Il trucco c'è, ma non si vede
Quattro prestigiatori vengono convocati da un individuo misterioso che li coinvolge in un suo progetto. Un anno dopo, i quattro, con il nome di Quattro Cavalieri, si esibiscono insieme in uno show di alto profilo, al termine del quale tenteranno un'impresa mai tentata prima: rapinare una banca senza muoversi dal teatro.
Difficile dilungarsi sulla trama di Now you see me: il rischio è di rivelare uno degli innumerevoli colpi di scena, che si susseguono come in un unico, grande numero di magia. Costruito intorno ai protagonisti e alle loro idiosincrasie, il film si avvale di effetti speciali eccellenti, che contribuiscono a creare un'atmosfera di magia e incanto. La trama scorre fluida fino al finale, dove accelera e finisce per perdersi un po', chiudendo con fretta eccessiva tutti i vari filoni narrativi e ripiegando su una didascalica spiegazione che demolisce l'aura di mistero costruita durante il film.
I personaggi sono bene interpretati, con Jesse Eisenberg, Mark Ruffalo e Woody Harrelson a fare la parte dei leoni. Resta un po' di rammarico per lo scarso sviluppo dedicato ad alcuni di loro, in particolare Henley e Jack, a causa del tempo limitato concesso da un prodotto cinematografico: forse una serie TV, anche di poche puntate, avrebbe reso miglior giustizia sia ai personaggi che alla trama.
Now you see me è un buon film di intrattenimento che, nonostante i difetti del finale, regala divertimento e suspence a sufficienza. Il trucco c'è, ma non si vede, e anche i più scettici si troveranno a seguire con attenzione il dipanarsi del piano dei Quattro Cavalieri, in una sorta di remake magico di Colpo grosso capace di incantare e divertire gli spettatori.
***
Pier
lunedì 29 luglio 2013
martedì 23 luglio 2013
Pacific Rim
ROBOTTONI!
Da una faglia apertasi nell'Oceano Pacifico cominciano a fuoriuscire i Kaiju, mostruosi alieni decisi a distruggere il nostro pianeta. Per difendersi, il mondo unisce risorse e competenze e crea gli Jaeger, robot giganti pilotati da una coppia di piloti uniti a livello neurale. La battaglia tra mostri e robot sarà senza esclusione di colpi, nel tentativo di proteggere la terra dall'invasione aliena.
Dilungarsi sulla trama di Pacific Rim sarebbe un puro esercizio di stile: la storia è risicata, i dialoghi al limite della decenza, gli attori abbastanza piatti. Il tutto, però, svanisce come neve al sole quando entrano in scena loro, i veri protagonisti: i ROBOTTONI (maiuscolo d'obbligo). I ROBOTTONI sono eccezionali, realizzati con una precisione e una caratterizzazione di altissimo livello, totalmente mancanti, ad esempio, a quelli della serie Transformers. La loro entrata in scena è sempre spettacolare, le loro mosse di combattimento sono un puro godimento per l'adolescente che si annida in ogni spettatore. Accanto a loro, o meglio, contro di loro, Guillermo del Toro sguinzaglia un esercito di mostri giganti di nome Kaiju, in evidente omaggio ai mostri della tradizione giapponese come Godzilla. I Kaiju sono diversi ma simili, alieni ma terrestri, composti da elementi di diversi animali assemblati con perizia a creare dei giganteschi orrori semoventi.
Gli effetti speciali sono splendidi, e raggiungono il loro apice nelle scene di combattimento. Tra citazioni di Goldrake, Evangelion e tutte le serie mecha giapponesi, assistiamo a bocca aperta a scontri a base di lame rotanti, spade spaziali e petroliere (sì, avete capito bene: petroliere), in un'escalation di azione ed pathos che da tempo non si vedevano in un film d'azione.
Del Toro realizza un film d'intrattenimento perfetto, che non si prende sul serio e non pretende di essere nulla di diverso da quello che è, un luminoso e rumoroso baraccone fatto per divertire ed esaltare il pubblico. L'impresa riesce alla perfezione, facendo regredire tutti gli spettatori al livello di adolescenti esaltanti, pronti a lanciare i pugni in aria e a ridere divertiti di fronte all'ennesima impresa dei ROBOTTONI. A questo punto, rimane solo una domanda: a quando il sequel?
****
Pier
Da una faglia apertasi nell'Oceano Pacifico cominciano a fuoriuscire i Kaiju, mostruosi alieni decisi a distruggere il nostro pianeta. Per difendersi, il mondo unisce risorse e competenze e crea gli Jaeger, robot giganti pilotati da una coppia di piloti uniti a livello neurale. La battaglia tra mostri e robot sarà senza esclusione di colpi, nel tentativo di proteggere la terra dall'invasione aliena.
Dilungarsi sulla trama di Pacific Rim sarebbe un puro esercizio di stile: la storia è risicata, i dialoghi al limite della decenza, gli attori abbastanza piatti. Il tutto, però, svanisce come neve al sole quando entrano in scena loro, i veri protagonisti: i ROBOTTONI (maiuscolo d'obbligo). I ROBOTTONI sono eccezionali, realizzati con una precisione e una caratterizzazione di altissimo livello, totalmente mancanti, ad esempio, a quelli della serie Transformers. La loro entrata in scena è sempre spettacolare, le loro mosse di combattimento sono un puro godimento per l'adolescente che si annida in ogni spettatore. Accanto a loro, o meglio, contro di loro, Guillermo del Toro sguinzaglia un esercito di mostri giganti di nome Kaiju, in evidente omaggio ai mostri della tradizione giapponese come Godzilla. I Kaiju sono diversi ma simili, alieni ma terrestri, composti da elementi di diversi animali assemblati con perizia a creare dei giganteschi orrori semoventi.
Gli effetti speciali sono splendidi, e raggiungono il loro apice nelle scene di combattimento. Tra citazioni di Goldrake, Evangelion e tutte le serie mecha giapponesi, assistiamo a bocca aperta a scontri a base di lame rotanti, spade spaziali e petroliere (sì, avete capito bene: petroliere), in un'escalation di azione ed pathos che da tempo non si vedevano in un film d'azione.
Del Toro realizza un film d'intrattenimento perfetto, che non si prende sul serio e non pretende di essere nulla di diverso da quello che è, un luminoso e rumoroso baraccone fatto per divertire ed esaltare il pubblico. L'impresa riesce alla perfezione, facendo regredire tutti gli spettatori al livello di adolescenti esaltanti, pronti a lanciare i pugni in aria e a ridere divertiti di fronte all'ennesima impresa dei ROBOTTONI. A questo punto, rimane solo una domanda: a quando il sequel?
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Pier
mercoledì 10 luglio 2013
To the wonder
I wonder how, I wonder why
Neil e Marina si incontrano a Parigi e scocca la scintilla. Si trasferiscono negli USA, dove però la loro storia non riesce a decollare per colpa di lui, incapace di concedersi fino in fondo all'altra. Quando il permesso di soggiorno di Marina scade, le loro strade si separano, e Neil torna a una vecchia relazione. Dopo qualche tempo, tuttavia, i due si incontrano di nuovo, e riallacciano i fili della loro relazione, decisi questa volta ad abbandonarsi ai propri sentimenti.
Dopo il successo di The Tree of Life, Terrence Malick torna con un film che ne è la fotocopia sbiadita. Il film è ancora una volta un inno all'amore puro e disincantato, incarnato ancora una volta dalla figura femminile, simbolo della natura e della vita. E, ancora una volta, la figura maschile è incapace di vivere appieno i propri sentimenti, vittima di un egoismo da cui sembra incapace di uscire. Nel mezzo, interminati spazi e sovrumani silenzi in quantità industriale, a tal punto che anche Leopardi li avrebbe trovati eccessivi.
La trama è come sempre risicata, ma il fatto che sia una rivisitazione quasi pedissequa di quella del film precedente rende il film quasi insopportabile, una parodia di se stesso che stona con l'afflato universale respirato nel capolavoro imperfetto che era The Tree of Life.
To the wonder risulta quindi stucchevole e ripetitivo, e culmina in un finale che, nonostante l'ottima prova di Javier Bardem, risulta didascalico e posticcio, fatto di frasi vuote e di professioni di fede senza significato.
Il film viene anche azzoppato da due recitazioni poco convincenti: da un lato un Ben Affleck espressivo come un segnachilometri, dall'altro una Olga Kurylenko francamente insopportabile, che corre sorridente tra prati, fiumi e montagne e a cui mancano solo le caprette che fanno ciao per sembrare la versione made in USA di Heidi.
A salvare almeno in parte la pellicola ci sono fotografia e musiche, come sempre perfette nei film di Malick. La luce che illumina il film apre gli occhi allo stupore e alla meraviglia, e le musiche ne accrescono l'efficacia.
To the wonder è un film ripetitivo, che lascia sconcertati per la sua incapacità sia di staccarsi dal modello del film precedente, sia di aggiungervi qualcosa di nuovo. Viene da chiedersi cosa abbia spinto Malick, che solitamente lascia passare molto tempo tra un suo lavoro e l'altro, a dirigere questo film, che non fa onore nè alla sua carriera nè alla sua capacità di esplorare nuovi linguaggi cinematografici e di toccare le corde più intime dell'animo degli spettatori.
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Pier
Neil e Marina si incontrano a Parigi e scocca la scintilla. Si trasferiscono negli USA, dove però la loro storia non riesce a decollare per colpa di lui, incapace di concedersi fino in fondo all'altra. Quando il permesso di soggiorno di Marina scade, le loro strade si separano, e Neil torna a una vecchia relazione. Dopo qualche tempo, tuttavia, i due si incontrano di nuovo, e riallacciano i fili della loro relazione, decisi questa volta ad abbandonarsi ai propri sentimenti.
Dopo il successo di The Tree of Life, Terrence Malick torna con un film che ne è la fotocopia sbiadita. Il film è ancora una volta un inno all'amore puro e disincantato, incarnato ancora una volta dalla figura femminile, simbolo della natura e della vita. E, ancora una volta, la figura maschile è incapace di vivere appieno i propri sentimenti, vittima di un egoismo da cui sembra incapace di uscire. Nel mezzo, interminati spazi e sovrumani silenzi in quantità industriale, a tal punto che anche Leopardi li avrebbe trovati eccessivi.
La trama è come sempre risicata, ma il fatto che sia una rivisitazione quasi pedissequa di quella del film precedente rende il film quasi insopportabile, una parodia di se stesso che stona con l'afflato universale respirato nel capolavoro imperfetto che era The Tree of Life.
To the wonder risulta quindi stucchevole e ripetitivo, e culmina in un finale che, nonostante l'ottima prova di Javier Bardem, risulta didascalico e posticcio, fatto di frasi vuote e di professioni di fede senza significato.
Il film viene anche azzoppato da due recitazioni poco convincenti: da un lato un Ben Affleck espressivo come un segnachilometri, dall'altro una Olga Kurylenko francamente insopportabile, che corre sorridente tra prati, fiumi e montagne e a cui mancano solo le caprette che fanno ciao per sembrare la versione made in USA di Heidi.
A salvare almeno in parte la pellicola ci sono fotografia e musiche, come sempre perfette nei film di Malick. La luce che illumina il film apre gli occhi allo stupore e alla meraviglia, e le musiche ne accrescono l'efficacia.
To the wonder è un film ripetitivo, che lascia sconcertati per la sua incapacità sia di staccarsi dal modello del film precedente, sia di aggiungervi qualcosa di nuovo. Viene da chiedersi cosa abbia spinto Malick, che solitamente lascia passare molto tempo tra un suo lavoro e l'altro, a dirigere questo film, che non fa onore nè alla sua carriera nè alla sua capacità di esplorare nuovi linguaggi cinematografici e di toccare le corde più intime dell'animo degli spettatori.
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Pier
venerdì 7 giugno 2013
Solo Dio perdona
L'eleganza dello scorpione e l'eccesso della katana
Julian e il fratello gestiscono una palestra di thai boxe a Bangkok. In realtà l'attività è una copertura per il traffico di droga, coordinato dagli USA dalla madre dei due. Quando il fratello violenta e uccide una ragazza, il padre di lei si vendica, assassinandolo. Julian decide di perdonarlo, ma a cambiare i suoi piani arriva la madre, sconvolta ma determinata a vendicarsi.
Sovraccarico. Questo l'aggettivo che meglio definisce il nuovo film di Nicolas Winding Refn, un regista che in passato non ci aveva certo abituato a film giocati in punta di fioretto. Tuttavia, la logica narrativa della violenza che sosteneva Pusher,Valhalla Rising e Bronson, e che aveva raggiunto il suo momento di massimo splendore e completamento in Drive, diventa qui un puro esercizio di stile, costruito attorno a una trama inesistente e a una serie di avvenimenti e personaggi pretestuosi e poco approfonditi.
Laddove Drive si muoveva con l'eleganza e il terribile splendore di uno scorpione lungo il sottile equilibrio che separa il capolavoro dal trash, Solo Dio Perdona scivola inesorabilmente verso il secondo. La cosa di per sè non sarebbe un problema, se non fosse che le pretese autoriali del regista lo rendono scadente anche come B movie. L'azione è pressochè assente, confinata pressochè interamente in una scena di combattimento, che manca di incisività nello studio dei corpi e della violenza. Ogni rissa di Bronson, ogni istante della scena del bagno turco de Le promesse dell'assassino di Cronenberg erano pervasi e dominati dal corpo, analizzato in maniera quasi scientifica, in tutta la forza (e la debolezza) di muscoli e carne. Qui Ryan Gosling, questa volta stranamente poco convincente e fuori parte, non riesce a trasmettere alcuna sensazione, se non quella di un sacrificio immotivato e inutile, non sorretto da alcuna motivazione psicologica.
La regia non salva una trama scarna e piatta, ma riesce addirittura a peggiorarla, caricando eccessivamente a livello visivo un film che aveva invece bisogno di essere alleggerito e ridotto il più possibile all'osso per esaltarne il messaggio macbethiano e conferirgli così una parvenza di significato. Refn smette di essere se stesso e si mette a "fare Refn", disegnando e dirigendo un film talmente di maniera che sembra quasi un'autoparodia. La fotografia, pur eccellente, non basta a salvare un film senza capo nè coda, che si trascina stancamente verso un finale che non emoziona e non colpisce.
Restano alcune scene di alto livello (l'interrogatorio nello strip club su tutti), un poliziotto-killer con katana che convince nonostante l'approfondimento psicologico tendente allo zero, e una Scott-Thomas superba, che domina la scena in ogni momento in cui appare, vera dea ex machina della vicenda, novella Medea disposta a tutto, anche a sacrificare il figlio, pur di ottenere vendetta.
Solo Dio perdona è un film mal riuscito, caricato oltre l'inverosimile per cercare di renderlo un film d'autore, e che finisce invece per non essere nemmeno un buon film di genere. Refn non riesce a ripetere l'ottima prova di Drive, e fa un deciso passo indietro nella sua carriera di regista, segnando un'involuzione rispetto anche ai suoi lavori più sperimentali come Valhalla Rising. La katana del poliziotto, a differenza della giacca con lo scorpione, resta un oggetto vuoto, senza significato, una citazione tarantiniana posticcia che rappresenta perfettamente il fallimento del film.
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Pier
Julian e il fratello gestiscono una palestra di thai boxe a Bangkok. In realtà l'attività è una copertura per il traffico di droga, coordinato dagli USA dalla madre dei due. Quando il fratello violenta e uccide una ragazza, il padre di lei si vendica, assassinandolo. Julian decide di perdonarlo, ma a cambiare i suoi piani arriva la madre, sconvolta ma determinata a vendicarsi.
Sovraccarico. Questo l'aggettivo che meglio definisce il nuovo film di Nicolas Winding Refn, un regista che in passato non ci aveva certo abituato a film giocati in punta di fioretto. Tuttavia, la logica narrativa della violenza che sosteneva Pusher,Valhalla Rising e Bronson, e che aveva raggiunto il suo momento di massimo splendore e completamento in Drive, diventa qui un puro esercizio di stile, costruito attorno a una trama inesistente e a una serie di avvenimenti e personaggi pretestuosi e poco approfonditi.
Laddove Drive si muoveva con l'eleganza e il terribile splendore di uno scorpione lungo il sottile equilibrio che separa il capolavoro dal trash, Solo Dio Perdona scivola inesorabilmente verso il secondo. La cosa di per sè non sarebbe un problema, se non fosse che le pretese autoriali del regista lo rendono scadente anche come B movie. L'azione è pressochè assente, confinata pressochè interamente in una scena di combattimento, che manca di incisività nello studio dei corpi e della violenza. Ogni rissa di Bronson, ogni istante della scena del bagno turco de Le promesse dell'assassino di Cronenberg erano pervasi e dominati dal corpo, analizzato in maniera quasi scientifica, in tutta la forza (e la debolezza) di muscoli e carne. Qui Ryan Gosling, questa volta stranamente poco convincente e fuori parte, non riesce a trasmettere alcuna sensazione, se non quella di un sacrificio immotivato e inutile, non sorretto da alcuna motivazione psicologica.
La regia non salva una trama scarna e piatta, ma riesce addirittura a peggiorarla, caricando eccessivamente a livello visivo un film che aveva invece bisogno di essere alleggerito e ridotto il più possibile all'osso per esaltarne il messaggio macbethiano e conferirgli così una parvenza di significato. Refn smette di essere se stesso e si mette a "fare Refn", disegnando e dirigendo un film talmente di maniera che sembra quasi un'autoparodia. La fotografia, pur eccellente, non basta a salvare un film senza capo nè coda, che si trascina stancamente verso un finale che non emoziona e non colpisce.
Restano alcune scene di alto livello (l'interrogatorio nello strip club su tutti), un poliziotto-killer con katana che convince nonostante l'approfondimento psicologico tendente allo zero, e una Scott-Thomas superba, che domina la scena in ogni momento in cui appare, vera dea ex machina della vicenda, novella Medea disposta a tutto, anche a sacrificare il figlio, pur di ottenere vendetta.
Solo Dio perdona è un film mal riuscito, caricato oltre l'inverosimile per cercare di renderlo un film d'autore, e che finisce invece per non essere nemmeno un buon film di genere. Refn non riesce a ripetere l'ottima prova di Drive, e fa un deciso passo indietro nella sua carriera di regista, segnando un'involuzione rispetto anche ai suoi lavori più sperimentali come Valhalla Rising. La katana del poliziotto, a differenza della giacca con lo scorpione, resta un oggetto vuoto, senza significato, una citazione tarantiniana posticcia che rappresenta perfettamente il fallimento del film.
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Pier
domenica 2 giugno 2013
Una notte da leoni 3
One man show
Alan compra una giraffa, che poi rimane uccisa in autostrada, provocando un incidente a catena. Rendendosi contro che l'amico è fuori controllo, Phil, Stu e Doug decidono di farlo ricoverare in una struttura che possa aiutarlo. Mentre lo stanno accompagnando, tuttavia, vengono sequestrati da un gangster, Marshall, che abbandona Phil, Stu e Alan nel deserto con un ultimatum: se non riusciranno a ritrovare Mr. Chow e i lingotti d'oro che gli ha rubato entro 72 ore, lui ucciderà Doug. I tre si imbarcheranno in un'odissea attraverso l'America per rintracciare l'indemoniato cinese e riuscire a salvare l'amico.
Il terzo capitolo della saga di Hangover, dopo una trasferta in terra asiatica, torna negli Stati Uniti, andando a chiudersi là dove tutto era cominciato: Las Vegas. Le comiche disavventure del trio di amici questa volta si incentrano quasi esclusivamente sul personaggio di Alan, interpretato magistralmente da Zach Galifianakis: è lui il motivo per cui i tre si mettono in viaggio, lui a mettersi in contatto con Mr. Chow, lui a risolvere la situazione. Stu e Phil sono relegati ai margini della trama, a svolgere il ruolo di spalle dell'esuberanza incontenibile di Alan. Questo meccanismo, nonostante regali momenti davvero divertenti, alla lunga mostra la corda, generando un numero decrescente di risate con il passare dei minuti.
Todd Philips aggiunge con successo un tocco di dramma e di introspezione psicologica a un film nato per essere demenziale, ma perde quel brio e quella comicità istantanea che caratterizzavano il primo capitolo. L'aggiunta di John Goodman e la centralità di Mr. Chow limitano solo parzialmente i danni, riducendo il film a un "Alan show" che sacrifica molti dei punti di forza dei film precedenti.
Una notte da leoni 3 strappa ben più di una risata, ma risulta meno riuscito e divertente dei precedenti, concentrandosi sul personaggio più demenziale e finendo però ironicamente per eliminare la componente allucinata e fuori di testa che avevano fatto il successo del primo film.
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Pier
Alan compra una giraffa, che poi rimane uccisa in autostrada, provocando un incidente a catena. Rendendosi contro che l'amico è fuori controllo, Phil, Stu e Doug decidono di farlo ricoverare in una struttura che possa aiutarlo. Mentre lo stanno accompagnando, tuttavia, vengono sequestrati da un gangster, Marshall, che abbandona Phil, Stu e Alan nel deserto con un ultimatum: se non riusciranno a ritrovare Mr. Chow e i lingotti d'oro che gli ha rubato entro 72 ore, lui ucciderà Doug. I tre si imbarcheranno in un'odissea attraverso l'America per rintracciare l'indemoniato cinese e riuscire a salvare l'amico.
Il terzo capitolo della saga di Hangover, dopo una trasferta in terra asiatica, torna negli Stati Uniti, andando a chiudersi là dove tutto era cominciato: Las Vegas. Le comiche disavventure del trio di amici questa volta si incentrano quasi esclusivamente sul personaggio di Alan, interpretato magistralmente da Zach Galifianakis: è lui il motivo per cui i tre si mettono in viaggio, lui a mettersi in contatto con Mr. Chow, lui a risolvere la situazione. Stu e Phil sono relegati ai margini della trama, a svolgere il ruolo di spalle dell'esuberanza incontenibile di Alan. Questo meccanismo, nonostante regali momenti davvero divertenti, alla lunga mostra la corda, generando un numero decrescente di risate con il passare dei minuti.
Todd Philips aggiunge con successo un tocco di dramma e di introspezione psicologica a un film nato per essere demenziale, ma perde quel brio e quella comicità istantanea che caratterizzavano il primo capitolo. L'aggiunta di John Goodman e la centralità di Mr. Chow limitano solo parzialmente i danni, riducendo il film a un "Alan show" che sacrifica molti dei punti di forza dei film precedenti.
Una notte da leoni 3 strappa ben più di una risata, ma risulta meno riuscito e divertente dei precedenti, concentrandosi sul personaggio più demenziale e finendo però ironicamente per eliminare la componente allucinata e fuori di testa che avevano fatto il successo del primo film.
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Pier
lunedì 27 maggio 2013
La grande bellezza
L'estetica della nostalgia
Jep Gambardalla è il re dei mondani di Roma. Dopo aver scritto in giovinezza un romanzo apprezzato dalla critica, Jep si è dedicato al giornalismo, un po' per pigrizia, un po' per noia. Lo vediamo muoversi tra feste, discussioni in terrazza, matrimoni e palazzi nobiliari, sempre alla ricerca di quella "grande bellezza" che lo aveva abbagliato da giovane e che non è più riuscito a ritrovare.
Nonostante l'ambientazione romana e la presenza di Roma come co-protagonista facciano inevitabilmente pensare a La dolce vita, le similitudini de La grande bellezza con il film di Fellini si fermano qui, o quasi. Lo spirito che anima il film di Sorrentino è infatti profondamente diverso, e lo si può riscontrare mettendo a confronto i due protagonisti. Il Marcello di Mastroianni si muove nella Roma degli anni cinquanta-sessanta con leggerezza solo apparente, ma finisce per diventare emotivamente partecipe di ciò che accade ai suoi "compagni" d'avventura. Lo sguardo di Marcello è ironico ma non distaccato, e prova pietà e tenerezza per lo squallore e la desolazione in cui precipitano coloro che lo circondano. Il Jep di Servillo si muove invece al di sopra delle feste, come un arbiter elegantiarum moderno, pronto a dare il suo giudizio su tutto, ma senza farsi coinvolgere. Il suo sguardo è freddo e cinico, persino con se stesso, e non riesce a connettersi emotivamente con le umane sofferenze del suo entourage. Più che a Mastroianni somiglia a Totò, una maschera ghignante che riesce a ridere della miseria della nobiltà pur facendone parte in prima persona. L'evoluzione dei due personaggi è diametralmente opposta, e sfocia in due finali emotivamente contrapposti: da un lato la malinconia e la desolazione della Dolce Vita, con Marcello che non riesce a sentire le parole di Paola, dall'altro la rinnovata speranza di Jep.
Sorrentino realizza un film barocco, stilisticamente ridondante, che in alcuni tratti sembra un puro esercizio di stile registico. Le sequenze si susseguono senza una logica precisa, episodi sconnessi come la vita di Jep, che scorre senza una direzione precisa. Il regista però riesce a regalare al film un'anima, una dolente e proustiana nostalgia per il passato e per le proprie radici (emblematica in questo senso la scena dei fenicotteri) che si estrinseca nella storia di Jep, ma anche in quella dei suoi amici e conoscenti, da Verdone alla contessa Colonna, effimera protagonista di uno dei momenti più toccanti del film. La nostalgia tocca anche la città di Roma, decadente ombra di glorie passate, e i suoi abitanti. I personaggi incrociati da Jep nelle sue odissee notturne sono profondamente soli, terrorizzati da un horror vacui che cercano inutilmente di esorcizzare con feste sfrenate e dialoghi vuoti. Chi vive a Roma da tanto tempo è incapace di farsi catturare dalla "grande bellezza" della città eterna, che invece colpisce con forza i turisti di passaggio, colti da un'emozione che può persino divenire fatale.
La forza del film non è dunque tanto nella regia, stilisticamente di alto livello ma eccessivamente ridondante e ricercata, quanto nella sceneggiatura, nei dialoghi, negli stralci di verità che spuntano per un attimo dalla coltre della finzione che attanaglia i personaggi. Servillo è magistrale nel ruolo di Jep, tanto naturale nei suoi dialoghi e nelle sue espressioni quanto è finto e eccessivamente teatrale nei monologhi in voice over, eccezion fatta per quello finale. Intorno a lui si muove un cast allestito alla perfezione, in cui spiccano Verdone, perfetto nella sua malinconia come solo i grandi comici sanno essere, ed Herlitzka, esilarante cardinale esperto di cucina e del tutto inetto nelle questioni spirituali. I personaggi si muovono in atmosfere chiaramente felliniane, con giraffe che spariscono, fenicotteri in migrazione e sante in vita che si nutrono solo di radici.
La grande bellezza è un film fortemente imperfetto, con un gusto per l'immagine eccessivo ed autocompiaciuto e una storia ellittica e con poco ritmo. Tuttavia, il film arriva dritto al cuore con il suo messaggio, forte di dialoghi a volte esilaranti (su tutte, quella su Proust e Ammaniti) a volte commoventi, e di una grande prova del cast. Sorrentino realizza un film intimo, che dietro l'apparente freddezza e cinismo cela un cocente rimpianto per il passato, una difesa della nostalgia come unica arma per combattere un presente desolante e un futuro privo di prospettive.
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Pier
Jep Gambardalla è il re dei mondani di Roma. Dopo aver scritto in giovinezza un romanzo apprezzato dalla critica, Jep si è dedicato al giornalismo, un po' per pigrizia, un po' per noia. Lo vediamo muoversi tra feste, discussioni in terrazza, matrimoni e palazzi nobiliari, sempre alla ricerca di quella "grande bellezza" che lo aveva abbagliato da giovane e che non è più riuscito a ritrovare.
Nonostante l'ambientazione romana e la presenza di Roma come co-protagonista facciano inevitabilmente pensare a La dolce vita, le similitudini de La grande bellezza con il film di Fellini si fermano qui, o quasi. Lo spirito che anima il film di Sorrentino è infatti profondamente diverso, e lo si può riscontrare mettendo a confronto i due protagonisti. Il Marcello di Mastroianni si muove nella Roma degli anni cinquanta-sessanta con leggerezza solo apparente, ma finisce per diventare emotivamente partecipe di ciò che accade ai suoi "compagni" d'avventura. Lo sguardo di Marcello è ironico ma non distaccato, e prova pietà e tenerezza per lo squallore e la desolazione in cui precipitano coloro che lo circondano. Il Jep di Servillo si muove invece al di sopra delle feste, come un arbiter elegantiarum moderno, pronto a dare il suo giudizio su tutto, ma senza farsi coinvolgere. Il suo sguardo è freddo e cinico, persino con se stesso, e non riesce a connettersi emotivamente con le umane sofferenze del suo entourage. Più che a Mastroianni somiglia a Totò, una maschera ghignante che riesce a ridere della miseria della nobiltà pur facendone parte in prima persona. L'evoluzione dei due personaggi è diametralmente opposta, e sfocia in due finali emotivamente contrapposti: da un lato la malinconia e la desolazione della Dolce Vita, con Marcello che non riesce a sentire le parole di Paola, dall'altro la rinnovata speranza di Jep.
Sorrentino realizza un film barocco, stilisticamente ridondante, che in alcuni tratti sembra un puro esercizio di stile registico. Le sequenze si susseguono senza una logica precisa, episodi sconnessi come la vita di Jep, che scorre senza una direzione precisa. Il regista però riesce a regalare al film un'anima, una dolente e proustiana nostalgia per il passato e per le proprie radici (emblematica in questo senso la scena dei fenicotteri) che si estrinseca nella storia di Jep, ma anche in quella dei suoi amici e conoscenti, da Verdone alla contessa Colonna, effimera protagonista di uno dei momenti più toccanti del film. La nostalgia tocca anche la città di Roma, decadente ombra di glorie passate, e i suoi abitanti. I personaggi incrociati da Jep nelle sue odissee notturne sono profondamente soli, terrorizzati da un horror vacui che cercano inutilmente di esorcizzare con feste sfrenate e dialoghi vuoti. Chi vive a Roma da tanto tempo è incapace di farsi catturare dalla "grande bellezza" della città eterna, che invece colpisce con forza i turisti di passaggio, colti da un'emozione che può persino divenire fatale.
La forza del film non è dunque tanto nella regia, stilisticamente di alto livello ma eccessivamente ridondante e ricercata, quanto nella sceneggiatura, nei dialoghi, negli stralci di verità che spuntano per un attimo dalla coltre della finzione che attanaglia i personaggi. Servillo è magistrale nel ruolo di Jep, tanto naturale nei suoi dialoghi e nelle sue espressioni quanto è finto e eccessivamente teatrale nei monologhi in voice over, eccezion fatta per quello finale. Intorno a lui si muove un cast allestito alla perfezione, in cui spiccano Verdone, perfetto nella sua malinconia come solo i grandi comici sanno essere, ed Herlitzka, esilarante cardinale esperto di cucina e del tutto inetto nelle questioni spirituali. I personaggi si muovono in atmosfere chiaramente felliniane, con giraffe che spariscono, fenicotteri in migrazione e sante in vita che si nutrono solo di radici.
La grande bellezza è un film fortemente imperfetto, con un gusto per l'immagine eccessivo ed autocompiaciuto e una storia ellittica e con poco ritmo. Tuttavia, il film arriva dritto al cuore con il suo messaggio, forte di dialoghi a volte esilaranti (su tutte, quella su Proust e Ammaniti) a volte commoventi, e di una grande prova del cast. Sorrentino realizza un film intimo, che dietro l'apparente freddezza e cinismo cela un cocente rimpianto per il passato, una difesa della nostalgia come unica arma per combattere un presente desolante e un futuro privo di prospettive.
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Pier
mercoledì 22 maggio 2013
Il grande Gatsby
Come sbagliare tutto (o quasi)
Nel 1922, il giovane Nick Carraway, aspirante scrittore, si trasferisce a New York in cerca di fortuna. Sono i roaring twenties, in cui la ricchezza abbonda e i party sono stravaganti e sfarzosi. Nick va a vivere a Long Island, in una modesta abitazione che confina con la lussuosa magione di Jay Gatsby, misterioso milionario di cui nessuno sa nulla, se non che ha l'abitudine di organizzare feste memorabili. Nick comincia a frequentare Gatsby, e viene così a conoscenza dei suoi trascorsi sentimentali con Daisy, cugina di Nick, ora sposata al ricco Tom Buchanan. Gatsby e Daisy reintrecciano i fili della loro storia d'amore, e Gatsby sogna di ricominciare una nuova vita con lei. Le cose, tuttavia, non vanno per il verso giusto...
Baz Luhrmann sceglie il Grande Gatsby, il romanzo simbolo dei ruggenti anni Venti e dell'opera di Fitzgerald, come soggetto ideale per scatenare la sua fantasia visiva ed espressiva, che aveva ben funzionato in Romeo+Giulietta e, soprattutto, in Moulin Rouge.
Il risultato è deludente, per non dire offensivo: deludente per chi ama il romanzo, che troverà violentato in più parti, nonostante un uso del testo del libro quasi letterale e finanche eccessivo; deludente per chi ama il cinema di Luhrmann, che troverà depotenziato rispetto ai lavori precedenti, oltre che affetto da un imperdonabile didascalismo; deludente, infine, per chi ama Leonardo Di Caprio.
L'attore offre una prova oggettivamente eccezionale fin dalla prima inquadratura in cui appare, miscelando magistralmente la grandeur di Gatsby al desiderio di rivalsa del ragazzo di umili origini, travolto e reso cieco dalla passione per Daisy. La sua prova, tuttavia, è resa vana dal fatto che lo spettatore non riesce mai ad appassionarsi alla storia d'amore, sia per la regia, fredda e espressivamente inetta, sia per la totale inadeguatezza dell'attrice scelta per interpretare il grande amore di Gatsby
Il che ci porta a Carey Mulligan, la Daisy più insipida, finta e inane che si possa immaginare. La sua incapacità sullo schermo e la sua totale mancanza del physique du role per la parte sono tali che le parole mi fanno difetto. Affido quindi il mio commento sulla sua prova recitativa a un grande Maestro del cinema italiano, Renè Ferretti:
A completare il trio dei protagonisti troviamo il monoespressivo Tobey Maguire, che interpreta nello stesso identico modo l'adolescente impacciato protagonista di Spiderman e lo scrittore-broker Nick, muovendosi per la storia con l'occhio sbarrato e il sorriso demente.
Al netto degli evidenti errori di casting, la regia di Luhrmann delude per la sua incapacità di tradurre in immagini forti ed evocative lo splendido romanzo di Fitzgerald. I punti migliori del film sono le scene d'atmosfera, in cui Luhrmann dà pieno sfogo alla sua vena visiva e la sua capacità di contaminazione di diverse epoche storiche nel ricreare feste sfavillanti e costumi sgargianti, accompagnati da una musica discronica ma riuscita. La regia e la sceneggiatura crollano miseramente, tuttavia, nel tentativo di raccontare l'ossessione di Gatsby, la forza della sua convinzione e della sua determinazione. L'uso ossessivo di frasi del libro, sia in voce narrante che addirittura in sovrimpressione, finisce per depotenziare l'immagine e risultare finta e didascalica, oltre che tradire l'incapacità di saper efficacemente veicolare sentimenti e sensazioni. Esemplare in questo senso è la scena del pranzo in casa di Daisy, uno dei momenti più forti e rivelatori del libro, che finisce invece per essere freddo e rischiare di scivolare nel ridicolo sull'inutile commento finale in voiceover di Nick.
Il grande Gatsby è un film visivamente ricco, che però manca della profondità psicologica e della forza emotiva che dovrebbe riuscire a trasmettere. Tradito da una regia superficiale e da una sceneggiatura scolastica, il film viene definitivamente affossato dalla recitazione dei due coprotagonisti, Mulligan in testa, che non riescono a far appassionare lo spettatore alle loro vicende. Il film risulta quindi lento e quasi noioso, e viene trascinato verso la fine solo dalla grande prova di Di Caprio, la cui recitazione meriterebbe un contorno di miglior livello.
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Pier
Nel 1922, il giovane Nick Carraway, aspirante scrittore, si trasferisce a New York in cerca di fortuna. Sono i roaring twenties, in cui la ricchezza abbonda e i party sono stravaganti e sfarzosi. Nick va a vivere a Long Island, in una modesta abitazione che confina con la lussuosa magione di Jay Gatsby, misterioso milionario di cui nessuno sa nulla, se non che ha l'abitudine di organizzare feste memorabili. Nick comincia a frequentare Gatsby, e viene così a conoscenza dei suoi trascorsi sentimentali con Daisy, cugina di Nick, ora sposata al ricco Tom Buchanan. Gatsby e Daisy reintrecciano i fili della loro storia d'amore, e Gatsby sogna di ricominciare una nuova vita con lei. Le cose, tuttavia, non vanno per il verso giusto...
Baz Luhrmann sceglie il Grande Gatsby, il romanzo simbolo dei ruggenti anni Venti e dell'opera di Fitzgerald, come soggetto ideale per scatenare la sua fantasia visiva ed espressiva, che aveva ben funzionato in Romeo+Giulietta e, soprattutto, in Moulin Rouge.
Il risultato è deludente, per non dire offensivo: deludente per chi ama il romanzo, che troverà violentato in più parti, nonostante un uso del testo del libro quasi letterale e finanche eccessivo; deludente per chi ama il cinema di Luhrmann, che troverà depotenziato rispetto ai lavori precedenti, oltre che affetto da un imperdonabile didascalismo; deludente, infine, per chi ama Leonardo Di Caprio.
L'attore offre una prova oggettivamente eccezionale fin dalla prima inquadratura in cui appare, miscelando magistralmente la grandeur di Gatsby al desiderio di rivalsa del ragazzo di umili origini, travolto e reso cieco dalla passione per Daisy. La sua prova, tuttavia, è resa vana dal fatto che lo spettatore non riesce mai ad appassionarsi alla storia d'amore, sia per la regia, fredda e espressivamente inetta, sia per la totale inadeguatezza dell'attrice scelta per interpretare il grande amore di Gatsby
Il che ci porta a Carey Mulligan, la Daisy più insipida, finta e inane che si possa immaginare. La sua incapacità sullo schermo e la sua totale mancanza del physique du role per la parte sono tali che le parole mi fanno difetto. Affido quindi il mio commento sulla sua prova recitativa a un grande Maestro del cinema italiano, Renè Ferretti:
A completare il trio dei protagonisti troviamo il monoespressivo Tobey Maguire, che interpreta nello stesso identico modo l'adolescente impacciato protagonista di Spiderman e lo scrittore-broker Nick, muovendosi per la storia con l'occhio sbarrato e il sorriso demente.
Al netto degli evidenti errori di casting, la regia di Luhrmann delude per la sua incapacità di tradurre in immagini forti ed evocative lo splendido romanzo di Fitzgerald. I punti migliori del film sono le scene d'atmosfera, in cui Luhrmann dà pieno sfogo alla sua vena visiva e la sua capacità di contaminazione di diverse epoche storiche nel ricreare feste sfavillanti e costumi sgargianti, accompagnati da una musica discronica ma riuscita. La regia e la sceneggiatura crollano miseramente, tuttavia, nel tentativo di raccontare l'ossessione di Gatsby, la forza della sua convinzione e della sua determinazione. L'uso ossessivo di frasi del libro, sia in voce narrante che addirittura in sovrimpressione, finisce per depotenziare l'immagine e risultare finta e didascalica, oltre che tradire l'incapacità di saper efficacemente veicolare sentimenti e sensazioni. Esemplare in questo senso è la scena del pranzo in casa di Daisy, uno dei momenti più forti e rivelatori del libro, che finisce invece per essere freddo e rischiare di scivolare nel ridicolo sull'inutile commento finale in voiceover di Nick.
Il grande Gatsby è un film visivamente ricco, che però manca della profondità psicologica e della forza emotiva che dovrebbe riuscire a trasmettere. Tradito da una regia superficiale e da una sceneggiatura scolastica, il film viene definitivamente affossato dalla recitazione dei due coprotagonisti, Mulligan in testa, che non riescono a far appassionare lo spettatore alle loro vicende. Il film risulta quindi lento e quasi noioso, e viene trascinato verso la fine solo dalla grande prova di Di Caprio, la cui recitazione meriterebbe un contorno di miglior livello.
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Pier
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