mercoledì 15 aprile 2009

Tiberio Murgia - I dimenticati: puntata 4

Per una di quelle casualità un po' assurde che spesso capitano nel mondo del cinema, il sardo Tiberio Murgia (1929) è diventato il più celebre caratterista siciliano della commedia all'italiana.

Fu scoperto da Mario Monicelli nel 1958, quando il regista lo notò mentre lavorava come cameriere in un ristorante di Roma, affidandogli il ruolo di Ferribotte ne I soliti ignoti.


Date le sue origini, Murgia è sempre stato doppiato lungo tutto la sua carriera. Tuttavia, quello che rimane nella memoria è la sua straordinaria mimica facciale, con gli occhi spesso socchiusi, perfette per rappresentare lo stereotipo del siciliano sospettoso e diffidente.

Murgia lavorò in altri due capolavori di Monicelli, La grande guerra e La ragazza con la pistola. Nel primo, in particolare, è indimenticabile l'interpretazione del soldato Nicotra, la cui caratterizzazione contribuisce a creare molte delle scene comiche del film grazie al confronto con il “milanese” Gassman e il romano Sordi.


Nella sua lunga carriera ha lavorato anche con Vittorio De Sica, Totò, Franco e Ciccio.
Nel 1988, nel film Operazione pappagallo, recita per la prima volta con la sua vera voce.

Murgia rimarrà per sempre nella memoria collettiva come il Ferribotte de I soliti ignoti, ma moltissimi altri suoi film sono e resteranno delle pietre miliari della commedia italiana. 

Qui sotto trovate una sua intervista, in cui ripercorre la sua carriera e potrete sentire, finalmente, la sua vera voce.


Alla prossima settimana!

Pier

lunedì 13 aprile 2009

Duplicity

Un thriller con troppe contraddizioni



Attendevo con una certa curiosità Duplicity per una serie di motivi: perchè avevo apprezzato molto il precedente film di Tony Gilroy, Michael Clayton; perchè la trama, che vede due ex agenti segreti allearsi per imbrogliare due multinazionali dei cosmetici, sembrava interessante; e, infine, perchè prometteva di essere un bel film di spionaggio, genere che da sempre mi appassiona.


Devo dire che la delusione è stata abbastanza forte. Parlandone razionalmente, Duplicity non è così malvagio: la regia è comunque apprezzabile, e Julia Roberts e Clive Owen formano una bella coppia. Resta però l'amaro in bocca, perchè il film si butta via per eccesso di narcisismo.


La sequenza iniziale è bellissima, ma illude riguardo a ciò che seguirà: un film pieno di ripetizioni, con poche scene di suspence e dialoghi che diventano via via sempre più scontati.

Le dinamiche della truffa sono eccessivamente complesse, e presentano numerose contraddizioni. Gilroy abusa, fino a renderli stucchevoli, di alcuni espedienti cinematografici di per sé pregevoli, come la composizione del video a mosaico e il flashback.


Nota di merito del film, le splendide interpretazioni di Paul Giamatti e Tom Wilkinson, perfetti nei ruoli degli avidi proprietari delle multinazionali in lotta tra loro.


Duplicity paga la sua incapacità di scegliere un registro preciso, e finisce per essere un ibrido tra commedia, thriller e giallo, senza riuscire realmente a divertire, emozionare o stupire.


**

Pier

mercoledì 8 aprile 2009

Carlo Pisacane - I dimenticati: puntata 3


Spesso ci si dimentica quanto abbiano dato al cinema italiano i caratteristi. Numerosi capolavori della nostra commedia sono stati arricchiti e resi indimenticabili dalla presenza di questi personaggi, specializzati in quei piccoli ruoli che davano sapore e realismo alla storia.

Per questo, nelle prossime puntate de "I Dimenticati" ci occuperemo di loro, dei grandi caratteristi, a cominciare da Carlo Pisacane (1891-1974).

Pisacane , napoletano, ha recitato in più di settanta film durante la sua carriera.
Divenne famoso con il nome d'arte di Capannelle, il famelico vecchietto bolognese da lui interpretato ne I soliti ignoti e che gli diede notorietà, grazie soprattutto alla celebre scena della pasta e ceci e alla sua "tenuta da ladro".



Prima del film di Monicelli, Pisacane aveva già lavorato in Paisà di Rossellini, dove appare durante la sequenza dell'arrivo dei soldati al villaggio.
Altri suoi personaggi indimenticabili sono il padre di Alberto Sordi ne Il vigile, fannullone e perdigiorno come il figlio, e l'ebreo Abacuc de L'armata Brancaleone.
In quest'ultimo ruolo, Pisacane è eccezionale per la sua capacità di generare risate con il solo uso della voce o dell'espressione del viso, sfruttando appieno il potenziale comico del finto italiano antico creato da Monicelli per il film.


Pisacane lavorò anche con Pasolini e Zeffirelli, con il quale concluse la sua lunga carriera.

Chiunque abbia visto un suo film, in particolare i due di Monicelli, non può dimenticare la sua espressione, la comicità pura, quasi da commedia dell'arte, che scaturisce da ogni suo gesto.
Capannelle è stato uno dei grandi della commedia italiana, e si è ritagliato il suo ruolo nella storia del cinema con piccole parti, che rimangono però indelebilmente impresse nella memoria dello spettatore.

Appuntamento a mercoledì prossimo, con Tiberio Murgia.

Pier

martedì 7 aprile 2009

Gli amici del bar Margherita

Cinismo e simpatia nella nuova commedia di Pupi Avati


L'ultimo film di Pupi Avati, Gli amici del bar Margherita, racconta le vicende di un gruppo di amici e del loro punto di ritrovo, il bar Margherita, visti attraverso gli occhi di un adolescente, "coso", che, a detta di Avati, dovrebbe rappresentare il suo alter ego. In un perfetto stile "amarcord" si rivivono degli stralci di vita quotidiana dell' anno 1954.

Come in perfetto stile monicelliano, Avati delinea magistralmente le personalità dei protagonisti tutti caratterizzati da diverse sfacettature, diversi sogni e diverse abitudini, ma condividendo l'abitudinaria vita che ruota intorno al Bar bolognese, centro nevralgico e punto di ritrovo. 

La nostalgia del regista è celata nelle rievocazioni delle abitudini passate, ascoltare le partite del Bologna alla radio, ritrovarsi ad un bar tra amici rigorosamente maschi, l'ascoltare il Festival di San Remo quando ancora rappresentava l'evento nazionale, le partite di biliardo. La Bologna dipinta nel film è una città a misura d'uomo dove tutti si conoscono e dove si sa tutto di tutti, dove i legami erano forti e il contatto umano massimo; non c'erano cellulari ne computer quindi il i bar, le strade e le piazze rappresentavano gli unici luoghi di socializzazione e comunicazione.

La nostalgia viene alternata costantemente con il cinismo con cui le diverse storie si intrecciano reciprocamente. "Coso" che nasconde la morte del nonno pur di continuare la sua festa, uno scherzo fatto ad un aspirante cantante (De Luigi) il cui sogno era di andare a San Remo, il matrimonio di un ingenuo semi-autistico (Marcorè) fatto saltare da un suo presunto amico (Abatantuono) con la complicità di una prostituta (Chiatti), la sadica presa in giro di Walter, vecchio proprierario del bar chiamato "Water".

Il film è bello e prezioso nel alternare situazioni comiche a pura cattiveria nel perfetto stile della commedia all' italiana. A differenza dei Mostri oggi (vedi precedente critica), non pretende di generalizzare il mal costume e il cinismo sociale, bensì lo circoscrive in un gruppo di amici aumentandone esponezialmente l'effetto in quanto velato e giustificato: Abantantuono fa saltare il matrimonio di Marcorè pensando di salvarlo, "Coso" nasconde la morte del nonno perchè deve conoscere una ragazza e lo scherzo a De Luigi viene accettato come disputa fra amici. E' in questa normalità che la cattiveria si rende più evidente e tragica, smorzata e insieme accentuata da varie situazioni tragicomiche.

***1/2

Alessandro

venerdì 3 aprile 2009

Teza

Presente, passato e futuro




Teza non è un semplice film: è il diario di un paese, il racconto della sua storia, delle sue sofferenze, dei suoi sogni. Attraverso un complesso intreccio di immagine del passato e del presente, racconta la vita di Anberber, etiope fuggito giovane dalla madrepatria per ritornarvi solo molti anni più tardi, dopo essere diventato un medico in Germania.

Quello che trova tornando a casa è un paese immutato e immutabile, che frena ben presto i suoi desideri di cambiamento, che finiscono per sostanziarsi in sogni e magici rituali, in cui il protagonista perviene ben presto a una crudele e totale disillusione: il potere è solo passato di mano, restano la corruzione e la prepotenza di chi lo detiene.

Il volto di Anderber diventa quello dell'Etiopia intera, che vive in una sorta di limbo tra il passato, fatto di tradizioni tribali e magia, e il futuro, sempre più moderno e tecnologico e quindi sempre più irrangiungibile. Quello che resta è un presente malinconico, dove tutto sembra essere già successo e tutto deve ancora succedere.

Gerima torna a parlare della storia del suo paese, e lo fa con uno sguardo molto più critico e disincantato rispetto al passato: le ideologie sono state abbattute e calpestate, e proprio da quelli che le avrebbero dovute difendere

Il film è pregevole e molto interessante, con alcuni momenti di grande cinema. La fotografia è splendida, e il ritratto dell'Africa post-coloniale è vivido e realistico.

La lunghezza è però eccessiva, e alcuni passaggi sono ripetitivi e retorici.

La pellicola di Gerima è una sorta di poema epico popolare, con tutti i suoi difetti e i suoi pregi, e ritrae con fulgido realismo l'anima di una nazione stanca e martoriata.

***1/2

Pier

mercoledì 1 aprile 2009

I mostri oggi

Un puro esercizio di cattiveria


Giunto al terzo episodio, l'ultimo film del ciclo "I mostri" si trova ad affrontare nuove categorie di immorali che popolano la società nel nuovo millennio. La pellicola è spezzettata in otto episodi che durano in media 10 minuti ciascuno.

La cosa che più mi ha colpito di questo film è la totale incapicità di far sorridere in situazione tragicomiche. Il riso amaro è da decenni tipico della commedia all'italiana, il punto nevralgico delle produzioni teatrali di De Filippo, dei film di registi come Zampa, Risi, Monicelli, De Sica, di attori come Tognazzi, Gassman, Sordi, Totò, e obiettivo primario dei film moderni di Verdone, unico grande erede di un patrimonio culturale e artistico tipico del Bel Paese. "I mostri oggi" fallisce completamente in ciò per cui era nato e aveva affrontato nei suoi precedenti capitoli, non strappa una risata in tutta la sala, e diventa un semplice esercizio di cattiveria.

Le storie raccontate sono amare, politicamente scorrette, ma irreali e distaccate; questi mini racconti non appassionano nè compassionano perchè mal costruiti sia logicamente che narrativamente. E' vero che per i corti di valore è necessario la mano di un maestro, ma le storie sono assurde, esagerate e sopratutto distaccate da una società che è si malata e priva di morale, ma raccontata troppo superficialmente nel film.

C'è poco da aggiungere, il film è brutto, non salvo nessuna storia e nessun attore. Vivamente sconsigliato.

*

Alessandro

martedì 31 marzo 2009

Luigi Zampa - I dimenticati: puntata 2


Luigi Zampa (1905 - 1991) è uno dei tanti, ottimi registi italiani attivi negli anni '50 e 60' di cui non viene riconosciuto il valore, solo per il fatto di aver lavorato nello stesso periodo di miti del nostro cinema come Visconti, De Sica e Rossellini.

E' evidente che Zampa non è al livello di questi mostri sacri, ma è altrettanto evidente che, se lavorasse ai giorni nostri, la sua capacità di realizzare film sinceri e profondi lo renderebbe uno dei migliori registi contemporanei.

Zampa ha alternato per tutta la sua carriera film di aperta denuncia e forte impegno sociale con commedie apparentemente spensierate, ma in realtà dotate della stessa carica critica di film considerati più "seri".

Uno dei suoi capolavori è Anni Difficili, amara satira sul comportamento della popolazione italiana durante il ventennio fascista. Attraverso la storia di un padre di famiglia, costretto a prendere la tessera del partito per non perdere il lavoro, Zampa racconta le ipocrisie e le contraddizioni di coloro che, pur non essendo apertamente fascisti, contribuirono con il loro silenzio al consolidamento della dittatura.


Il tema del silenzio-assenso della popolazione ritorna anche in quello che personalmente considero il film migliore di Zampa, Processo alla città. 
Partendo da un soggetto di Francesco Rosi, Zampa racconta il primo processo per camorra avvenuto a Napoli, evidenziando come le ramificazioni dell'associazione mafiosa si estendessero a ogni livello della popolazione; la forza e la violenza della denuncia sono eccezionali, e si sono dovuti attendere 52 anni perchè un film, nella fattispecie Gomorra, riuscisse ad eguagliarle.


Zampa ha anche realizzato tre film che hanno consacrato uno dei più grandi attori della commedia italiana: Alberto Sordi. Le pellicole in questione sono Il vigile, Il medico della mutua e Bello, onesto, immigrato Australia... , satire impietose del malcostume italiano e punto di partenza per uno dei capolavori di questo genere, Un borghese piccolo piccolo di Monicelli.



Questi titoli sono celebri, ma molti non ne conoscono il regista. Soprattutto, molti non riconoscono il grande lavoro autoriale di Zampa, in grado di realizzare film di ampio respiro politico e sociale, agendo nel solco della commedia all'italiana ma arrivando alle proprie originali conclusioni.

Pier