lunedì 27 maggio 2013

La grande bellezza

L'estetica della nostalgia




Jep Gambardalla è il re dei mondani di Roma. Dopo aver scritto in giovinezza un romanzo apprezzato dalla critica, Jep si è dedicato al giornalismo, un po' per pigrizia, un po' per noia. Lo vediamo muoversi tra feste, discussioni in terrazza, matrimoni e palazzi nobiliari, sempre alla ricerca di quella "grande bellezza" che lo aveva abbagliato da giovane e che non è più riuscito a ritrovare.


Nonostante l'ambientazione romana e la presenza di Roma come co-protagonista facciano inevitabilmente pensare a La dolce vita, le similitudini de La grande bellezza con il film di Fellini si fermano qui, o quasi. Lo spirito che anima il film di Sorrentino è infatti profondamente diverso, e lo si può riscontrare mettendo a confronto i due protagonisti. Il Marcello di Mastroianni si muove nella Roma degli anni cinquanta-sessanta con leggerezza solo apparente, ma finisce per diventare emotivamente partecipe di ciò che accade ai suoi "compagni" d'avventura. Lo sguardo di Marcello è ironico ma non distaccato, e prova pietà e tenerezza per lo squallore e la desolazione in cui precipitano coloro che lo circondano. Il Jep di Servillo si muove invece al di sopra delle feste, come un arbiter elegantiarum moderno, pronto a dare il suo giudizio su tutto, ma senza farsi coinvolgere. Il suo sguardo è freddo e cinico, persino con se stesso, e non riesce a connettersi emotivamente con le umane sofferenze del suo entourage. Più che a Mastroianni somiglia a Totò, una maschera ghignante che riesce a ridere della miseria della nobiltà pur facendone parte in prima persona. L'evoluzione dei due personaggi è diametralmente opposta, e sfocia in due finali emotivamente contrapposti: da un lato la malinconia e la desolazione della Dolce Vita, con Marcello che non riesce a sentire le parole di Paola, dall'altro la rinnovata speranza di Jep.

Sorrentino realizza un film barocco, stilisticamente ridondante, che in alcuni tratti sembra un puro esercizio di stile registico. Le sequenze si susseguono senza una logica precisa, episodi sconnessi come la vita di Jep, che scorre senza una direzione precisa. Il regista però riesce a regalare al film un'anima, una dolente e proustiana nostalgia per il passato e per le proprie radici (emblematica in questo senso la scena dei fenicotteri) che si estrinseca nella storia di Jep, ma anche in quella dei suoi amici e conoscenti, da Verdone alla contessa Colonna, effimera protagonista di uno dei momenti più toccanti del film. La nostalgia tocca anche la città di Roma, decadente ombra di glorie passate, e i suoi abitanti. I personaggi incrociati da Jep nelle sue odissee notturne sono profondamente soli, terrorizzati da un horror vacui che cercano inutilmente di esorcizzare con feste sfrenate e dialoghi vuoti. Chi vive a Roma da tanto tempo è incapace di farsi catturare dalla "grande bellezza" della città eterna, che invece colpisce con forza i turisti di passaggio, colti da un'emozione che può persino divenire fatale.

La forza del film non è dunque tanto nella regia, stilisticamente di alto livello ma eccessivamente ridondante e ricercata, quanto nella sceneggiatura, nei dialoghi, negli stralci di verità che spuntano per un attimo dalla coltre della finzione che attanaglia i personaggi. Servillo è magistrale nel ruolo di Jep, tanto naturale nei suoi dialoghi e nelle sue espressioni quanto è finto e eccessivamente teatrale nei monologhi in voice over, eccezion fatta per quello finale. Intorno a lui si muove un cast allestito alla perfezione, in cui spiccano Verdone, perfetto nella sua malinconia come solo i grandi comici sanno essere, ed Herlitzka, esilarante cardinale esperto di cucina e del tutto inetto nelle questioni spirituali. I personaggi si muovono in atmosfere chiaramente felliniane, con giraffe che spariscono, fenicotteri in migrazione e sante in vita che si nutrono solo di radici.

La grande bellezza è un film fortemente imperfetto, con un gusto per l'immagine eccessivo ed autocompiaciuto e una storia ellittica e con poco ritmo. Tuttavia, il film arriva dritto al cuore con il suo messaggio, forte di dialoghi a volte esilaranti (su tutte, quella su Proust e Ammaniti) a volte commoventi, e di una grande prova del cast. Sorrentino realizza un film intimo, che dietro l'apparente freddezza e cinismo cela un cocente rimpianto per il passato, una difesa della nostalgia come unica arma per combattere un presente desolante e un futuro privo di prospettive.

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Pier

mercoledì 22 maggio 2013

Il grande Gatsby

Come sbagliare tutto (o quasi)


Nel 1922, il giovane Nick Carraway, aspirante scrittore, si trasferisce a New York in cerca di fortuna. Sono i roaring twenties, in cui la ricchezza abbonda e i party sono stravaganti e sfarzosi. Nick va a vivere a Long Island, in una modesta abitazione che confina con la lussuosa magione di Jay Gatsby, misterioso milionario di cui nessuno sa nulla, se non che ha l'abitudine di organizzare feste memorabili. Nick comincia a frequentare Gatsby, e viene così a conoscenza dei suoi trascorsi sentimentali con Daisy, cugina di Nick, ora sposata al ricco Tom Buchanan. Gatsby e Daisy reintrecciano i fili della loro storia d'amore, e Gatsby sogna di ricominciare una nuova vita con lei. Le cose, tuttavia, non vanno per il verso giusto...

Baz Luhrmann sceglie il Grande Gatsby, il romanzo simbolo dei ruggenti anni Venti e dell'opera di Fitzgerald, come soggetto ideale per scatenare la sua fantasia visiva ed espressiva, che aveva ben funzionato in Romeo+Giulietta e, soprattutto, in Moulin Rouge.
Il risultato è deludente, per non dire offensivo: deludente per chi ama il romanzo, che troverà violentato in più parti, nonostante un uso del testo del libro quasi letterale e finanche eccessivo; deludente per chi ama il cinema di Luhrmann, che troverà depotenziato rispetto ai lavori precedenti, oltre che affetto da un imperdonabile didascalismo; deludente, infine, per chi ama Leonardo Di Caprio.

L'attore offre una prova oggettivamente eccezionale fin dalla prima inquadratura in cui appare, miscelando magistralmente la grandeur di Gatsby al desiderio di rivalsa del ragazzo di umili origini, travolto e reso cieco dalla passione per Daisy. La sua prova, tuttavia, è resa vana dal fatto che lo spettatore non riesce mai ad appassionarsi alla storia d'amore, sia per la regia, fredda e espressivamente inetta, sia per la totale inadeguatezza dell'attrice scelta per interpretare il grande amore di Gatsby
Il che ci porta a Carey Mulligan, la Daisy più insipida, finta e inane che si possa immaginare. La sua incapacità sullo schermo e la sua totale mancanza del physique du role per la parte sono tali che le parole mi fanno difetto. Affido quindi il mio commento sulla sua prova recitativa a un grande Maestro del cinema italiano, Renè Ferretti:



A completare il trio dei protagonisti troviamo il monoespressivo Tobey Maguire, che interpreta nello stesso identico modo l'adolescente impacciato protagonista di Spiderman e lo scrittore-broker Nick, muovendosi per la storia con l'occhio sbarrato e il sorriso demente.

Al netto degli evidenti errori di casting, la regia di Luhrmann delude per la sua incapacità di tradurre in immagini forti ed evocative lo splendido romanzo di Fitzgerald. I punti migliori del film sono le scene d'atmosfera, in cui Luhrmann dà pieno sfogo alla sua vena visiva e la sua capacità di contaminazione di diverse epoche storiche nel ricreare feste sfavillanti e costumi sgargianti, accompagnati da una musica discronica ma riuscita. La regia e la sceneggiatura crollano miseramente, tuttavia, nel tentativo di raccontare l'ossessione di Gatsby, la forza della sua convinzione e della sua determinazione. L'uso ossessivo di frasi del libro, sia in voce narrante che addirittura in sovrimpressione, finisce per depotenziare l'immagine e risultare finta e didascalica, oltre che tradire l'incapacità di saper efficacemente veicolare sentimenti e sensazioni. Esemplare in questo senso è la scena del pranzo in casa di Daisy, uno dei momenti più forti e rivelatori del libro, che finisce invece per essere freddo e rischiare di scivolare nel ridicolo sull'inutile commento finale in voiceover di Nick.

Il grande Gatsby è un film visivamente ricco, che però manca della profondità psicologica e della forza emotiva che dovrebbe riuscire a trasmettere. Tradito da una regia superficiale e da una sceneggiatura scolastica, il film viene definitivamente affossato dalla recitazione dei due coprotagonisti, Mulligan in testa, che non riescono a far appassionare lo spettatore alle loro vicende. Il film risulta quindi lento e quasi noioso, e viene trascinato verso la fine solo dalla grande prova di Di Caprio, la cui recitazione meriterebbe un contorno di miglior livello.

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Pier


sabato 4 maggio 2013

Iron Man 3

Problem Child



Dopo gli eventi di New York narrati in "The Avengers", Tony Stark non è più lo stesso. Soffre di insonnia, ha frequenti attacchi di panico, e soprattutto non riesce più a separare la sua vita da quella di Iron Man, sviluppando un rapporto morboso con le sue armature. La minaccia del Mandarino, un terrorista che vuole rieducare l'Occidente e sovvertire le loro regole, lo costringe a fare i conti con se stesso, cercando di localizzare il nemico e di capire la tecnica con cui realizza i suoi improvvisi e devastanti attentati.

Il terzo capitolo di Iron Man ci presenta un Tony Stark incerto e nervoso, la cui spacconeria tradisce per la prima volta una forte insicurezza di fondo. Seguendo le orme dell'ultimo Batman di Nolan, Tony appare per quasi tutto il film senza armatura, e si districa nella rete del Mandarino grazie a gadget improvvisati, intuizioni da detective e l'aiuto di un bambino tanto molesto quanto brillante. Il bambino, tuttavia, rappresenta anche il maggior difetto del film, il "problem child" cantato dagli AC/DC (per la prima volta inopinatamente assenti dalla colonna sonora di Iron Man) che rende inefficace il tentativo di approfondimento del personaggio: il suo inserimento nella storia è posticcio, e sembra solo destinato a rendere il film più appetibile per le famiglie, come suggerito magistralmente da Leo Ortolani in questa recensione a fumetti. Le scene che lo vedono protagonista, per quanto a volte divertenti (esilarante lo scambio "siamo connessi" tra lui e Tony), risultano avulse dal resto della trama, che punta invece forte sull'introspezione di Tony Stark e delle sue nevrosi, e finiscono per depotenziare l'intenzione di rendere il personaggio più profondo e tridimensionale.

Se la regia non convince, la trama scorre invece rapida e sicura verso la conclusione, alternando colpi di scena e messaggi non banali grazie anche a dei villains azzeccati e alla solita superba interpretazione di Robert Downey Jr, la cui identificazione con Tony/Iron Man è ormai totale. Accanto a lui brillano una sempre efficace Gwyneth Paltrow, ma soprattutto un Ben Kingsley trasformista e istrionico, in grado di rappresentare al meglio le mille sfumature attribuite al personaggio del Mandarino, molto diverso da quello del fumetto.

Iron Man 3 prosegue l'epopea dell'eroe dall'armatura bionica, inserendosi efficacemente nel solco tracciato dai primi due film e, soprattutto, da The Avengers. Tuttavia, il tentativo di approfondire il personaggio, pur lodevole, viene vanificato dall'infantilità di alcuni momenti della trama, rendendo meno accettabile per gli appassionati l'accantonamento della dimensione baraccona e smargiassa che aveva caratterizzato i film precedenti. Il film rimane comunque godibile, e sembra preparare il terreno per un ulteriore sequel.

**1/2

Pier