venerdì 18 settembre 2009
The Informant
Mark Whitacre è un biologo al servizio di una grande azienda alimentare, la ADM. Avendo scoperto che la sua compagnia stringe accordi illegali con la concorrenza per il controllo dei prezzi, decide di denunciarla all'FBI e di diventarne informatore. La realtà dei fatti, però, si dimostrerà ben più complessa.
E' difficile dire di più di questa divertente commedia senza svelare alcuni dei molti colpi di scena che compongono la trama, splendidamente orchestrata da una sceneggiatura sontuosa.
Soderbergh unisce inchiesta e humour, realizzando un'opera che gira come un orologio svizzero: nessuna pausa, nessun momento morto, molti fili che si intrecciano per poi dipanarsi a poco a poco nel finale.
Matt Damon, ingrassato e invecchiato, sembra tagliato dal sarto per la parte del protagonista, grazie all'ambiguità e alla furberia del suo sguardo.
The Informant è il classico esempio di come le commedie americane possano essere divertenti senza essere volgari quando sono sorrette da un soggetto interessante e da una buona sceneggiatura.
Infine, un consiglio: se avete un amico un po' fanfarone, portatelo a vedere The Informant. Potrebbe cambiare radicalmente.
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Pier
mercoledì 16 settembre 2009
Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans
Un tenente nemmeno troppo cattivo
Nicholas Cage è un tenente di polizia che, in seguito a un incidente, diventa dipendente da svariate droghe, e sfrutta il suo lavoro per procurarsele. La sua “scimmia” rischierà di compromettere un indagine per omicidio.
Herzog reinterpreta e rilegge in chiave moderna e comica Il cattivo tenente di Ferrara: più che di un remake, infatti, siamo dalle parti di una parodia. Nicholas Cage mantiene la stessa espressione per tutta la pellicola, in una sorta di allucinazione permanente causata dalle droghe. E proprio le visioni del cattivo tenente sono i momenti migliori del film, momenti di comicità pura che contribuiscono a creare un ritmo serrato e ad aumentare il dinamismo della trama.
La regia si preoccupa soprattutto di mettersi al servizio della storia, senza ricerche stilistiche particolari; tuttavia, la mano di Herzog emerge prepotentemente in alcune scene, specie quando il tenente si trova ad avere a che fare con animali di dubbia provenienza.
Il cattivo tenente è la dimostrazione di come un regista visionario possa dirigere un film tradizionale ottenendo degli ottimi risultati: l'arte di Herzog supporta e arricchisce la pellicola, rendendo interessante una storia che di per sé non brilla per originalità. E non è un caso che questo film sia stato in concorso a Venezia, dove lo scorso anno un altro visionario come Aronofsky vinse il Leone d'Oro con uno splendido film “normale” come The Wrestler.
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Pier
giovedì 10 settembre 2009
Il grande sogno
Roma, 1968. Nicola, giovane poliziotto, vorrebbe fare l’attore. Verrà coinvolto suo malgrado nei movimenti di contestazione giovanile, dove si innamorerà di , invaghita però del leader del movimento studentesco, Libero.
Le contestazioni a Placido, reo secondo alcuni di aver con questo film “tradito” il ’68, sembrano davvero fuori luogo: il regista non vuole infatti raccontare il ’68 in generale, ma il suo ‘68 personale e privato. Lo fa raccontando il progressivo coinvolgimento di una famiglia e di un ragazzo nei movimenti di contestazione, un coinvolgimento che segnerà una profonda crisi nei loro rapporti personali.
Il grande sogno è un classico film narrativo, senza alcuna pretesa artistica a livello registico: la storia di Nicola è raccontata in modo neutrale e distaccato, con pochissimi giudizi sui protagonisti e le loro azioni.
Unica eccezione il finale, dove Placido pecca un po’ troppo di sentimentalismo.
Quello che resta è un film senza dubbio non eccezionale, ma comunque godibile, con ottime prove sia dei protagonisti, Scamarcio compreso, sia dei comprimari, tra cui si può ammirare uno splendido Silvio Orlando.
Placido si dimostra così ancora una volta un eccellente “direttore di attori”, dote peraltro già dimostrata in Romanzo Criminale.
Ciò che forse manca sono la vitalità e la leggerezza presenti invece in altri film sul tema, come ad esempio Mio fratello è figlio unico.
Il film di Placido non racconta un periodo storico, racconta un sogno: un sogno di libertà e di cambiamento, che ancora oggi divide le platee e scalda gli animi, e che ha cambiato la società, anche se forse non come desideravano i suoi sostenitori.
Il problema è che poco arriva allo spettatore dello spirito di quel tempo: resta comunque una storia interessante e solida, anche se priva di emozioni.
** 1/2
Pier
mercoledì 9 settembre 2009
Questione di punti di vista
Vittorio, in viaggio da Milano a Barcellona, si ferma per soccorrere Kate, rimasta in panne. Scopre che la donna gestisce un circo con la sorella, e si ferma per vedere lo spettacolo della sera. Il fascino di Kate e del mondo circense lo spingeranno a prolungare la sua permanenza.
Il nuovo film di Jacques Rivette, ottuagenario regista della Nouvelle Vague, è una piccola perla. Girato con grande delicatezza e con un sapore d’altri tempi, il film porta lo spettatore all’interno del mondo del circo, sempre in bilico tra spettacolo e magia.
La vicenda personale di Kate, tormentata dal rimorso, si inserisce alla perfezione all’interno della preparazione dello spettacolo, fino a diventarne il numero principale: durante la performance, la vita reale e la finzione si mescolano, fino a confondersi e a non poter essere più distinte.
Con il calo del sipario, però, l’incanto finisce: la finzione cessa, e rimane solo la vita, reale ma non per questo meno affascinante.
La splendida regia di Rivette è supportata da un ottimo cast, tra cui spiccano Castellitto e Jane Birkin.
La pellicola non è però esente da difetti: la passione per l’autocelebrazione, ad esempio, con scene e inquadrature che sembrano realizzate solo per dimostrare l’abilità del regista.
Resta comunque un film molto gradevole, in cui un grande maestro dimostra che, anche con storie semplici e pochi mezzi, è possibile far sognare lo spettatore.
*** 1/2
Pier
Nota sulla critica cinematografica
martedì 8 settembre 2009
Baaria
Spesso sentiamo dire dagli addetti ai lavori che il cinema italiano manca di ambizione; che cerca sempre le stesse strade, senza mai provare nulla di nuovo. Insomma, che i nostri registi non sono capaci di osare.
Giuseppe Tornatore, con questo film che racconta 50 anni di storia della siciliana Bagheria, ha provato a smentire questo luogo comune. Il risultato è stato però un film troppo ambizioso, con una promozione senza precedenti che ha contribuito ad accrescere oltremisura le aspettative.
Innanzitutto, Baaria non ha una trama univoca: è un collage di episodi della vita del regista, che hanno come unico filo conduttore quello di riguardar, più o meno direttamente, i due protagonisti.
Il desiderio di Tornatore di creare un’epopea siciliana sullo stile di C’era una volta in America penalizza la coerenza narrativa, finendo solo per confondere lo spettatore. Inoltre, il realismo che l’opera dovrebbe ricercare cozza decisamente con la decisioni di inserire alcune scene dichiaratamente oniriche, che poco senso hanno ai fini della storia e dell’opera cinematografica in generale.
La regia di Tornatore è ovviamente di livello, ma si perde nella ricerca di dettagli e nel tentativo di far apparire tutti gli attori del panorama cinematografico italiano. Che senso ha utilizzare (e pagare) attori celebri come la Bellucci, Placido, Lo Cascio, Aldo Baglio e la Chiatti solo per pochi secondi di scena?
Tra gli elementi positivi del film, spiccano sicuramente la fotografia, curatissima e profondamente evocativa, e la musica di Ennio Morricone. Da segnalare anche la prova del protagonista maschile, Francesco Scianna, naturale ed intenso, mentre quella femminile, Margaret Madè, supera appena la sufficienza.
L’impressione complessiva che si ricava dal film è che il cinema italiano in generale non sia pronto per un film di questa portata, e che Tornatore abbia fatto il passo più lungo della gamba cercando di realizzare un’idea che avrebbe meritato un’altra sceneggiatura e delle diverse scelte produttive: il risultato è un film senza dubbio apprezzabile, ma non all’altezza di altri lavori del regista.
Un’ultima nota va dedicata ai critici dei quotidiani, che hanno criticato il film all’uscita dalla proiezione a Venezia, salvo poi incensarlo, per un insensato amor di patria, sui loro giornali.
**1/2
Pier