sabato 7 febbraio 2026

Sentimental Value

La risonanza del dolore


Nora, celebre attrice di teatro, soffre di attacchi di panico ogni volta che deve entrare in scena. Gustav, suo padre, è un famoso regista che, dopo aver divorziato dalla madre di Nora e di sua sorella Agnes, è quasi scomparso dalle loro vite. Quando torna in Norvegia per chiedere a Nora di interpretare la protagonista del suo nuovo film, che vuole girare nella casa di famiglia, Gustav innesca una crisi emotiva che colpisce tutta la famiglia.

C'è un cinema di sentimenti, silenzi, fantasmi mai esorcizzati che sembrava scomparso da tempo, e Sentimental value riporta alla luce. È il cinema di Bergman, in primo luogo, ma anche di un certo periodo di Woody Allen: sedute psicoanalitiche collettive, in cui i personaggi portano in scena i rapporti irrisolti che caratterizzano le vite di tutti (genitori-figli, fratelli-sorelle, coniugi) generando una catarsi collettiva che si sublima in sguardi, tocchi fugaci, silenzi eloquenti. Un cinema spesso imitato con risultati scadenti da chi scambia la vivisezione quasi chirurgica dei rapporti e dei sentimenti con la facile spettacolarizzazione degli stessi o con una faciloneria nella giustificazione di alcuni comportamenti.

In Sentimental value, come in Bergman, non ci sono colpevoli né innocenti o, meglio, tutti sono al tempo stesso ambedue le cose. I sentimenti non vengono gettati in piazza, le scenate non esistono, i confronti sono sempre all'apparenza civili. Il dolore che traspare non dalle urla ma dai visi, dai sottotesti, dai silenzi, da un'assenza di suono e comprensione che taglia profondo come un coltello, laddove le urla finiscono spesso per essere vuote e senza significato. 

Il tema centrale del film sono i legami come canali che possono consentire al dolore di scorrere tra intere generazioni, creando un'ereditarietà della sofferenza, o sollevare delle chiuse per fermarlo. Gustav, prigioniero della sua arte, lascia che il suo dolore fluisca verso le figlie. Nora invece solleva le chiuse e protegge Agnes, permettendole di vivere una vita più serena, senza essere vittima della continua sensazione di affogare; e Agnes ricambia prendendosi cura di lei nei suoi momenti peggiori.

La tentazione di descrivere un film come il racconto di un rapporto padre-figlia è forte, ma sarebbe una descrizione superficiale: al cuore del film c'è anche un rapporto tra sorelle fatto di mutua comprensione e gratitudine, di interventi silenziosi ma non dimenticati a proteggere l'altra dal dolore in agguato nel mondo, incarnato in una casa fatta di fantasmi e brutti ricordi. La protezione e la cura sono al centro del rapporto tra Agnes e Nora, e sono l'unico rapporto che consente salvezza, il salvagente che impedisce di affogare.

Quando il dolore scorre, tuttavia, crea un altro tipo di legame: imperfetto, forse malsano, ma non per questo meno forte; un legame che permette di comprendere a distanza ciò che l'altro sta vivendo, come accade tra Gustav e Nora, con il primo che riesce a catturare il malessere della figlia senza parlarle perché in lei rivede il suo e quello della madre.

Bergman è omaggiato non solo nello spirito ma anche nella lettera, con Joachim Trier che costruisce un film nel film che è un'ode al cinema d'autore, il cui paladino è non a caso un regista di origini svedesi. L'arte - il cinema, il teatro - diventano un atto di esorcismo, un modo di affrontare i propri demoni e di liberare se stessi e gli altri. La sostituzione di Nora con una giovane attrice americana (un'ottima Elle Fanning, che fa rendere al meglio un personaggio un po' troppo monocorde) è un tentativo di distanziamento destinato a fallire, perché è solo nella cura reciproca che esiste salvezza: Gustav deve guarire Nora tanto quanto Nora deve farlo con Gustav.

Il film non brilla per originalità tematica, e alcuni aspetti narrativi sono meno curati di quanto dovrebbero: la casa, simbolo di ogni sofferenza, viene abbandonata, ma sostituita da una casa finta, un set temporaneo, mandando un messaggio opposto a quello di speranza che il finale vorrebbe veicolare. Il tema dell'ereditarietà del dolore viene parzialmente minato quando la depressione della madre di Gustav viene "giustificata" con le torture subite, anziché abbracciare la triste realtà della depressione, malattia che compare senza preavviso e senza cause scatenanti come ci piace pensare. Questo è forse il passaggio meno convincente del film, sia per questo motivo, sia perchè rappresenta una divagazione che annacqua durata e focus senza aggiungere granché (la palma, in tal senso, va però alla storia d'amore di Nora, un non sequitur abbastanza evitabile).

Queste leggerezze narrative, tuttavia, passano in secondo piano di fronte a una ricchezza emotiva che scalda il cuore, grazie sia a una fotografia molto intima e attenta ai suoi personaggi, sia alle ottime interpretazioni del cast. A spiccare non è la pur ottima Renate Reinsve, ma Inga Ibsdotter Lilleaas, forza silenziosa del film, che riesce a bonificare la palude emotiva del padre e della sorella e a purificare l'acqua che vi scorre.

Sentimental value è un film fuori tempo per la nostra epoca e, forse proprio per questo, coraggioso. Mette al centro i rapporti umani in un periodo in cui sono sempre più sfilacciati, e predica perdono, comprensione ed empatia in un mondo in cui questi valori sembrano scomparsi nonostante siano sempre più fondamentali: per uscire dal dolore in cui ci siamo rinchiusi non c'è miglior strada che riconoscere anche quello altrui.

*** 1/2

Pier