Seconda puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica in cui consiglio film che possono essere visti in streaming in Italia.
Ogni giorno tre film: un grande classico, un film da (ri)scoprire, e uno adatto anche ai ragazzi. Oggi la puntata è dedicata alle commedie.
I tre film consigliati sono:
1) I soliti ignoti (disponibile su RayPlay). Uno dei grandi classici della commedia all'italiana: Gassman, Mastroianni, Totò, Cardinale, e una marea di caratteristi d'eccezione (abbiamo parlato di tre di loro: Murgia, Pisacane, e Carotenuto). Una commedia esilarante ma al tempo stesso malinconica, ambientata in un'Italia dove c'è grande voglia di rinascita ma non troppe opportunità.
2) Monty Python e il Sacro Graal (disponibile su Netflix): un film che nei paesi anglofoni sarebbe considerato un classico ma che in Italia, complice la scarsa celebrità dei Python, può essere considerato da riscoprire. Un concentrato dell'irresistibile humor surreale dei Python, che satireggiano la saga di Re Artù e gli stereotipi del genere cavalleresco per creare una delle migliori commedie della storia.
3) Le 12 fatiche di Asterix (disponibile su Amazon Prime Video). Probabilmente il miglior adattamento cinematografico delle avventure dei Galli inventati da Goscinny e Uderzo: ben animato, avventuroso e, soprattutto, divertente, il film vede Asterix e Obelix alle prese con fatiche erculee, tra cui la più temibile è una che conosciamo bene: quella della burocrazia.
A domani per la terza puntata!
Pier
Visualizzazione post con etichetta Mario Monicelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mario Monicelli. Mostra tutti i post
domenica 15 marzo 2020
sabato 23 agosto 2014
Luciano Vincenzoni - I dimenticati: puntata 12
Nato a Treviso nel 1928, fin da ragazzino trascorreva giornate intere nell'unica sala cinematografica della sua città, grazie alla generosità del proprietario che, al prezzo di un unico biglietto, gli consentiva di entrare al primo spettacolo per uscire soltanto al termine dell'ultimo. All'inizio degli anni Quaranta sapeva già tutto del cinema italiano e di quello americano. Pur avendo compiuti studi in legge, era quindi destinato a far parte di quell'ambiente, anche per le sue doti di inventore di storie.
Vi entrò però solo per un colpo di fortuna. Durante la guerra volle offrire da bere a un concittadino di nome Tony Roma, ufficiale di Marina in libera uscita; questi, già alticcio, involontariamente approfittò troppo della generosità del ragazzo che però, mostrando già il carattere orgoglioso che l'avrebbe contraddistinto in seguito, non si tirò indietro. Qualche anno dopo, finita la guerra, in un periodo in cui la famiglia Vincenzoni se la passava male, Tony Roma, che nel frattempo aveva fatto fortuna e voleva investire nel cinema, tornò all'improvviso a bordo di un macchinone americano per sdebitarsi. Donò a Luciano cinque milioni, e lo portò con sè a Roma come produttore esecutivo di quello che rimarrà l'unico film da lui finanziato: Incantesimo tragico - Oliva (1951), di Mario Sequi. Fu un fiasco, ma Vincenzoni ormai aveva realizzato la sua aspirazione e non voleva più lasciare Roma, e decise di restare in attesa di un'altra occasione.
Questa arrivò grazie a una storia che aveva scritto anni prima ispirandosi a un fatto di cronaca: raccontava di un tranviere che viene ingiustamente sospeso dal lavoro e allora, nottetempo, ruba un tram dal deposito e raccoglie i nottambuli improvvisando una grande festa a base di danze e cibo, comparso per magia. Alla fine il tranviere viene processato, assolto e reintegrato sul posto di lavoro. Era una storia molto esile, che però descriveva bene lo spirito di un paese che usciva dalla guerra e aveva voglia di buoni sentimenti. Vincenzoni vedeva in Aldo Fabrizi l'interprete ideale del protagonista, perciò fece in modo d'incontrarlo. A Fabrizi la storia piacque, comprò il soggetto e incaricò Vincenzoni di scriverne anche la sceneggiatura, affiancandogli Ruggero Maccari. Il regista era Mario Bonnard, che però si ammalò presto e fu sostituito dall'aiuto, un giovane Sergio Leone, che fece così il suo esordio, pur non accreditato, dietro la macchina da presa. Il film, uscito nel 1954 col titolo Hanno rubato un tram e oggi purtroppo dimenticato, era un gioiellino e Vincenzoni ne trasse soddisfazione professionale ed economica.
I soldi però, com'era suo costume, li sperperò subito e anche il successo lo abbandonò presto. Un aiuto gli venne da Ennio Flaiano che lo aveva preso in simpatia. Un giorno lo accompagnò dal regista Hugo Fregonese, che stava iniziando le riprese di un film su una compagnia itinerante di attori, I girovaghi, con Carla Del Poggio e Peter Ustinov. Mancava il protagonista, perché Mastroianni aveva rifiutato, e il regista offrì la parte a Vincenzoni, che era di bell'aspetto. Questi, pur non avendo alcuna intenzione di fare l'attore, accettò solo per la paga di centomila lire al giorno. Poco prima di terminare le riprese, però, Vincenzoni litigò con il regista e abbandonò il set. Nelle ultime scene fu quindi sostituito da una controfigura, la quale risulterà poi accreditata come protagonista dell'intero film.
Poco dopo Vincenzoni conobbe un giovane cineasta squattrinato come lui, Pietro Germi. Insieme, nel 1955, realizzarono Il ferroviere. Il film, che aveva per protagonista lo stesso Germi, costò ottanta milioni e incassò un miliardo e duecento milioni. Pareva l'inizio di un grande sodalizio tra Germi e Vincenzoni. Tuttavia, entrambi avevano un pessimo carattere, e quindi il loro rapporto passava spesso dalla proficua collaborazione a furibonde litigate, che li portavano a interrompere anche per molti anni i loro rapporti. Il primo litigio avvenne proprio dopo il successo de Il ferroviere, lasciando Vincenzoni ancora una volta senza lavoro e senza soldi.
La sua situazione era disperata: tutto quel che possedeva, a parte i debiti, erano sette soggetti già pronti da realizzare e mille lire. Consapevole del valore del suo materiale e sapendo che Dino De Laurentiis aveva fama di produttore scontroso ma illuminato, utilizzò le mille lire per prendere un taxi che lo portasse nei suoi uffici, dall'altra parte di Roma. Vincenzoni non conosceva De Laurentiis e non aveva appuntamento con lui; era insomma una follia, tipica di chi non ha più niente da perdere. A metà corsa il tassametro segnava già 1500 lire. Arrivato, Vincenzoni disse al tassista di aspettarlo, meditando di fuggire per i campi attigui se le cose fossero andate male.
Poco dopo Vincenzoni conobbe un giovane cineasta squattrinato come lui, Pietro Germi. Insieme, nel 1955, realizzarono Il ferroviere. Il film, che aveva per protagonista lo stesso Germi, costò ottanta milioni e incassò un miliardo e duecento milioni. Pareva l'inizio di un grande sodalizio tra Germi e Vincenzoni. Tuttavia, entrambi avevano un pessimo carattere, e quindi il loro rapporto passava spesso dalla proficua collaborazione a furibonde litigate, che li portavano a interrompere anche per molti anni i loro rapporti. Il primo litigio avvenne proprio dopo il successo de Il ferroviere, lasciando Vincenzoni ancora una volta senza lavoro e senza soldi.
La sua situazione era disperata: tutto quel che possedeva, a parte i debiti, erano sette soggetti già pronti da realizzare e mille lire. Consapevole del valore del suo materiale e sapendo che Dino De Laurentiis aveva fama di produttore scontroso ma illuminato, utilizzò le mille lire per prendere un taxi che lo portasse nei suoi uffici, dall'altra parte di Roma. Vincenzoni non conosceva De Laurentiis e non aveva appuntamento con lui; era insomma una follia, tipica di chi non ha più niente da perdere. A metà corsa il tassametro segnava già 1500 lire. Arrivato, Vincenzoni disse al tassista di aspettarlo, meditando di fuggire per i campi attigui se le cose fossero andate male.
Fece irruzione nell'ufficio di De Laurentiis e mancò poco che questi chiamasse la polizia. Per fortuna, in quel momento c'era in ufficio Carlo Lizzani, che conosceva Vincenzoni e garantì per lui. Dino gli concesse allora un quarto d'ora, ma le storie di Vincenzoni lo interessarono a tal punto che, dopo due ore, gli disse che gli avrebbe comprato tutti i sette soggetti, tre dei quali - La grande guerra (1959, regia di Mario Monicelli), Il gobbo (1960, regia di Carlo Lizzani) e I due nemici (1961, regia di Guy Hamilton) - sarebbero stati immediatamente realizzati.Vincenzoni, che contava di guadagnare duecentomila lire, uscì con un milione per ciascun soggetto, un contratto di collaborazione per tre anni a un milione al mese e due milioni in contanti per le "piccole spese", tra cui il taxi.
Era ormai ricco, e presto sarebbe diventato anche famoso: i film da lui scritti per De Laurentiis ebbero infatti un buon successo di pubblico e critica. In particolare, La grande guerra, interpretato da Alberto Sordi e Vittorio Gassman, si aggiudicò il Leone d'Oro a Venezia nel 1959
Dopo diciannove film, però, anche la collaborazione con De Laurentiis finì in modo brusco: Vincenzoni si persuase che un collaboratore di Dino, geloso di lui, lo stesse boicottando e si dimise. Nel frattempo aveva riallacciato i rapporti con Germi, con il quale crearono la società di produzione RPA e realizzarono Sedotta e abbandonata (1964), che vinse il Nastro d'Argento per la miglior sceneggiatura. Si recarono poi a Parigi per discutere di un progetto di co-produzione internazionale per un film a episodi, poi non realizzato. I due intesero il soggiorno con diverso spirito: Germi era interessato alla visita di chiese e musei, mentre Vincenzoni preferiva dedicarsi ai divertimenti notturni. Pur di svicolare da Germi s'inventò addirittura come scusa una cena di lavoro con Zanuch, presidente della Fox. Germi, però, sospettoso, gli disse: "Se scopro che mi racconti bugie hai finito di lavorare con me". Questa frase preoccupò Vincenzoni, al punto da indurlo a recarsi veramente all'Elisée Matignon, ristorante e locale notturno parigino frequentato da tutto il mondo del cinema, a cercare Zanuch e avvicinarlo inventandosi qualcosa. Scoprì con angoscia che era partito il giorno prima. Vi era però Ilya Lopert, capo della United Artists. Vincenzoni si presentò a lui come sceneggiatore de La grande guerra, distribuito l'anno precedente in America proprio dalla United Artists (con enorme successo), ma non riuscì ad interessarlo finché non gli fece il nome di Germi - che l'anno precedente aveva vinto l'Oscar con Divorzio all'Italiana - inventandosi anche con lui che stavano trattando con la Fox per un contratto da ducentocinquantamila dollari. Al che Lopert gli disse: "Vi offro il doppio. Venite domani nel mio ufficio a firmare il contratto".
Era ormai ricco, e presto sarebbe diventato anche famoso: i film da lui scritti per De Laurentiis ebbero infatti un buon successo di pubblico e critica. In particolare, La grande guerra, interpretato da Alberto Sordi e Vittorio Gassman, si aggiudicò il Leone d'Oro a Venezia nel 1959
Dopo diciannove film, però, anche la collaborazione con De Laurentiis finì in modo brusco: Vincenzoni si persuase che un collaboratore di Dino, geloso di lui, lo stesse boicottando e si dimise. Nel frattempo aveva riallacciato i rapporti con Germi, con il quale crearono la società di produzione RPA e realizzarono Sedotta e abbandonata (1964), che vinse il Nastro d'Argento per la miglior sceneggiatura. Si recarono poi a Parigi per discutere di un progetto di co-produzione internazionale per un film a episodi, poi non realizzato. I due intesero il soggiorno con diverso spirito: Germi era interessato alla visita di chiese e musei, mentre Vincenzoni preferiva dedicarsi ai divertimenti notturni. Pur di svicolare da Germi s'inventò addirittura come scusa una cena di lavoro con Zanuch, presidente della Fox. Germi, però, sospettoso, gli disse: "Se scopro che mi racconti bugie hai finito di lavorare con me". Questa frase preoccupò Vincenzoni, al punto da indurlo a recarsi veramente all'Elisée Matignon, ristorante e locale notturno parigino frequentato da tutto il mondo del cinema, a cercare Zanuch e avvicinarlo inventandosi qualcosa. Scoprì con angoscia che era partito il giorno prima. Vi era però Ilya Lopert, capo della United Artists. Vincenzoni si presentò a lui come sceneggiatore de La grande guerra, distribuito l'anno precedente in America proprio dalla United Artists (con enorme successo), ma non riuscì ad interessarlo finché non gli fece il nome di Germi - che l'anno precedente aveva vinto l'Oscar con Divorzio all'Italiana - inventandosi anche con lui che stavano trattando con la Fox per un contratto da ducentocinquantamila dollari. Al che Lopert gli disse: "Vi offro il doppio. Venite domani nel mio ufficio a firmare il contratto".
Per la United Artists i due realizzarono nel 1965 Signore e signori, nel quale Vincenzoni raccontò la sua Treviso, con la quale non fu tenero: il film era infatti costituito da tre episodi nei quali vengono messi alla berlina i vizi della provincia italiana e l'indole ipocrita e pettegola dei suoi abitanti. Il film incontrò il successo del pubblico e della critica, al punto da vincere la Palma d'oro a Cannes (ex aequo con Un uomo e una donna di Lelouch), oltre al David per la miglior regia e il Nastro d'Argento per la miglior sceneggiatura, scritta, oltre che da Vincenzoni, anche da Age e Scarpelli e Flaiano.
Difficile pensare che a questo punto Vincenzoni potesse tornare in miseria, ma così andò, e i rapporti con Germi si guastarono di nuovo, questa volta definitivamente. Lo salvò la visita del vecchio amico Sergio Leone, conosciuto sul set di Hanno rubato un tram. Leone era reduce dal trionfo ottenuto con Per un pugno di dollari, ma gli avevano chiesto un seguito e temeva di fallire. Perciò chiese aiuto a Vincenzoni, pur non aspettandosi che un autore importante come lui avrebbe accettato di dedicarsi a uno "spaghetti western". Non poteva immaginare però che non avesse più una lira. Vincenzoni non poté che accettare, e scrisse insieme a Leone Per qualche dollaro in più (1965), che in Italia spopolò. Allora Vincenzoni chiamò Lopert, ormai grande amico, e gli consigliò di comprare i diritti per l'America. Lopert non solo lo fece, ma chiese se avevano in mente un seguito; Vincenzoni improvvisò una storia su tre banditi che durante la guerra di secessione cercano un tesoro e Lopert lo finanziò sulla fiducia con un milione di dollari. Divenne Il buono, il brutto e il cattivo (1966), l'ultimo della cosiddetta "trilogia del dollaro". Successivamente, per Leone Vincenzoni scrisse poi anche Giù la testa (1971).
Grazie ai film di Leone, Vincenzoni era diventato famoso anche in America: un giorno ricevette una telefonata di Billy Wilder - che considerava, insieme a Germi, il suo regista di riferimento - il quale gli offrì di lavorare insieme alla sceneggiatura di Che cosa è successo tra mio padre e tuo madre? (1972), ambientato a Ischia. Fu l'inizio di un soggiorno a Hollywood, durato diversi anni, nei quali Vincenzoni si conquistò la stima e l'amicizia dei più grandi divi americani. Sempre negli Stati Uniti, per conto di De Laurentiis (col quale era tornato in ottimi rapporti) realizzò L'orca assassina (1977), anche in veste di coproduttore.
Tornato in Italia lavorò ancora molto, scrivendo film meno riusciti, fra i quali vale la pena ricordare soprattutto i due con Steno, Piedone lo sbirro (1973) e La poliziotta (1974), e quello con Nuti, il poetico e surreale Casablanca Casablanca (1985). Il suo ultimo lavoro fu Malena di Tornatore, nel 2000.
Morto pochi mesi fa, Vincenzoni ha lasciato un'eredità senza lasciare eredi. La sua natura solitaria da un lato lo ha isolato dal contesto creativo e produttivo del cinema italiano, dove tutti formavano dei clan di amici dentro e fuori dal set, ma dall'altro gli ha permesso diventare il più internazionale dei nostri sceneggiatori, capace come nessun altro di negoziare con i produttori stranieri e di costruire con loro relazioni fondate unicamente sulla considerazione che per lui avevano i più importanti registi e attori del mondo, e che sono state assai proficue per il nostro cinema. Lo ha fatto senza secondi fini, con lo spirito dell'artista di talento che privilegia la voglia di divertirsi e non si comporta secondo l'interesse. A gratificarlo è stata la possibilità di svolgere il mestiere che amava, l'unico per cui si sentiva portato, che gli ha permesso di lavorare con quei personaggi che, dalla piccola sala di Treviso, gli apparivano come degli eroi lontani.
Giovanni M.
Grazie ai film di Leone, Vincenzoni era diventato famoso anche in America: un giorno ricevette una telefonata di Billy Wilder - che considerava, insieme a Germi, il suo regista di riferimento - il quale gli offrì di lavorare insieme alla sceneggiatura di Che cosa è successo tra mio padre e tuo madre? (1972), ambientato a Ischia. Fu l'inizio di un soggiorno a Hollywood, durato diversi anni, nei quali Vincenzoni si conquistò la stima e l'amicizia dei più grandi divi americani. Sempre negli Stati Uniti, per conto di De Laurentiis (col quale era tornato in ottimi rapporti) realizzò L'orca assassina (1977), anche in veste di coproduttore.
Tornato in Italia lavorò ancora molto, scrivendo film meno riusciti, fra i quali vale la pena ricordare soprattutto i due con Steno, Piedone lo sbirro (1973) e La poliziotta (1974), e quello con Nuti, il poetico e surreale Casablanca Casablanca (1985). Il suo ultimo lavoro fu Malena di Tornatore, nel 2000.
Morto pochi mesi fa, Vincenzoni ha lasciato un'eredità senza lasciare eredi. La sua natura solitaria da un lato lo ha isolato dal contesto creativo e produttivo del cinema italiano, dove tutti formavano dei clan di amici dentro e fuori dal set, ma dall'altro gli ha permesso diventare il più internazionale dei nostri sceneggiatori, capace come nessun altro di negoziare con i produttori stranieri e di costruire con loro relazioni fondate unicamente sulla considerazione che per lui avevano i più importanti registi e attori del mondo, e che sono state assai proficue per il nostro cinema. Lo ha fatto senza secondi fini, con lo spirito dell'artista di talento che privilegia la voglia di divertirsi e non si comporta secondo l'interesse. A gratificarlo è stata la possibilità di svolgere il mestiere che amava, l'unico per cui si sentiva portato, che gli ha permesso di lavorare con quei personaggi che, dalla piccola sala di Treviso, gli apparivano come degli eroi lontani.
Giovanni M.
sabato 28 maggio 2011
101 Frasi - #5
"Mi spiace. Ma io so' io. E voi nun siete un cazzo."
Perchè è memorabile: perchè è LA frase da dire quando si vuole darsi importanza. Perchè è arrogante, pecoreccia, terribilmente divertente.
Frase segnalata da: Fiero63Film: Il marchese del grillo
Attore/attrice: Alberto Sordi
Livello di memorabilità: *****
giovedì 17 marzo 2011
Amici miei - Come tutto ebbe inizio (ma anche no)
Appello alle masse
Questa non è una recensione, ma un'adesione accorata e spontanea all'appello che gira da un po' di tempo su Facebook (qui il link dell'evento): non andate a vedere "Amici miei - Come tutto ebbe inizio".
Dato però che Filmora vuole bene ai suoi lettori vi dò non una, non due, ma dieci buone ragioni per stare a casa a giocare con il gatto o il cane:
1) Noiret-Moschin-Tognazzi-Celi contro De Sica-Placido-Panariello-Ghini.
2) Perchè De Laurentiis deve imparare che non si gioca con i pezzi di storia. Altrimenti tra qualche anno ci ritroviamo pure con "I soliti ignoti e il ritorno dello Jedi", "8 e tre quarti" e "Il gattopardo va in campagna".
3) Perchè se il film va male De Sica forse si renderà conto che non basta imitare Totò e Sordi e raccontare begli aneddoti sul suo compianto padre per definirsi un attore comico.
4) Perchè se Monicelli non ha mai voluto avere nulla a che fare con questa roba qualche ragione ci sarà pure.
5) Perchè Pietro Germi sta girando nella tomba come le pale di un ventilatore a vedere il nome di Neri Parenti accanto a quello della sua creatura.

6) Perchè bisogna far soffrire Michele Placido, quello che dichiara "il cinema italiano fa solo commedie" ma che di fronte a due euro in più è subito pronto a girare film che di commedia non meriterebbero nemmeno il nome.
7) Perchè alla dichiarazione di Panariello "questo film rimedia al fatto che nell'originale non ci fossero attori toscani", credo che tutti i toscani in coro abbiano risposto "e potevamo fare benissimo senza".
8) Perchè il trailer basta e avanza a uccidere ogni speranza.
9) Perchè il mondo rispetta il nostro cinema di una volta e la cultura Rinascimentale, e sarebbe bello evitare di sputtanarceli entrambi in una volta sola.
10) Perchè la supercazzola è con scappellamento a destra, come fusse Antani. O che scherziamo?!
Pier
Questa non è una recensione, ma un'adesione accorata e spontanea all'appello che gira da un po' di tempo su Facebook (qui il link dell'evento): non andate a vedere "Amici miei - Come tutto ebbe inizio".
Dato però che Filmora vuole bene ai suoi lettori vi dò non una, non due, ma dieci buone ragioni per stare a casa a giocare con il gatto o il cane:
1) Noiret-Moschin-Tognazzi-Celi contro De Sica-Placido-Panariello-Ghini.
2) Perchè De Laurentiis deve imparare che non si gioca con i pezzi di storia. Altrimenti tra qualche anno ci ritroviamo pure con "I soliti ignoti e il ritorno dello Jedi", "8 e tre quarti" e "Il gattopardo va in campagna".
3) Perchè se il film va male De Sica forse si renderà conto che non basta imitare Totò e Sordi e raccontare begli aneddoti sul suo compianto padre per definirsi un attore comico.
4) Perchè se Monicelli non ha mai voluto avere nulla a che fare con questa roba qualche ragione ci sarà pure.
5) Perchè Pietro Germi sta girando nella tomba come le pale di un ventilatore a vedere il nome di Neri Parenti accanto a quello della sua creatura.
6) Perchè bisogna far soffrire Michele Placido, quello che dichiara "il cinema italiano fa solo commedie" ma che di fronte a due euro in più è subito pronto a girare film che di commedia non meriterebbero nemmeno il nome.
7) Perchè alla dichiarazione di Panariello "questo film rimedia al fatto che nell'originale non ci fossero attori toscani", credo che tutti i toscani in coro abbiano risposto "e potevamo fare benissimo senza".
8) Perchè il trailer basta e avanza a uccidere ogni speranza.
9) Perchè il mondo rispetta il nostro cinema di una volta e la cultura Rinascimentale, e sarebbe bello evitare di sputtanarceli entrambi in una volta sola.
10) Perchè la supercazzola è con scappellamento a destra, come fusse Antani. O che scherziamo?!
Pier
mercoledì 15 aprile 2009
Tiberio Murgia - I dimenticati: puntata 4
Per una di quelle casualità un po' assurde che spesso capitano nel mondo del cinema, il sardo Tiberio Murgia (1929) è diventato il più celebre caratterista siciliano della commedia all'italiana.
Fu scoperto da Mario Monicelli nel 1958, quando il regista lo notò mentre lavorava come cameriere in un ristorante di Roma, affidandogli il ruolo di Ferribotte ne I soliti ignoti.
Date le sue origini, Murgia è sempre stato doppiato lungo tutto la sua carriera. Tuttavia, quello che rimane nella memoria è la sua straordinaria mimica facciale, con gli occhi spesso socchiusi, perfette per rappresentare lo stereotipo del siciliano sospettoso e diffidente.
Murgia lavorò in altri due capolavori di Monicelli, La grande guerra e La ragazza con la pistola. Nel primo, in particolare, è indimenticabile l'interpretazione del soldato Nicotra, la cui caratterizzazione contribuisce a creare molte delle scene comiche del film grazie al confronto con il “milanese” Gassman e il romano Sordi.
Nella sua lunga carriera ha lavorato anche con Vittorio De Sica, Totò, Franco e Ciccio.
Nel 1988, nel film Operazione pappagallo, recita per la prima volta con la sua vera voce.
Murgia rimarrà per sempre nella memoria collettiva come il Ferribotte de I soliti ignoti, ma moltissimi altri suoi film sono e resteranno delle pietre miliari della commedia italiana.
Date le sue origini, Murgia è sempre stato doppiato lungo tutto la sua carriera. Tuttavia, quello che rimane nella memoria è la sua straordinaria mimica facciale, con gli occhi spesso socchiusi, perfette per rappresentare lo stereotipo del siciliano sospettoso e diffidente.
Murgia lavorò in altri due capolavori di Monicelli, La grande guerra e La ragazza con la pistola. Nel primo, in particolare, è indimenticabile l'interpretazione del soldato Nicotra, la cui caratterizzazione contribuisce a creare molte delle scene comiche del film grazie al confronto con il “milanese” Gassman e il romano Sordi.
Nella sua lunga carriera ha lavorato anche con Vittorio De Sica, Totò, Franco e Ciccio.
Nel 1988, nel film Operazione pappagallo, recita per la prima volta con la sua vera voce.
Murgia rimarrà per sempre nella memoria collettiva come il Ferribotte de I soliti ignoti, ma moltissimi altri suoi film sono e resteranno delle pietre miliari della commedia italiana.
Qui sotto trovate una sua intervista, in cui ripercorre la sua carriera e potrete sentire, finalmente, la sua vera voce.
Alla prossima settimana!
Pier
Alla prossima settimana!
Pier
mercoledì 8 aprile 2009
Carlo Pisacane - I dimenticati: puntata 3
Spesso ci
si dimentica quanto abbiano dato al cinema italiano i caratteristi.
Numerosi capolavori della nostra commedia sono stati arricchiti e resi
indimenticabili dalla presenza di questi personaggi, specializzati in
quei piccoli ruoli che davano sapore e realismo alla storia.
Per
questo, nelle prossime puntate de "I Dimenticati" ci occuperemo di
loro, dei grandi caratteristi, a cominciare da Carlo Pisacane
(1891-1974).
Pisacane , napoletano, ha recitato in più di settanta film durante la sua carriera.
Divenne famoso con il nome d'arte di Capannelle, il famelico vecchietto bolognese da lui interpretato ne I soliti ignoti e che gli diede notorietà, grazie soprattutto alla celebre scena della pasta e ceci e alla sua "tenuta da ladro".
Prima del film di Monicelli, Pisacane aveva già lavorato in Paisà di Rossellini, dove appare durante la sequenza dell'arrivo dei soldati al villaggio.
Altri suoi personaggi indimenticabili sono il padre di Alberto Sordi ne Il vigile, fannullone e perdigiorno come il figlio, e l'ebreo Abacuc de L'armata Brancaleone.
In quest'ultimo ruolo, Pisacane è eccezionale per la sua capacità di generare risate con il solo uso della voce o dell'espressione del viso, sfruttando appieno il potenziale comico del finto italiano antico creato da Monicelli per il film.
Pisacane lavorò anche con Pasolini e Zeffirelli, con il quale concluse la sua lunga carriera.
Chiunque abbia visto un suo film, in particolare i due di Monicelli, non può dimenticare la sua espressione, la comicità pura, quasi da commedia dell'arte, che scaturisce da ogni suo gesto.
Capannelle è stato uno dei grandi della commedia italiana, e si è ritagliato il suo ruolo nella storia del cinema con piccole parti, che rimangono però indelebilmente impresse nella memoria dello spettatore.
Appuntamento a mercoledì prossimo, con Tiberio Murgia.
Pier
Iscriviti a:
Post (Atom)


