La morte della solidarietà
Man-su è un operaio specializzato nel settore della carta. Lavora nella stessa azienda da 25 anni. Ha una bella famiglia (la moglie Miri, due figli, e due cani) e una bella casa. La sua vita sembra felice fino a quando, dopo essersi rifiutato di licenziare degli operai, viene licenziato a sua volta, mettendo a rischio tutto ciò per cui ha lavorato così duramente. I suoi tentativi di trovare un nuovo lavoro vengono frustrati dalla scarsità di posti disponibili per un un lavoratore con la sua esperienza. Man-su, disperato, decide che deve dare una mano alla sorte...
Park Chan-wook torna tre anni dopo Decision to Leave con una commedia nera, nerissima su come il capitalismo corrompa anche l'animo più nobile, fagocitando i suoi fedeli servitori e spingendoli a una guerra tra poveri svilente e piena di disperazione. Il tema non è nuovo (è al centro anche di numerose scene di Fantozzi, per esempio), ma è innegabile che la sperequazione in questi anni sia diventata sempre più estrema, che il legame di solidarietà tra aziende e lavoratori, già labile, sia stato del tutto reciso, e che anche quello tra lavoratori stia facendo lentamente la stessa fine. Il tema deve essere molto sentito in Corea del Sud, dove negli ultimi anni è emerso con forza un cinema dalle forti connotazioni politiche, che usa il genere (la satira, come qui e in Parasite, o la fantascienza distopica come in Squid Game o in Mickey 17) per raccontare il quotidiano.
Park Chan-wook sceglie un approccio disincantato e cinico che unisce satira e critica sociale - un taglio che sarebbe piaciuto a Elio Petri, che avrebbe forse ridotto le risate e asciugato la forma per concentrarsi maggiormente sul tema. Park, tuttavia, è un formidabile narratore, capace di creare personaggi memorabili già al primo impatto - personaggi che svolgono una funzione simbolica ma riescono al tempo stesso a essere veri e autentici, facendo appassionare il pubblico alle loro vicende. Il risultato è un film che ricorda una rapsodia jazz, con continui cambio di tonalità e ritmo ma un tema sotterraneo che lega il tutto in modo armonico.
Park è però soprattutto un maestro nella costruzione delle immagini: pochi registi sanno usare la luce come lui, coniugandone perfettamente il ruolo funzionale con quello simbolico e quello estetico (Park stesso ne parla qui). Anche in No other choice il regista coreano dipinge con la macchina da presa, alternando momenti poetici ad altri grotteschi con una fluidità di ripresa e montaggio che fa sì che il film risulti omogeneo e coeso nonostante i continui cambi tonali. Due scene "musicali", in particolari, sono da applausi a scena aperta per perfezione della composizione e perfetta integrazione di tutti gli elementi.
Anche la direzione degli attori è, come sempre, eccezionale: Lee Byung-hun dimostra ancora una volta la sua incredibile poliedricità, alternando registri del tutto diversi ma mantenendo sempre una verità e un'umanità fondamentali per la riuscita del film. Tutto il cast intorno a lui offre una prova eccellente, ma a brillare è soprattutto Son Ye-jin, ultimo baluardo di razionalità mentre il mondo di Man-su crolla e tutto sembra perduto.
No other choice non è, forse, l'opera migliore di Park Chan-wook, ma è comunque un capolavoro, perché Park è uno di quei registi che sembrano incapaci di fare film meno che eccellenti. Anche a questo giro realizza un'opera potentissima, che resta impressa per la forza e l'urgenza del suo messaggio e la potenza delle sue immagini, e ci spinge a riflettere su cosa sia diventata la nostra società, in cui ormai la solidarietà è diventata qualcosa da deridere anziché un valore da difendere.
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Pier
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