sabato 24 gennaio 2026

Marty Supreme

Il tornado dell'ossessione


Marty Mauser, campione statunitense di tennistavolo (liberamente ispirato al vero campione Marty Reisman) cerca disperatamente di racimolare il denaro sufficiente per partecipare ai campionati mondiali, usando ogni mezzo lecito e illecito e sfruttando il fascino che esercita la sua assoluta fiducia in se stesso. Tra attrici sul viale del tramonto, boss mafiosi, ricchi imprenditori, e contadini furenti, Marty si imbarca in un'odissea ipercinetica per realizzare il suo sogno. 

Riuscire a competere ad altissimo livello, in qualunque campo, spesso richiede una dedizione pressocché totale, un'ossessione che sfocia nella monomania. Chi scrive ama basket e scacchi, e quindi i primi nomi che vengono in mente sono quelli di Michael Jordan, Larry Bird, Kobe Bryant, e Bobby Fisher: persone che hanno dedicato la loro intera giovinezza all'attività che amavano, sacrificando affetti, tempo libero, salute fisica e mentale. Anche al cinema gli esempi abbondano, con Whiplash come testimone più recente.

E con il film di Chazelle Marty Supreme condivide anche il ritmo frenetico di un'improvvisazione jazz, un uptempo continuo che travolge e trascina tutto con sé, come un tornado. Josh Safdie ci porta in un mondo meno conosciuto e glamour, quello del tennistavolo, e ci racconta la quotidianità di questa ossessione quando questa non è accompagnata da un supporto economico, e coltivare il proprio talento, la propria passione, diventa una lotta contro tutto e contro tutti per sopravvivere. Il viaggio di Marty è un ottovolante, una corsa a ostacoli in cui non ci si ferma un secondo, fatta di continue cadute agli inferi e risalite, fallimenti e trionfi. La regia ricorda quella di Safdie (lì in coppia con il fratello) in Diamanti grezzi, ma si prende più tempo per stare con i personaggi, costruire situazioni, regalare piccoli momenti di alleggerimento. Il risultato è un film più coeso ma comunque febbrile, una maratona di due ore e mezza che sembra durare come uno sprint.


Marty Supreme è un film che è tutto e il suo contrario: sinfonico e corale, ma anche completamente incentrato su un irresistibile solista; riflessivo, ma anche ipercinetico. Safdie costruisce un tornado di suoni e immagini che travolge lo spettatore e lo trascina in un mondo che sembra la riflessione delle sfide di tennistavolo: in superficie un piacevole passatempo, ma in realtà una sfida sanguinaria, violenta, una guerra fisica e psicologica che annienta ed esalta, trascina nella polvere e sull'altare. Le analogie ritmiche e strutturali con Una battaglia dopo l'altra sono evidenti, ed è curioso che due film così simili siano usciti lo stesso anno: due film fatti di guerra, ma che celebrano la pace, il trovare il proprio posto nel mondo, la propria pace interiore.

Safdie dipinge il film con tratti grezzi, solidi, fatti di primi piani continui, a volte persino impietosi, di un montaggio serrato che taglia, sminuzza, moltiplica, genera ansia, e di un sonoro asincrono che spesso anticipa le scene successive, come se fosse ansioso di correre in avanti, di mettersi alle spalle la scena in svolgimento per iniziare la successiva, in una bulimia narrativa che rispecchia l'approccio alla vita di Marty, che ingurgita la vita anziché assaporarla.

Marty è un protagonista indecifrabile, che sa essere uno, nessuno, e centomila. In momenti diversi, e a volte nello stesso momento, Marty è arrogante, umile, affascinante, irritante, carismatico, imbarazzante, viscido, sensuale: un simpatico cialtrone un po' Paul Newman un po' Adam Sandler, perfettamente incarnato da uno Chalamet che si conferma un talento generazionale. Intorno a lui gravita un sottobosco di attori professionisti e non, maschere della commedia dell'arte in cui si trova immerso Marty, novello Arlecchino servitore di moltissimi padroni ma in grado di cavarsela in ogni occasione. Le uniche eccezioni, gli unici veri personaggi che gli attraversano la strada sono l'amica/fidanzata Rachel (un'ottima Odessa A'zion, di cui sentiremo parlare), l'unica a tenere testa alla sua ipercinesi nella vita, e Koto Endō, il suo rivale ma anche il suo specchio: muto e introverso tanto quanto Marty è chiacchierone ed estroverso, ma guidato dalla stessa irresistibile ossessione di eccellere, di trionfare, di migliorarsi.

Marty Supreme è un film cangiante, un dirompente racconto di ossessione che esalta la capacità di liberarsene, un inno alla competizione che parla dell'importanza della collaborazione. È una rapsodia di suono e furore che cattura che lascia lo spettatore con la sensazione di essere appena stato su un ottovolante: stordito, ma con la voglia di fare un altro giro.

**** 1/2

Pier

martedì 20 gennaio 2026

La Grazia

L'etica sfuggente della memoria


Mariano De Santis, il Presidente della Repubblica, è entrato nel “semestre bianco” del suo mandato. Vedovo, continua a pensare alla moglie Aurora, la cui morte lo ha chiuso in una crisalide di dolore che però non lascia trasparire. Noto per essere un temporeggiatore, gli ultimi mesi in carica lo mettono di fronte a due decisioni di grande importanza: se firmare o meno una rivoluzionaria sull’eutanasia, nonostante la sua fede cattolica e l’opposizione del papa; e se concedere la grazia a due persone colpevoli di aver ucciso il coniuge.

Sui muri della Mostra del Cinema, poco dopo la prima proiezione de La Grazia, è comparso un commento che sosteneva che si trattasse di un film fantasy per via, tra le altre cose, della presenza di politici competenti e di una buona legge sull’eutanasia. Una battuta, ma non troppo lontana dalla realtà: dopo aver messo alla berlina gli aspetti più grotteschi e criminali della politica con Il divo e Loro, Sorrentino dedica un film alla politica “alta”, quella con la P maiuscola, che lavora con serietà e spinta da un dubbio generatore anziché da false certezze; una politica che si arrovella su dilemmi etici, incarnata alla perfezione dalla figura di Mariano De Santis, un Presidente della Repubblica giurista che, come Antigone, si trova a scegliere tra la legge dei codici e quella dell’umanità e dell’empatia.

Questo non significa, tuttavia, che Sorrentino rinunci a raccontare l’umanità dei suoi protagonisti: De Santis è inscalfibile solo in apparenza (il suo soprannome, come scopre con scorno, è “cemento armato”). Sotto un’aura imperturbabile si nasconde un dolore profondo che sfocia nella depressione, nella mancanza di senso e voglia di vivere; un dolore che ha le sue radici nella morte dell’adorata moglie Aurora ma anche in un passato più lontano, in un segreto inconfessato e mai svelato che si perde nelle nebbie della memoria.

Amore e memoria sono i due coprotagonisti del film, con De Santis che si dibatte tra loro come un pesce preso in trappola, ossessionato a tal punto dal passato da essere non solo incapace di guardare al futuro, ma anche di vivere nel presente. Sorrentino tesse un dramma politico e intimista che non rinuncia a ridere delle assurdità della vita, tra amiche di infanzia dalla parlantina irresistibile (Coco Valori si candida a entrare nel pantheon dei grandi personaggi sorrentiniani, ed è sacrosanto che a lei sia lasciata l’ultima parola del film) e papi filosofi che girano in scooter, passando per gusti musicali inconfessabili e diete accettate di malavoglia.

A volte il regista napoletano eccede a livello narrativo, specchiandosi nell’assurdità poetica di alcune scene che però non hanno un reale impatto data la totale assenza di funzione narrativa o simbolica: l’eccentricità, da sola, non basta, e finisce per allungare il brodo, anziché insaporirlo. È però impossibile non notare come nei suoi ultimi film Sorrentino abbia asciugato il suo stile visivo, trovando una fortunata sintesi tra la freddezza formale delle sue prime opere e il barocco che lo ha reso famoso con La grande bellezza e i film immediatamente successivi. Non ci sono movimenti di macchina che sono puri sfoggi di bravura, e tutto è al servizio degli attori e della storia.

La solitudine di De Santis è ben resa sia dalle ampie inquadrature all’interno del Quirinale, un acquario deserto con un unico pesce, sia dai primi piani stringenti su Toni Servillo, splendido nella sua capacità di rendere la complessità del paesaggio emotivo di un presidente eternamente indeciso con sguardi, silenzi, sospiri. Un’interpretazione, la sua, lontanissima da quella offerta per Jep Gambardella o Andreotti, e che unisce l’empatia del primo all’imperturbabilità del secondo, regalando un personaggio umano, vivo, il cui dubbio è cifra ontologica e la memoria è l’unico rifugio sicuro.

La grazia non passerà alla storia come il film migliore di Sorrentino, ma offre spunti etici ed emotivi di grande impatto, nonostante le sbrodolature, e soprattutto conferma l’encomiabile desiderio del regista partenopeo di esplorare storie e tematiche nuove, anziché fossilizzarsi sulla poetica e lo stile che lo hanno reso famoso (il rischio, prima di È stata la mano di Dio, sembrava esserci). Gli eccessi di altre sue opere lasciano qui il passo all’esplorazione e alla celebrazione della sobrietà, della vita di un uomo degno e dignitoso, tormentato dall’idea di non esserlo al punto di rinunciare a vivere. 

Sorrentino offre non più uno sguardo alla morte incombente che si nasconde in agguato dietro una vitalità esibita ma di facciata, ma la vita che cerca di farsi strada, una pianta che cerca di rifiorire in un terreno arido e bruciato, e riesce a mettere radici.

*** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

domenica 4 gennaio 2026

No Other Choice

La morte della solidarietà


Man-su è un operaio specializzato nel settore della carta. Lavora nella stessa azienda da 25 anni. Ha una bella famiglia (la moglie Miri, due figli, e due cani) e una bella casa. La sua vita sembra felice fino a quando, dopo essersi rifiutato di licenziare degli operai, viene licenziato a sua volta, mettendo a rischio tutto ciò per cui ha lavorato così duramente. I suoi tentativi di trovare un nuovo lavoro vengono frustrati dalla scarsità di posti disponibili per un un lavoratore con la sua esperienza. Man-su, disperato, decide che deve dare una mano alla sorte...

Park Chan-wook torna tre anni dopo Decision to Leave con una commedia nera, nerissima su come il capitalismo corrompa anche l'animo più nobile, fagocitando i suoi fedeli servitori e spingendoli a una guerra tra poveri svilente e piena di disperazione. Il tema non è nuovo (è al centro anche di numerose scene di Fantozzi, per esempio), ma è innegabile che la sperequazione in questi anni sia diventata sempre più estrema, che il legame di solidarietà tra aziende e lavoratori, già labile, sia stato del tutto reciso, e che anche quello tra lavoratori stia facendo lentamente la stessa fine. Il tema deve essere molto sentito in Corea del Sud, dove negli ultimi anni è emerso con forza un cinema dalle forti connotazioni politiche, che usa il genere (la satira, come qui e in Parasite, o la fantascienza distopica come in Squid Game o in Mickey 17) per raccontare il quotidiano. 

Park Chan-wook sceglie un approccio disincantato e cinico che unisce satira e critica sociale - un taglio che sarebbe piaciuto a Elio Petri, che avrebbe forse ridotto le risate e asciugato la forma per concentrarsi maggiormente sul tema. Park, tuttavia, è un formidabile narratore, capace di creare personaggi memorabili già al primo impatto - personaggi che svolgono una funzione simbolica ma riescono al tempo stesso a essere veri e autentici, facendo appassionare il pubblico alle loro vicende. Il risultato è un film che ricorda una rapsodia jazz, con continui cambio di tonalità e ritmo ma un tema sotterraneo che lega il tutto in modo armonico.

Park è però soprattutto un maestro nella costruzione delle immagini: pochi registi sanno usare la luce come lui, coniugandone perfettamente il ruolo funzionale con quello simbolico e quello estetico (Park stesso ne parla qui). Anche in No other choice il regista coreano dipinge con la macchina da presa, alternando momenti poetici ad altri grotteschi con una fluidità di ripresa e montaggio che fa sì che il film risulti omogeneo e coeso nonostante i continui cambi tonali. Due scene "musicali", in particolari, sono da applausi a scena aperta per perfezione della composizione e perfetta integrazione di tutti gli elementi.

Anche la direzione degli attori è, come sempre, eccezionale: Lee Byung-hun dimostra ancora una volta la sua incredibile poliedricità, alternando registri del tutto diversi ma mantenendo sempre una verità e un'umanità fondamentali per la riuscita del film. Tutto il cast intorno a lui offre una prova eccellente, ma a brillare è soprattutto Son Ye-jin, ultimo baluardo di razionalità mentre il mondo di Man-su crolla e tutto sembra perduto.

No other choice non è, forse, l'opera migliore di Park Chan-wook, ma è comunque un capolavoro, perché Park è uno di quei registi che sembrano incapaci di fare film meno che eccellenti. Anche a questo giro realizza un'opera potentissima, che resta impressa per la forza e l'urgenza del suo messaggio e la potenza delle sue immagini, e ci spinge a riflettere su cosa sia diventata la nostra società, in cui ormai la solidarietà è diventata qualcosa da deridere anziché un valore da difendere.

*****

Pier