venerdì 13 novembre 2009

Nemico Pubblico

Dillinger Secondo Mann


"Nemico pubblico" è il 18° film che ripercorre le ultime vicende della vita del rapinatore di banche John Dillinger. La struttura narrativa è tipica dei film di Mann dove il "buono", in questo caso Purvis, insegue il "cattivo", Dillinger, attraverso una caccia all'uomo che diventa il punto centrale del film. I due personaggi sono presentati nelle prime due scene, il capitano, come freddo poliziotto ambiguo e non del tutto comprensibile, il criminale, come un Robin Hood moderno che ruba alle banche ricche e cancella i debiti ai poveri.

A differenza dei film precedenti, Mann analizza freddamente i fatti , cercando di ricostruire chirurgicamente le vicende, i personaggi e le scene. Dillinger non viene presentato come un eroe, così come accadeva nei film precedenti (penso al film del '73 di Milius), ma raccontato con lo sguardo del cronista che non lascia trasparire nè simpatie e nè favoritismi.

La regia è da scuola di cinema, alcune scene, in particolare quella dello chalet nel Wisconsin e quella conclusiva, sono da brividi, l'accompagnamento sonoro è da Oscar e le ricustruzioni scenografiche e di scena da maestro del cinema; tuttavia, proprio questa esigenza, quasi "giornalistica", di ricostruzione dei fatti appesantisce il film e lo rende lento per buona parte della sua durata. I due attori sembrano scollegati dal loro ruolo e, se da una parte Bale non riesce a dare nè spessore nè personalità al suo personaggio, Depp si conferma attore poco polivalente, che non entusiasma senza il suo classico tocco comico goticheggiante.

Il film è assolutamente da vedere, ma se ci si aspetta un nuovo "Insider", "Heat - la sfida", "L'ultimo dei Mohicani" o "Manhunter", si rimane fortemente delusi.

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Alessandro

lunedì 9 novembre 2009

Rivediamoli - Per un pugno di dollari

Il primo capitolo di una nuova era



Può sembrare banale scegliere per la prima puntata di questa rubrica proprio Per un pugno di dollari, film celebre in tutto il mondo.

Eppure la scelta mi è sembrata coerente con il tentativo, iniziato da Ale con Liberty Valance, di descrivere il momento di passaggio dal western classico a quello moderno, rinominato poi "spaghetti" e che segnerà il declino del genere. Tullio Kezich, pur essendo molto amico di Leone, rimproverò sempre al regista il fatto di aver di fatto sferrato un colpo fatale al western tradizionale. L'accusa, pur ingenerosa nei confronti di Leone, è senza dubbio fondata dal punto di vista degli amanti di quel tipo di western reso celebre da John Ford.

La pellicola racconta la storia di un eroe solitario, interpretato da Clint Eastwood, che arriva a San Miguel, una cittadina al confine tra gli Stati Uniti e il Messico. Dopo aver deciso di alloggiare nella locanda del paese, viene a sapere che la cittadina è divisa da una lotta tra due famiglie, i Rojo e i Baxter. Joe decide di vendersi, apparentemente per un pugno di dollari, a entrambe, facendo una sorta di doppio gioco.

Quali sono le differenze con il western fordiano? Innanzitutto il numero delle sparatorie e il livello di violenza presente nel film: classicamente, il duello a colpi di pistola era solo quello tra eroe e villain che aveva luogo alla fine del film. Leone invece moltiplica questi momenti all'inverosimile, creando numerosi scontri tra i protagonisti e insistendo a lungo su scene di tortura. Il modello qui non sono i western classici, ma i film di samurai di Kurosawa, cui il film è dichiaratamente ispirato.

Proprio l'eccessiva violenza segnerà la crisi del genere: produttori e registi, infatti, di fronte al grande successo ottenuto dalla trilogia del dollaro, credettero che bastasse infarcire di sparatorie le pellicole per attirare pubblico. Ebbero torto, e a lungo termine decretarono la morte del western: una brutta morte, a dire il vero, per un genere nobile che tanto aveva dato al cinema.

Il film di Leone, tuttavia, non è un'accozzaglia di scene di combattimento, ma un film ben strutturato e diretto, con un uso innovativo delle musiche, composte da Ennio Morricone: come il regista amava ricordare, le note del maestro italiano sono parte integrante della sceneggiatura, una sorta di coro greco che commenta beffardamente le sorti dei protagonisti.
La fotografia è molto ben curata, anche se mancano gli splendidi paesaggi che caratterizzavano il western classico.

Per un pugno di dollari lanciò Clint Eastwood, scelto da Leone quasi per disperazione e diventato il simbolo del western moderno. Il regista scherzava spesso a proposito della scarsa mimica facciale del suo primattore, dicendo che aveva solo due espressioni: con il cappello, e senza cappello.
L'altro protagonista è Gian Maria Volontè, che interpreta il sanguinario Ramon, di cui Leone non si preoccupa di far vedere i vizi in termini di donne, droghe ed alcool.
La scarsa moralità dei protagonisti è infatti una delle altre grandi differenze con il western classico, dove i
villains erano dotati di un proprio codice d'onore e gli eroi erano mossi da alti valori. Qui entrambi sono spinti solo da quei dollari che danno il titolo al film e alla trilogia.

Per un pugno di dollari ha certamente segnato un'epoca, introducendo molti degli stereotipi del western moderno, dal vecchietto del west al pistolero solitario e infallibile, che cavalca solitario verso il tramonto di un genere e di un modo di fare cinema.

Pier

domenica 8 novembre 2009

Rivediamoli - L'uomo che uccise Liberty Valance

Il Western al crepuscolo


E' la storia di Ransom Stoddard, interpretato da un grandissimo James Stewart, senatore di Stato a cui si deve grande riconoscenza per aver ucciso il bandito Liberty Valance. In realtà non fu lui, ma Tom Doniphon, John Wayne, il quale rinunciò alla notorietà per amore di una donna, centro di un tragico triangolo amoroso.

Uno degli ultimi film di Ford che si colloca in un momento cruciale per il genere; è infatti un momento di riflessione sulla mitologia dei film western e sulla crisi profonda che sta attraversando. Il film è dell'inizio degli anni '60 (1962), periodo nel quale Sergio Leone preparava la sua grande rivoluzione di genere con gli spaghetti-western che sancirono un punto di rottura con il passato. Il nuovo personaggio protagonista, infatti, non figura più come eroe impeccabile, ma piuttosto come antieroe, personaggio senza scrupoli, crudo e complesso.

Inutile cedere a facili elogi per un film di assoluta perfezione, dalla struttura narrativa basata sui flashback, all'interpretazione stoica dei due protagonisti, alla sceneggiatura che registra, forse, la battuta western più celebre di sempre("Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda"). I punti che mi piacerebbe sottolineare di questo film, e che mi spingono a consigliarlo, sono due: per prima cosa i toni crepuscolari e malinconici di cui il film è permeato. In particolare le figure di Wayne e Valance, cowboy tradizionali usciti dai film fordiani degli anni '30, si trovano a combattere non solo fra loro, ma con quei valori provenienti dal crescente sviluppo dell'Est, incarnati nella figura di Stewart. Wayne è valoroso, eroico, solitario, e rappresenta l'americano-fondatore, Stewart è pragmatico, idealista, integerrimo e servitore della comunità, simboli sui quali si basa la moderna storia americana. E' questa dicotomia, rappresentata in modo non banale, ma approfondito e consapevole, che rende il film uno dei western più belli di sempre.

Il secondo punto, che vale la pena sottolineare, è il fatto che l'intero film è praticamente girato all'interno delle pareti di una cucina e di un ristorante; la capacità di Ford di sfornare un western da camera di questo livello è spiazzante e nel contempo da la certezza allo spettatore di trovarsi di fronte al più grande regista western mai esistito.

Alessandro

sabato 7 novembre 2009

Nuova rubrica: Rivediamoli


Dalla prossima settimana, inizierà una nuova rubrica, intitolata
Rivediamoli: a ogni "uscita" vi proporremo due film che hanno fatto la storia di un diverso genere, recensendoli e contestualizzandoli nel loro periodo storico.

Un piccolo e modesto tentativo di presentarvi quei film del passato che influenzano ancora oggi il linguaggio cinematografico.

Alla prossima settimana per la prima puntata!


giovedì 5 novembre 2009

L'uomo che fissa le capre

Quando la realtà è più assurda della fantasia



Bob Wilton è un giornalista di provincia. Per dimostrare alla sua ex-moglie che ha fegato, si reca in Medio Oriente, dove conosce Lyn Cassidy, militare che gli confida di essere membro di un reparto segreto dell’esercito statunitense che utilizza facoltà paranormali in campo bellico. Lyn è alla ricerca del fondatore del reparto, Bill Django, scomparso misteriosamente nel nulla. Convinto di avere in mano uno scoop, Bob decide di accompagnarlo nella sua missione.

Se pensate che la trama sia assurda e che sia stata creata dalla mente di uno sceneggiatore molto fantasioso, vi sbagliate di grosso: è tutto vero. Vero il "Battaglione Terra" (questo il nome del reparto di cui fa parte Cassady), vero l'interesse dell'esercito (non solo statunitense) per il paranormale.

Basandosi sul libro Capre di Guerra, che racconta l'incontro tra militare e poteri mistici, il regista Grant Heslov firma un lavoro molto particolare, che unisce la critica anti-bellica ai toni brillanti di quella commedia dell'assurdo tanto cara ai fratelli Coen.

Il film rischia di non piacere a tutti, ma è sicuramente esilarante per i cultori del genere, con attori strepitosi a interpretare dei personaggi ben costruiti: Clooney è un meraviglioso sconclusionato, Spacey uno psicotico perfetto, e Jeff Bridges è sui livelli de Il grande Lebowski.

La sceneggiatura è ottima, la regia per nulla banale. A volte il film eccede nelle situazioni inverosimili, ma alla fine le risate la fanno da padrone. Non mancano tuttavia i momenti di riflessione, in quanto l'apparente assurdità del battaglione ideato da Django riflette in realtà un profondo messaggio pacifista e antibellico.

Se amate i complotti, i personaggi sopra le righe e Guerre Stellari, non perdete L'uomo che fissa le capre: vi farà morire dalle risate.

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Pier

martedì 3 novembre 2009

Parnassus

L'immagine più della storia



L'ultimo lavoro di Terry Gilliam narra la storia di Parnassus, santone e monaco incapace di resistere alle sfide postegli dal diavolo e per questo "condannato" alla vita eterna. La sua ultima scommessa con Satana potrebbe però costargli ciò che ha di più caro al mondo.

Parnassus è un film visivamente eccezionale. Se considerassimo solo la qualità di regia, immagini e inquadrature, ci sarebbe solo una parola per definirlo: capolavoro. I costumi sono splendidi, e Gilliam dà fondo a tutto il suo patrimonio artistico per disegnare sfondi e scenografie e per coreografare balli e movimenti di gruppo. La fotografia è splendida, ricca di colori sgargianti e di immagini da fiaba, che rievocano le fantasie e i sogni di ciascuno di noi.

Nel valutare un film, tuttavia, non si può non considerare la trama: questa è il vero punto debole del'opera, in grado di affossare la meraviglia per gli occhi creata da Gilliam. Inizialmente scorrevole, con il passare dei minuti la storia si ingarbuglia sempre più su se stessa, arrivando a un finale indubbiamente impeccabile sotto il punto di vista estetico, ma altrettanto indubbiamente debole sotto quello narrativo. La sensazione è che la morte di Heath Ledger abbia cambiato i piani iniziali ben più di quanto lasci intuire il prodotto finito, e che alcune scene siano state aggiunte per dare più spazio alle tre celebrità che lo hanno sostituito. Il personaggio "pluri-interpretato" risulta così tra i meno convincenti per la mancanza di coerenza e continuità della sua evoluzione e delle sue scelte. Tra gli attori, ottimi Ledger e Depp, meno convincenti i pur bravi Farrell e Jude Law, un po' troppo sopra le righe.
Una nota a parte merita Tom Waits, strepitoso Satana con il vizio del gioco d'azzardo, il cui ghigno diabolico e la cui voce varrebbero da soli il prezzo del biglietto.


La sensazione che resta è quindi quella di un'occasione sprecata, in cui il desiderio di stupire lo spettatore ha fatto perdere di vista a Gilliam la coerenza narrativa dell'opera, rendendo così quasi artificiosi i geniali spunti visivi elaborati dal regista.

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Pier

lunedì 2 novembre 2009

Oggi Sposi

Quattro matrimoni per i personaggi e un funerale per lo spettatore




La nuova commedia italiana di Luca Lucini riprende per l'ennesima volta l'argomento "matrimonio" come collante di quattro storie e coppie di personaggi diversi. Non fa niente se Verdone, con viaggi di nozze, avesse già raggiunto tutto quello che si poteva chiedere ad un film di questo genere, o che Hugh Grant, con quattro matrimoni e un funerale, avesse tirato fuori tutta l'ironia e la comicità banale da situazioni tragi-comiche che ruotano intorno agli avvenimenti nuziali.
Oggi Sposi racconta i preparativi di nozze di 4 coppie: i precari, il finanziere e la soubrette, il cafone e la figlia dell'ambasciatore, il vecchio e la ragazza di vent'anni che punta solo ai soldi. La storia è molto semplice e l'intenzione dello sceneggiatore è chiaramente quella di strappare il sorriso allo spettatore distrendolo dal teatrino della banalità messo in piedi: i luoghi comuni abbondano e sono portati all'eccesso, come il personaggio del PM, incapace con le donne e focalizzato solo sul lavoro, il cafonazzo pugliese che si scontra con la famiglia "perfettina" dell'ambasciatore indiano, i soliti precari, che in un film italiano moderno non mancano mai (non so quanti di loro nella realtà riderebbero delle peripezie di questa coppia), o la soubrette stupidissima e vacua che, insieme ad un finanziere, si preoccupa solo di organizzare il matrimonio dell'anno per pubblicità e notorietà.
Sembra davvero una barzelletta solo che al posto del francese, dell'inglese e del tedesco ci sono le moderne classi sociali italiane che hanno trovato improvvisa notorietà sui, mica tanto, rotocalchi italiani. La barzelletta però, smette improvvisamente di far ridere quando si realizza di aver pagato 7 euro per averla ascoltata. Il solito filmaccio italiano.

Alessandro

*1/2