radici (emblematica in questo senso la scena dei fenicotteri) che si estrinseca nella storia di Jep, ma anche in quella dei suoi amici e conoscenti, da Verdone alla contessa Colonna, effimera protagonista di uno dei momenti più toccanti del film. La nostalgia tocca anche la città di Roma, decadente ombra di glorie passate, e i suoi abitanti. I personaggi incrociati da Jep nelle sue odissee notturne sono profondamente soli, terrorizzati da un horror vacui che cercano inutilmente di esorcizzare con feste sfrenate e dialoghi vuoti. Chi vive a Roma da tanto tempo è incapace di farsi catturare dalla "grande bellezza" della città eterna, che invece colpisce con forza i turisti di passaggio, colti da un'emozione che può persino divenire fatale.
La forza del film non è dunque tanto nella regia, stilisticamente di alto livello ma eccessivamente ridondante e ricercata, quanto nella sceneggiatura, nei dialoghi, negli stralci di verità che spuntano per un attimo dalla coltre della finzione che attanaglia i personaggi. Servillo è magistrale nel ruolo di Jep, tanto naturale nei suoi dialoghi e nelle sue espressioni quanto è finto e eccessivamente teatrale nei monologhi in voice over, eccezion fatta per quello finale. Intorno a lui si muove un cast allestito alla perfezione, in cui spiccano Verdone, perfetto nella sua malinconia come solo i grandi comici sanno essere, ed Herlitzka, esilarante cardinale esperto di cucina e del tutto inetto nelle questioni spirituali. I personaggi si muovono in atmosfere chiaramente felliniane, con giraffe che spariscono, fenicotteri in migrazione e sante in vita che si nutrono solo di radici.
La grande bellezza è un film fortemente imperfetto, con un gusto per l'immagine eccessivo ed autocompiaciuto e una storia ellittica e con poco ritmo. Tuttavia, il film arriva dritto al cuore con il suo messaggio, forte di dialoghi a volte esilaranti (su tutte, quella su Proust e Ammaniti) a volte commoventi, e di una grande prova del cast. Sorrentino realizza un film intimo, che dietro l'apparente freddezza e cinismo cela un cocente rimpianto per il passato, una difesa della nostalgia come unica arma per combattere un presente desolante e un futuro privo di prospettive.
****
Pier
Jep Gambardalla è il re dei mondani di Roma. Dopo aver scritto in giovinezza un romanzo apprezzato dalla critica, Jep si è dedicato al giornalismo, un po' per pigrizia, un po' per noia. Lo vediamo muoversi tra feste, discussioni in terrazza, matrimoni e palazzi nobiliari, sempre alla ricerca di quella "grande bellezza" che lo aveva abbagliato da giovane e che non è più riuscito a ritrovare.
Nonostante l'ambientazione romana e la presenza di Roma come co-protagonista facciano inevitabilmente pensare a La dolce vita, le similitudini de La grande bellezza con il film di Fellini si fermano qui, o quasi. Lo spirito che anima il film di Sorrentino è infatti profondamente diverso, e lo si può riscontrare mettendo a confronto i due protagonisti. Il Marcello di Mastroianni si muove nella Roma degli anni cinquanta-sessanta con leggerezza solo apparente, ma finisce per diventare emotivamente partecipe di ciò che accade ai suoi "compagni" d'avventura. Lo sguardo di Marcello è ironico ma non distaccato, e prova pietà e tenerezza per lo squallore e la desolazione in cui precipitano coloro che lo circondano. Il Jep di Servillo si muove invece al di sopra delle feste, come un arbiter elegantiarum moderno, pronto a dare il suo giudizio su tutto, ma senza farsi coinvolgere. Il suo sguardo è freddo e cinico, persino con se stesso, e non riesce a connettersi emotivamente con le umane sofferenze del suo entourage. Più che a Mastroianni somiglia a Totò, una maschera ghignante che riesce a ridere della miseria della nobiltà pur facendone parte in prima persona. L'evoluzione dei due personaggi è diametralmente opposta, e sfocia in due finali emotivamente contrapposti: da un lato la malinconia e la desolazione della Dolce Vita, con Marcello che non riesce a sentire le parole di Paola, dall'altro la rinnovata speranza di Jep.
Sorrentino realizza un film barocco, stilisticamente ridondante, che in alcuni tratti sembra un puro esercizio di stile registico. Le sequenze si susseguono senza una logica precisa, episodi sconnessi come la vita di Jep, che scorre senza una direzione precisa. Il regista però riesce a regalare al film un'anima, una dolente e proustiana nostalgia per il passato e per le proprie radici (emblematica in questo senso la scena dei fenicotteri) che si estrinseca nella storia di Jep, ma anche in quella dei suoi amici e conoscenti, da Verdone alla contessa Colonna, effimera protagonista di uno dei momenti più toccanti del film. La nostalgia tocca anche la città di Roma, decadente ombra di glorie passate, e i suoi abitanti. I personaggi incrociati da Jep nelle sue odissee notturne sono profondamente soli, terrorizzati da un horror vacui che cercano inutilmente di esorcizzare con feste sfrenate e dialoghi vuoti. Chi vive a Roma da tanto tempo è incapace di farsi catturare dalla "grande bellezza" della città eterna, che invece colpisce con forza i turisti di passaggio, colti da un'emozione che può persino divenire fatale.
La forza del film non è dunque tanto nella regia, stilisticamente di alto livello ma eccessivamente ridondante e ricercata, quanto nella sceneggiatura, nei dialoghi, negli stralci di verità che spuntano per un attimo dalla coltre della finzione che attanaglia i personaggi. Servillo è magistrale nel ruolo di Jep, tanto naturale nei suoi dialoghi e nelle sue espressioni quanto è finto e eccessivamente teatrale nei monologhi in voice over, eccezion fatta per quello finale. Intorno a lui si muove un cast allestito alla perfezione, in cui spiccano Verdone, perfetto nella sua malinconia come solo i grandi comici sanno essere, ed Herlitzka, esilarante cardinale esperto di cucina e del tutto inetto nelle questioni spirituali. I personaggi si muovono in atmosfere chiaramente felliniane, con giraffe che spariscono, fenicotteri in migrazione e sante in vita che si nutrono solo di radici.
La grande bellezza è un film fortemente imperfetto, con un gusto per l'immagine eccessivo ed autocompiaciuto e una storia ellittica e con poco ritmo. Tuttavia, il film arriva dritto al cuore con il suo messaggio, forte di dialoghi a volte esilaranti (su tutte, quella su Proust e Ammaniti) a volte commoventi, e di una grande prova del cast. Sorrentino realizza un film intimo, che dietro l'apparente freddezza e cinismo cela un cocente rimpianto per il passato, una difesa della nostalgia come unica arma per combattere un presente desolante e un futuro privo di prospettive.
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Pier
mercoledì 22 maggio 2013
Il grande Gatsby
Come sbagliare tutto (o quasi)
Nel 1922, il giovane Nick Carraway, aspirante scrittore, si trasferisce a New York in cerca di fortuna. Sono i roaring twenties, in cui la ricchezza abbonda e i party sono stravaganti e sfarzosi. Nick va a vivere a Long Island, in una modesta abitazione che confina con la lussuosa magione di Jay Gatsby, misterioso milionario di cui nessuno sa nulla, se non che ha l'abitudine di organizzare feste memorabili. Nick comincia a frequentare Gatsby, e viene così a conoscenza dei suoi trascorsi sentimentali con Daisy, cugina di Nick, ora sposata al ricco Tom Buchanan. Gatsby e Daisy reintrecciano i fili della loro storia d'amore, e Gatsby sogna di ricominciare una nuova vita con lei. Le cose, tuttavia, non vanno per il verso giusto...
Baz Luhrmann sceglie il Grande Gatsby, il romanzo simbolo dei ruggenti anni Venti e dell'opera di Fitzgerald, come soggetto ideale per scatenare la sua fantasia visiva ed espressiva, che aveva ben funzionato in Romeo+Giulietta e, soprattutto, in Moulin Rouge.
Il risultato è deludente, per non dire offensivo: deludente per chi ama il romanzo, che troverà violentato in più parti, nonostante un uso del testo del libro quasi letterale e finanche eccessivo; deludente per chi ama il cinema di Luhrmann, che troverà depotenziato rispetto ai lavori precedenti, oltre che affetto da un imperdonabile didascalismo; deludente, infine, per chi ama Leonardo Di Caprio.
L'attore offre una prova oggettivamente eccezionale fin dalla prima inquadratura in cui appare, miscelando magistralmente la grandeur di Gatsby al desiderio di rivalsa del ragazzo di umili origini, travolto e reso cieco dalla passione per Daisy. La sua prova, tuttavia, è resa vana dal fatto che lo spettatore non riesce mai ad appassionarsi alla storia d'amore, sia per la regia, fredda e espressivamente inetta, sia per la totale inadeguatezza dell'attrice scelta per interpretare il grande amore di Gatsby
Il che ci porta a Carey Mulligan, la Daisy più insipida, finta e inane che si possa immaginare. La sua incapacità sullo schermo e la sua totale mancanza del physique du role per la parte sono tali che le parole mi fanno difetto. Affido quindi il mio commento sulla sua prova recitativa a un grande Maestro del cinema italiano, Renè Ferretti:
A completare il trio dei protagonisti troviamo il monoespressivo Tobey Maguire, che interpreta nello stesso identico modo l'adolescente impacciato protagonista di Spiderman e lo scrittore-broker Nick, muovendosi per la storia con l'occhio sbarrato e il sorriso demente.
Al netto degli evidenti errori di casting, la regia di Luhrmann delude per la sua incapacità di tradurre in immagini forti ed evocative lo splendido romanzo di Fitzgerald. I punti migliori del film sono le scene d'atmosfera, in cui Luhrmann dà pieno sfogo alla sua vena visiva e la sua capacità di contaminazione di diverse epoche storiche nel ricreare feste sfavillanti e costumi sgargianti, accompagnati da una musica discronica ma riuscita. La regia e la sceneggiatura crollano miseramente, tuttavia, nel tentativo di raccontare l'ossessione di Gatsby, la forza della sua convinzione e della sua determinazione. L'uso ossessivo di frasi del libro, sia in voce narrante che addirittura in sovrimpressione, finisce per depotenziare l'immagine e risultare finta e didascalica, oltre che tradire l'incapacità di saper efficacemente veicolare sentimenti e sensazioni. Esemplare in questo senso è la scena del pranzo in casa di Daisy, uno dei momenti più forti e rivelatori del libro, che finisce invece per essere freddo e rischiare di scivolare nel ridicolo sull'inutile commento finale in voiceover di Nick.
Il grande Gatsby è un film visivamente ricco, che però manca della profondità psicologica e della forza emotiva che dovrebbe riuscire a trasmettere. Tradito da una regia superficiale e da una sceneggiatura scolastica, il film viene definitivamente affossato dalla recitazione dei due coprotagonisti, Mulligan in testa, che non riescono a far appassionare lo spettatore alle loro vicende. Il film risulta quindi lento e quasi noioso, e viene trascinato verso la fine solo dalla grande prova di Di Caprio, la cui recitazione meriterebbe un contorno di miglior livello.
**
Pier
Nel 1922, il giovane Nick Carraway, aspirante scrittore, si trasferisce a New York in cerca di fortuna. Sono i roaring twenties, in cui la ricchezza abbonda e i party sono stravaganti e sfarzosi. Nick va a vivere a Long Island, in una modesta abitazione che confina con la lussuosa magione di Jay Gatsby, misterioso milionario di cui nessuno sa nulla, se non che ha l'abitudine di organizzare feste memorabili. Nick comincia a frequentare Gatsby, e viene così a conoscenza dei suoi trascorsi sentimentali con Daisy, cugina di Nick, ora sposata al ricco Tom Buchanan. Gatsby e Daisy reintrecciano i fili della loro storia d'amore, e Gatsby sogna di ricominciare una nuova vita con lei. Le cose, tuttavia, non vanno per il verso giusto...
Baz Luhrmann sceglie il Grande Gatsby, il romanzo simbolo dei ruggenti anni Venti e dell'opera di Fitzgerald, come soggetto ideale per scatenare la sua fantasia visiva ed espressiva, che aveva ben funzionato in Romeo+Giulietta e, soprattutto, in Moulin Rouge.
Il risultato è deludente, per non dire offensivo: deludente per chi ama il romanzo, che troverà violentato in più parti, nonostante un uso del testo del libro quasi letterale e finanche eccessivo; deludente per chi ama il cinema di Luhrmann, che troverà depotenziato rispetto ai lavori precedenti, oltre che affetto da un imperdonabile didascalismo; deludente, infine, per chi ama Leonardo Di Caprio.
L'attore offre una prova oggettivamente eccezionale fin dalla prima inquadratura in cui appare, miscelando magistralmente la grandeur di Gatsby al desiderio di rivalsa del ragazzo di umili origini, travolto e reso cieco dalla passione per Daisy. La sua prova, tuttavia, è resa vana dal fatto che lo spettatore non riesce mai ad appassionarsi alla storia d'amore, sia per la regia, fredda e espressivamente inetta, sia per la totale inadeguatezza dell'attrice scelta per interpretare il grande amore di Gatsby
Il che ci porta a Carey Mulligan, la Daisy più insipida, finta e inane che si possa immaginare. La sua incapacità sullo schermo e la sua totale mancanza del physique du role per la parte sono tali che le parole mi fanno difetto. Affido quindi il mio commento sulla sua prova recitativa a un grande Maestro del cinema italiano, Renè Ferretti:
A completare il trio dei protagonisti troviamo il monoespressivo Tobey Maguire, che interpreta nello stesso identico modo l'adolescente impacciato protagonista di Spiderman e lo scrittore-broker Nick, muovendosi per la storia con l'occhio sbarrato e il sorriso demente.
Al netto degli evidenti errori di casting, la regia di Luhrmann delude per la sua incapacità di tradurre in immagini forti ed evocative lo splendido romanzo di Fitzgerald. I punti migliori del film sono le scene d'atmosfera, in cui Luhrmann dà pieno sfogo alla sua vena visiva e la sua capacità di contaminazione di diverse epoche storiche nel ricreare feste sfavillanti e costumi sgargianti, accompagnati da una musica discronica ma riuscita. La regia e la sceneggiatura crollano miseramente, tuttavia, nel tentativo di raccontare l'ossessione di Gatsby, la forza della sua convinzione e della sua determinazione. L'uso ossessivo di frasi del libro, sia in voce narrante che addirittura in sovrimpressione, finisce per depotenziare l'immagine e risultare finta e didascalica, oltre che tradire l'incapacità di saper efficacemente veicolare sentimenti e sensazioni. Esemplare in questo senso è la scena del pranzo in casa di Daisy, uno dei momenti più forti e rivelatori del libro, che finisce invece per essere freddo e rischiare di scivolare nel ridicolo sull'inutile commento finale in voiceover di Nick.
Il grande Gatsby è un film visivamente ricco, che però manca della profondità psicologica e della forza emotiva che dovrebbe riuscire a trasmettere. Tradito da una regia superficiale e da una sceneggiatura scolastica, il film viene definitivamente affossato dalla recitazione dei due coprotagonisti, Mulligan in testa, che non riescono a far appassionare lo spettatore alle loro vicende. Il film risulta quindi lento e quasi noioso, e viene trascinato verso la fine solo dalla grande prova di Di Caprio, la cui recitazione meriterebbe un contorno di miglior livello.
**
Pier
sabato 4 maggio 2013
Iron Man 3
Problem Child
Dopo gli eventi di New York narrati in "The Avengers", Tony Stark non è più lo stesso. Soffre di insonnia, ha frequenti attacchi di panico, e soprattutto non riesce più a separare la sua vita da quella di Iron Man, sviluppando un rapporto morboso con le sue armature. La minaccia del Mandarino, un terrorista che vuole rieducare l'Occidente e sovvertire le loro regole, lo costringe a fare i conti con se stesso, cercando di localizzare il nemico e di capire la tecnica con cui realizza i suoi improvvisi e devastanti attentati.
Il terzo capitolo di Iron Man ci presenta un Tony Stark incerto e nervoso, la cui spacconeria tradisce per la prima volta una forte insicurezza di fondo. Seguendo le orme dell'ultimo Batman di Nolan, Tony appare per quasi tutto il film senza armatura, e si districa nella rete del Mandarino grazie a gadget improvvisati, intuizioni da detective e l'aiuto di un bambino tanto molesto quanto brillante. Il bambino, tuttavia, rappresenta anche il maggior difetto del film, il "problem child" cantato dagli AC/DC (per la prima volta inopinatamente assenti dalla colonna sonora di Iron Man) che rende inefficace il tentativo di approfondimento del personaggio: il suo inserimento nella storia è posticcio, e sembra solo destinato a rendere il film più appetibile per le famiglie, come suggerito magistralmente da Leo Ortolani in questa recensione a fumetti. Le scene che lo vedono protagonista, per quanto a volte divertenti (esilarante lo scambio "siamo connessi" tra lui e Tony), risultano avulse dal resto della trama, che punta invece forte sull'introspezione di Tony Stark e delle sue nevrosi, e finiscono per depotenziare l'intenzione di rendere il personaggio più profondo e tridimensionale.
Se la regia non convince, la trama scorre invece rapida e sicura verso la conclusione, alternando colpi di scena e messaggi non banali grazie anche a dei villains azzeccati e alla solita superba interpretazione di Robert Downey Jr, la cui identificazione con Tony/Iron Man è ormai totale. Accanto a lui brillano una sempre efficace Gwyneth Paltrow, ma soprattutto un Ben Kingsley trasformista e istrionico, in grado di rappresentare al meglio le mille sfumature attribuite al personaggio del Mandarino, molto diverso da quello del fumetto.
Iron Man 3 prosegue l'epopea dell'eroe dall'armatura bionica, inserendosi efficacemente nel solco tracciato dai primi due film e, soprattutto, da The Avengers. Tuttavia, il tentativo di approfondire il personaggio, pur lodevole, viene vanificato dall'infantilità di alcuni momenti della trama, rendendo meno accettabile per gli appassionati l'accantonamento della dimensione baraccona e smargiassa che aveva caratterizzato i film precedenti. Il film rimane comunque godibile, e sembra preparare il terreno per un ulteriore sequel.
**1/2
Pier
Dopo gli eventi di New York narrati in "The Avengers", Tony Stark non è più lo stesso. Soffre di insonnia, ha frequenti attacchi di panico, e soprattutto non riesce più a separare la sua vita da quella di Iron Man, sviluppando un rapporto morboso con le sue armature. La minaccia del Mandarino, un terrorista che vuole rieducare l'Occidente e sovvertire le loro regole, lo costringe a fare i conti con se stesso, cercando di localizzare il nemico e di capire la tecnica con cui realizza i suoi improvvisi e devastanti attentati.
Il terzo capitolo di Iron Man ci presenta un Tony Stark incerto e nervoso, la cui spacconeria tradisce per la prima volta una forte insicurezza di fondo. Seguendo le orme dell'ultimo Batman di Nolan, Tony appare per quasi tutto il film senza armatura, e si districa nella rete del Mandarino grazie a gadget improvvisati, intuizioni da detective e l'aiuto di un bambino tanto molesto quanto brillante. Il bambino, tuttavia, rappresenta anche il maggior difetto del film, il "problem child" cantato dagli AC/DC (per la prima volta inopinatamente assenti dalla colonna sonora di Iron Man) che rende inefficace il tentativo di approfondimento del personaggio: il suo inserimento nella storia è posticcio, e sembra solo destinato a rendere il film più appetibile per le famiglie, come suggerito magistralmente da Leo Ortolani in questa recensione a fumetti. Le scene che lo vedono protagonista, per quanto a volte divertenti (esilarante lo scambio "siamo connessi" tra lui e Tony), risultano avulse dal resto della trama, che punta invece forte sull'introspezione di Tony Stark e delle sue nevrosi, e finiscono per depotenziare l'intenzione di rendere il personaggio più profondo e tridimensionale.
Se la regia non convince, la trama scorre invece rapida e sicura verso la conclusione, alternando colpi di scena e messaggi non banali grazie anche a dei villains azzeccati e alla solita superba interpretazione di Robert Downey Jr, la cui identificazione con Tony/Iron Man è ormai totale. Accanto a lui brillano una sempre efficace Gwyneth Paltrow, ma soprattutto un Ben Kingsley trasformista e istrionico, in grado di rappresentare al meglio le mille sfumature attribuite al personaggio del Mandarino, molto diverso da quello del fumetto.
Iron Man 3 prosegue l'epopea dell'eroe dall'armatura bionica, inserendosi efficacemente nel solco tracciato dai primi due film e, soprattutto, da The Avengers. Tuttavia, il tentativo di approfondire il personaggio, pur lodevole, viene vanificato dall'infantilità di alcuni momenti della trama, rendendo meno accettabile per gli appassionati l'accantonamento della dimensione baraccona e smargiassa che aveva caratterizzato i film precedenti. Il film rimane comunque godibile, e sembra preparare il terreno per un ulteriore sequel.
**1/2
Pier
giovedì 11 aprile 2013
Educazione Siberiana
Poesia e carenze strutturali
**1/2
Pier
Kolima e Gagarin sono due giovani membri della comunità Urka, di origine siberiana ma deportata in Transnistria, in Moldavia, ai tempi di Stalin. Gli Urka sono una comunità di criminali, governata da un complesso sistema di regole non scritte e da un codice d'onore da cui non è possibile derogare, pena l'espulsione. Il custode della traduzione è il nonno di Kolima, Kuzja, povero ma rispettato da tutti, che trasmette al nipote e al suo amico tutte le tradizioni e i codici di comportamento della comunità, basati sulla solidarietà e l'aiuto reciproco.
Catturato a seguito di un furto, Gagarin finisce in prigione. Tornerà molti anni dopo, profondamente cambiato e ormai lontano da quei valori e da quelle tradizioni in cui invece Kolima è ancora immerso e crede fermamente.
Salvatores lascia l'Italia e si trasferisce all'estero per girare questa storia di onore e codici di comportamento criminali basata sul romanzo omonimo di Nicolai Lilin. Il regista realizza scene di struggente bellezza, fatte di paesaggi, di metafore, di sguardi. Ogni parola di nonno Kuzja è pura poesia, ogni suo racconto una riflessione sulla vita. L'insistenza sui corpi dei personaggi, e in particolare su quei tatuaggi che ne raccontano la vita, dona al film una forza espressiva e una verità all'altezza delle Promesse dell'Assassino di Cronenberg. Supportato da un cast perfetto e da una fotografia e una musica di altissimo livello, il regista realizza un piccolo capolavoro visivo e interpretativo.
Il film manca però di struttura, e questo finisce per penalizzare la potenza del messaggio e delle immagini. La sceneggiatura è approssimativa e mal congegnata: ogni scena sembra indipendente dalle altre, quando in realtà i simboli e le metafore si inseguono e si influenzano a vicenda per tutto il film. Il tutto però è lasciato allo spettatore, che deve sforzarsi di decodificare quello che la sceneggiatura non sviluppa, di collegare quello che la sceneggiatura non collega. Prendiamo il racconto dei due lupi, un insegnamento di vita e metafora del rapporto tra Kolima e Gagarin. E' una scena forte e potente, dove un John Malkovich già bravissimo raggiunge vette sublimi di interpretazione e trasmette il messaggio chiave del film: chi pensa di essere libero, come Gagarin, è in realtà schiavo, perchè la vera libertà è quella dell'anima.Eppure la sceneggiatura lo lascia cadere, facendolo rimanere sullo sfondo anzichè esplicitarne il profondo significato e quello che rappresenta nella storia dei protagonisti.
Questo difetto strutturale del film rende vana la poesia, indebolisce la potenza espressiva, svilisce, insomma, la grande materia visiva creata da Salvatores, riducendo la vicenda a una sorta di versione dal vivo di Red e Toby ambientato in Russia. Un vero peccato, perchè il regista milanese, ancora una volta, aveva dimostrato una sensibilità visiva e narrativa molto personale ed elaborata, realizzando un film poetico ed epico, che la sceneggiatura finisce però per azzoppare.
**1/2
Pier
sabato 16 marzo 2013
Il lato positivo
L'incontro di due solitudini
Pat esce dall'ospedale psichiatrico dove è stato ricoverato otto mesi prima per aver massacrato di botte l'uomo che aveva trovato in doccia con la moglie Nikki. Determinato a riconquistarla, Pat cerca di affrontare la vita e ogni avversità con positività e ottimismo. Torna così a vivere con i genitori, ma la convivenza si rivela più complessa del previsto, tra crisi continue e un rapporto con il padre, disoccupato che si è dato alle scommesse, mai decollato fin dall'infanzia. A sconvolgere ulteriormente il delicato equilibrio di Pat arriva Tiffany, giovane vedova con una reputazione non esattamente cristallina in termini di abitudini sessuali e abuso di farmaci. Quello che sembra destinato a essere un incontro casuale diventa invece, grazie a un corso di danza, un percorso di riabilitazione alla vita sia per Pat che per Tiffany, portandoli a riconsiderare molte cose del loro passato e le loro prospettive per il futuro.
Dopo aver conquistato le platee e la critica con un film ambientato nel mondo della boxe, David O. Russell torna con una commedia dal sapore drammatico, in cui due personaggi problematici e destinati a una vita solitaria si incontrano e imparano a comprendere la vita, ma prima di tutto se stessi. La regia, nervosa e a scatti, con un largo e abbondante uso della camera a mano, sembra voler riflettere la psicologia dei protagonisti, tormentati e schiacciati da un passato che non vogliono o non riescono a scrollarsi di dosso. Proprio il rapporto con il passato è l'elemento che maggiormente distingue Pat e Tiffany: il primo vorrebbe solo che le cose tornassero com'erano, nel tentativo di ritornare a una sua personale età dell'oro che, forse, non è mai esistita; la seconda, invece, vorrebbe solo andare avanti, rimuovere la morte del marito, di cui si sente indirettamente responsabile, e tutte le azioni autodistruttive che ha compiuto successivamente, ma sembra incapace di farlo.
Il contrasto tra i due protagonisti è solo apparente, in quanto entrambi sono alla disperata ricerca di un equilibrio, di un pezzo di legno cui aggrapparsi per non naufragare nel mare delle loro esistenze. Intorno a loro gravitano due coppie di genitori solo apparentemente distanti, ma in realtà unite dal desiderio quasi soffocante di proteggere i figli dalle loro azioni, da quella vita che inesorabilmente si presenta a bussare alla loro porta presentando il conto. Laddove i genitori di Tiffany sono solo tratteggiati, quelli di Pat sono centrali per la vicenda, con una madre buona, dolce ma apprensiva, e un padre, magistralmente intepretato da un De Niro finalmente sui suoi livelli, che cerca di recuperare un rapporto mai nato con il figlio attraverso l'unica passione che hanno in comune, il baseball.
La regia di Russell, così come in The Fighter, esalta l'interpretazione degli attori, cui si deve gran parte della riuscita del film. Bradley Cooper è perfetto per misura e sentimento, e Jennifer Lawrence offre una prova eccellente nei panni di un personaggio fuori dagli schemi, con la lingua appuntita e degli occhi che quasi feriscono per intensità. Fotografia e montaggio non sono nulla di eccezionale, ma supportano la storia in modo adeguato, con una forte insistenza sui primi piani e un largo uso del piano sequenza. Una menzione meritano le musiche e la colonna sonora di Danny Elfman, davvero azzeccate e parte attiva della narrazione.
Il lato positivo è un film potente nella sua semplicità, capace di suscitare forti emozioni attraverso una trama semplice solo all'apparenza, in cui fanno continuamente capolino sentimenti, conflitti irrisolti e crisi interiori. Russell conferma la sua capacità di esaltare le capacità dei suoi attori, regalando dei personaggi che arricchiscono la storia di un'umanità difficile da trovare nel cinema contemporaneo.
****
Pier
Pat esce dall'ospedale psichiatrico dove è stato ricoverato otto mesi prima per aver massacrato di botte l'uomo che aveva trovato in doccia con la moglie Nikki. Determinato a riconquistarla, Pat cerca di affrontare la vita e ogni avversità con positività e ottimismo. Torna così a vivere con i genitori, ma la convivenza si rivela più complessa del previsto, tra crisi continue e un rapporto con il padre, disoccupato che si è dato alle scommesse, mai decollato fin dall'infanzia. A sconvolgere ulteriormente il delicato equilibrio di Pat arriva Tiffany, giovane vedova con una reputazione non esattamente cristallina in termini di abitudini sessuali e abuso di farmaci. Quello che sembra destinato a essere un incontro casuale diventa invece, grazie a un corso di danza, un percorso di riabilitazione alla vita sia per Pat che per Tiffany, portandoli a riconsiderare molte cose del loro passato e le loro prospettive per il futuro.
Dopo aver conquistato le platee e la critica con un film ambientato nel mondo della boxe, David O. Russell torna con una commedia dal sapore drammatico, in cui due personaggi problematici e destinati a una vita solitaria si incontrano e imparano a comprendere la vita, ma prima di tutto se stessi. La regia, nervosa e a scatti, con un largo e abbondante uso della camera a mano, sembra voler riflettere la psicologia dei protagonisti, tormentati e schiacciati da un passato che non vogliono o non riescono a scrollarsi di dosso. Proprio il rapporto con il passato è l'elemento che maggiormente distingue Pat e Tiffany: il primo vorrebbe solo che le cose tornassero com'erano, nel tentativo di ritornare a una sua personale età dell'oro che, forse, non è mai esistita; la seconda, invece, vorrebbe solo andare avanti, rimuovere la morte del marito, di cui si sente indirettamente responsabile, e tutte le azioni autodistruttive che ha compiuto successivamente, ma sembra incapace di farlo.
Il contrasto tra i due protagonisti è solo apparente, in quanto entrambi sono alla disperata ricerca di un equilibrio, di un pezzo di legno cui aggrapparsi per non naufragare nel mare delle loro esistenze. Intorno a loro gravitano due coppie di genitori solo apparentemente distanti, ma in realtà unite dal desiderio quasi soffocante di proteggere i figli dalle loro azioni, da quella vita che inesorabilmente si presenta a bussare alla loro porta presentando il conto. Laddove i genitori di Tiffany sono solo tratteggiati, quelli di Pat sono centrali per la vicenda, con una madre buona, dolce ma apprensiva, e un padre, magistralmente intepretato da un De Niro finalmente sui suoi livelli, che cerca di recuperare un rapporto mai nato con il figlio attraverso l'unica passione che hanno in comune, il baseball.
La regia di Russell, così come in The Fighter, esalta l'interpretazione degli attori, cui si deve gran parte della riuscita del film. Bradley Cooper è perfetto per misura e sentimento, e Jennifer Lawrence offre una prova eccellente nei panni di un personaggio fuori dagli schemi, con la lingua appuntita e degli occhi che quasi feriscono per intensità. Fotografia e montaggio non sono nulla di eccezionale, ma supportano la storia in modo adeguato, con una forte insistenza sui primi piani e un largo uso del piano sequenza. Una menzione meritano le musiche e la colonna sonora di Danny Elfman, davvero azzeccate e parte attiva della narrazione.
Il lato positivo è un film potente nella sua semplicità, capace di suscitare forti emozioni attraverso una trama semplice solo all'apparenza, in cui fanno continuamente capolino sentimenti, conflitti irrisolti e crisi interiori. Russell conferma la sua capacità di esaltare le capacità dei suoi attori, regalando dei personaggi che arricchiscono la storia di un'umanità difficile da trovare nel cinema contemporaneo.
****
Pier
venerdì 8 marzo 2013
Spring Breakers
La corruzione del sogno americano
Quattro amiche che frequentano il college nel Midwest decidono di recarsi a Miami per festeggiare lo spring break, la pausa universitaria di primavera. Dopo aver compiuto una rapina per procurarsi il denaro necessario, le ragazze si gettano in un turbinio di sesso, alcool e droga, e finiscono in manette. A pagare la cauzione per loro ci pensa Alien, dj-gangster dai denti dorati che inizia le tre di loro che accettano di restare alle gioie della vita da malviventi e avvia con loro una relazione a base di sesso e rapine.
Il maestro del cinema indipendente statunitense, Harmony Korine, torna alla regia con un film in apparenza superficiale, fatto di eccessi, esibizione di corpi femminili e droghe. Dietro l'apparente patinatura si cela però la desolazione degli Stati Uniti d'oggi, un paese ipocrita e fintamente perbenista, in cui la morale funziona a tempo e viene totalmente abbandonata durante delle settimane di puro delirio collettivo, sul modello del saturnale latino. La società dipinta da Korine è una società superficiale, fatta di convenzioni false e segretamente detestate, che tutti vorrebbero abbandonare senza però trovare il coraggio di farlo. Nel regno dell'apparenza diventa quindi fondamentale dimostrare a se stessi di essere vivi, di essere ancora in grado di trasgredire, di provare emozioni e pulsioni, fosse anche per una sola settimana.
Tutto è in vendita, droga, corpi, e persino le anime: ciò che conta sono il potere e il denaro, tutto il resto si può comprare. Korine usa la storia di quattro ragazze in cerca di trasgressione per raccontare la rovina e la corruzione del sogno americano, dove i nuovi imprenditori sono i malviventi, i boss del crimine. Alien, lo spacciatore magistralmente interpretato da James Franco, rappresenta per gli Stati Uniti d'oggi quello che Charles Kane rappresentava negli anni '40, il self-made man che gestisce i suoi affari con spietata decisione.
Korine realizza un film psichedelico ma terribilmente realistico e attuale. Sorretto da una fotografia e da un montaggio magistrali, il film corre a duecento all'ora verso la conclusione, in un'ispirata commistione di momenti comici, commoventi, drammatici e d'azione. Nulla è lasciato al caso, e tutto, dalla sceneggiatura alla colonna sonora (perfetta), concorre a trasmettere il ritratto di un'America disperata, in cui gli ideali sono corrotti e i nuovi idoli sono fatti di fango e macerie, corrotti e corruttori di una gioventù che non ha più alcuna prospettiva. I sogni sono finiti, degradati a illusioni effimere e temporanee, che durano il tempo di una notte, la durata di una dose di cocaina.
Il momento in cui le protagoniste si uniscono a James Franco nel cantare "Everytime" (non a caso, una canzone di Britney Spears) è un capolavoro assoluto, il momento più comico e allo stesso più drammatico del film, in cui si celebra la frenesia di vivere e la fine di ogni sogno e di ogni illusione.
Korine realizza magistralmente un film all'apparenza leggero, ma in realtà profondo e complesso, un pugno allo stomaco che schiferà i moralisti ma che non potrà non far riflettere chi si interroga sulla morale e sui costumi dei nostri giorni. Da vedere.
****1/2
Pier
Quattro amiche che frequentano il college nel Midwest decidono di recarsi a Miami per festeggiare lo spring break, la pausa universitaria di primavera. Dopo aver compiuto una rapina per procurarsi il denaro necessario, le ragazze si gettano in un turbinio di sesso, alcool e droga, e finiscono in manette. A pagare la cauzione per loro ci pensa Alien, dj-gangster dai denti dorati che inizia le tre di loro che accettano di restare alle gioie della vita da malviventi e avvia con loro una relazione a base di sesso e rapine.
Il maestro del cinema indipendente statunitense, Harmony Korine, torna alla regia con un film in apparenza superficiale, fatto di eccessi, esibizione di corpi femminili e droghe. Dietro l'apparente patinatura si cela però la desolazione degli Stati Uniti d'oggi, un paese ipocrita e fintamente perbenista, in cui la morale funziona a tempo e viene totalmente abbandonata durante delle settimane di puro delirio collettivo, sul modello del saturnale latino. La società dipinta da Korine è una società superficiale, fatta di convenzioni false e segretamente detestate, che tutti vorrebbero abbandonare senza però trovare il coraggio di farlo. Nel regno dell'apparenza diventa quindi fondamentale dimostrare a se stessi di essere vivi, di essere ancora in grado di trasgredire, di provare emozioni e pulsioni, fosse anche per una sola settimana.
Tutto è in vendita, droga, corpi, e persino le anime: ciò che conta sono il potere e il denaro, tutto il resto si può comprare. Korine usa la storia di quattro ragazze in cerca di trasgressione per raccontare la rovina e la corruzione del sogno americano, dove i nuovi imprenditori sono i malviventi, i boss del crimine. Alien, lo spacciatore magistralmente interpretato da James Franco, rappresenta per gli Stati Uniti d'oggi quello che Charles Kane rappresentava negli anni '40, il self-made man che gestisce i suoi affari con spietata decisione.
Korine realizza un film psichedelico ma terribilmente realistico e attuale. Sorretto da una fotografia e da un montaggio magistrali, il film corre a duecento all'ora verso la conclusione, in un'ispirata commistione di momenti comici, commoventi, drammatici e d'azione. Nulla è lasciato al caso, e tutto, dalla sceneggiatura alla colonna sonora (perfetta), concorre a trasmettere il ritratto di un'America disperata, in cui gli ideali sono corrotti e i nuovi idoli sono fatti di fango e macerie, corrotti e corruttori di una gioventù che non ha più alcuna prospettiva. I sogni sono finiti, degradati a illusioni effimere e temporanee, che durano il tempo di una notte, la durata di una dose di cocaina.
Il momento in cui le protagoniste si uniscono a James Franco nel cantare "Everytime" (non a caso, una canzone di Britney Spears) è un capolavoro assoluto, il momento più comico e allo stesso più drammatico del film, in cui si celebra la frenesia di vivere e la fine di ogni sogno e di ogni illusione.
Korine realizza magistralmente un film all'apparenza leggero, ma in realtà profondo e complesso, un pugno allo stomaco che schiferà i moralisti ma che non potrà non far riflettere chi si interroga sulla morale e sui costumi dei nostri giorni. Da vedere.
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Pier
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