sabato 23 febbraio 2013
Oscar 2013: I Pronostici - Parte Seconda
La seconda parte dei pronostici sugli Oscar in programma questa notte.
Si continua!
Miglior attrice non protagonista
Il pronostico è facile e secco: Anne Hathaway. Per quanto riguarda la preferenza personale, la scelta è molto più ardua. La Hathaway mi ha conquistato in Les Miserables, dove interpreta una Fantine vera e sofferta, ma Amy Adams è eccezionale in The Master, dove interpreta una donna determinata e pronta a tutto pur di far sì che il culto fondato dal marito abbia successo. Dopo lunga riflessione, e con grande sofferenza, ho scelto la Hathaway.
Pronostico: Anne Hathaway
Scelta personale: Anne Hathaway
Miglior attore non protagonista
Scontro tra titani in questa categoria, in cui tutti i nominati hanno già vinto un Oscar, e dove il meno bravo meriterebbe comunque un Oscar alla carriera. Vedo davanti Philip Seymour Hoffman, sia perchè The Master difficilmente vincerà altri premi, sia perchè la sua interpretazione è forse leggermente superiore alle altre. La mia preferenza personale va tuttavia a Christoph Waltz, semplicemente eccezionale in Django Unchained, che però difficilmente vincerà avendo vinto in tempi relativamente recenti. Tommy Lee Jones possibile sorpresa, credo poco a De Niro e Arkin.
Pronostico: Philip Seymour Hoffman
Scelta personale: Christoph Waltz
Miglior attrice protagonista
Pronostico e scelta qui convergono su un nome: Jessica Chastain. L'attrice lanciata da Malick con The Tree of Life è già alla seconda nomination, e sembra avere tutte le carte in regola per vincere. La sua interpretazione in Zero Dark Thirty è intensa e coinvolgente, e le alternative, per motivi diversi, non convincono a fondo.
Pronostico: Jessica Chastain
Scelta personale: Jessica Chastain
Miglior attore protagonista
Il favorito d'obbligo è Daniel Day-Lewis, cui si potrebbe assegnare l'Oscar anche solo guardando la sua foto sulla locandina di Lincoln. Joaquin Phoenix è un avversario agguerrito, ma alcune sue dichiarazioni anti-Academy e il suo docu-film (capolavoro) sul suo presunto il ritiro non gli hanno garantito molti amici tra i votanti, diciamo così. Su di lui cade però la mia preferenza personale, alla fine mica ha insultato me.
Pronostico: Daniel Day-Lewis
Scelta personale: Joaquin Phoenix
Miglior regia
Pronostico molto difficile, con Spielberg e Lee che partono alla pari, con Haneke possibile sorpresa. Dico Spielberg, semplicemente perchè gli statunitensi sono da sempre sensibili ai film che parlano in modo critico della loro storia. Spielberg si guadagna anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Steven Spielberg
Scelta personale: Steven Spielberg
Miglior film
Rullino i tamburi, squillino le trombe, ma soprattutto si aprano i libri di storia: i due grandi favoriti di questa categoria sono infatti due saggi di storia americana, Lincoln da una parte e Argo dall'altra, con Tarantino a fare da terzo che (forse) gode. Per il pronostico voto Argo, l'unico film praticamente privo di difetti tra quelli nominati, al quale, dopo una lunga lotta con Django, va anche il mio voto personale.
Pronostico: Argo
Scelta personale: Argo
Pier
venerdì 22 febbraio 2013
Oscar 2013: I Pronostici - Parte Prima
Domenica c'è la notte degli Oscar, e come sempre Filmora non si esime dall'esporsi al pubblico ludibrio facendo pronostici sui vincitori. Come sempre, al pronostico è affiancata la scelta personale dell'autore, che poi sarei io. I film recensiti sul blog includono il link alla recensione, in caso ve la siate persa o vogliate rinfrescarvi la memoria.
Miglior fotografia
Nonostante il film non mi abbia entusiasmato, è impossibile non riconoscere la perfezione e la poesia della fotografia di La vita di Pi. Ottime anche le fotografie di Skyfall, molto curata per un film d'azione, e di Django, ma il film di Ang Lee sembra avere una marcia in più, e si aggiudica anche la mia preferenza personale.
Pronostico: La vita di Pi
Scelta personale: La vita di Pi
Miglior sceneggiatura originaleDjango, sempre Django, fortissimamente Django. Impossibile non premiare Tarantino, che ancora una volta regala dialoghi e personaggi ai limiti della perfezione. Tuttavia, il mio cuore è stato conquistato da Moonrise Kingdom, che strappa, seppur di poco, la mia preferenza personale.Pronostico: Django Unchained
Scelta personale: Moonrise Kingdom
Miglior sceneggiatura non originale
I film indipendenti, si sa, sono sempre favoriti per i premi alla sceneggiatura. La sfida in questa categoria è quindi tra Il lato positivo e Re della terra selvaggia, e si preannuncia molto accesa. Pur essendo entrambi dei buoni film, tuttavia, la sceneggiatura del primo è meglio articolata e costruita, laddove la seconda risulta a volte confusionaria e poco coerente. Il mio personale voto va tuttavia ad Argo, che sembra uscito da un manuale di sceneggiatura.
Pronostico: Il lato positivo
Scelta personale: Argo
Miglior montaggio
Battaglia apertissima tra Argo e Zero Dark Thirty. Per quanto il primo mi sia piaciuto di gran lunga di più del secondo, il montaggio del film della Bigelow è oggettivamente di alto livello, e si conquista perciò sia il pronostico che la preferenza personale.
Pronostico: Operazione Zero Dark Thirty
Scelta personale: Operazione Zero Dark Thirty
Miglior film d'animazione
Sfida apertissima tra tutti i titoli in gara, con Pirati e Spaccatutto Ralph che forse partono leggermente più indietro. Credo che alla fine la spunterà Tim Burton, che avrebbe già meritato per Corpse Bride, ma anche Brave (anche se la Pixar dovrebbe essere già felice di aver riottenuto la nomination) e Paranorman (soprattutto il secondo) hanno buone possibilità. Il mio voto personale va a Frankenweenie, meravigliosa favola dark. Inspiegabile, a mio parere, l'assenza de Le 5 leggende.
Pronostico: Frankenweenie
Scelta personale: Frankenweenie
A domani per gli altri premi!
Pier
Miglior fotografia
Nonostante il film non mi abbia entusiasmato, è impossibile non riconoscere la perfezione e la poesia della fotografia di La vita di Pi. Ottime anche le fotografie di Skyfall, molto curata per un film d'azione, e di Django, ma il film di Ang Lee sembra avere una marcia in più, e si aggiudica anche la mia preferenza personale.
Pronostico: La vita di Pi
Scelta personale: La vita di Pi
Miglior sceneggiatura originaleDjango, sempre Django, fortissimamente Django. Impossibile non premiare Tarantino, che ancora una volta regala dialoghi e personaggi ai limiti della perfezione. Tuttavia, il mio cuore è stato conquistato da Moonrise Kingdom, che strappa, seppur di poco, la mia preferenza personale.Pronostico: Django Unchained
Scelta personale: Moonrise Kingdom
Miglior sceneggiatura non originale
I film indipendenti, si sa, sono sempre favoriti per i premi alla sceneggiatura. La sfida in questa categoria è quindi tra Il lato positivo e Re della terra selvaggia, e si preannuncia molto accesa. Pur essendo entrambi dei buoni film, tuttavia, la sceneggiatura del primo è meglio articolata e costruita, laddove la seconda risulta a volte confusionaria e poco coerente. Il mio personale voto va tuttavia ad Argo, che sembra uscito da un manuale di sceneggiatura.
Pronostico: Il lato positivo
Scelta personale: Argo
Miglior montaggio
Battaglia apertissima tra Argo e Zero Dark Thirty. Per quanto il primo mi sia piaciuto di gran lunga di più del secondo, il montaggio del film della Bigelow è oggettivamente di alto livello, e si conquista perciò sia il pronostico che la preferenza personale.
Pronostico: Operazione Zero Dark Thirty
Scelta personale: Operazione Zero Dark Thirty
Miglior film d'animazione
Sfida apertissima tra tutti i titoli in gara, con Pirati e Spaccatutto Ralph che forse partono leggermente più indietro. Credo che alla fine la spunterà Tim Burton, che avrebbe già meritato per Corpse Bride, ma anche Brave (anche se la Pixar dovrebbe essere già felice di aver riottenuto la nomination) e Paranorman (soprattutto il secondo) hanno buone possibilità. Il mio voto personale va a Frankenweenie, meravigliosa favola dark. Inspiegabile, a mio parere, l'assenza de Le 5 leggende.
Pronostico: Frankenweenie
Scelta personale: Frankenweenie
A domani per gli altri premi!
Pier
giovedì 21 febbraio 2013
Les Miserables
Tra Oscar e inutilità
Francia, 1821. Jean Valjean ha trascorso 19 anni in carcere per avere rubato un pezzo di pane. Dopo essere stato finalmente rilasciato, cerca ospitalità presso un'abbazia, da cui ruba alcuni preziosi oggetti d'argento. Quando viene catturato, le guardie lo portano davanti all'abate perchè riconosca il furto, ma questi sostiene invece di aver regalato gli oggetti a Jean, salvandolo dal ritorno in carcere. Questo produrrà un cambiamento nell'ex galeotto, che userà gli oggetti d'argento per iniziare una nuova vita onesta. Sulle sue tracce, tuttavia, si metterà Javert, inflessibile e implacabile ispettore di polizia, convinto dell'impossibilità della redenzione di un malvivente.
La trasposizione in musical dell'immortale opera di Victor Hugo è stata un clamoroso successo teatrale, prima nel West End e poi a Broadway. Tom Hooper, fresco vincitore dell'Oscar per Il Discorso del Re, ha deciso di accettare la sfida posta dalla trasposizione cinematografica di un musical quasi interamente cantato, in costume e con un forte carattere melodrammatico. La scommessa viene vinta solo in parte: la trasposizione è probabilmente la migliore possibile, con una regia fortemente empatica, che insiste sui personaggi con lunghi piani sequenza e primi piani, presentando al pubblico ogni sfumatura delle loro espressioni, sia vocali che facciali. L'innovativa scelta di far cantare alcune canzoni dal vivo sul set, anzichè registrarle in studio, regala alcuni momenti di vera commozione.
Gli attori sono tutti convincenti, a cominciare dai due protagonisti: Russell Crowe offre il suo sguardo duro ma malinconico al personaggio di Javert, Hugh Jackman presta la sua fisicità al galeotto redento Valjean. Intorno a loro gravitano un Sasha Baron-Cohen e una Helena Bonham-Carter perfetti nel loro ruolo meschini cialtroni, che portano al film dei rari momenti di leggerezza.
Un discorso a parte merita la performance di Anne Hathaway, in particolare il lungo piano sequenza in primissimo piano in cui canta "I dreamed a dream": un momento poetico ed emozionante, in cui l'attrice riesce a trasmettere forte realismo e pathos. Hooper riesce in questo caso a costruire una scena perfetta per intensità e coinvolgimento, che dovrebbe valere alla Hathaway l'Oscar per la miglior attrice non protagonista, senza se e senza ma.
Resta però un problema di fondo: per quanto Hooper abbia indubbiamente fatto un ottimo lavoro, Les Miserables non costituisce un buon materiale per fare un film. Troppo lento, troppo cantato, troppo patetico nel finale, dove spesso arriva a sfiorare il ridicolo, riuscendo sempre a evitarlo per il rotto della cuffia. L'operazione di trasposizione cinematografica risulta quindi un insuccesso, generato non dall'incapacità di chi l'ha svolta, ma dall'oggettiva estraneità di questa materia rispetto al mezzo filmico. Il musical perde infatti tutte le sfumature che fanno de I miserabili di Hugo un grande romanzo, riducendolo a un grande melodramma cantato, in cui le disgrazie si succedono a ritmi veritiginosi e lo spettatore viene travolto dall'angoscia e dalla noia. Si rimpiange più volte il film tv con Depardieu e Malkovich, capace invece di trasmettere le sfaccettature del romanzo di Hugo.
Les Miserables risulta quindi un fallimento, nonostante delle ottime prove d'attore e una regia oggettivamente di altissimo livello. Quello che suscita dubbi è l'operazione in sè, che cerca di rendere cinematografico un qualcosa che cinematografico non è, lasciando lo spettatore a chiedersi: ce ne era veramente bisogno?
**
Pier
Francia, 1821. Jean Valjean ha trascorso 19 anni in carcere per avere rubato un pezzo di pane. Dopo essere stato finalmente rilasciato, cerca ospitalità presso un'abbazia, da cui ruba alcuni preziosi oggetti d'argento. Quando viene catturato, le guardie lo portano davanti all'abate perchè riconosca il furto, ma questi sostiene invece di aver regalato gli oggetti a Jean, salvandolo dal ritorno in carcere. Questo produrrà un cambiamento nell'ex galeotto, che userà gli oggetti d'argento per iniziare una nuova vita onesta. Sulle sue tracce, tuttavia, si metterà Javert, inflessibile e implacabile ispettore di polizia, convinto dell'impossibilità della redenzione di un malvivente.
La trasposizione in musical dell'immortale opera di Victor Hugo è stata un clamoroso successo teatrale, prima nel West End e poi a Broadway. Tom Hooper, fresco vincitore dell'Oscar per Il Discorso del Re, ha deciso di accettare la sfida posta dalla trasposizione cinematografica di un musical quasi interamente cantato, in costume e con un forte carattere melodrammatico. La scommessa viene vinta solo in parte: la trasposizione è probabilmente la migliore possibile, con una regia fortemente empatica, che insiste sui personaggi con lunghi piani sequenza e primi piani, presentando al pubblico ogni sfumatura delle loro espressioni, sia vocali che facciali. L'innovativa scelta di far cantare alcune canzoni dal vivo sul set, anzichè registrarle in studio, regala alcuni momenti di vera commozione.
Gli attori sono tutti convincenti, a cominciare dai due protagonisti: Russell Crowe offre il suo sguardo duro ma malinconico al personaggio di Javert, Hugh Jackman presta la sua fisicità al galeotto redento Valjean. Intorno a loro gravitano un Sasha Baron-Cohen e una Helena Bonham-Carter perfetti nel loro ruolo meschini cialtroni, che portano al film dei rari momenti di leggerezza.
Un discorso a parte merita la performance di Anne Hathaway, in particolare il lungo piano sequenza in primissimo piano in cui canta "I dreamed a dream": un momento poetico ed emozionante, in cui l'attrice riesce a trasmettere forte realismo e pathos. Hooper riesce in questo caso a costruire una scena perfetta per intensità e coinvolgimento, che dovrebbe valere alla Hathaway l'Oscar per la miglior attrice non protagonista, senza se e senza ma.
Resta però un problema di fondo: per quanto Hooper abbia indubbiamente fatto un ottimo lavoro, Les Miserables non costituisce un buon materiale per fare un film. Troppo lento, troppo cantato, troppo patetico nel finale, dove spesso arriva a sfiorare il ridicolo, riuscendo sempre a evitarlo per il rotto della cuffia. L'operazione di trasposizione cinematografica risulta quindi un insuccesso, generato non dall'incapacità di chi l'ha svolta, ma dall'oggettiva estraneità di questa materia rispetto al mezzo filmico. Il musical perde infatti tutte le sfumature che fanno de I miserabili di Hugo un grande romanzo, riducendolo a un grande melodramma cantato, in cui le disgrazie si succedono a ritmi veritiginosi e lo spettatore viene travolto dall'angoscia e dalla noia. Si rimpiange più volte il film tv con Depardieu e Malkovich, capace invece di trasmettere le sfaccettature del romanzo di Hugo.
Les Miserables risulta quindi un fallimento, nonostante delle ottime prove d'attore e una regia oggettivamente di altissimo livello. Quello che suscita dubbi è l'operazione in sè, che cerca di rendere cinematografico un qualcosa che cinematografico non è, lasciando lo spettatore a chiedersi: ce ne era veramente bisogno?
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Pier
martedì 12 febbraio 2013
Django Unchained
Quando il cinema di genere diventa d'autore
Stati Uniti, 1858. Dopo aver cercato di fuggire dalla piantagione in cui lavora, lo schiavo nero Django viene separato dalla donna che ama, Broomhilda, e venduto al proprietario di alcune miniere. A salvarlo arriva il dottor King Schultz, ex dentista tedesco che si guadagna da vivere facendo il cacciatore di taglie. Schultz offre a Django la libertà e un aiuto nella ricerca di sua moglie se lo aiuterà nella sua attività per un certo periodo di tempo. Django diventa così un temibile pistolero, e insieme a Schultz cattura molti criminali. Esaurito il suo impegno, Django si mette in viaggio con il dottore per ritrovare la sua compagna. Scoprirà che è stata venduta a Calvin Candie, uno dei latifondisti più ricchi e spietati del Mississipi.
Dopo il nazismo, Tarantino investe con il suo occhio dissacrante la piaga dello schiavismo, e lo fa attraverso il genere che probabilmente ama di più: lo spaghetti western. La sceneggiatura manca della perfezione unitaria di Inglorious Basterds, dato che appare nettamente spezzata in due tra la liberazione di Django e il suo arrivo a Candieland, e il momento di passaggio tra i due spezzoni subisce un deciso calo di ritmo. Per il resto, tuttavia, la trama è letteralmente esplosiva, tra dialoghi magnifici - su tutti quello tra i membri della spedizione punitiva in stile Ku Klux Klan, continui colpi di scena e scene d'azione adrenaliniche. Tarantino pesca a piene mani dal materiale pre-esistente, rielaborando gli stilemi del genere e arricchendoli di nuovi significati. Il citazionismo tarantiniano non è mai fine a sè stesso, ma è sempre teso ad arricchire la trama e la sua evoluzione, omaggiando con fedeltà i classici del genere e superandoli al tempo stesso.
La fotografia usa con abilità il colore e le luci per creare un effetto ottico ricco e visivamente forte, in linea con quello degli spaghetti western ma anche con il pulp che Tarantino stesso ha elevato a genere maggiore. La regia è solida e ispirata, e mantiene alti ritmo e tensione per tutto il film, fatto salvo il già citato momento di rallentamento centrale. La colonna sonora, tra pezzi originali e citazioni dei grandi classici del genere, riesce a essere, come nella tradizione degli spaghetti western e delle musiche di Morricone, non solo commento musicale, ma vero e proprio elemento di sceneggiatura, che genera le atmosfere del film anzichè limitarsi a commentarle.
Come spesso accade nei film di Tarantino, tuttavia, il vero valore aggiunto sono i personaggi, caratterizzati riccamente e con grande attenzione, e sorretti dalla prova eccezionale degli attori. Jamie Foxx è un cowboy fisico e con grande presenza scenica, solo apparentemente "sottotono" rispetto agli altri, cui in realtà ruba spesso la scena, risultando credibile anche in momenti in cui sarebbe molto facile risultare ridicolo. Di Caprio sfodera l'ennesima prestazione eccezionale, interpretando un latifondista spietato, arricchito e calcolatore e confermando ancora una volta le sue eccezionali doti attoriali, di cui solo i membri dell'Academy sembrano non volersi accorgere. Samuel L. Jackson accetta con grande coraggio il ruolo di un negriero di colore, "la feccia della feccia", regalando alcuni tra i momenti migliori del film con i suoi dialoghi e le sue espressioni facciali. Su tutti spicca, ancora una volta, Christoph Waltz, semplicemente perfetto nella parte del Dr. Schultz. Ironico e spietato, divertente e determinato, il suo personaggio conquista e convince fin dalla prima scena, e si mantiene ad altissimo livello fino allo splendido finale. Resta un mistero come un attore di questo livello sia rimasto un quasi sconosciuto fino a pochi anni fa: lode a Tarantino per aver dimostrato, ancora una volta, le sue doti di talent scout.
Django è un film parzialmente imperfetto, che trova però nei suoi eccessi e nei suoi difetti la linfa vitale che lo rendono un film eccezionale, che porta un cinema dichiaratamente di genere ai livelli del cinema d'autore. Tarantino regala un film che, oltre a far divertire ed emozionare, riesce a fare anche critica sociale su uno dei momenti più bui della storia statunitense, e, perchè no, anche della cronaca contemporanea. Per quanto inferiore a Inglorious Basterds, il film resta eccezionale per la capacità di coniugare spettacolarità e cinema d'autore, citazionismo e originalità, in un collage di passato e presente che non può non conquistare. Il finale, poi, tra le citazioni di Trinità e del finale de Il buono, il brutto, e il cattivo, è una gioia che vale da solo il film.
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Pier
Stati Uniti, 1858. Dopo aver cercato di fuggire dalla piantagione in cui lavora, lo schiavo nero Django viene separato dalla donna che ama, Broomhilda, e venduto al proprietario di alcune miniere. A salvarlo arriva il dottor King Schultz, ex dentista tedesco che si guadagna da vivere facendo il cacciatore di taglie. Schultz offre a Django la libertà e un aiuto nella ricerca di sua moglie se lo aiuterà nella sua attività per un certo periodo di tempo. Django diventa così un temibile pistolero, e insieme a Schultz cattura molti criminali. Esaurito il suo impegno, Django si mette in viaggio con il dottore per ritrovare la sua compagna. Scoprirà che è stata venduta a Calvin Candie, uno dei latifondisti più ricchi e spietati del Mississipi.
Dopo il nazismo, Tarantino investe con il suo occhio dissacrante la piaga dello schiavismo, e lo fa attraverso il genere che probabilmente ama di più: lo spaghetti western. La sceneggiatura manca della perfezione unitaria di Inglorious Basterds, dato che appare nettamente spezzata in due tra la liberazione di Django e il suo arrivo a Candieland, e il momento di passaggio tra i due spezzoni subisce un deciso calo di ritmo. Per il resto, tuttavia, la trama è letteralmente esplosiva, tra dialoghi magnifici - su tutti quello tra i membri della spedizione punitiva in stile Ku Klux Klan, continui colpi di scena e scene d'azione adrenaliniche. Tarantino pesca a piene mani dal materiale pre-esistente, rielaborando gli stilemi del genere e arricchendoli di nuovi significati. Il citazionismo tarantiniano non è mai fine a sè stesso, ma è sempre teso ad arricchire la trama e la sua evoluzione, omaggiando con fedeltà i classici del genere e superandoli al tempo stesso.
La fotografia usa con abilità il colore e le luci per creare un effetto ottico ricco e visivamente forte, in linea con quello degli spaghetti western ma anche con il pulp che Tarantino stesso ha elevato a genere maggiore. La regia è solida e ispirata, e mantiene alti ritmo e tensione per tutto il film, fatto salvo il già citato momento di rallentamento centrale. La colonna sonora, tra pezzi originali e citazioni dei grandi classici del genere, riesce a essere, come nella tradizione degli spaghetti western e delle musiche di Morricone, non solo commento musicale, ma vero e proprio elemento di sceneggiatura, che genera le atmosfere del film anzichè limitarsi a commentarle.
Come spesso accade nei film di Tarantino, tuttavia, il vero valore aggiunto sono i personaggi, caratterizzati riccamente e con grande attenzione, e sorretti dalla prova eccezionale degli attori. Jamie Foxx è un cowboy fisico e con grande presenza scenica, solo apparentemente "sottotono" rispetto agli altri, cui in realtà ruba spesso la scena, risultando credibile anche in momenti in cui sarebbe molto facile risultare ridicolo. Di Caprio sfodera l'ennesima prestazione eccezionale, interpretando un latifondista spietato, arricchito e calcolatore e confermando ancora una volta le sue eccezionali doti attoriali, di cui solo i membri dell'Academy sembrano non volersi accorgere. Samuel L. Jackson accetta con grande coraggio il ruolo di un negriero di colore, "la feccia della feccia", regalando alcuni tra i momenti migliori del film con i suoi dialoghi e le sue espressioni facciali. Su tutti spicca, ancora una volta, Christoph Waltz, semplicemente perfetto nella parte del Dr. Schultz. Ironico e spietato, divertente e determinato, il suo personaggio conquista e convince fin dalla prima scena, e si mantiene ad altissimo livello fino allo splendido finale. Resta un mistero come un attore di questo livello sia rimasto un quasi sconosciuto fino a pochi anni fa: lode a Tarantino per aver dimostrato, ancora una volta, le sue doti di talent scout.
Django è un film parzialmente imperfetto, che trova però nei suoi eccessi e nei suoi difetti la linfa vitale che lo rendono un film eccezionale, che porta un cinema dichiaratamente di genere ai livelli del cinema d'autore. Tarantino regala un film che, oltre a far divertire ed emozionare, riesce a fare anche critica sociale su uno dei momenti più bui della storia statunitense, e, perchè no, anche della cronaca contemporanea. Per quanto inferiore a Inglorious Basterds, il film resta eccezionale per la capacità di coniugare spettacolarità e cinema d'autore, citazionismo e originalità, in un collage di passato e presente che non può non conquistare. Il finale, poi, tra le citazioni di Trinità e del finale de Il buono, il brutto, e il cattivo, è una gioia che vale da solo il film.
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Pier
lunedì 28 gennaio 2013
Frankenweenie
Il cuore e la scienza
Victor è un bambino brillante ma poco socievole, il cui migliore amico è il cagnolino Sparky. Quando questi muore investito da un'auto, Victor sfrutta le sue conoscenze scientifiche sull'elettricità e riesce a riportarlo in vita. Victor cerca di tenere nascosta la notizia, e per qualche tempo ci riesce. Un giorno, tuttavia, la resurrezione di Sparky viene scoperta da alcuni compagni di classe del bambino, con conseguenze del tutto inattese.
Tratto da un corto girato dallo stesso Burton nel 1984, Frankenweenie rappresenta le radici cinematografiche del regista. Tutti i temi chiave della poetica burtoniana sono già presenti, dall'amore per gli animali al protagonista diverso e asociale, ma intimamente buono e sensibile. L'insegnante di scienze di Victor gli dice che gli esperimenti, per funzionare, devono essere fatti con il cuore: la stessa cosa sembra vera per i film di Burton, e questo film lo dimostra. L'amore del regista per questa fiaba gotica, riproposizione in chiave infantile del mito di Frankestein, fa sì che il film sia permeato da una dolcezza e da una poesia uniche, capace di coinvolgere lo spettatore e di rendere credibile l'incredibile. La storia di Victor ricorda da vicino quella di Edward Mani di Forbice, ed è caratterizzata dalla stessa dicotomia tra bellezza dell'anima e bellezza esteriore. Sparky, antenato dello Zero di Nightmare Before Christmas e del Briciolo de La sposa cadavere, è il simbolo dell'innocenza dell'infanzia, della nostalgia per un'età in cui si pensa che tutto sia possibile se lo si desidera veramente.
La nostalgia per l'infanzia si traduce in nostalgia per il cinema delle origini, cui il film rende chiaramente omaggio sia nella scelta del genere horror, sia nell'uso di un bianco e nero utilizzato con fare espressionista, attraverso giochi d'ombre e chiaroscuri. La fotografia e l'animazione sono di altissimo livello, e conferiscono al film quell'atmosfera d'altri tempi, un po' spettrale e un po' onirica, che ne costituisce il tratto distintivo. Burton torna a realizzare un film a cui tiene veramente, in cui si riconosce non solo per lo "stile", ma anche per le tematiche e per l'identificazione nel protagonista. Non è un caso che i suoi film meno riusciti, come Alice e Il pianeta delle scimmie, fossero storie non originali, più esercizi "visivi" di maniera che opere vicine alla sua poetica.
Frankenweenie ci insegna che a generare mostri non è il sonno della ragione, ma quello del cuore, che mira solo al conseguimento di un premio e di un obiettivo, senza curarsi degli affetti e dei sogni. Il messaggio è valido non solo per lo spettatore, ma anche per il regista, che torna finalmente a realizzare un film che fa sognare non solo per l'estetica, ma anche per i contenuti.
****
Pier
Victor è un bambino brillante ma poco socievole, il cui migliore amico è il cagnolino Sparky. Quando questi muore investito da un'auto, Victor sfrutta le sue conoscenze scientifiche sull'elettricità e riesce a riportarlo in vita. Victor cerca di tenere nascosta la notizia, e per qualche tempo ci riesce. Un giorno, tuttavia, la resurrezione di Sparky viene scoperta da alcuni compagni di classe del bambino, con conseguenze del tutto inattese.
Tratto da un corto girato dallo stesso Burton nel 1984, Frankenweenie rappresenta le radici cinematografiche del regista. Tutti i temi chiave della poetica burtoniana sono già presenti, dall'amore per gli animali al protagonista diverso e asociale, ma intimamente buono e sensibile. L'insegnante di scienze di Victor gli dice che gli esperimenti, per funzionare, devono essere fatti con il cuore: la stessa cosa sembra vera per i film di Burton, e questo film lo dimostra. L'amore del regista per questa fiaba gotica, riproposizione in chiave infantile del mito di Frankestein, fa sì che il film sia permeato da una dolcezza e da una poesia uniche, capace di coinvolgere lo spettatore e di rendere credibile l'incredibile. La storia di Victor ricorda da vicino quella di Edward Mani di Forbice, ed è caratterizzata dalla stessa dicotomia tra bellezza dell'anima e bellezza esteriore. Sparky, antenato dello Zero di Nightmare Before Christmas e del Briciolo de La sposa cadavere, è il simbolo dell'innocenza dell'infanzia, della nostalgia per un'età in cui si pensa che tutto sia possibile se lo si desidera veramente.
La nostalgia per l'infanzia si traduce in nostalgia per il cinema delle origini, cui il film rende chiaramente omaggio sia nella scelta del genere horror, sia nell'uso di un bianco e nero utilizzato con fare espressionista, attraverso giochi d'ombre e chiaroscuri. La fotografia e l'animazione sono di altissimo livello, e conferiscono al film quell'atmosfera d'altri tempi, un po' spettrale e un po' onirica, che ne costituisce il tratto distintivo. Burton torna a realizzare un film a cui tiene veramente, in cui si riconosce non solo per lo "stile", ma anche per le tematiche e per l'identificazione nel protagonista. Non è un caso che i suoi film meno riusciti, come Alice e Il pianeta delle scimmie, fossero storie non originali, più esercizi "visivi" di maniera che opere vicine alla sua poetica.
Frankenweenie ci insegna che a generare mostri non è il sonno della ragione, ma quello del cuore, che mira solo al conseguimento di un premio e di un obiettivo, senza curarsi degli affetti e dei sogni. Il messaggio è valido non solo per lo spettatore, ma anche per il regista, che torna finalmente a realizzare un film che fa sognare non solo per l'estetica, ma anche per i contenuti.
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Pier
sabato 26 gennaio 2013
Operazione Zero Dark Thirty
La lentezza di un'ossessione
Dopo l'attacco alle Torri Gemelle, gli Stati Uniti hanno iniziato una guerra senza quartiere contro Al-Qaeda, e in particolare contro il suo esponente di punta, lo sceicco Osama Bin Laden. La caccia all'uomo si è protratta per quasi dieci anni, fino a quando il covo di Bin Laden è stato identificato in un complesso residenziale in Pakistan, grazie al lavoro ininterrotto di una coraggiosa agente CIA, che ha seguito una pista che molti credevano essere senza speranza.
Nel tentativo di fugare le accuse di misoginia (poche donne produttrici di spicco, poche donne regista) che da anni le piovono addosso senza sosta, Hollywood ha di recente intrapreso un'opera di ristrutturazione della sua immagine pubblica, nel tentativo di mostrare apertura e considerazione verso il mondo femminile. Di quest'opera hanno beneficiato in tante, tra cui Sofia Coppola, autrice di un primo tempo eccezionale (Lost in Translation) e di un secondo tempo e di una manciata di film che è difficile definire più che mediocri.
La vera miracolata di questa operazione di restyling dell'immagine di Hollywood e dell'Academy è però Kathryn Bigelow. Intendiamoci, la regista statunitense è brava e realizza film intensi e forti, toccando temi che altri non osano affrontare. Il suo uso della macchina da presa, tuttavia, non è nulla di eccezionale. Ciononostante, ha vinto una valanga di Oscar in quello che doveva essere l'anno del trionfo di Avatar. Il film non è particolarmente amato dal sottoscritto, ma solitamente film di questo tipo (qualcuno ha detto Titanic?) vengono sempre ricoperti di statuette. Invece, l'Academy ha deciso di far vincere un film indipendente sulla guerra in Iraq, passato quasi inosservato alla Mostra del Cinema di Venezia, casualmente diretto dalla ex moglie di Cameron, facendo così fiorire una selva di commenti sulla forza delle donne, sull'indipendenza femminile, sulla "moglie che batte l'ex marito fedifrago", e via andando di stereotipi.
Perchè questo cappello introduttivo? Perchè Operazione Zero Dark Thirty è, come The Hurt Locker, un film sopravvalutato, che però ha fatto incetta di nomination. Certo, la regia è solida e curata, e le scene di tortura sono raccontate con una durezza e una forza non comuni. E certo, Jessica Chastain conferma ancora una volta di essere un'attrice eccellente, capace di mille sfumature all'interno della stessa scena (perfetta in questo senso la sequenza finale) e di dominare lo schermo con la forza delle sue intenzioni. Il film però non va oltre uno scolastico tentativo di raccontare l' "ossessione Osama", attraverso scene disconnesse tra loro e ripetitive, con un ritmo quasi assente nella prima parte e zoppicante nella seconda.
L'evoluzione del personaggio della Chastain è rigida e procede a scatti, e manca totalmente dell'approfondimento psicologico che aveva invece ricevuto il personaggio di Jeremy Renner in The Hurt Locker. Il film soffre di una scrittura ripetitiva ed autocompiaciuta, che ha breve guizzi di vita in alcuni dialoghi tra la Chastain e altri agenti CIA, ma che per il resto soffre di una totale incapacità di creare tensione ed interesse nello spettatore, che rischia anzi spesso di cadere vittima del torpore che sembra attanagliare anche alcuni membri CIA. Il film è inoltre ricco di stereotipi cari al cinema di genere, dalla giovane donna che combatte il maschilismo e il testosterone dei capi, all'amica morta da vendicare, passando per i militari USA che, anche se torturano i prigionieri, in fondo non fanno altro che "compiere il proprio lavoro", e rimangono comunque dei bravi esseri umani.
Operazione Zero Dark Thirty è un film dignitoso, ma assolutamente lontano dagli standard di qualità che dovrebbe avere un film indipendente nominato agli Oscar: l'Academy solitamente "perdona" i difetti solo con i grandi blockbuster come Titanic o lo stesso Avatar, ma premia la qualità degli indipendenti, come dimostrano le vittorie degli ultimi due anni. Viene quindi il sospetto che, ancora una volta, la Bigelow benefici del suo essere donna nell'ottenere considerazione, in una sorta di misoginia al contrario, un'applicazione delle "quote rosa" al cinema che, personalmente, trovo ancora più odioso della discriminazione che vorrebbe combattere.
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Pier
Dopo l'attacco alle Torri Gemelle, gli Stati Uniti hanno iniziato una guerra senza quartiere contro Al-Qaeda, e in particolare contro il suo esponente di punta, lo sceicco Osama Bin Laden. La caccia all'uomo si è protratta per quasi dieci anni, fino a quando il covo di Bin Laden è stato identificato in un complesso residenziale in Pakistan, grazie al lavoro ininterrotto di una coraggiosa agente CIA, che ha seguito una pista che molti credevano essere senza speranza.
Nel tentativo di fugare le accuse di misoginia (poche donne produttrici di spicco, poche donne regista) che da anni le piovono addosso senza sosta, Hollywood ha di recente intrapreso un'opera di ristrutturazione della sua immagine pubblica, nel tentativo di mostrare apertura e considerazione verso il mondo femminile. Di quest'opera hanno beneficiato in tante, tra cui Sofia Coppola, autrice di un primo tempo eccezionale (Lost in Translation) e di un secondo tempo e di una manciata di film che è difficile definire più che mediocri.
La vera miracolata di questa operazione di restyling dell'immagine di Hollywood e dell'Academy è però Kathryn Bigelow. Intendiamoci, la regista statunitense è brava e realizza film intensi e forti, toccando temi che altri non osano affrontare. Il suo uso della macchina da presa, tuttavia, non è nulla di eccezionale. Ciononostante, ha vinto una valanga di Oscar in quello che doveva essere l'anno del trionfo di Avatar. Il film non è particolarmente amato dal sottoscritto, ma solitamente film di questo tipo (qualcuno ha detto Titanic?) vengono sempre ricoperti di statuette. Invece, l'Academy ha deciso di far vincere un film indipendente sulla guerra in Iraq, passato quasi inosservato alla Mostra del Cinema di Venezia, casualmente diretto dalla ex moglie di Cameron, facendo così fiorire una selva di commenti sulla forza delle donne, sull'indipendenza femminile, sulla "moglie che batte l'ex marito fedifrago", e via andando di stereotipi.
Perchè questo cappello introduttivo? Perchè Operazione Zero Dark Thirty è, come The Hurt Locker, un film sopravvalutato, che però ha fatto incetta di nomination. Certo, la regia è solida e curata, e le scene di tortura sono raccontate con una durezza e una forza non comuni. E certo, Jessica Chastain conferma ancora una volta di essere un'attrice eccellente, capace di mille sfumature all'interno della stessa scena (perfetta in questo senso la sequenza finale) e di dominare lo schermo con la forza delle sue intenzioni. Il film però non va oltre uno scolastico tentativo di raccontare l' "ossessione Osama", attraverso scene disconnesse tra loro e ripetitive, con un ritmo quasi assente nella prima parte e zoppicante nella seconda.
L'evoluzione del personaggio della Chastain è rigida e procede a scatti, e manca totalmente dell'approfondimento psicologico che aveva invece ricevuto il personaggio di Jeremy Renner in The Hurt Locker. Il film soffre di una scrittura ripetitiva ed autocompiaciuta, che ha breve guizzi di vita in alcuni dialoghi tra la Chastain e altri agenti CIA, ma che per il resto soffre di una totale incapacità di creare tensione ed interesse nello spettatore, che rischia anzi spesso di cadere vittima del torpore che sembra attanagliare anche alcuni membri CIA. Il film è inoltre ricco di stereotipi cari al cinema di genere, dalla giovane donna che combatte il maschilismo e il testosterone dei capi, all'amica morta da vendicare, passando per i militari USA che, anche se torturano i prigionieri, in fondo non fanno altro che "compiere il proprio lavoro", e rimangono comunque dei bravi esseri umani.
Operazione Zero Dark Thirty è un film dignitoso, ma assolutamente lontano dagli standard di qualità che dovrebbe avere un film indipendente nominato agli Oscar: l'Academy solitamente "perdona" i difetti solo con i grandi blockbuster come Titanic o lo stesso Avatar, ma premia la qualità degli indipendenti, come dimostrano le vittorie degli ultimi due anni. Viene quindi il sospetto che, ancora una volta, la Bigelow benefici del suo essere donna nell'ottenere considerazione, in una sorta di misoginia al contrario, un'applicazione delle "quote rosa" al cinema che, personalmente, trovo ancora più odioso della discriminazione che vorrebbe combattere.
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Pier
giovedì 10 gennaio 2013
The Master
L'epica del potere
Freddie Quell è un reduce della Seconda Guerra Mondiale. La guerra lo ha segnato profondamente a livello psicologico, e ogni tentativo di cura e reinserimento nella società sembra destinato a fallire. Ossessionato da sesso e alcool, che distilla anche in proprio, Freddie sembra destinato a una vita da emarginato, fino a quando non incontra Lancaster Dodd, un intellettuale poliedrico a capo di un movimento parareligioso, che sostiene di poter aiutare Freddie. Inizialmente attratto dal nuovo metodo e dalle sue capacità introspettive, la recalcitranza di Freddie a ogni tipo di autorità diverrà al tempo stesso motivo di contrasto e di fascinazione per Dodd, nonostante le proteste della moglie, energico braccio destro dell'intellettuale, decisa a difendere a ogni costo le idee del marito dalle critiche.
Dopo l'epica del denaro e dell'avidità de Il Petroliere, Paul Thomas Anderson usa la storia della fondazione di una setta religiosa come pretesto per indagare il ruolo che il potere ricopre nelle nostre vite. Chi cercava un film su Scientology rimarrà probabilmente deluso: Anderson non è interessato alla setta in quanto tale, ma alle motivazioni che portano gli uomini a cercare qualcuno che li comandi. Dodd, in grado di attrarre a sè e di convincere a seguirlo migliaia di persone, è affascinato da Quell per la sua capacità di vivere senza sottostare a nessuno, per la sua capacità di essere un cavallo selvaggio in un mondo di recinti. La scena della "gara" in motocicletta rappresenta alla perfezione il rapporto tra i due, con Freddie che cerca di seguire i dettami di Dodd, ma finisce invece per rompere le briglie e far sì che sia Dodd a voler seguire lui.
Freddie Quell è un reduce della Seconda Guerra Mondiale. La guerra lo ha segnato profondamente a livello psicologico, e ogni tentativo di cura e reinserimento nella società sembra destinato a fallire. Ossessionato da sesso e alcool, che distilla anche in proprio, Freddie sembra destinato a una vita da emarginato, fino a quando non incontra Lancaster Dodd, un intellettuale poliedrico a capo di un movimento parareligioso, che sostiene di poter aiutare Freddie. Inizialmente attratto dal nuovo metodo e dalle sue capacità introspettive, la recalcitranza di Freddie a ogni tipo di autorità diverrà al tempo stesso motivo di contrasto e di fascinazione per Dodd, nonostante le proteste della moglie, energico braccio destro dell'intellettuale, decisa a difendere a ogni costo le idee del marito dalle critiche.
Dopo l'epica del denaro e dell'avidità de Il Petroliere, Paul Thomas Anderson usa la storia della fondazione di una setta religiosa come pretesto per indagare il ruolo che il potere ricopre nelle nostre vite. Chi cercava un film su Scientology rimarrà probabilmente deluso: Anderson non è interessato alla setta in quanto tale, ma alle motivazioni che portano gli uomini a cercare qualcuno che li comandi. Dodd, in grado di attrarre a sè e di convincere a seguirlo migliaia di persone, è affascinato da Quell per la sua capacità di vivere senza sottostare a nessuno, per la sua capacità di essere un cavallo selvaggio in un mondo di recinti. La scena della "gara" in motocicletta rappresenta alla perfezione il rapporto tra i due, con Freddie che cerca di seguire i dettami di Dodd, ma finisce invece per rompere le briglie e far sì che sia Dodd a voler seguire lui.
Nell'analisi dei rapporti di potere centrale è anche la moglie di Dodd, vero e proprio "master" della setta, eminenza grigia che con mano sicura guida il marito nelle sue uscite pubbliche e difende la setta da ogni attacco, con mezzi più o meno leciti. Per lei Freddie è un pericolo, una variabile impazzita all'interno della perfetta equazione che ha disegnato intorno al marito: non è affascinata da lui, ma è preccupata dalla pericolosa influenza che sembra esercitare su Dodd, influenza che potrebbe privarla del suo potere su di lui.
"Tutti hanno bisogno di un capo", dice Dodd a Freddie, perchè tutti hanno bisogno di qualcosa o qualcuno da seguire. I due protagonisti seguono due strade speculari, con Freddie che cerca disperatamente di integrarsi, di far parte di qualcosa, mentre Dodd anela a quella libertà che predica, ma che per lui è soltanto un ricordo. Il fallimento di entrambi i loro percorsi sembra preludere a una fine e a un nuovo inizio, che però Anderson, attraverso la tecnica della ring composition, fa coincidere con l'inizio di tutta la vicenda. Come ne Il Petroliere, i protagonisti sono parte di grandi scene drammatiche e preda di titaniche forze che non riescono a controllare, eroi di un poema epico moderno in cui la grande impresa non è più conquistare un tesoro o una città, ma conquistare se stessi.
Gli attori offrono una prova sontuosa, con un Joaquin Phoenix inquietante, commovente e stralunato, un Hoffman pacato ma tormentato, e un'Amy Adams nel ruolo per lei inedito di un personaggio duro, direttivo e calcolatore. Sarebbe davvero sorprendente se nessuno dei tre venisse premiato con un Oscar.
La realizzazione è praticamente perfetta a livello tecnico, con fotografia, montaggio e sonoro che si uniscono armonicamente per rappresentare le due anime dei protagonisti, frustrate nel loro tentativo di autorealizzazione. La trama è un po' troppo diluita, con il ritmo che rallenta un po' in alcuni punti, ma senza per questo intaccare la maestosità dell'insieme. Resta tuttavia il dubbio che una maggiore concisione avrebbe giovato alla forza del messaggio, enfatizzando i punti centrali del racconto e mantenendo l'attenzione dello spettatore.
The Master è un film forte e potente che, seppur inferiore al Petroliere, pone l'accento su un tema centrale per le società di ogni tempo, e per quella contemporanea in particolare. L'abilità di Anderson nell'analizzare le grandi passioni umane del nostro tempo si dimostra intatta, e la forza del messaggio arriva con meno violenza che ne Il Petroliere, ma entra comunque dentro e accompagna le riflessioni dello spettatore.
**** 1/2
Pier
"Tutti hanno bisogno di un capo", dice Dodd a Freddie, perchè tutti hanno bisogno di qualcosa o qualcuno da seguire. I due protagonisti seguono due strade speculari, con Freddie che cerca disperatamente di integrarsi, di far parte di qualcosa, mentre Dodd anela a quella libertà che predica, ma che per lui è soltanto un ricordo. Il fallimento di entrambi i loro percorsi sembra preludere a una fine e a un nuovo inizio, che però Anderson, attraverso la tecnica della ring composition, fa coincidere con l'inizio di tutta la vicenda. Come ne Il Petroliere, i protagonisti sono parte di grandi scene drammatiche e preda di titaniche forze che non riescono a controllare, eroi di un poema epico moderno in cui la grande impresa non è più conquistare un tesoro o una città, ma conquistare se stessi.
Gli attori offrono una prova sontuosa, con un Joaquin Phoenix inquietante, commovente e stralunato, un Hoffman pacato ma tormentato, e un'Amy Adams nel ruolo per lei inedito di un personaggio duro, direttivo e calcolatore. Sarebbe davvero sorprendente se nessuno dei tre venisse premiato con un Oscar.
La realizzazione è praticamente perfetta a livello tecnico, con fotografia, montaggio e sonoro che si uniscono armonicamente per rappresentare le due anime dei protagonisti, frustrate nel loro tentativo di autorealizzazione. La trama è un po' troppo diluita, con il ritmo che rallenta un po' in alcuni punti, ma senza per questo intaccare la maestosità dell'insieme. Resta tuttavia il dubbio che una maggiore concisione avrebbe giovato alla forza del messaggio, enfatizzando i punti centrali del racconto e mantenendo l'attenzione dello spettatore.
The Master è un film forte e potente che, seppur inferiore al Petroliere, pone l'accento su un tema centrale per le società di ogni tempo, e per quella contemporanea in particolare. L'abilità di Anderson nell'analizzare le grandi passioni umane del nostro tempo si dimostra intatta, e la forza del messaggio arriva con meno violenza che ne Il Petroliere, ma entra comunque dentro e accompagna le riflessioni dello spettatore.
**** 1/2
Pier
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