Once more, without feeling
I Guardiani della Galassia sono ormai un team più o meno affiatato, ancora disfunzionale ma comunque in grado di portare a termine missioni pericolose. Proprio durante una di queste, Starlord incontra finalmente l'uomo che aveva sempre cercato: suo padre. Nel frattempo, anche gli altri personaggi devono fare i conti con la propria famiglia, di sangue o acquisita che sia.
Guardiani della Galassia era stato senza dubbio la grande sorpresa cinematografica del 2014, un film su un gruppo di supereroi sconosciuto che era riuscito a intrattenere e divertire secondo gli stilemi dei grandi film di genere degli anni Ottanta.
Il sequel riparte da lì, ma sembra aver parzialmente dimenticato la lezione che ha ispirato l'originale: al ritmo vengono spesso preferiti lunghi e inutili dialoghi introspettivi; alla creazione di personaggi a tutto tondo si è preferita la creazione di divertenti macchiette (Drax-Dave Bautista il più sacrificato in questo senso); e al mix tra leggerezza e serietà con cui veniva trattato il tema dell'emarginazione nel primo film si è preferito un susseguirsi di scene caciarone e chiassose, senza dubbio divertenti, ma raramente in grado di fare centro a livello emotivo (con una sola, rilevante eccezione).
In generale, Guardiani della Galassia vol. 2 è un sequel stanco, che non usa il primo capitolo per costruire qualcosa di nuovo, ma ne sfrutta fino allo sfinimento i punti di forza, risultando così un prodotto che intrattiene, certo, ma senza lasciare alcunché. Soprattutto, non approfondisce in modo adeguato il tema del gruppo-famiglia, che viene toccato solo superficialmente nel finale: un vero peccato, considerando che il tema è di facile lettura e trattazione, visto che ha fatto la fortuna di serial non certo autoriali come Fast & Furious.
Il film si distingue dal punto visivo da tutti gli altri film Marvel, grazie a un uso del colore finalmente brillante, sgargiante, quasi eccessivo, che però ben si confà alle strabordanti personalità dei protagonisti. Resta tuttavia l'unico elemento originale di un film che, ci scommettiamo, gli spettatori avranno dimenticato una settimana dopo averlo visto.
** 1/2
Pier
lunedì 5 giugno 2017
mercoledì 24 maggio 2017
La tenerezza
I sentimenti della vecchiaia
Lorenzo è un avvocato in pensione che ha sempre vissuto a Napoli, in una bella casa del centro. Finito in ospedale per un infarto, quando torna che ha dei nuovi vicini, Michela e Fabio, con due figli piccoli. Lorenzo, anaffettivo e distante con i suoi figli, si affeziona invece ai nuovi arrivati, che diventano parte integrante della sua vita. Dietro l'angolo, tuttavia, si annida una sorpresa che cambierà ancora una volta la vita di Lorenzo.
Parlare di affetti al cinema, soprattutto quando si parla di anziani e genitorialità, è complicato: si rischia da un lato di scivolare nel retorico e nel pietismo, e dall'altro di banalizzare e semplificare tutto, con toni e finale da "volemose bene". Pochi sono i film che sono riusciti a trovare il sottile equilibrio tra questi due estremi, soprattutto nel cinema italiano (Il giovedì di Dino Risi e Romance di Massimo Mazzucco sono tra i preferiti di chi scrive - ne abbiamo parlato qui; in tempi più recenti ci è riuscito Nanni Moretti con Mia madre ). Amelio riesce a trovarlo, e si muove con delicatezza sul filo che separa tragedia e commedia, creando un vero film drammatico, in cui si racconta un dramma nel suo senso etimologico più vero, una vicenda che rappresenta la vita in tutte le sue sfaccettature.
Amelio riesce a coniugare la complessità emotiva e l'imprevedibilità narrativa di un film francese con degli squarci di commedia tipici della tradizione italiana, realizzando un film che commuove senza annoiare, intrattiene pur senza avere una vera e propria struttura narrativa. Gli eventi si susseguono a un ritmo naturale, come accade nella vita, ed è dalla reazione dei protagonisti agli eventi che la storia si sviluppa e si evolve. I sentimenti sono il vero motore del film, il tema che Amelio esplora attraverso diversi quadri che ci offrono uno sguardo sulla vita di Lorenzo, permettendoci di andare oltre la facciata delle sue parole e della sua dichiarata anaffetività. Non c'è un vero arco narrativo, ma non ci si annoia mai e, anzi, ci si commuove di fronte a un protagonista solo all'apparenza burbero e distante, ma capace di slanci di affetto semplici, disordinati e ostinati, che rivelano che all'incapacità di esprimere i propri sentimenti si accompagna un desiderio lancinante di farlo. Così gesti semplici come prendere la mano o aprire una porta diventano carichi di mille significati, delle aperture al mondo e alla vita che possono segnare un nuovo inizio.
Il cast supporta alla perfezione la sceneggiatura atipica di Amelio, capitanato da un Renato Carpentieri (scandalosamente relegato sullo sfondo in tutto il materiale promozionale per bieche ragioni di marketing) eccezionale nella sua umanità e nella sua cocciuta chiusura verso il mondo, anche quando il mondo vorrebbe accoglierlo. Accanto a lui una Giovanna Mezzogiorno convincente nella sua infinita dolcezza, e soprattutto una Micaela Ramazzotti e un Elio Germano veri, autentici, cui ci si affeziona nel giro di pochi minuti, una coppia reale, con i suoi sogni e i suoi problemi irrisolti.
La tenerezza è un piccolo gioiello, uno di quei film che sono sempre più rari nel panorama italiano, soffocati da commedie imbarazzanti e drammoni da orchite istantanea, in cui il dramma viene confuso con la tragedia e il numero di disgrazie con l'autorialità, perdendo di vista il centro di ogni film: i personaggi. Amelio ama i suoi personaggi, li segue con dolcezza nel loro percorso, accompagnandoci all'interno della loro vita e facendoci scoprire il loro mondo nascosto, la loro storia, e il loro potenziale futuro. Da non perdere.
**** 1/2
Pier
Lorenzo è un avvocato in pensione che ha sempre vissuto a Napoli, in una bella casa del centro. Finito in ospedale per un infarto, quando torna che ha dei nuovi vicini, Michela e Fabio, con due figli piccoli. Lorenzo, anaffettivo e distante con i suoi figli, si affeziona invece ai nuovi arrivati, che diventano parte integrante della sua vita. Dietro l'angolo, tuttavia, si annida una sorpresa che cambierà ancora una volta la vita di Lorenzo.
Parlare di affetti al cinema, soprattutto quando si parla di anziani e genitorialità, è complicato: si rischia da un lato di scivolare nel retorico e nel pietismo, e dall'altro di banalizzare e semplificare tutto, con toni e finale da "volemose bene". Pochi sono i film che sono riusciti a trovare il sottile equilibrio tra questi due estremi, soprattutto nel cinema italiano (Il giovedì di Dino Risi e Romance di Massimo Mazzucco sono tra i preferiti di chi scrive - ne abbiamo parlato qui; in tempi più recenti ci è riuscito Nanni Moretti con Mia madre ). Amelio riesce a trovarlo, e si muove con delicatezza sul filo che separa tragedia e commedia, creando un vero film drammatico, in cui si racconta un dramma nel suo senso etimologico più vero, una vicenda che rappresenta la vita in tutte le sue sfaccettature.
Amelio riesce a coniugare la complessità emotiva e l'imprevedibilità narrativa di un film francese con degli squarci di commedia tipici della tradizione italiana, realizzando un film che commuove senza annoiare, intrattiene pur senza avere una vera e propria struttura narrativa. Gli eventi si susseguono a un ritmo naturale, come accade nella vita, ed è dalla reazione dei protagonisti agli eventi che la storia si sviluppa e si evolve. I sentimenti sono il vero motore del film, il tema che Amelio esplora attraverso diversi quadri che ci offrono uno sguardo sulla vita di Lorenzo, permettendoci di andare oltre la facciata delle sue parole e della sua dichiarata anaffetività. Non c'è un vero arco narrativo, ma non ci si annoia mai e, anzi, ci si commuove di fronte a un protagonista solo all'apparenza burbero e distante, ma capace di slanci di affetto semplici, disordinati e ostinati, che rivelano che all'incapacità di esprimere i propri sentimenti si accompagna un desiderio lancinante di farlo. Così gesti semplici come prendere la mano o aprire una porta diventano carichi di mille significati, delle aperture al mondo e alla vita che possono segnare un nuovo inizio.
Il cast supporta alla perfezione la sceneggiatura atipica di Amelio, capitanato da un Renato Carpentieri (scandalosamente relegato sullo sfondo in tutto il materiale promozionale per bieche ragioni di marketing) eccezionale nella sua umanità e nella sua cocciuta chiusura verso il mondo, anche quando il mondo vorrebbe accoglierlo. Accanto a lui una Giovanna Mezzogiorno convincente nella sua infinita dolcezza, e soprattutto una Micaela Ramazzotti e un Elio Germano veri, autentici, cui ci si affeziona nel giro di pochi minuti, una coppia reale, con i suoi sogni e i suoi problemi irrisolti.
La tenerezza è un piccolo gioiello, uno di quei film che sono sempre più rari nel panorama italiano, soffocati da commedie imbarazzanti e drammoni da orchite istantanea, in cui il dramma viene confuso con la tragedia e il numero di disgrazie con l'autorialità, perdendo di vista il centro di ogni film: i personaggi. Amelio ama i suoi personaggi, li segue con dolcezza nel loro percorso, accompagnandoci all'interno della loro vita e facendoci scoprire il loro mondo nascosto, la loro storia, e il loro potenziale futuro. Da non perdere.
**** 1/2
Pier
martedì 16 maggio 2017
Mad Max: Fury Road - Black & Chrome Edition
Epica in movimento
Ora questa versione del film arriva nelle sale e in dvd. Quindi, chi aveva ragione? Miller, o gli studios che gli hanno imposto la versione a colori?
La risposta è, sorprendentemente, che aveva ragione Miller: non solo il film non perde forza visiva, ma anzi la accresce, con alcune scene che divengono ancora più memorabili in bianco e nero. L'eleganza delle riprese in bicromia, inoltre, rafforza la portata epica dell'opera, spogliandola di ogni spettacolarità "inutile" e fracassona e facendola divenire un ritratto ancora più crudo della bestialità umana quando le convenzioni sociali collassano.
Qui sotto potete vedere il trailer, che già lascia intuire la diversa atmosfera e l'accresciuto impatto della versione in B/N.
Recuperate la Black & Chrome edition: lo ammirerete ancora di più.
Pier
Di Mad Max: Fury Road abbiamo già diffusamente parlato: è stato il film migliore del 2015, e probabilmente il miglior action movie della storia del cinema. Al momento della sua distribuzione, molti hanno lodato la saturazione della fotografia , con colori forti e intensi che contribuivano a conferire grande realismo al mondo post apocalittico così magistralmente creato da Miller.
Non tutti sanno, però, che Miller avrebbe voluto girare Mad Max in bianco e nero, senza quei colori che hanno contribuito al suo successo.
Ora questa versione del film arriva nelle sale e in dvd. Quindi, chi aveva ragione? Miller, o gli studios che gli hanno imposto la versione a colori?
La risposta è, sorprendentemente, che aveva ragione Miller: non solo il film non perde forza visiva, ma anzi la accresce, con alcune scene che divengono ancora più memorabili in bianco e nero. L'eleganza delle riprese in bicromia, inoltre, rafforza la portata epica dell'opera, spogliandola di ogni spettacolarità "inutile" e fracassona e facendola divenire un ritratto ancora più crudo della bestialità umana quando le convenzioni sociali collassano.
Qui sotto potete vedere il trailer, che già lascia intuire la diversa atmosfera e l'accresciuto impatto della versione in B/N.
Recuperate la Black & Chrome edition: lo ammirerete ancora di più.
Pier
mercoledì 12 aprile 2017
La Bella e la Bestia (In pillole #9)
Money as old as time
Le ragioni per fare un remake de La Bella e la Bestia con attori in carne e ossa erano sfuggenti fin all'annuncio del progetto, e la visione non fuga i dubbi ma, anzi, li rinforza: a che pro realizzare un film che aggiunge pochissimo alla storia originale, sacrificando a un maggiore (e ridondante) approfondimento psicologico dei personaggi l'espressività dei personaggi stessi?
Davvero il passato di Belle e della Bestia è più importante, in quella che è comunque una fiaba, della vitalità e della simpatia trasmessa da Lumière e dagli altri abitanti del castello? Se ne Il libro della giungla la computer grafica aveva raggiunto nuove vette di eccellenza e realismo (ottenendo un sacrosanto Oscar), qui il realismo risulta una palla al piede, che indebolisce il film anziché arricchirlo, rendendo freddi e poco empatici personaggi che fanno di simpatia ed espressività il proprio punto forte, con la Bestia e Lumière che risultano i più penalizzati.
E dire che il film, al netto del paragone con l'originale, è pure ben realizzato. In particolare, il comparto visivo è d'eccellenza, con una fotografia splendida e costumi e scenografie perfette per realizzazione ed capacità evocativa. Gli attori offrono buone prove, con Emma Watson che se la cava più che dignitosamente con il canto (in originale) e Luke Evans che dà vita a un Gaston esilarante, mentre lo stellare cast di doppiatori riesce a infondere vita ai freddi arredi del castello. Anche le musiche realizzate appositamente per il remake convincono, inserendosi armoniosamente nella partitura originale.
Rimane, quindi, l'interrogativo iniziale, di cui ahimé conosciamo fin troppo bene la risposta, che non è altro che la storia più vecchia del mondo: i soldi. Tuttavia, sarebbe auspicabile che la Disney scegliesse meglio i prossimi classici da trasporre in live action, identificando quelli che possono essere arricchiti dalla computer grafica e da una sceneggiatura più "adulta" (Peter Pan, Aladdin, Hercules) e lasciando invece in pace quelli che rischiano di perdere le doti che li hanno resi celebri.
** 1/2
Pier
Le ragioni per fare un remake de La Bella e la Bestia con attori in carne e ossa erano sfuggenti fin all'annuncio del progetto, e la visione non fuga i dubbi ma, anzi, li rinforza: a che pro realizzare un film che aggiunge pochissimo alla storia originale, sacrificando a un maggiore (e ridondante) approfondimento psicologico dei personaggi l'espressività dei personaggi stessi?
Davvero il passato di Belle e della Bestia è più importante, in quella che è comunque una fiaba, della vitalità e della simpatia trasmessa da Lumière e dagli altri abitanti del castello? Se ne Il libro della giungla la computer grafica aveva raggiunto nuove vette di eccellenza e realismo (ottenendo un sacrosanto Oscar), qui il realismo risulta una palla al piede, che indebolisce il film anziché arricchirlo, rendendo freddi e poco empatici personaggi che fanno di simpatia ed espressività il proprio punto forte, con la Bestia e Lumière che risultano i più penalizzati.
E dire che il film, al netto del paragone con l'originale, è pure ben realizzato. In particolare, il comparto visivo è d'eccellenza, con una fotografia splendida e costumi e scenografie perfette per realizzazione ed capacità evocativa. Gli attori offrono buone prove, con Emma Watson che se la cava più che dignitosamente con il canto (in originale) e Luke Evans che dà vita a un Gaston esilarante, mentre lo stellare cast di doppiatori riesce a infondere vita ai freddi arredi del castello. Anche le musiche realizzate appositamente per il remake convincono, inserendosi armoniosamente nella partitura originale.
Rimane, quindi, l'interrogativo iniziale, di cui ahimé conosciamo fin troppo bene la risposta, che non è altro che la storia più vecchia del mondo: i soldi. Tuttavia, sarebbe auspicabile che la Disney scegliesse meglio i prossimi classici da trasporre in live action, identificando quelli che possono essere arricchiti dalla computer grafica e da una sceneggiatura più "adulta" (Peter Pan, Aladdin, Hercules) e lasciando invece in pace quelli che rischiano di perdere le doti che li hanno resi celebri.
** 1/2
Pier
mercoledì 29 marzo 2017
Kong: Skull Island (In pillole #8)
Tutto stupore e ferocia
Esistono due modi di fare i film di mostri, ambedue validi: il primo è quello di Pacific Rim, in cui la "trama" viene riassunta nei primi 10 minuti senza eccessivi danni per i neuroni, e poi giù botte da orbi per i successivi 90. Il secondo è quello che ha provato a intraprendere Gareth Edwards con il suo Godzilla, in cui il mostro diviene un pretesto per parlare di altro.
Quando uscì Godzilla lo stroncammo, con il senno (e il King Kong) di poi forse immeritatamente, dato che quantomeno aveva avuto il coraggio di fare una scelta forte e di portarla fino in fondo. Kong: Skull Island sceglie invece una via di mezzo che finisce per appesantire il film nella prima parte, dove lo spettatore è costretto a sorbirsi la presentazione dei personaggi e, ancor peggio, uno sproloquio pseudoscientifico che dovrebbe spiegare l'esistenza dei mostri su Skull Island.
Restano gli effetti speciali, davvero clamorosi, e una fotografia ispirata ad Apocalypse Now (il film si ambienta alla fine della guerra in Vietnam) che regala al film una spettacolarità visiva che va al di là del mostro e delle esplosioni.
Gli attori fanno la loro parte, ma utilizzare grandi interpreti del calibro di Brie Larsson, Tom Hiddleston e Samuel L. Jackson per un film del genere sembra più uno spreco che un arricchimento.
Kong: Skull Island è un film tutto stupore e ferocia, che però vorrebbe darsi un tono intellettuale, finendo per risultare pesante là dove dovrebbe intrattenere, e poco profondo là dove dovrebbe far riflettere.
**
Pier
Esistono due modi di fare i film di mostri, ambedue validi: il primo è quello di Pacific Rim, in cui la "trama" viene riassunta nei primi 10 minuti senza eccessivi danni per i neuroni, e poi giù botte da orbi per i successivi 90. Il secondo è quello che ha provato a intraprendere Gareth Edwards con il suo Godzilla, in cui il mostro diviene un pretesto per parlare di altro.
Quando uscì Godzilla lo stroncammo, con il senno (e il King Kong) di poi forse immeritatamente, dato che quantomeno aveva avuto il coraggio di fare una scelta forte e di portarla fino in fondo. Kong: Skull Island sceglie invece una via di mezzo che finisce per appesantire il film nella prima parte, dove lo spettatore è costretto a sorbirsi la presentazione dei personaggi e, ancor peggio, uno sproloquio pseudoscientifico che dovrebbe spiegare l'esistenza dei mostri su Skull Island.
Restano gli effetti speciali, davvero clamorosi, e una fotografia ispirata ad Apocalypse Now (il film si ambienta alla fine della guerra in Vietnam) che regala al film una spettacolarità visiva che va al di là del mostro e delle esplosioni.
Gli attori fanno la loro parte, ma utilizzare grandi interpreti del calibro di Brie Larsson, Tom Hiddleston e Samuel L. Jackson per un film del genere sembra più uno spreco che un arricchimento.
Kong: Skull Island è un film tutto stupore e ferocia, che però vorrebbe darsi un tono intellettuale, finendo per risultare pesante là dove dovrebbe intrattenere, e poco profondo là dove dovrebbe far riflettere.
**
Pier
martedì 7 marzo 2017
Moonlight
Racconto di formazione
Chiron è un bambino nero di dieci anni, ed è il bersaglio dei bulli della scuola. Sua madre si droga, e lui trova rifugio in casa di Juan, uno spacciatore, e Teresa. Parla poco, ma sembra capire che qualcosa in lui lo rende fuori posto, rifiutato dal mondo machista che lo circonda. Chiron cresce, e questa percezione della sua diversità si accresce, mentre il bullismo non si ferma. Ora sa perché viene perseguitato: è gay e, nonostante non lo abbia mai detto a nessuno, gli altri percepiscono la sua diversità e non la accettano. Chiron dovrà imparare a fare i conti con un mondo ostile, a scegliere tra il vero se stesso e quello che gli altri vogliono da lui.
Togliamoci subito il dente: dare l'Oscar per il miglior film a Moonlight, preferendolo a La La Land, è come entrare nella Cappella Sistina e premiare la qualità degli infissi.
Detto questo, Moonlight è un bellissimo film corale, ben girato e interpretato, cui per assurdo la vittoria dell'Oscar può fare più male che bene, generando aspettative troppo elevate. Moonlight infatti non spicca certo per l'originalità della vicenda trattata, né per creatività registica: chi è familiare con il cinema europeo, e in particolare quello francese, riconoscerà molte similitudini tematiche e visive con film celebri (I 400 colpi, citato esplicitamente nel finale) e non (Stella, Tempête, La belle vie). Il tutto senza contare i debiti espliciti con Boyhood a livello narrativo, e con il cinema di Wong Kar-wai a livello visivo.
Cosa rende, allora, Moonlight un film interessante ed emozionante? Al primo posto c'è indubbiamente la storia, narrata con delicatezza e senza patetismi, un racconto di formazione ben articolato in termini sia di forza del messaggio che di costruzione dei personaggi. La sceneggiatura costruisce alla perfezione ambienti, situazioni e interazioni. La difficile infanzia e l'ancor più difficile adolescenza del protagonista vengono raccontati con toni neutri, quasi da documentario, ma con una fatalità da tragedia classica, in cui ogni evento sembra ineludibile, e il destino del protagonista è segnato fin dal primo atto di bullismo subito.
Questo aspetto è sottolineato anche dalla struttura visiva del film, in cui alcune scene e temi musicali sono ripetuti in punti diversi del film, riemergendo come temi portanti all'interno di una melodia. Jenkins realizza infatti una vera e propria sinfonia in tre movimenti, con luci, recitazione e musiche diverse per ciascun atto, e allo stesso tempo contenenti elementi che richiamano alle situazioni precedenti.
Tutti gli attori offrono prove eccellenti: Mahershala Alì, premiato con l'Oscar, è bravissimo, ma la sua prova viene oscurata da quelle di Naomie Harris, splendida nel ruolo della madre di Chiron, e soprattutto di Trevante Rhodes, lo Chiron adulto, perfetto nel rendere il delicato equilibrio tra fragilità e sensibilità interiore e fisicità e muscolarità esteriore.
L'unica pecca grave di Moonlight è il ritmo, soprattutto nell'ultimo atto, dove il film si trascina un po' fino al bellissimo finale, semplice ma di grande impatto emotivo
Per quanto sia indubbio che molte delle lodi ricevute siano dovute alla piaga del politicamente corretto che ormai infesta il cinema made in USA (un politicamente corretto, peraltro, solo superficiale, come mostreremo in un articolo prossimo venturo), Moonlight è comunque un buon film che, pur non brillando per originalità, racconta con efficacia narrativa ed emotiva una storia di formazione e discriminazione, in cui la diversità di orientamento sessuale diventa paradossalmente ancora più isolante in un contesto in cui la diversità (etnica) è parte fondante della propria identità.
***
Pier
Chiron è un bambino nero di dieci anni, ed è il bersaglio dei bulli della scuola. Sua madre si droga, e lui trova rifugio in casa di Juan, uno spacciatore, e Teresa. Parla poco, ma sembra capire che qualcosa in lui lo rende fuori posto, rifiutato dal mondo machista che lo circonda. Chiron cresce, e questa percezione della sua diversità si accresce, mentre il bullismo non si ferma. Ora sa perché viene perseguitato: è gay e, nonostante non lo abbia mai detto a nessuno, gli altri percepiscono la sua diversità e non la accettano. Chiron dovrà imparare a fare i conti con un mondo ostile, a scegliere tra il vero se stesso e quello che gli altri vogliono da lui.
Togliamoci subito il dente: dare l'Oscar per il miglior film a Moonlight, preferendolo a La La Land, è come entrare nella Cappella Sistina e premiare la qualità degli infissi.
Detto questo, Moonlight è un bellissimo film corale, ben girato e interpretato, cui per assurdo la vittoria dell'Oscar può fare più male che bene, generando aspettative troppo elevate. Moonlight infatti non spicca certo per l'originalità della vicenda trattata, né per creatività registica: chi è familiare con il cinema europeo, e in particolare quello francese, riconoscerà molte similitudini tematiche e visive con film celebri (I 400 colpi, citato esplicitamente nel finale) e non (Stella, Tempête, La belle vie). Il tutto senza contare i debiti espliciti con Boyhood a livello narrativo, e con il cinema di Wong Kar-wai a livello visivo.
Cosa rende, allora, Moonlight un film interessante ed emozionante? Al primo posto c'è indubbiamente la storia, narrata con delicatezza e senza patetismi, un racconto di formazione ben articolato in termini sia di forza del messaggio che di costruzione dei personaggi. La sceneggiatura costruisce alla perfezione ambienti, situazioni e interazioni. La difficile infanzia e l'ancor più difficile adolescenza del protagonista vengono raccontati con toni neutri, quasi da documentario, ma con una fatalità da tragedia classica, in cui ogni evento sembra ineludibile, e il destino del protagonista è segnato fin dal primo atto di bullismo subito.
Questo aspetto è sottolineato anche dalla struttura visiva del film, in cui alcune scene e temi musicali sono ripetuti in punti diversi del film, riemergendo come temi portanti all'interno di una melodia. Jenkins realizza infatti una vera e propria sinfonia in tre movimenti, con luci, recitazione e musiche diverse per ciascun atto, e allo stesso tempo contenenti elementi che richiamano alle situazioni precedenti.
Tutti gli attori offrono prove eccellenti: Mahershala Alì, premiato con l'Oscar, è bravissimo, ma la sua prova viene oscurata da quelle di Naomie Harris, splendida nel ruolo della madre di Chiron, e soprattutto di Trevante Rhodes, lo Chiron adulto, perfetto nel rendere il delicato equilibrio tra fragilità e sensibilità interiore e fisicità e muscolarità esteriore.
L'unica pecca grave di Moonlight è il ritmo, soprattutto nell'ultimo atto, dove il film si trascina un po' fino al bellissimo finale, semplice ma di grande impatto emotivo
Per quanto sia indubbio che molte delle lodi ricevute siano dovute alla piaga del politicamente corretto che ormai infesta il cinema made in USA (un politicamente corretto, peraltro, solo superficiale, come mostreremo in un articolo prossimo venturo), Moonlight è comunque un buon film che, pur non brillando per originalità, racconta con efficacia narrativa ed emotiva una storia di formazione e discriminazione, in cui la diversità di orientamento sessuale diventa paradossalmente ancora più isolante in un contesto in cui la diversità (etnica) è parte fondante della propria identità.
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Pier
mercoledì 1 marzo 2017
Logan
Quindi questo è quello che si prova
2029: i mutanti sono scomparsi e divenuti materiali per i fumetti. Logan/Wolverine è uno degli ultimi rimasti. Accudisce il professor Xavier, affetto da demenza senile, in un complesso industriale abbandonato in Messico, al confine con gli USA, aiutato dall'antico nemico Caliban. Un giorno, una donna bussa alla sua porta: ha con sé Laura, una ragazzina mutante con poteri molto simili a quelli di Logan. L'uomo dovrà decidere se aiutare Laura, scelta che comporterebbe uscire dal suo isolamento e, forse, dover fare i conti con il proprio doloroso passato.
"Quindi questo è quello che si prova": questa frase, pronunciata in un punto importante di Logan, riassume in pieno il sentimento dello spettatore nel vedere finalmente davanti a sé tutto quello che i film di supereroi, e quelli di Wolverine in particolare, non erano mai riusciti a essere. Logan non è semplicemente un film di supereroi: è un film d'autore. Di genere, certo, ma comunque d'autore, che ha poco da invidiare a perle del cinema d'azione come Mad Max: Fury Road o Léon, per citare due film che per Logan sono indubbiamente stati fonte di ispirazione.
Mangold (autore eclettico, la cui filmografia spazia da Ragazze interrotte a Kate e Leopold, passando per Quando l'amore brucia l'anima) dirige un road movie spietato, a metà tra il western e il post apocalittico, in cui la legge non esiste più e ognuno fa parte per se stesso. Al centro di tutto c'è lui, Logan, finalmente spogliato della patinatura dei primi film e restituito alla sua natura primordiale e selvaggia, il cui unico scopo è sopravvivere e proteggere i suoi cari. I mutanti sono scomparsi, i suoi poteri stanno svanendo, ma Logan è determinato a salvaguardare quel poco che resta del suo mondo, quel Professor Xavier che gli ha insegnato tutto, e il Caliban che da nemico si è trasformato in alleato di questa silenziosa difesa della propria dignità. Il passato è al tempo stesso agognato e temuto, un tempo idealizzato cui non si può più tornare e un fardello insopportabile.
Il nemico non è un supercattivo, non è un'organizzazione spietata e criminale (anche se compaiono entrambi): il vero nemico, per Logan e Xavier, sono loro stessi, quello che sono stati e ciò che sono diventati. Mangold ha il coraggio di spingere questa metafora fino alle sue estreme conseguenze, realizzando scene di raro impatto emotivo, in cui i protagonisti si trovano costantemente a fare i conti con i propri errori, e cercano disperatamente di cogliere l'occasione, forse l'ultima, di rimediare.
Logan è uno di quei rari film in cui ogni elemento si incastra alla perfezione con gli altri: la fotografia di John Mathieson è sporca, ruvida, polverosa, con il sole che brucia gli occhi e la pelle; la musica è quasi assente, in una natura aspra e selvaggia dove non sembra esserci spazio per orpelli di alcun genere; le parole sono ridotte al minimo, in una lunga fuga in cui azioni e sguardi contano più di mille dialoghi; la sceneggiatura è vincente per ritmo e introspezione, e costruisce con grande delicatezza e tempismo lo strano rapporto tra Logan e Laura, due animali selvaggi che riconoscono nell'altro un simile da amare e da temere; infine, i combattimenti e gli inseguimenti sono veri, violenti, brutali, ripresi con perizia e attenzione ai dettagli, anziché con il montaggio concitato e confusionario che caratterizza molti cinecomic. Mangold guida il tutto con grande maestria, dimostrando non solo un'ottima abilità registica, ma anche una grande sensibilità emotiva, riuscendo a creare momenti di vera commozione.
La cilegina su questa ottima torta sono i personaggi, perfetti sia per caratterizzazione che per interpretazione. Hugh Jackman porta finalmente sullo schermo un Wolverine vero, trasandato, rozzo, sporco e con il vizio del bere, arricchendolo di un tocco emotivo che all'inizio si intravede sotto la superficie, per poi emergere con prepotenza con il passare dei minuti. Patrick Stewart è commovente nel suo ritratto dell'invecchiato Xavier, la mente più potente del mondo affetta da una malattia neurodegenerativa che gli impedisce di controllare se stesso e i suoi poteri, una pallida ombra dell'uomo che è stato, eppure ancora disperatamente determinato a salvare quelli come lui; infine, Dafne Keen è una rivelazione, una macchina da guerra nel corpo di una bambina, letale e feroce ma allo stesso tempo capace di momenti di straordinaria dolcezza. La sua Laura è il cuore pulsante del film, ed è lei a regalarci la scena più emozionante.
Logan non solo sorpassa i precedenti film su Wolverine, ma porta la narrazione del cinecomic su un piano a oggi del tutto inesplorato. Mangold realizza quello che può essere senza dubbio considerato il film di supereroi migliore tra quelli tratti dai fumetti Marvel, in grado di chiudere degnamente la parabola del più amato degli X-Men con un tocco autoriale che riesce sia a intrattenere, sia a toccare più volte le corde emotive dello spettatore, trascendendo il genere del cinecomic per diventare qualcos'altro: un grandissimo film.
*****
Pier
2029: i mutanti sono scomparsi e divenuti materiali per i fumetti. Logan/Wolverine è uno degli ultimi rimasti. Accudisce il professor Xavier, affetto da demenza senile, in un complesso industriale abbandonato in Messico, al confine con gli USA, aiutato dall'antico nemico Caliban. Un giorno, una donna bussa alla sua porta: ha con sé Laura, una ragazzina mutante con poteri molto simili a quelli di Logan. L'uomo dovrà decidere se aiutare Laura, scelta che comporterebbe uscire dal suo isolamento e, forse, dover fare i conti con il proprio doloroso passato.
"Quindi questo è quello che si prova": questa frase, pronunciata in un punto importante di Logan, riassume in pieno il sentimento dello spettatore nel vedere finalmente davanti a sé tutto quello che i film di supereroi, e quelli di Wolverine in particolare, non erano mai riusciti a essere. Logan non è semplicemente un film di supereroi: è un film d'autore. Di genere, certo, ma comunque d'autore, che ha poco da invidiare a perle del cinema d'azione come Mad Max: Fury Road o Léon, per citare due film che per Logan sono indubbiamente stati fonte di ispirazione.
Mangold (autore eclettico, la cui filmografia spazia da Ragazze interrotte a Kate e Leopold, passando per Quando l'amore brucia l'anima) dirige un road movie spietato, a metà tra il western e il post apocalittico, in cui la legge non esiste più e ognuno fa parte per se stesso. Al centro di tutto c'è lui, Logan, finalmente spogliato della patinatura dei primi film e restituito alla sua natura primordiale e selvaggia, il cui unico scopo è sopravvivere e proteggere i suoi cari. I mutanti sono scomparsi, i suoi poteri stanno svanendo, ma Logan è determinato a salvaguardare quel poco che resta del suo mondo, quel Professor Xavier che gli ha insegnato tutto, e il Caliban che da nemico si è trasformato in alleato di questa silenziosa difesa della propria dignità. Il passato è al tempo stesso agognato e temuto, un tempo idealizzato cui non si può più tornare e un fardello insopportabile.
Il nemico non è un supercattivo, non è un'organizzazione spietata e criminale (anche se compaiono entrambi): il vero nemico, per Logan e Xavier, sono loro stessi, quello che sono stati e ciò che sono diventati. Mangold ha il coraggio di spingere questa metafora fino alle sue estreme conseguenze, realizzando scene di raro impatto emotivo, in cui i protagonisti si trovano costantemente a fare i conti con i propri errori, e cercano disperatamente di cogliere l'occasione, forse l'ultima, di rimediare.
Logan è uno di quei rari film in cui ogni elemento si incastra alla perfezione con gli altri: la fotografia di John Mathieson è sporca, ruvida, polverosa, con il sole che brucia gli occhi e la pelle; la musica è quasi assente, in una natura aspra e selvaggia dove non sembra esserci spazio per orpelli di alcun genere; le parole sono ridotte al minimo, in una lunga fuga in cui azioni e sguardi contano più di mille dialoghi; la sceneggiatura è vincente per ritmo e introspezione, e costruisce con grande delicatezza e tempismo lo strano rapporto tra Logan e Laura, due animali selvaggi che riconoscono nell'altro un simile da amare e da temere; infine, i combattimenti e gli inseguimenti sono veri, violenti, brutali, ripresi con perizia e attenzione ai dettagli, anziché con il montaggio concitato e confusionario che caratterizza molti cinecomic. Mangold guida il tutto con grande maestria, dimostrando non solo un'ottima abilità registica, ma anche una grande sensibilità emotiva, riuscendo a creare momenti di vera commozione.
La cilegina su questa ottima torta sono i personaggi, perfetti sia per caratterizzazione che per interpretazione. Hugh Jackman porta finalmente sullo schermo un Wolverine vero, trasandato, rozzo, sporco e con il vizio del bere, arricchendolo di un tocco emotivo che all'inizio si intravede sotto la superficie, per poi emergere con prepotenza con il passare dei minuti. Patrick Stewart è commovente nel suo ritratto dell'invecchiato Xavier, la mente più potente del mondo affetta da una malattia neurodegenerativa che gli impedisce di controllare se stesso e i suoi poteri, una pallida ombra dell'uomo che è stato, eppure ancora disperatamente determinato a salvare quelli come lui; infine, Dafne Keen è una rivelazione, una macchina da guerra nel corpo di una bambina, letale e feroce ma allo stesso tempo capace di momenti di straordinaria dolcezza. La sua Laura è il cuore pulsante del film, ed è lei a regalarci la scena più emozionante.
Logan non solo sorpassa i precedenti film su Wolverine, ma porta la narrazione del cinecomic su un piano a oggi del tutto inesplorato. Mangold realizza quello che può essere senza dubbio considerato il film di supereroi migliore tra quelli tratti dai fumetti Marvel, in grado di chiudere degnamente la parabola del più amato degli X-Men con un tocco autoriale che riesce sia a intrattenere, sia a toccare più volte le corde emotive dello spettatore, trascendendo il genere del cinecomic per diventare qualcos'altro: un grandissimo film.
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Pier
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