martedì 30 giugno 2026

Supergirl

Ritorno al cuore


Kara Zor El, cugina di Superman, festeggia il proprio compleanno con un lungo pub crawl in un pianeta illuminato da un sole rosso, dove i suoi poteri non funzionano e può ubriacarsi in santa pace. Il suo desiderio di obnubilamento alcolica viene però frustrato quando Ruthye, una ragazzina del luogo, chiede il suo aiuto per vendicarsi di Krem delle Colline Gialle, leader di una temuta banda di predoni spaziali e colpevole dell'omicidio di tutta la famiglia di Ruthye.

Attorno a Supergirl si è creata, online, una strana narrativa di disfattismo. È la stessa narrativa che si era creata per Elemental, guidata dagli incassi iniziali (veri o previsti) dati in pasto al pubblico come le tavole della legge, un dato inconfutabile della qualità o povertà del film che diviene profezia che si autoavvera, ma anche da altri fattori "invisibili", di cui proveremo a parlare. Anche Elemental fu massacrato a fronte di un box office non eccezionale all'esordio, e fu poi salvato, per fortuna, dal passaparola (speriamo accada anche per Supergirl). Da questa narrativa non sono immuni i critici, che anzi la rinforzano e corroborano.

Insomma, se avete letto che Supergirl è banale o, peggio ancora, brutto, ecco, sappiate che chi lo ha scritto è vittima di questa narrativa, e che basta vedere il film senza preconcetti per rendersi conto che è una falsità, e che gli argomenti usati per sostenerla sono pretestuosi. Supergirl è imperfetto (ci torniamo), ma è un buon film, che intrattiene ed emoziona. È anche un film che segna un passo in avanti nei film di supereroi al femminile, donando alla sua protagonista una backstory e uno studio del personaggio che spesso vengono negati o sacrificati sull'altare della spettacolarità, che qui viene invece messa al servizio della costruzione della personalità di Kara. I combattimenti sono una rappresentazione visiva della sua evoluzione psicologica, una coreografia dei moti del suo animo.

Andiamo con ordine. Supergirl non è, come letto in moltissime recensioni scritte da persone evidentemente entrate in un'altra sala, un'origin story classica e già vista. È una storia di come l'eroe (l'eroina, in questo caso) arriva ad accettare le proprie responsabilità e il proprio posto del mondo. La vicenda parte in medias res, con Kara che si trova di proposito in un luogo dove non può usare i suoi poteri. Kara è inaffidabile, sarcastica, urticante, disordinata. La sua vita, come la sua astronave, è un disastro, ed è quanto di più lontano possa esistere da un eroe, e soprattutto dall'eroe per eccellenza che è suo cugino, simbolo ai suoi occhi di una perfezione quasi fastidiosa. Chi ha visto Superman sa quanto Kara si sbagli, ma lei no. Kara è in preda a un dolore invisibile che la spinge all'autodistruzione, all'annichilimento pur di non pensare. Ruthye agisce come uno specchio per Kara, facendole (ri)vedere ciò che è successo a lei e spingendola ad agire per evitare che la storia si ripeta.

A livello visivo, Supergirl ha più trovate in un singolo fotogramma di quelle che molti film del genere hanno nella loro intera durata. Il regista Craig Gillespie non ha paura di usare il colore con finalità espressiva, esaltandolo o desaturandolo a seconda del momento emotivo e narrativo che vuole raccontare. I mondi che porta in scena sono moribondi ma al tempo stesso brulicano di vita, grazie a creature aliene realizzate con effetti pratici (e la differenza con il digitale si vede) e, soprattutto, una varietà che non si vedeva dai tempi della scena di Mos Eisley.


Supergirl
non è nemmeno un Guardiani della Galassia al femminile: ha alcuni debiti comuni ai Guardiani (su tutti, Guerre Stellari e i suoi pianeti fatti di polvere e relitti, sia umani che non), ma anche tanti altri cui i Guardiani non si sono mai nemmeno avvicinati, come ad esempio l'universo di Mad Max. Laddove Guardiani è una space opera, Supergirl è chiaramente un western crepuscolare, che deve più a film come Il Grinta, come giustamente evidenziato dai 400 Calci, che alle opere precedenti di James Gunn, invocato a caso anche quando non è il regista. Kara si muove in mondi "andati avanti", per dirla alla Stephen King, fatti di polvere e detriti e in cui vige solo la legge del più forte. Ed è proprio di fronte all'ennesimo atto di prevaricazione che scatterà in lei qualcosa che la porterà a capire che ciò che ha perso non deve impedirle di vedere ciò che ha ancora con sé.

Supergirl non è, infine, un film che tradisce la sua protagonista, come letto in un delirante articolo di Variety che non riesce nemmeno a cogliere le motivazioni di Kara (sì, "salvare il tuo cane" può essere una motivazione sufficiente - John Wick insegna - soprattutto se è tutto ciò che ti resta del mondo che hai perduto). Supergirl è un film al femminile e sul girl power senza aver bisogno di ricordarlo ogni dieci secondi, difetto che invece colpiva Captain Marvel (che fu invece, paradossalmente, ricevuto con molto più entusiasmo). Milly Alcock - e almeno qui tutti, anche i più critici, concordano - è superlativa nel ruolo. Ha un carisma che buca lo schermo, e incarna alla perfezione la natura strafottente ma fragile di Kara, la cui sbruffonaggine è solo una maschera per coprire il vuoto che ha nel cuore. Accanto a lei, Eve Ridley offre un'ottima prova come Ruthie, una ragazzina con un senso dell'onore ipertrofico che sembra l'incrocio tra una lady vittoriana, Mulan, e Lyanna Mormont.
 
Alcuni hanno criticato l'assenza di un villain davvero pericoloso, ma anche questo appunto tradisce una totale incomprensione del cuore emotivo e narrativo del film. Il nemico esterno, come già in Logan, è un pretesto: il vero nemico di Supergirl è... Supergirl stessa. La doppia natura di Kara e la coesistenza in lei di un lato chiaro e un lato oscuro sono centrali alla caratterizzazione personaggio di Supergirl, che nei fumetti ha spesso dovuto affrontare sue incarnazioni malvagie, esattamente come accadeva a Wolverine in Logan. Kara deve sconfiggere i suoi demoni e se stessa per diventare la supereroina che è destinata a essere, e per portare a compimento la missione semplice ma difficilissima (che riecheggia un altro auspicio materno visto recentemente) affidatale dalla madre: essere buona. Non è un caso che Gillespie e la sceneggiatrice Ana Nogueira la lascino senza poteri per gran parte del film: Kara deve capire qual è la sua vera forza prima di poterli usare davvero.
A questo aggiungiamoci che Krem è tutt'altro che un cattivo villain: è deliziosamente sadico, che compensa quel che non ha in termini di superpoteri con una crudeltà e un sadismo degni del mondo di Mad Max, e raramente rappresentata nei film di supereroi. 


Cosa spiega, dunque, la negatività che circonda il film? Oltre al già citato culto del box office, ci sono tre fattori che paiono palesi. Il primo, evidenziato anche nella recensione dei 400 Calci già linkata sopra, è l'affaticamento da film di superereoi che porta ormai a "demolire" qualunque film non alzi la posta in gioco. Per dirla in breve: se non sei più grande, più grosso, più "fan service", non ci interessi. Un ragionamento comprensibile ma fallace, dato che è proprio nei film più intimisti e character-focused come Supergirl che spesso si trovano nuove idee creative (vedi, a titolo illustrativo, il caso di Ant-Man). Il secondo motivo risiede negli irriducibili dello Snyderverse, pochi ma rumorosissimi, che odiano per principio tutto ciò che viene dopo l'addio del loro regista-eroe (avevano preso di mira anche Superman).

Il terzo e ultimo motivo, più strisciante e insidioso, è l'ormai sempre più probabile bias che esiste verso i film con eroine femminili, soprattutto quando i fan decidono che la protagonista non corrisponda ai loro discutibili canoni di bellezza (che Milly Alcock venga ritenuta poco avvenente lascia basito - F4 - chi scrive). Non è un caso che i film al femminile funzionino sempre peggio delle loro controparti, e se questo a livello di pubblico si può spiegare con la semplice demografia (anche se il problema resta), a livello di critica è inevitabile guardarsi allo specchio e farsi qualche domanda, perchè abbiamo promosso film ben più mediocri di questo quando il protagonista era un uomo (me compreso, rivedendo questa classifica).

Chiariamoci, Supergirl non è un film perfetto: alcuni passaggi di sceneggiatura sono poco curati o ripetuti, con almeno una battaglia di troppo e un personaggio (il Lobo interpretato da un Jason Momoa nato per il ruolo) che si integra a fatica con il tono e la storia del film. Rimane però un film creativo, sia a livello visivo che narrativo, che rinuncia a raccontare la lotta per il macrocosmo per focalizzarsi sul microcosmo interiore di Kara, dove si combatte una battaglia non meno importante. Una maggiore introspezione è ciò che è cronicamente mancato sia al DCU di Snyder, sia alle fasi recenti dell'MCU. E forse è proprio in queste storie - più piccole, più intime, più vere - che i pachidermi supereroistici potrebbero ritrovare un po' di abbrivio per uscire dal pantano in cui sembrano essere scivolati, come ha giustamente suggerito IndieWire (non è un caso che anche il prossimo Spiderman sembra aver abbracciato questa dimensione più "raccolta").

Supergirl, insomma, non merita la negatività letta in giro, ma merita che andiamo a vederlo al cinema a dare una possibilità a questa eroina sgangherata, imperfetta, piena di cicatrici, ma che di fronte alle difficoltà non smette mai di rialzarsi.

*** 1/2

Pier

sabato 27 giugno 2026

Disclosure Day

Furia e speranza


In un futuro (o presente?) imprecisato, il mondo è sull'orlo del collasso per una serie di crisi geopolitiche. Daniel Keller è braccato da un'organizzazione paragovernativa perché ha rubato dei file contenenti segreti inconfessabili. La sua strada si incrocia con quella di Margaret Fairchild, una presentatrice televisiva di Kansas City che inizia a manifestare inspiegabili capacità linguistiche,  quando, in diretta, questa inizia a parlare in una lingua sconosciuta che solo Daniel sembra capire.

A una lettura superficiale, Disclosure Day potrebbe sembrare il classico film di Spielberg: alieni, empatia, una spruzzata di thriller con agenzia governativa dalle losche intenzioni. Tuttavia, questa lettura si fermerebbe alla confezione, senza guardare al contenuto. Aprire la confezione rivela invece un film profondamente diverso dalla poetica spielberghiana - un film disilluso, quasi rabbioso, dove la speranza è ridotta al lumicino, confinata in momenti di poesia in cui riemerge lo Spielberg sognatore cui siamo abituati. Chiariamoci, non è la prima volta che Spielberg affronta la fantascienza apocalittica: lo aveva già fatto, tra gli altri, in Ready Player One e in A.I. - Intelligenza Artificiale (un film tremendamente profetico, a riguardarlo oggi). Tuttavia, in questi film permaneva una palese fiducia nella capacità umana di riscattarsi, di ritrovarsi dopo aver toccato il fondo grazie alla forza dell'empatia, della creatività, e dell'immaginazione. 

In Disclosure Day, la fiducia di Spielberg nell'umanità sembra quasi del tutto scomparsa. Il film è pervaso da un enorme cinismo, un'urgenza impellente nel raccontare il crollo morale, prima che politico, della razza umana. Gli alieni non sono più ciò che ci impone di riconsiderare le nostre priorità o un modo di parlare del diverso: sono l'unica speranza di risollevare l'umanità dal buco nero di guerre, barriere e crudeltà in cui ci siamo cacciati. Spielberg rivisita il suo passato con l'occhio dell'oggi, e sembra voler dire a se stesso che ha sbagliato quasi tutto, e che l'umanità, da sola, è destinata a fallire. Serve un intervento quasi messianico da parte di qualcun altro - un qualcun altro che vuole aiutarci e che noi abbiamo nascosto, torturato e seviziato in nome del progresso tecnologico.

La critica politico-sociale non è certo sottile né particolarmente originale, ma se ne percepisce l'onestà, la spontaneità: Spielberg butta il suo cuore, le sue emozioni e le sue riflessioni nel film, e lascia che fluiscano nella trama. Potrebbe essere scontato, ma non è così: Spielberg è storicamente un regista equilibrato, che "si nasconde" dietro un'enorme pulizia formale e narrativa. Per lui il racconto viene sempre prima del messaggio, che deve comunque essere chiaro e diretto. 

Qui invece Spielberg rimuove ogni freno, e schiaccia il piede sull'acceleratore dei suoi pensieri, che si inseguono nella trama quasi come un flusso di coscienza. Il risultato è un film discontinuo, che sembra affetto dall'ansia di parlare di tante, troppe tematiche senza riuscire a collegarle in maniera coerente,  finendo per sacrificare quelle più creative e promettenti. La trama "complottista", ad esempio, sembra uscita da X-Files, e si poteva serenamente lasciare maggiormente sullo sfondo, così come la riflessione ambientalista.


Uno degli spunti interessanti che vengono sacrificati è invece la riflessione sul collegamento tra alieni e religione: un tema relativamente poco esplorato, ben introdotto nella trama grazie al personaggio di Jane e al suo passato in convento, e poi lasciato sullo sfondo, senza svilupparlo davvero. Un vero peccato, considerando anche la sua coerenza con la natura messianica degli alieni nel film. A questo saltabeccare narrativo si aggiungono alcune ingenuità che non passano inosservate nemmeno all'occhio meno esperto, e che fanno pensare che l'azione, per Spielberg, fosse in questo film solo un pretesto per parlare di altro: legittimo, ma si poteva forse prestare più attenzione.

Anche in un film narrativamente diseguale e disunito, tuttavia, Spielberg non perde la sua capacità di raccontare per immagini. In Disclosure Day troviamo tutti i suoi marchi di fabbrica, dalla Spielberg face al piano sequenza immersivo, fino all'uso estremamente creativo dei riflessi, ma soprattutto troviamo la sua incredibile capacità di raccontare l'irraccontabile: dove le parole falliscono arrivano le immagini, e i momenti migliori del film sono quelli in cui i dialoghi cessano e si lascia spazio alla meraviglia, allo stupore, alle emozioni.

Il finale, cui arriviamo dopo una di queste sequenze, è destinato a essere divisivo: chi scrive lo ha trovato splendido, forse il punto più alto del film, un collegamento tematico con altri grandi film di fantascienza, spielberghiani (Incontri ravvicinati) e non (Arrival), ma soprattutto uno dei pochissimi momenti di vera speranza del film. E anche il finale, così come tutto il film, deve la sua efficacia all'ottima prova di Emily Blunt, mentre Josh O'Connor, pur bravo, sembra poco a suo agio nel ruolo.

Disclosure Day è la lettera furiosa di un uomo che ha fatto della speranza e dell'immaginazione la cifra del suo cinema, e che le vede fatte a pezzi nella realtà di tutti i giorni dal cinismo e dalla cecità umana. Spielberg si sente tradito, quasi stupido nell'aver dato fiducia all'umanità, e questa frustrazione traspare appieno nel film. 

Il risultato è esattamente quel che ci si aspetterebbe dalla tirata rabbiosa di un amante tradito: un film discontinuo e disconnesso, ma tematicamente ed emotivamente ricco, e che mette a nudo il suo regista come mai prima d'ora. C'è chi lo odierà per la sua natura sconnessa e chi lo amerà per l'ambizione di parlare di tantissimi temi "alti" in uno spazio narrativo relativamente ridotto. Quello che rimane è un film che, comunque, intrattiene e offre alcune immagini di grande impatto: forse, a molti, andrà già bene così.

***

Pier

Obsession

P-ossessione


Bear è follemente innamorato di Nikki, sua collega di lavoro, ma è troppo timido per dichiararsi. Di fronte all'ennesimo tentativo fallito, acquista un bastoncino del desiderio e lo spezza, chiedendo che Nikki lo ami più di qualunque cosa al mondo. Con sua sorpresa, il desiderio si avvera, ma qualcosa è andato storto...

Se si dovesse riassumere Obsession con tre parole chiave, queste sarebbero ossessione (e fin qui), possessione, e desiderio. Queste tre parole si intrecciano, si inseguono, si trasformano l'una nell'altra, e la loro relazione in continua metamorfosi è sia il tema centrale che il motore del film. Del rapporto anche etimologico tra ossessione e possessione hanno già parlato altri meglio di quanto possa fare io, ma è importante evidenziarne la differenza, perché sono due demoni differenti che infestano personaggi diversi. Nikki diventa ossessionata da Bear, ma è posseduta: il suo corpo non le appartiene più, manovrato da un'entità più potente di lei.

La vera ossessione del film è quella di Bear. Molti hanno identificato in Bear un'incarnazione degli incel, ma è un'interpretazione che cozza con il ritratto che ne fa il regista, Curry Barker, e con le sue intenzioni narrative. Bear, infatti, non è un "vergine involontario": non ci viene mai suggerito che non abbia avuto altre relazioni, e per tutto il film è esplicitamente corteggiato da Sarah. Bear, però, è ossessionato da Nikki - o, meglio, dall'idea di Nikki - ed è questo suo desiderio non soddisfatto il vero motore della vicenda. Bear non è un incel, Bear è un uomo qualunque che non riesce ad accettare "no" come risposta. Barker lo presenta come un bravo ragazzo per lo stesso motivo per cui Una donna promettente (un altro film che affrontava in modo estremamente creativo il tema del consenso) era popolato di "bravi ragazzi": perché il messaggio, così, arriva molto più forte, e ci costringe a guardarci allo specchio.

L'ossessione di Bear diviene, a sua volta, possessione. Bear vuole solo una persona, e non accetta che quella specifica persona sia irrangiugibile: l'idea di possedere Nikki finisce per possedere lui. Il demone di Bear si manifesta lentamente: Barker all'inizio ci fa quasi empatizzare con lui, presentandocelo come il classico romantico perdutamente innamorato, ma comincia già a seminare indizi che qualcosa non vada - indizi che si capiscono ex post, arrivando a piena fioritura solo con il prosieguo del film, fino a culminare nel momento chiave che, per evitare spoiler, ci limiteremo a descrivere come "quando Bear capisce cosa è veramente successo a Nikki."


Al centro di tutto c'è anche il desiderio: quello di Bear per Nikki, ovviamente, un desiderio malsano, di possesso (vedete come i tre termini continuano a intercciarsi?); ma anche quello di Nikki per altri, e quello di Sarah per Bear, un intreccio di desideri che crea una tensione destinata a spezzarsi, tragicamente, proprio come il One Wish Willow.

La regia di Curry Barker è incredibilmente matura, e sopperisce alla povertà di mezzi (Obsession è stato girato con meno di 1 milione di dollari di budget: nulla, per un film di genere) con la creatività e la visione. Pesca a piene mani dall'armamentario dei grandi dell'horror e li rielabora in modo originale, giocando su movimenti di camera lenti per generare paura e tensione. L'uso di ombre e non visto è  hitchockiano, e rende alla perfezione la trasformazione di Nikki, raramente inquadrata in piena luce durante le scene ambientate in casa di Bear: di lei vediamo solo gli occhi che brillano nel buio, come quelli di un demone o di un animale braccato. Anche il lavoro sul sonoro è eccellente, al punto che la scena più spaventosa è forse quella della telefonata, dove ciò che vediamo è perfettamente normale, ma ciò che sentiamo dà i brividi e fa capire, a Bear e al pubblico, la vera natura di ciò che ha desiderato. 

In questo è sorretto da una sceneggiatura solidissima, che ai momenti horror ne alterna altri comici e altri volutamente cringe. Barker viene dalla commedia, e si vede nel divertimento che riesce a portare in quasi ogni scena, e che rende ancora più potente il finale, dove la risata scompare e si lascia spazio all'orrore di quanto sta accadendo. Ottimi anche gli interpreti, capitanati da Michael Johnston, credibilissimo in tutte le sfaccettature di Bear, ma soprattutto Inde Navarrette, che si mangia la scena con un caleidoscopio espressivo che riesce a rendere sia il mostro che Nikki è diventata, sia l'orrore subito dalla vera Nikki.

Obsession è una piccola perla, un raro horror costruito su una metafora che colpisce come un pugno allo stomaco, e che però riesce a funzionare anche come horror di puro intrattenimento, grazie a una regia creativa e a una scrittura che non rinuncia a divertire.

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Pier

lunedì 8 giugno 2026

Il Diavolo Veste Prada 2

Poco Diavolo, molto Prada


Sono passati vent'anni da quando Andrea Sachs lavorava per la rivista di moda Runway, assistente personale della velenosa ma brillante Miranda Priestly, L'editoria cartacea è in crisi, e Miranda non riesce a stare a passo con i tempi. Per risollevare la rivista da uno scandalo, gli editori assumono proprio Andrea, che ritorna così faccia a faccia con il Diavolo che l'aveva tormentata in gioventù.

C'era enorme attesa per il seguito de Il diavolo veste Prada, un film che nel corso del tempo si è guadagnato lo status di cult, soprattutto grazie all'interpretazione di Meryl Streep, splendidamente sadica nel ruolo di Miranda Priestley. Certo, c'erano anche l'ambientazione: il mondo della moda, con il suo glamour, le sue nevrosi e le sue idiosincrasie; New York e Parigi sullo sfondo; e una storia d'amore che, per quanto non originalissima, dava comunque pepe alla vicenda. L'ingrediente decisivo era però Miranda Priestley, una villain impossibile da non amare, costruita per rubare la scena a ogni battuta grazie sia alla splendida prova di Streep, sia a una sceneggiatura che non aveva paura - e, anzi, sembrava divertirsi - di abbracciarne il lato più caustico e velenoso.

In questo sequel, firmato dallo stesso David Frankel, questo ingrediente è del tutto scomparso. Miranda sembra una tigre con denti e unghie spuntate, un fantasma della sua passata iconicità. Rimane arrogante, superiore e indisponente, ma non morde, non graffia, non terrorizza. Manca il Diavolo, e quindi resta solo Prada: il mondo della moda è vivisezionato con intelligenza, a partire dalla crisi dell'editoria e della carta stampata, raccontata con una buona dose di realismo e vero motore della vicenda narrata. 

La crisi del settore è però in contrasto con lo zucchero che permea il resto del film, che cerca di mescolare una cupa analisi sulla mercificazione del giornalismo in una storia sui buoni sentimenti. Le due parti non si amalgamano mai, e la seconda finisce per prevalere sulla prima. Al centro della storia finisce quindi Andrea Sachs, che però è fin dal primo film un personaggio utile per far identificare lo spettatore, ma scialbo nella caratterizzazione e nelle motivazioni, che qui diventano ancora più blande e indefinite. Non si salva nemmeno la Emily di Emily Blunt, il cui arco avrebbe il potenziale di essere la cosa più interessante del film, ma viene buttato alle ortiche in nome di un volemose bene che risulterebbe poco realistico persino in una fiaba. A brillare, seppur saltuariamente causa il suo ruolo secondario, rimane solo Stanley Tucci, il cui Nigel si prende finalmente le luci della ribalta, regalandoci i momenti più convincenti del film.

Resta il dubbio su perché si sia deciso di depotenziare così tanto il più grande punto di forza del primo film. Una risposta facile potrebbe essere "sono cambiati i tempi", e "oggi il politically correct non consente più certe eccessi": in parte potrebbe essere vero, e il film prova anche a scherzarci su, con la nuova assistente di Miranda costretta a ricordarle le nuove norme di comportamento. Tuttavia, l'impressione è che la vera risposta sia molto più banale, e risieda nella mancanza di idee e coraggio. In un'epoca in cui i prepotenti trionfano, Miranda non dovrebbe essere depotenziata, ma trionfante. Il film avrebbe potuto regalarci una Miranda ancora più senza freni, unica in grado di tenere in vita una rivista in un settore morente, ma in cambio di una leadership ancora più velenosa. Un vero e proprio patto con il diavolo, la cui messa in scena avrebbe però richiesto molto coraggio, trasformando Miranda in una vera e propria villain anziché lasciarle l'ambiguità morale che aveva caratterizzato il primo film. Tra questa scelta, difficile da prendere, e quanto portato in scena, con una Miranda "addomesticata", c'erano però delle vie di mezzo percorribili, che invece il team creativo ha deciso di ignorare.

Questa piattezza si è trasferita anche al comparto visivo, come notato da molti già dalle prime proiezioni. Laddove il primo film aveva colori brillanti, che esaltavano gli abiti e gli ambienti luccicanti del settore , questo seguito ha un'estetica piatta e buia, più preoccupata dall'eliminare i difetti che dal creare immagini memorabili e vive. Un peccato mortale per un film sulla moda, tanto più considerando l'elevato minutaggio girato in location anziché in studio.

Il diavolo veste Prada 2 è un film patinato e inoffensivo, che, soprattutto sul finale, scivola nel melenso. Ha qualche momento dell'antica brillantezza e un'interessante analisi settoriale, ma è inesorabilmente piatto e anonimo, destinato a essere dimenticato non appena usciti dalla sala. Per usare una metafora, è un piatto di lusso che ha paura di esserlo e cerca di presentarsi come comfort food, finendo per non essere né l'uno né l'altro.

** 1/2

Pier

martedì 7 aprile 2026

L'ultima missione: Project Hail Mary

Tornare a sognare


Ryland Grace, un insegnante di scienze delle medie, si risveglia da un coma farmacologico a bordo di una nave spaziale a svariati anni luce dalla terra. È completamente solo, fatta eccezione per il computer di bordo. Lentamente, comincia a ricordarsi perché è lì: scoprire perché molte stelle, compreso il Sole, stanno morendo, e salvare quindi la vita sulla Terra.

C'è un certo tipo di cinema, soprattutto di genere - fantascienza, ma non solo - tipico degli anni Ottanta che viene spesso definito come "cinema Amblin", dal nome della casa di produzione di Steven Spielberg. Per chi volesse capire la differenza tra la fantascienza Amblin e non Amblin basterebbe guardare il finale di A.I. - Intelligenza artificiale, una storia scritta da Kubrick, che avrebbe dovuto anche dirigerla, ma poi girata da Spielberg, che si dice aggiunse un supplemento di finale (anche se lui lo nega): in quei pochi minuti sta, distillata, tutta l'essenza di quel modo di fare cinema e di intendere il genere. Il cinema Amblin ha come target primario i ragazzi, certo, ma parla anche agli adulti, risvegliando ricordi ormai sopiti e facendo leva sulla nostalgia e sul senso di meraviglia che continua ad albergare in ognuno di noi. 

Il cinema Amblin è ottimista, e guarda al futuro e all'ignoto non con paura e cinismo ma con speranza e fiducia, certo della capacità dell'uomo di superare i suoi limiti - tecnologici, certo, ma anche sociali e relazionali. Nel cinema Amblin la tecnologia aiuta l'uomo a migliorarsi e si comunica con gli alieni, che non hanno cattive intenzioni ma sono, come noi, curiosi di scoprire qualcosa di più sull'universo e su se stessi. Il cinema Amblin è, infine, difficile: ha una formula apparentemente semplice, ma c'è un motivo se viene associato quasi esclusivamente a Steven Spielberg e pochi altri autori che gravitano nella sua orbita (Chris Columbus e Robert Zemeckis, per dirne due): trovare il giusto bilanciamento tra valori positivi e avventura, realismo e immaginazione è molto difficile, e il rischio di scivolare nella retorica insopportabile (qualcuno direbbe alla Sandro Curzi) è sempre dietro l'angolo.

Negli anni questo cinema è progressivamente scomparso. Il futuro è arrivato, ed era tutt'altro che positivo, più vicino al "primo finale" di A.I. - Intelligenza artificiale che al secondo: gli alieni continuano a ignorarci, ma la tecnologia viene usata non per aiutare l'umanità ma per arricchire poche corporazioni. Il cambiamento è stato, ovviamente, progressivo, ma si dovesse identificare un momento preciso in cui il cinema Amblin è stato abbandonato come un vecchio giocattolo passato di moda l'anno chiave potrebbe essere il 1999: Matrix e Fight Club inaugurano una nuova era che racconta la disillusione, il pessimismo tecnologico, l'isolamento, l'incapacità di comunicare.


Quando la realtà si fa oscura, tuttavia, la necessità di guardare con ottimismo al futuro torna prepotentemente a farsi strada nella società, che chiede quindi ai suoi prodotti culturali di mettere in scena quei valori positivi che sembrano ormai perduti. La finzione fa da contraltare alla realtà, raccontando non ciò che è, ma ciò che vorremmo fosse. Quando i tempi si fanno cupi, insomma, torniamo a desiderare il cinema Amblin. 

Project Hail Mary è un film Amblin degli anni Venti, un film ostinatamente ottimista, che non si vergogna della sua fiducia in bontà e valori positivi ma li mette al centro della trama, scaldando i cuori e ricordandoci cosa significa sognare. Al timone ci sono Phil Lord e Christopher Miller, che con quel cinema sono cresciuti, internalizzandone perfettamente gli stilemi, che lavorano su un librodi Andy Weir, già autore di un altro esempio di fantascienza ottimista (ma non ambliniana) come The Martian. 

Lord e Miller, tuttavia, non sono degli sprovveduti, ma dei cineasti con grande intuito e senso del contemporaneo (sono le menti dietro il progetto Spider-Verse): non si limitano a fare copincolla della formula Amblin, ma la adattano ai nostri tempi. Come? Scegliendo di raccontarli. Laddove la vicenda nello spazio riempie il cuore per la forza di un legame - l'amicizia - trovato laddove sembrava impossibile, la vicenda sulla Terra è agghiacciante nella sua freddezza: un pianeta che muore, seppur per cause non antropiche; un piano disperato, un governo mondiale disposto a tutto, un eroe talmente riluttante da far dubitare che sia tale. 

I due registi non decidono di ignorare la quotidianità per tornare a un mondo che oggi sarebbe anacronistico, ma calano quel mondo, quel modo di vivere e raccontare le emozioni, nel nostro freddo presente. La storia di Ryland Grace e Rocky esiste all'interno - e, forse, in conseguenza - di un presente che sta per finire, che ha bruciato ogni possibilità di salvezza e deve quindi affidarsi a un insegnate di scuola media e a un progetto con scarsissime possibilità di successo - un Hail Mary, per l'appunto.


Il comparto visivo è eccezionale, con una fotografia che omaggia i grandi classici della "fantascienza filosofica" e solitaria, da Solaris a 2001: Odissea nello Spazio ma ammantandoli di uno spielberghiano senso di meraviglia. A brillare è però ovviamente Rocky, perfetto esempio di alieno non antropomorfo che Lord e Miller riescono a infondere di personalità. Un'impresa non semplice, considerando che Rocky manca di tutte quelle caratteristiche fisiche - gli occhi, in primis - solitamente utilizzate per suscitare empatie. 

La scelta di creare delle Rocky-marionette, anziché affidarsi solo alla computer grafica, non è solo un ennesimo omaggio al cinema Amblin, ma una scelta talmente vincente da diventare trionfale.Rocky diviene a tratti il vero protagonista, il cuore emotivo del film, il personaggio con cui il pubblico si relaziona maggiormente, riuscendo a rubare la scena al pur ottimo Ryan Gosling, che conferma la sua grande affinità con il comico e, soprattutto, la capacità di mantenere in equilibrio comico e drammatico già dimostrata in film purtroppo poco (ri)conosciuti come Lars e una ragazza tutta sua.

Project Hail Mary è una gioia per gli occhi e un balsamo per l'anima, che riconcilia con il presente e apre una finestra di speranza sul futuro. Lord e Miller realizzano un film che qualcuno potrebbe definire ingenuo, e indubbiamente lo è, a tratti. Tuttavia, è anche un film che genera meraviglia, gioia e stupore, che fa ridere e commuove, intrattiene e fa riflettere: e non sono questi, in fondo, i motivi per cui andiamo al cinema?

**** 1/2

Pier

domenica 29 marzo 2026

Mio Fratello è un Vichingo - The Last Viking (In pillole #38)

Act naturally


Mio fratello è un vichingo, del regista danese Anders Thomas Jensen, è un oggetto alieno non identificato nel panorama cinematografico attuale, un film di difficile classificazione che si muove con efficacia tra più generi senza abbracciarne davvero nessuno. Potrebbe essere definito una commedia drammatica con il gusto dell'assurdo, ma questa definizione lascerebbe da parte il lato thriller e anche un po' pulp della vicenda, in cui Anker, un criminale appena uscito di prigione ha bisogno del fratello Manfred per ritrovare il bottino di una rapina compiuta anni prima. Manfred, però, dice di non ricordare nulla, e soprattutto soffre di disturbo dissociativo della personalità, credendosi, a seconda del periodo, una diversa celebrità.

Il film assume anche tonalità tarantiniane, ma mantiene sempre al centro le emozioni e i legami tra i personaggi, che non sono certo il focus principale del regista di Pulp Fiction. Il gusto per l'assurdo è tipicamente nordico ma con una contaminazione british, quasi da Monty Python, a partire dal fatto che Manfred è convinto di essere John Lennon e che, per aiutarlo a ricordare, Anker si troverà a dover riunire i Beatles, identificando altri pazienti affetti dallo stesso disturbo di Manfred, in un'escalation di assurdità che tocca anche il prison break movie e Qualcuno volò sul nido del cuculo. Se non vi bastasse, ci sono anche degli spezzoni (splendidi) in animazione.

Questo guazzabuglio di suggestioni eterogenee e apparentemente incompatibili viene invece amalgamato in maniera sorprendentemente coesa da Jensen, che riesce anche ad affrontare tematiche serie come l'esplorazione di drammi personali, la rimozione del trauma, il concetto di identità, e la malattia mentale. 

Si ride, ci si emoziona, e non ci si annoia mai in un film scritto divinamente ed esaltato dall'ottima prova del cast, capitanato dal sempre eccezionale Mads Mikkelsen nella parte di Manfred, tra cui spicca però Kardo Razzazi, un gioiello, che interpreta un uomo dalle multiple personalità che si crede sia Paul McCartney che George Harrison. 

*** 1/2 

Pier

Jumpers - Un Salto Tra gli Animali

Il potere della Natura


Mabel Tanaka è una bambina ribelle e arrabbiata che vuole salvare tutti gli animali dalla prigionia. La ritroviamo cresciuta, studentessa universitaria, che ancora si batte in difesa dell'ambiente. Quando il sindaco della città decide di distruggere lo stagno dove Mabel andava sempre con l'amata nonna, la ragazza decide di impedirglielo. Per farlo decide di servirsi di un'innovativa tecnologia creata dalla Dottoressa Sam, sua docente in università: un processo con cui la coscienza umana viene trasferita dentro robot con le sembianze di animali, permettendo all'uomo di comunicare con loro.

Jumpers - ennesimo capitolo dei "misteri della traduzione italiana", che qui addirittura lascia in inglese il titolo ma lo modifica rispetto all'originale, ovvero Hoppers - è un film che sembra unire le diverse tradizioni che si sono succedute nella storia della Pixar - un punto di incontro che, forse, può diventare anche punto di partenza per il futuro della casa della lampadina.

Da un lato abbiamo un ritorno alle origini, una storia privata che assume però un significato universale, esplorando il rapporto uomo-natura, l'ecologismo, e più in generale il nostro ruolo su questo pianeta. Dall'altro abbiamo la maturazione emotiva come tema principale, in modo non dissimile da Inside Out (sia originale che sequel). Mabel ha un problema nel gestire le emozioni negative - rabbia e tristezza in primis - e questa incapacità è il vero motore della vicenda. Nel rapporto tra Mabel e la nonna, che cerca di insegnarle a gestire queste emozioni attraverso l'immersione nella natura, c'è anche molto di Up, omaggiato esplicitamente da una sequenza di montaggio che ricorda quella che raccontava la storia d'amore tra Carl e Ellie.


Jumpers, in sintesi, unisce la Pixar più intimista a quella più ambiziosa e universale, trovando una sintesi difficilissima grazie alla quale riesce a differenziarsi, prendendo una strada rischiosa, ma nuova e originale. Il tema del rispetto e dell'equilibrio tra esseri umani e natura, già visto e rivisto negli ultimi anni, viene trattato andando al di là del trito concetto di "mondi che devono imparare a conoscersi" o della semplice esposizione dell'inesorabile malvagità umana. Il regista Daniel Chong non racconta solo una cautionary tale su cosa potrebbe succedere al pianeta se si lasciasse piede libero agli umani: ci parla anche di cosa succederebbe se gli animali si ribellassero, e soprattutto del pericolo (spesso evidenziato dai naturalisti ma ignorato da attivisti bene intenzionati) di interferire eccessivamente con le loro abitudini, anche se fatto con l'intenzione di aiutarli. Chong evidenzia come il tema della convivenza non vada trattato come una competizione per le risorse o un aiuto monodirezionale, ma come un gioco cooperativo in cui la collaborazione può portare a un aumento delle risorse condivise. 

In questo approccio, narrativamente sfaccettato e non esente da potenziali scivoloni interpretativi,  sta la grande differenza tra Jumpers e due suoi recenti predecessori. Da un lato c'è, ovviamente, Avatar, una chiara fonte di ispirazione per la meccanica con cui Mabel riesce a comunicare con gli animali: laddove il secondo rimane intrappolato nel sensazionalismo della sua tecnologia e in una storia buonista e già vista, Jumpers scarta di lato, mostrando il lato oscuro dell'uomo ma anche quello della natura. Dall'altro c'è il celebratissimo (giustamente, dal punto di vista visivo; meno da quello narrativo) Il robot selvaggio), di cui Jumpers condivide il messaggio, ma comunicandolo con una maturità narrativa infinitamente maggiore: laddove lì si aveva la sensazione di vedere un film esclusivamente per bambini, qui siamo di fronte a un film per bambini ma in grado di parlare a tutte le età.


Parte del merito risiede nella sua protagonista, una delle più interessanti partorite dalla Pixar negli ultimi tempi. Mabel è, infatti, una combina-disastri cronica, una ragazza impulsiva che non impara la lezione al primo errore, ma continua a sbagliare e imparare, sbagliare e imparare. Non è un'eroina classica, ma un personaggio profondamente insicuro e imperfetto che trova la strada giusta solo dopo aver commesso mille errori, in un processo per tentativi che ricorda quello del metodo scientifico che, non a caso, è centrale per lo sviluppo della trama.

Non è un caso che in Jumpers non ci sia un singolo "momento da lacrime" come in altri film Pixar, ma tante scene cariche di emotività quando Mabel si rende conto di aver commesso uno dei suoi innumerevoli errori. Questa distribuzione dell'emotività rende Jumpers un film narrativamente equilibrato, in grado di regalare commozione anche nei momenti di azione anziché separarli nettamente come a volte capita nei film Pixar.

L'animazione è di altissimo livello, in grado di unire un fotorealismo che lascia a bocca aperta nella resa di pellicce, acqua, e alberi e una grande espressività dei personaggi. Tutti i coprotagonisti animali sono memorabili già al primo impatto, e diventino sempre più interessanti con il passare dei minuti. A questo si aggiunge un gusto per la spettacolarità che si manifesta non solo nelle scene di combattimento e inseguimento (spettacolari e degne di un film di spionaggio), ma anche nella presentazione dei sovrani dei vari regni animali, introdotti con un gusto per la teatralità che non si vedeva dai tempi dei titoli di testa de Il re leone. 

Come il recente Elio, è probabile che anche Jumpers non entrerà nell'olimpo dei Pixar "maggiori." Tuttavia, ha un'ambizione narrativa e visiva degna dei suoi più illustri predecessori, un'ambizione che lo rende senza dubbio un tassello importante nell'evoluzione di una casa di animazione che, dopo anni di capolavori assoluti, sta ancora ritrovando la sua voce nel raccontare storie originali (i sequel funzionano ancora benissimo) dopo l'addio di John Lasseter. 

In questo senso, Jumpers potrebbe costituire un punto di svolta, una sintesi tra vecchio e nuovo, passato e presente che può aprire nuove emozionanti strade per il futuro. Per ora, resta un film molto divertente, tecnicamente abbacinante, ed emozionante, in grado di parlare a tutte le età, spiegando il ruolo centrale dei castori nei nostri ecosistemi (cosa di cui chi scrive non sapeva assolutamente nulla) e veicolando un messaggio importante, soprattutto di questi tempi.

**** 1/2

Pier

domenica 15 marzo 2026

Oscar 2026 - I pronostici

Questa notte, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantatreesima edizione degli Academy Awards. 

Il 2025 è stato un ottimo anno cinematografico, con il ritorno di grandi registi come Paul Thomas Anderson, ma anche la consacrazione di registi finora conosciuti più per film commerciali, per quanto autoriali (Ryan Coogler) o per film d'autore, per quanto già candidati o premiati agli Oscar (Josh Safdie, Chloé Zhao). Anche quest'anno si reinforza il trend di vedere tra le opere candidate film che hanno saputo incontrare il gusto sia del pubblico che della critica, con I peccatori che è forse quello che ha fatto meglio rispetto alle aspettative di partenza.

Chi vincerà, quindi? Difficile a dirsi. Potrebbe - dovrebbe - essere l'anno in cui finalmente l'Academy premierà uno dei più grandi registi del nostro tempo, quel Paul Thomas Anderson che avrebbe già dovuto vincere almeno un paio di volte e finora è invece rimasto a bocca asciutta. Se succederà, confermerà un trend dell'Academy, ovvero quello di premiare grandi registi e interpreti non per il loro film migliore (per quanto Una battaglia dopo l'altra sia comunque un grandissimo film, ma d'altronde Anderson non sbaglia un film).

Ma non divaghiamo! Nonostante l'incertezza, di seguito trovate i pronostici, infallibili come sempre: correte in SNAI, e puntate sull'opposto di quanto scrivo. I film recensiti sul blog sono linkati ogni volta che vengono nominati.


Miglior montaggio
Competizione a due tra Una battaglia dopo l'altra e I peccatori, anche se alcuni siti di pronostici danno F1: The movie tra i papabili. Sia il mio voto che la mia preferenza (di un'incollatura) vanno a Andy Jurgensen per Una battaglia dopo l'altra, un film che ha nel montaggio e nella sua capacità di gestione del ritmo narrativo uno dei suoi punti di forza. 
Pronostico: Andy Jurgensen, Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale: Andy Jurgensen, Una battaglia dopo l'altra

Miglior fotografia
Anche qui, competizione serratissima tra Una battaglia dopo l'altra e I peccatori - e anche qui il primo che sembra avere più possibilità di spuntarla. Tra i due sceglierei il lavoro fatto da Autumn Durald Arkapaw nel secondo, perché le scene di ballo sono ipnotiche anche e soprattutto grazie ai movimenti della macchina da presa. Tuttavia, la mia scelta personale ricade su Adolpho Veloso per Train dreams, un piccolo, grandissimo film che dipinge poesia a ogni inquadratura. Meriterebbe considerazione anche Hamnet, ma il lavoro di Veloso è, a mio modesto parere, superiore.
Pronostico: Michael Bauman, Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale: Adolpho Veloso, Train dreams

Miglior film d'animazione
Per il successo che ha avuto, e per la qualità di animazione, storia e canzoni, non può non vincere KPop Demon Hunters. La mia scelta personale, nonostante Golden infesti la mia testa da mesi, ricade però su Zootropolis 2, uno dei rari sequel che riesce ad aggiungere nuove tematiche all'originale.
Pronostico: KPop Demon Hunters
Scelta personale: Zootropolis 2

Miglior attore non protagonista
Una delle sezioni dall'esito più scontato, e non perché non ci siano ottimi candidati: ma Sean Penn, a dispetto del suo disinteresse per la stagione dei premi, ha vinto tutto quello che c'era da vincere, e sembra lanciato verso il suo terzo Oscar (il primo da non protagonista) per il suo villain in Una battaglia dopo l'altra. Nonostante abbia adorato la prova di Penn, la mia scelta personale ricade però sul suo collega di set, un clamoroso Benicio Del Toro che nel giro di mezz'ora scarsa sullo schermo si divora il film per carisma e simpatia. 
Pronostico: Sean Penn, Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale:  Benicio Del Toro, Una battaglia dopo l'altra


Miglior attrice non protagonista
Competizione ben poco serrata, con Amy Madigan strafavorita per la sua zia-strega di Weapons. Personalmente ho trovato la prova della seconda favorita, Teyana Taylor in Una battaglia dopo l'altra,non così esaltante, ed eclissata da quella di una sua collega di set, inspiegabilmente non candidata, Chase Infiniti, splendida nella parte della figlia di Taylor e Di Caprio. La mia scelta personale ricade quindi su Inga Ibsdotter Lilleaas, vero cuore emotivo di Sentimental value (che è strafavorito per l'Oscar al miglior film in lingua straniera).
Pronostico: Amy Madigan, Weapons
Scelta personale: Inga Ibsdotter Lilleaas, Sentimental value

Miglior sceneggiatura originale
Qui il chiarissimo favorito è Ryan Coogler per I peccatori, soprattutto dopo le molteplici vittorie ottenute ai SAG (Screen Actors Guild) Awards. Su di lui ricade anche la mia scelta personale, perché I peccatori ha una fotografia che ruba gli occhi, ma una sceneggiatura sorprendente, originale, che scarta continuamente di lato, senza mai scegliere la strada più facile o intuitiva.
Pronostico: Ryan Coogler, I peccatori
Scelta personale: Ryan Coogler, I peccatori

Miglior sceneggiatura non originale
Qui il favorito sembra essere Una battaglia dopo l'altra, e la brillantezza di dialoghi e personaggi, nonché l'enorme difficoltà di adattare Thomas Pynchon, renderebbero il premio assolutamente meritato. La mia scelta personale ricade però su Bugonia, una satira nera e graffiante ingiustamente snobbata dalla stagione dei premi. 
Pronostico: Paul Thomas AndersonUna battaglia dopo l'altra
Scelta personale: Will Tracy, Bugonia


Miglior attrice protagonista
Qui la favorita è chiarissima, Jessie Buckley per la sua trascendente prova in Hamnet. Non ci sono dubbi né per il pronostico, né per la mia scelta personale, che sono molto felice di darle dato che la considero un'attrice strepitosa fin dai tempi de La figlia oscura.
Pronostico: Jessie Buckley, Hamnet
Scelta personale: Jessie Buckley, Hamnet

Miglior attore protagonista
Timothée Chalamet sembtrava nettamente il favorito, almeno fino ai SAG, che hanno consacrato I peccatori con ogni premio possibile, incluso quello a Michael B. Jordan. I SAG non sono tutto - lo scorso anno vinse proprio Chalamet con A complete unknown, ma l'Oscar andò ad Adrien Brody - ma il plebiscito goduto da I peccatori sembra davvero fortissimo, e il sindacato attori è quello più rappresentato nell'Academy. Nonostante le polemiche sulle dichiarazioni di Chalamet su balletto e opera non possano influire sul voto (come ben spiegato qui), il pronostico ricade quindi su Michael B. Jordan. La scelta personale invece premia Chalamet, indubbiamente non un mostro di simpatia e acume nelle dichiarazioni pubbliche, ma strepitoso in Marty Supreme, dove offre l'ennesima prova di altissimo livello degli ultimi anni (due nomination in due anni, vediamo se riuscirà a battere il record di Di Caprio per nomination senza vittoria) - una prova che unisce la sensibilità che gli ha dato la fama in Chiamami col tuo nome e l'intensità ai limiti dell'arroganza di A complete unknown e Dune
Pronostico: Michael B. Jordan, I peccatori
Scelta personale: Timothée Chalamet, Marty Supreme

Miglior regia
Qui non riesco a credere che qualcuno possa decidere di non premiare Paul Thomas Anderson - non tanto per il film in sé, che pure merita per come Anderson riesce a realizzare un'opera completamente diversa dalle sue precedenti, un film ipercinetico che ricorda più Tarantino ma corteggia anche l'assurdo di Lynch e il cinismo di Peckinpah. Il pronostico ricade quindi su Una battaglia dopo l'altra, così come la scelta personale.
Pronostico: Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale: Paul Thomas AndersonUna battaglia dopo l'altra

"Ti dico che non può non vincere Paul Thomas, quest'anno. Fidati, fidati."

Miglior film
Qui i pronostici impazzano, e nessuno sa veramente come finirà. Penso che possa essere l'anno in cui miglior regia e miglior film tornano a essere assegnati alla stessa opera, e quindi punto tutto su Una battaglia dopo l'altra. Il mio voto personale ricade su I peccatori, per la folle ambizione della sua composizione narrativa e visiva.
Pronostico: Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale: I peccatori

Che aspettate? Correte in sala scommesse!

Pier

martedì 10 marzo 2026

Il Filo del Ricatto - Dead Man's Wire (In pillole #37)

Temete l'ira dei mansueti


Gus Van Sant torna alla regia dopo sette anni e lo fa con una commedia-thriller tratta da una storia vera, in un'operazione che ricorda quella operata da Richard Linklater (regista tematicamente simile a Van Sant, e come lui solitamente lontano da questo genere) con Hitman, presentato due anni fa proprio a Venezia. 

Il film racconta l'assurda storia del sequestro del banchiere Richard Hall, figlio di M.L. Hall, il presidente di Meridian Mortgage Co., da parte di Tony Kiritsis: il gesto di un pazzo, come cercarono di farlo passare, o una giusta rivolta proletaria contro lo strapotere del capitale che lo aveva imbrogliato nella compravendita di un terreno? Raccontato con la giusta dose di humor nero, Dead Man's Wire è un'attenta esplorazione della psiche umana e di quanto poco basti per far "impazzire" un uomo probo e onesto. 

Van Sant esibisce una chiara e sacrosanta favorevolezza alle posizioni di Kiritsis, interpretato con il giusto mix di follia, logica ed empatia da un ottimo Bill Skarsgard. Kiritsis emerge come il perfetto esempio del "piccolo uomo" truffato dalle grandi banche e dal sistema capitalistico in generale, perfettamente incarnato dal M.L. Hall, un Al Pacino magistrale, cinico al punto di essere disposto a sacrificare il figlio piuttosto che accontentare le richieste del sequestratore e abbandonare la sua vacanza in Florida.

Van Sant non rinuncia a raccontare il ruolo dei media nel modificare la percezione della realtà, con Kiritsis che insiste per raccontare la sua storia in diretta radiofonica a sequestro in corso e che chiede non soldi ma ammissioni di colpa, armato dell'incrollabile (e non infondata) certezza che, se non lo farà lui, nessuno racconterà la sua storia. Kiritsis prende possesso della sua narrativa e, nel farlo, riesce ad attirarsi le simpatie dell'opinione pubblica. 

Il sistema, alla fine, trova il modo di salvarsi e perpetuarsi. Tuttavia, con la storia di Dead Man's Wire Van Sant realizzando un film che diverte ma porta anche avanti una forte posizione politica, mostrando al pubblico quanto poco basterebbe per far saltare il banco e far vedere a tutti che il re, in fondo, è nudo.

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Pier

venerdì 6 marzo 2026

Il Mago del Cremlino (In pillole #36)

Politica e teatro


Come si distrugge la verità? La ricetta non è la magia, anche se il titolo sembra suggerirlo, ma una profonda conoscenza della psiche umana e dei trucchi con cui si può ingannarla. A partire dall'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, Assayas confeziona un thriller politico che racconta la caduta del Muro e l'ascesa di Vladimir Putin attraverso un dialogo/confessione tra un giornalista e Vadim Baranov, ispirato a Vladislav Surkov, eminenza grigia di Putin. Baranov ha un passato da teatrante, e sa leggere, comprendere, e manipolare le emozioni: non serve altro. 

La regia di Assayas è chirurgica, cinica, e mette a nudo la realtà dietro alla narrazione, senza però dimenticare di farci vedere come la seconda può diventare più reale della prima. Il film è sorretto da una sceneggiatura stellare (con la collaborazione, e si vede, di Emmanuel Carrère), costruita attorno a un'immaginaria confessione di Baranov a un giornalista: in un'oasi di pace in mezzo alla neve il Male si mette a nudo e sorride compiaciuto del caos che ha portato nel mondo.

A dare vita e corpo alle parole di Assayas e Carrère c'è un cast perfetto, da un Jude Law/Putin, minaccia silenziosa e predatoria fin dalla sua prima apparizione, a Jeffrey Wright nei panni del giornalista, passando per Alicia Vikander nel classico ruolo di "grillo parlante" declinato però in modo inaspettato. A brillare più di tutti è però Paul Dano, che dopo Il Petroliere torna a essere il volto innocente e seducente del Male, un sorriso disarmante che repelle e conquista allo stesso tempo.

Attraverso la storia di Baranov, Il Mago del Cremlino porta in scena la storia politica dell'Europa e dell'Occidente degli ultimi vent'anni: una storia di lenta corrosione dei valori - una corrosione che rimane invisibile fin quando non è troppo tardie, e che non richiede strategie complesse o complotti occulti, ma una semplice conoscenza degli esseri umani. Baranov ha un passato da teatrante, e sa leggere, comprendere, e manipolare le emozioni: tristemente, non serve altro. 

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Pier

giovedì 12 febbraio 2026

Hamnet

Natura e ingegno


Agnes, giovane anticonformista che si vocifera essere figlia della foresta, conosce Will, aspirante scrittore. I due si innamorano, si sposano, hanno tre figli. Agnes incoraggia Will a scrivere e ad andare a Londra per inseguire il suo sogno. Will diventa William Shakespeare, e tutto sembra andare per il meglio, fino a quando una tragedia non colpisce la famiglia.

Il dibattito tra ragione e sentimento, uomo e natura è uno dei più antichi dell'arte: da Narciso e Boccadoro al Dialogo della Natura e di un Islandese, questo rapporto è al centro di numerosi capolavori. Anche in Hamnet, il libro di Maggie O'Farrell su cui si basa il nuovo film di Chloé Zhao, tratta questo tema, che però riceve una maggiore preminenza nel suo adattamento filmico. Zhao infatti evidenzia al massimo questa differenza tra Agnes e Will, attratti inesorabilmente l'uno dall'altra ma altrettanto inesorabilmente divisi dalle loro predisposizioni: figlia della foresta la prima, figlio della città il secondo. 

Agnes è legata al mondo naturale, fatto di piante, rituali, una sapienza millenaria che affonda le sue radici nelle tradizioni druidiche, che ha la sua arma nei rituali e nelle invocazioni, e che si esplicita in una capacità di "leggere" ogni essere vivente, percependone energia e, forse, destino. Will è invece legato al mondo della mente, a una sapienza nuova, tutta da scoprire (Shakespeare ha inventato oltre 1.700 parole  che oggi fanno parte della lingua inglese), che fa della parola scritta la sua arma e dell'immaginazione il suo cavallo. 

Zhao ritrae Agnes come una forza animale, fatta di urla, sensazioni, sentimenti esibiti con orgoglio, e intelligenza emotiva: è perennemente sporca, a suo agio con fatica, sudore, e funzioni corporali, capace di partorire da sola ai piedi di un albero. Agnes è una creatura di ombre e asimmetria, perennemente fuori posto e orgogliosa di esserlo, e come tale ci viene spesso presentata: inquadrature mai centrate, luce naturale fatta di contrasti, trucco assente, e il volto della straordinaria Jessie Buckley ripreso con feroce intensità in primissimo piano. Will è invece fatto di luce, un viso illuminato dal sole o dalle candele, vestiti sempre più eleganti, e una vita emotiva nascosta, mai esibita, nascosta dietro il tratto di un'intellettuale indifferenza, salvo poi esplodere in privato (splendidi, in tal senso, il suo pianto solitario e il momento sul ponte, dove Paul Mescal dà il meglio di sé). Per Agnes la vita è un palcoscenico, dove è sempre ferocemente se stessa; per Will il palcoscenico è la vita, l'unico luogo in cui può esprimere se stesso.

Agnes riconosce questa differenza, e capisce che Will è destinato ad appassire se non potrà esplorare il suo mondo, dargli sfogo, portarlo in vita. Accetta quindi di lasciarlo andare a Londra, lontano da lei, ben sapendo che il loro legame supera le loro diversità, e ne viene invece rinforzato. E Will torna, sempre, innamorato della moglie e pazzo dei suoi figli, con cui mette in scena versione casalinghe delle sue opere, tra cui spicca un prologo del Macbeth mai così divertente - un'opera scelta non a caso, perché unisce la parola shakesperiana all'antica magia nella cui tradizione è cresciuta Agnes. 

Fair is foul, and foul is fair

Poi, però, qualcosa si spezza: la morte del figlio Hamnet rende le differenze che prima univano i due coniugi ostacoli insormontabili, trincee di dolore in cui Agnes non capisce più Will e lo giudica insensibile, e Will non riesce a comunicare ad Agnes il suo dolore. Sceglie quindi l'unico mezzo espressivo in cui si sia mai sentito a suo agio: scrivere. Qui Zhao, che fino a quel punto ha adattato il romanzo in modo fedele se non nella lettera nello spirito, scarta di lato. Nel libro l'Amleto era il modo che un marito trovava per comunicare il suo dolore al mondo, ma soprattutto alla moglie. Il testo esorcizzava un fantasma che stava infestando il loro matrimonio: non a caso Will interpreta il padre di Amleto, sacrificandosi al posto del figlio e "scacciando" lo spettro che aleggia sul suo animo e sulla sua relazione con Agnes. Nel film la messa in scena dello spettacolo diventa un momento di catarsi collettiva. La guarigione della ferita creatasi tra Agnes e Will, pur presente, passa in secondo piano rispetto a una connessione collettiva generata dal teatro. Zhao trasforma la storia di una relazione, della sua crisi, e della sua resurrezione in un'ode al potere taumaturgico dell'arte.

La scelta può essere apprezzata o meno, e senza dubbio sceglie la strada più facile perché coinvolge lo spettatore in un crescendo emotivo che sembra costruito per arrivare a un pianto liberatorio. Tuttavia, il pianto arriva, e non è scontato quando il "trucco" è così evidente; e la scelta narrativa è senza dubbio coerente con il percorso artistico di Zhao e con la funzione del teatro - in generale e nell'età elisabettiana in particolare: non una torre d'avorio incapace di comunicare al mondo, come molte (troppe) messe in scena italiane di Shakespeare sanno essere, ma un rito pagano e popolare in grado di curare il dolore e generare empatia, un rito collettivo in grado di unire in un mondo sempre più diviso.

Hamnet è una storia di fantasmi ed esorcismi, di mondi incompatibili che si incontrano e si attraggono, di dolore e grazia, di sogno e ragione. Una storia intima eppure universale, che ci parla dell'eterna dialettica tra ingegno e natura, della forza creatrice della nostra filosofia, ma anche dei misteri che ci sono in cielo e in terra e di come questi rimangano inconoscibili, pronti a terrorizzarci e distruggere le nostre certezze - certezze che solo l'ingegno stesso, però, può ricostruire.

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Pier

sabato 7 febbraio 2026

Sentimental Value

La risonanza del dolore


Nora, celebre attrice di teatro, soffre di attacchi di panico ogni volta che deve entrare in scena. Gustav, suo padre, è un famoso regista che, dopo aver divorziato dalla madre di Nora e di sua sorella Agnes, è quasi scomparso dalle loro vite. Quando torna in Norvegia per chiedere a Nora di interpretare la protagonista del suo nuovo film, che vuole girare nella casa di famiglia, Gustav innesca una crisi emotiva che colpisce tutta la famiglia.

C'è un cinema di sentimenti, silenzi, fantasmi mai esorcizzati che sembrava scomparso da tempo, e Sentimental value riporta alla luce. È il cinema di Bergman, in primo luogo, ma anche di un certo periodo di Woody Allen: sedute psicoanalitiche collettive, in cui i personaggi portano in scena i rapporti irrisolti che caratterizzano le vite di tutti (genitori-figli, fratelli-sorelle, coniugi) generando una catarsi collettiva che si sublima in sguardi, tocchi fugaci, silenzi eloquenti. Un cinema spesso imitato con risultati scadenti da chi scambia la vivisezione quasi chirurgica dei rapporti e dei sentimenti con la facile spettacolarizzazione degli stessi o con una faciloneria nella giustificazione di alcuni comportamenti.

In Sentimental value, come in Bergman, non ci sono colpevoli né innocenti o, meglio, tutti sono al tempo stesso ambedue le cose. I sentimenti non vengono gettati in piazza, le scenate non esistono, i confronti sono sempre all'apparenza civili. Il dolore che traspare non dalle urla ma dai visi, dai sottotesti, dai silenzi, da un'assenza di suono e comprensione che taglia profondo come un coltello, laddove le urla finiscono spesso per essere vuote e senza significato. 

Il tema centrale del film sono i legami come canali che possono consentire al dolore di scorrere tra intere generazioni, creando un'ereditarietà della sofferenza, o sollevare delle chiuse per fermarlo. Gustav, prigioniero della sua arte, lascia che il suo dolore fluisca verso le figlie. Nora invece solleva le chiuse e protegge Agnes, permettendole di vivere una vita più serena, senza essere vittima della continua sensazione di affogare; e Agnes ricambia prendendosi cura di lei nei suoi momenti peggiori.

La tentazione di descrivere un film come il racconto di un rapporto padre-figlia è forte, ma sarebbe una descrizione superficiale: al cuore del film c'è anche un rapporto tra sorelle fatto di mutua comprensione e gratitudine, di interventi silenziosi ma non dimenticati a proteggere l'altra dal dolore in agguato nel mondo, incarnato in una casa fatta di fantasmi e brutti ricordi. La protezione e la cura sono al centro del rapporto tra Agnes e Nora, e sono l'unico rapporto che consente salvezza, il salvagente che impedisce di affogare.

Quando il dolore scorre, tuttavia, crea un altro tipo di legame: imperfetto, forse malsano, ma non per questo meno forte; un legame che permette di comprendere a distanza ciò che l'altro sta vivendo, come accade tra Gustav e Nora, con il primo che riesce a catturare il malessere della figlia senza parlarle perché in lei rivede il suo e quello della madre.

Bergman è omaggiato non solo nello spirito ma anche nella lettera, con Joachim Trier che costruisce un film nel film che è un'ode al cinema d'autore, il cui paladino è non a caso un regista di origini svedesi. L'arte - il cinema, il teatro - diventano un atto di esorcismo, un modo di affrontare i propri demoni e di liberare se stessi e gli altri. La sostituzione di Nora con una giovane attrice americana (un'ottima Elle Fanning, che fa rendere al meglio un personaggio un po' troppo monocorde) è un tentativo di distanziamento destinato a fallire, perché è solo nella cura reciproca che esiste salvezza: Gustav deve guarire Nora tanto quanto Nora deve farlo con Gustav.

Il film non brilla per originalità tematica, e alcuni aspetti narrativi sono meno curati di quanto dovrebbero: la casa, simbolo di ogni sofferenza, viene abbandonata, ma sostituita da una casa finta, un set temporaneo, mandando un messaggio opposto a quello di speranza che il finale vorrebbe veicolare. Il tema dell'ereditarietà del dolore viene parzialmente minato quando la depressione della madre di Gustav viene "giustificata" con le torture subite, anziché abbracciare la triste realtà della depressione, malattia che compare senza preavviso e senza cause scatenanti come ci piace pensare. Questo è forse il passaggio meno convincente del film, sia per questo motivo, sia perchè rappresenta una divagazione che annacqua durata e focus senza aggiungere granché (la palma, in tal senso, va però alla storia d'amore di Nora, un non sequitur abbastanza evitabile).

Queste leggerezze narrative, tuttavia, passano in secondo piano di fronte a una ricchezza emotiva che scalda il cuore, grazie sia a una fotografia molto intima e attenta ai suoi personaggi, sia alle ottime interpretazioni del cast. A spiccare non è la pur ottima Renate Reinsve, ma Inga Ibsdotter Lilleaas, forza silenziosa del film, che riesce a bonificare la palude emotiva del padre e della sorella e a purificare l'acqua che vi scorre.

Sentimental value è un film fuori tempo per la nostra epoca e, forse proprio per questo, coraggioso. Mette al centro i rapporti umani in un periodo in cui sono sempre più sfilacciati, e predica perdono, comprensione ed empatia in un mondo in cui questi valori sembrano scomparsi nonostante siano sempre più fondamentali: per uscire dal dolore in cui ci siamo rinchiusi non c'è miglior strada che riconoscere anche quello altrui.

*** 1/2

Pier

sabato 24 gennaio 2026

Marty Supreme

Il tornado dell'ossessione


Marty Mauser, campione statunitense di tennistavolo (liberamente ispirato al vero campione Marty Reisman) cerca disperatamente di racimolare il denaro sufficiente per partecipare ai campionati mondiali, usando ogni mezzo lecito e illecito e sfruttando il fascino che esercita la sua assoluta fiducia in se stesso. Tra attrici sul viale del tramonto, boss mafiosi, ricchi imprenditori, e contadini furenti, Marty si imbarca in un'odissea ipercinetica per realizzare il suo sogno. 

Riuscire a competere ad altissimo livello, in qualunque campo, spesso richiede una dedizione pressocché totale, un'ossessione che sfocia nella monomania. Chi scrive ama basket e scacchi, e quindi i primi nomi che vengono in mente sono quelli di Michael Jordan, Larry Bird, Kobe Bryant, e Bobby Fisher: persone che hanno dedicato la loro intera giovinezza all'attività che amavano, sacrificando affetti, tempo libero, salute fisica e mentale. Anche al cinema gli esempi abbondano, con Whiplash come testimone più recente.

E con il film di Chazelle Marty Supreme condivide anche il ritmo frenetico di un'improvvisazione jazz, un uptempo continuo che travolge e trascina tutto con sé, come un tornado. Josh Safdie ci porta in un mondo meno conosciuto e glamour, quello del tennistavolo, e ci racconta la quotidianità di questa ossessione quando questa non è accompagnata da un supporto economico, e coltivare il proprio talento, la propria passione, diventa una lotta contro tutto e contro tutti per sopravvivere. Il viaggio di Marty è un ottovolante, una corsa a ostacoli in cui non ci si ferma un secondo, fatta di continue cadute agli inferi e risalite, fallimenti e trionfi. La regia ricorda quella di Safdie (lì in coppia con il fratello) in Diamanti grezzi, ma si prende più tempo per stare con i personaggi, costruire situazioni, regalare piccoli momenti di alleggerimento. Il risultato è un film più coeso ma comunque febbrile, una maratona di due ore e mezza che sembra durare come uno sprint.


Marty Supreme è un film che è tutto e il suo contrario: sinfonico e corale, ma anche completamente incentrato su un irresistibile solista; riflessivo, ma anche ipercinetico. Safdie costruisce un tornado di suoni e immagini che travolge lo spettatore e lo trascina in un mondo che sembra la riflessione delle sfide di tennistavolo: in superficie un piacevole passatempo, ma in realtà una sfida sanguinaria, violenta, una guerra fisica e psicologica che annienta ed esalta, trascina nella polvere e sull'altare. Le analogie ritmiche e strutturali con Una battaglia dopo l'altra sono evidenti, ed è curioso che due film così simili siano usciti lo stesso anno: due film fatti di guerra, ma che celebrano la pace, il trovare il proprio posto nel mondo, la propria pace interiore.

Safdie dipinge il film con tratti grezzi, solidi, fatti di primi piani continui, a volte persino impietosi, di un montaggio serrato che taglia, sminuzza, moltiplica, genera ansia, e di un sonoro asincrono che spesso anticipa le scene successive, come se fosse ansioso di correre in avanti, di mettersi alle spalle la scena in svolgimento per iniziare la successiva, in una bulimia narrativa che rispecchia l'approccio alla vita di Marty, che ingurgita la vita anziché assaporarla.

Marty è un protagonista indecifrabile, che sa essere uno, nessuno, e centomila. In momenti diversi, e a volte nello stesso momento, Marty è arrogante, umile, affascinante, irritante, carismatico, imbarazzante, viscido, sensuale: un simpatico cialtrone un po' Paul Newman un po' Adam Sandler, perfettamente incarnato da uno Chalamet che si conferma un talento generazionale. Intorno a lui gravita un sottobosco di attori professionisti e non, maschere della commedia dell'arte in cui si trova immerso Marty, novello Arlecchino servitore di moltissimi padroni ma in grado di cavarsela in ogni occasione. Le uniche eccezioni, gli unici veri personaggi che gli attraversano la strada sono l'amica/fidanzata Rachel (un'ottima Odessa A'zion, di cui sentiremo parlare), l'unica a tenere testa alla sua ipercinesi nella vita, e Koto Endō, il suo rivale ma anche il suo specchio: muto e introverso tanto quanto Marty è chiacchierone ed estroverso, ma guidato dalla stessa irresistibile ossessione di eccellere, di trionfare, di migliorarsi.

Marty Supreme è un film cangiante, un dirompente racconto di ossessione che esalta la capacità di liberarsene, un inno alla competizione che parla dell'importanza della collaborazione. È una rapsodia di suono e furore che cattura che lascia lo spettatore con la sensazione di essere appena stato su un ottovolante: stordito, ma con la voglia di fare un altro giro.

**** 1/2

Pier