Terzo telegramma da Venezia, con lotte sindacali coreane che diventano scontro tra coppie, amori tormentati, donne in un mondo maschile e ostile, virus misteriosi che causano ustioni, e la poesia di un'amicizia fondata sui manga.
Possible Love (Concorso), voto 7. A seguito del licenziamento del marito dalla fabbrica in cui lavorava, una coppia diventa il soggetto del documentario di una regista sposata a un magnate della finanza. Le due donne diventano amiche, ma il confine tra amicizia e opportunismo è molto sottile. Lee Chang-dong, uno dei più grandi registi del nuovo cinema coreano, torna a girare un lungometraggio dopo sette anni, e lo fa con un film mutaforme, che parte dalle classiche premesse di un k-drama per sovvertirle, trasformandosi prima in un Ken Loach in salsa coreana, tra licenziamenti ingiusti e sindacati, e poi in un confronto tra famiglie di classi sociali diverse che ricorda Parasite, coabitazione estemporanea compresa. Questa complessità narrativa si accompagna a una complessità tematica. Lee parla di sfruttamento, sia quello più esplicito (quello da parte delle multinazionali che licenziano i propri lavoratori senza troppi complimenti) sia di quello più implicito che si viene a creare tra le due coppie protagoniste a causa della differenza di classe sociale. Parla anche dell'importanza di dare voce al proprio dolore, con le interviste che diventano una forma di terapia. Il film ha una forte tematica sociale e ottime prove attoriali, soprattutto da parte di Sol Kyung-gu. Paga però un ritmo diseguale (la prima parte è troppo lunga e lenta rispetto alla seconda, nettamente migliore) e il confronto con alcuni capolavori recenti del cinema coreano, come Parasite e No other choice, con cui condivide la macrotematica della critica al capitalismo, e rispetto ai quali manca di memorabilità e incisività.
Echo Chamber (Concorso), voto 6. Un produttore musicale alle prese con un dolore cronico alla schiena si innamora della sua fisioterapista, ma i suoi demoni si mettono di mezzo. Chi scrive non ama molto il genere melò, e darebbe quindi un giudizio soggettivo molto più aspro che si potrebbe riassumere in un calembour con il cognome del protagonista. Tuttavia, oggettività impone di evidenziare che Andrea Pallaoro porta in scena l'ultima sceneggiatura firmata da Bertolucci con un'ottima attenzione all'introspezione e ai sentimenti, sempre veri e realistici grazie anche alla bella prova dei protagonisti Marinelli e Vikander, oltre che a una Susan Sarandon che si divora la scena ogni volta che appare. Echo Chamber è un film sull'arte (in particolare sulla musica) e sulle dipendenze, ma soprattutto è un film sulla cura, sulle azioni invisibili che facciamo per aiutare chi amiamo. Mezzo voto in meno per alcuni vezzi autoriali superflui, ma soprattutto per un finale abbastanza sconcertante per quanto stona con il realismo e la pulizia di quanto visto fin lì.
Woman Unknown (Concorso), voto 7.5. Marie sta per sposare un ricco imprenditore vedovo dopo essere stata la tata della figlia, ma il passato che ha cercato di nascondere torna a tormentarla. La regista danese Mayy al-Tukhi porta in scena un dramma storico ambientato appena dopo la liberazione della Danimarca dai nazisti, in cui la caccia ai collaborazionisti è all'ordine del giorno. Laddove gli uomini vengono "solo" incarcerati, le donne trovate colpevoli vengono umiliate sulla pubblica piazza in processi dal sapore medioevale. Marie vive in un mondo maschile, e ne è pienamente cosciente. Vediamo il mondo dal suo punto di vista, tra violenze più o meno esplicite e sguardi predatori. Il mondo di Marie è un mondo di pericolo, che la porta a dover compiere scelte eticamente sempre più discutibili. Al-Tukhi non ha paura di portare in scena una protagonista moralmente ambigua, e realizza un film forte e di impatto, con un'ottima fotografia e un'eccellente attrice protagonista, Mathilde Arcel
The Burning Giants (Orizzonti), voto 5.5. Phuttiphong Aroonpheng torna in concorso in Orizzonti dopo aver vinto la sezione con il suo documentario d'esordio, Manta Ray. Il confine tra realtà e finzione è labile, e nel fumo ustionante che forse contiene un virus e forse è la vendetta degli dei si incontrano, si scontrano, e si inseguono fino a divenire tutt'uno. The Burning Giants unisce urgenza ambientalista, messaggio politico, e mitologia tailandese, in un mix originale ma non riuscitissimo: allo spettatore sembra di assistere a due se non tre film slegati a livello tonale e recitativo.
Look Back (Concorso), voto 9. Kore-Eda racconta la storia tra due adolescenti che si incontrano grazie a una passione comune, quella per il disegno, e dal desiderio di diventare mangaka. Fujino disegna i personaggi, mentre Kyomoto, una hikikomori, si occupa dei paesaggi. Attraverso il disegno diventeranno amiche e impareranno a vivere, e il disegno le unirà anche quando, dopo un primo successo condiviso, finiranno per separarsi. Dolce e lirico, Look Back unisce la poesia dello studio Ghibli (c'è anche una sequenza animata che vale il prezzo del biglietto) alle tematiche care a Kore-Eda, offrendo una riflessione sul significato della vita e della morte. L'amicizia e l'arte danno luce alla nostra quotidianità, sono creazione e ricostruzione, gli unici strumenti in grado di trascendere tempo e spazio, e di reinventare una realtà in cui il bene trionfa sul male. La fotografia è splendida, e attraversa quattro stagioni con immagini che sembrano dipinte e tolgono il fiato. Il passare del tempo è anche al centro del lavoro sul sonoro, con il rumore di matite e pennini che si evolve man mano che le protagoniste crescono e raffinano la loro arte. Kore-Eda riesce nella rara impresa di commuovere divertendo, senza mai cercare la lacrima facile ma affidandosi solo alla forza delle sue protagoniste (meravigliose a ogni età) e di una storia all'apparenza semplice, ma che in realtà racconta tutto.
Pier

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