giovedì 12 febbraio 2026

Hamnet

Natura e ingegno


Agnes, giovane anticonformista che si vocifera essere figlia della foresta, conosce Will, aspirante scrittore. I due si innamorano, si sposano, hanno tre figli. Agnes incoraggia Will a scrivere e ad andare a Londra per inseguire il suo sogno. Will diventa William Shakespeare, e tutto sembra andare per il meglio, fino a quando una tragedia non colpisce la famiglia.

Il dibattito tra ragione e sentimento, uomo e natura è uno dei più antichi dell'arte: da Narciso e Boccadoro al Dialogo della Natura e di un Islandese, questo rapporto è al centro di numerosi capolavori. Anche in Hamnet, il libro di Maggie O'Farrell su cui si basa il nuovo film di Chloé Zhao, tratta questo tema, che però riceve una maggiore preminenza nel suo adattamento filmico. Zhao infatti evidenzia al massimo questa differenza tra Agnes e Will, attratti inesorabilmente l'uno dall'altra ma altrettanto inesorabilmente divisi dalle loro predisposizioni: figlia della foresta la prima, figlio della città il secondo. 

Agnes è legata al mondo naturale, fatto di piante, rituali, una sapienza millenaria che affonda le sue radici nelle tradizioni druidiche, che ha la sua arma nei rituali e nelle invocazioni, e che si esplicita in una capacità di "leggere" ogni essere vivente, percependone energia e, forse, destino. Will è invece legato al mondo della mente, a una sapienza nuova, tutta da scoprire (Shakespeare ha inventato oltre 1.700 parole  che oggi fanno parte della lingua inglese), che fa della parola scritta la sua arma e dell'immaginazione il suo cavallo. 

Zhao ritrae Agnes come una forza animale, fatta di urla, sensazioni, sentimenti esibiti con orgoglio, e intelligenza emotiva: è perennemente sporca, a suo agio con fatica, sudore, e funzioni corporali, capace di partorire da sola ai piedi di un albero. Agnes è una creatura di ombre e asimmetria, perennemente fuori posto e orgogliosa di esserlo, e come tale ci viene spesso presentata: inquadrature mai centrate, luce naturale fatta di contrasti, trucco assente, e il volto della straordinaria Jessie Buckley ripreso con feroce intensità in primissimo piano. Will è invece fatto di luce, un viso illuminato dal sole o dalle candele, vestiti sempre più eleganti, e una vita emotiva nascosta, mai esibita, nascosta dietro il tratto di un'intellettuale indifferenza, salvo poi esplodere in privato (splendidi, in tal senso, il suo pianto solitario e il momento sul ponte, dove Paul Mescal dà il meglio di sé). Per Agnes la vita è un palcoscenico, dove è sempre ferocemente se stessa; per Will il palcoscenico è la vita, l'unico luogo in cui può esprimere se stesso.

Agnes riconosce questa differenza, e capisce che Will è destinato ad appassire se non potrà esplorare il suo mondo, dargli sfogo, portarlo in vita. Accetta quindi di lasciarlo andare a Londra, lontano da lei, ben sapendo che il loro legame supera le loro diversità, e ne viene invece rinforzato. E Will torna, sempre, innamorato della moglie e pazzo dei suoi figli, con cui mette in scena versione casalinghe delle sue opere, tra cui spicca un prologo del Macbeth mai così divertente - un'opera scelta non a caso, perché unisce la parola shakesperiana all'antica magia nella cui tradizione è cresciuta Agnes. 

Fair is foul, and foul is fair

Poi, però, qualcosa si spezza: la morte del figlio Hamnet rende le differenze che prima univano i due coniugi ostacoli insormontabili, trincee di dolore in cui Agnes non capisce più Will e lo giudica insensibile, e Will non riesce a comunicare ad Agnes il suo dolore. Sceglie quindi l'unico mezzo espressivo in cui si sia mai sentito a suo agio: scrivere. Qui Zhao, che fino a quel punto ha adattato il romanzo in modo fedele se non nella lettera nello spirito, scarta di lato. Nel libro l'Amleto era il modo che un marito trovava per comunicare il suo dolore al mondo, ma soprattutto alla moglie. Il testo esorcizzava un fantasma che stava infestando il loro matrimonio: non a caso Will interpreta il padre di Amleto, sacrificandosi al posto del figlio e "scacciando" lo spettro che aleggia sul suo animo e sulla sua relazione con Agnes. Nel film la messa in scena dello spettacolo diventa un momento di catarsi collettiva. La guarigione della ferita creatasi tra Agnes e Will, pur presente, passa in secondo piano rispetto a una connessione collettiva generata dal teatro. Zhao trasforma la storia di una relazione, della sua crisi, e della sua resurrezione in un'ode al potere taumaturgico dell'arte.

La scelta può essere apprezzata o meno, e senza dubbio sceglie la strada più facile perché coinvolge lo spettatore in un crescendo emotivo che sembra costruito per arrivare a un pianto liberatorio. Tuttavia, il pianto arriva, e non è scontato quando il "trucco" è così evidente; e la scelta narrativa è senza dubbio coerente con il percorso artistico di Zhao e con la funzione del teatro - in generale e nell'età elisabettiana in particolare: non una torre d'avorio incapace di comunicare al mondo, come molte (troppe) messe in scena italiane di Shakespeare sanno essere, ma un rito pagano e popolare in grado di curare il dolore e generare empatia, un rito collettivo in grado di unire in un mondo sempre più diviso.

Hamnet è una storia di fantasmi ed esorcismi, di mondi incompatibili che si incontrano e si attraggono, di dolore e grazia, di sogno e ragione. Una storia intima eppure universale, che ci parla dell'eterna dialettica tra ingegno e natura, della forza creatrice della nostra filosofia, ma anche dei misteri che ci sono in cielo e in terra e di come questi rimangano inconoscibili, pronti a terrorizzarci e distruggere le nostre certezze - certezze che solo l'ingegno stesso, però, può ricostruire.

****

Pier

sabato 7 febbraio 2026

Sentimental Value

La risonanza del dolore


Nora, celebre attrice di teatro, soffre di attacchi di panico ogni volta che deve entrare in scena. Gustav, suo padre, è un famoso regista che, dopo aver divorziato dalla madre di Nora e di sua sorella Agnes, è quasi scomparso dalle loro vite. Quando torna in Norvegia per chiedere a Nora di interpretare la protagonista del suo nuovo film, che vuole girare nella casa di famiglia, Gustav innesca una crisi emotiva che colpisce tutta la famiglia.

C'è un cinema di sentimenti, silenzi, fantasmi mai esorcizzati che sembrava scomparso da tempo, e Sentimental value riporta alla luce. È il cinema di Bergman, in primo luogo, ma anche di un certo periodo di Woody Allen: sedute psicoanalitiche collettive, in cui i personaggi portano in scena i rapporti irrisolti che caratterizzano le vite di tutti (genitori-figli, fratelli-sorelle, coniugi) generando una catarsi collettiva che si sublima in sguardi, tocchi fugaci, silenzi eloquenti. Un cinema spesso imitato con risultati scadenti da chi scambia la vivisezione quasi chirurgica dei rapporti e dei sentimenti con la facile spettacolarizzazione degli stessi o con una faciloneria nella giustificazione di alcuni comportamenti.

In Sentimental value, come in Bergman, non ci sono colpevoli né innocenti o, meglio, tutti sono al tempo stesso ambedue le cose. I sentimenti non vengono gettati in piazza, le scenate non esistono, i confronti sono sempre all'apparenza civili. Il dolore che traspare non dalle urla ma dai visi, dai sottotesti, dai silenzi, da un'assenza di suono e comprensione che taglia profondo come un coltello, laddove le urla finiscono spesso per essere vuote e senza significato. 

Il tema centrale del film sono i legami come canali che possono consentire al dolore di scorrere tra intere generazioni, creando un'ereditarietà della sofferenza, o sollevare delle chiuse per fermarlo. Gustav, prigioniero della sua arte, lascia che il suo dolore fluisca verso le figlie. Nora invece solleva le chiuse e protegge Agnes, permettendole di vivere una vita più serena, senza essere vittima della continua sensazione di affogare; e Agnes ricambia prendendosi cura di lei nei suoi momenti peggiori.

La tentazione di descrivere un film come il racconto di un rapporto padre-figlia è forte, ma sarebbe una descrizione superficiale: al cuore del film c'è anche un rapporto tra sorelle fatto di mutua comprensione e gratitudine, di interventi silenziosi ma non dimenticati a proteggere l'altra dal dolore in agguato nel mondo, incarnato in una casa fatta di fantasmi e brutti ricordi. La protezione e la cura sono al centro del rapporto tra Agnes e Nora, e sono l'unico rapporto che consente salvezza, il salvagente che impedisce di affogare.

Quando il dolore scorre, tuttavia, crea un altro tipo di legame: imperfetto, forse malsano, ma non per questo meno forte; un legame che permette di comprendere a distanza ciò che l'altro sta vivendo, come accade tra Gustav e Nora, con il primo che riesce a catturare il malessere della figlia senza parlarle perché in lei rivede il suo e quello della madre.

Bergman è omaggiato non solo nello spirito ma anche nella lettera, con Joachim Trier che costruisce un film nel film che è un'ode al cinema d'autore, il cui paladino è non a caso un regista di origini svedesi. L'arte - il cinema, il teatro - diventano un atto di esorcismo, un modo di affrontare i propri demoni e di liberare se stessi e gli altri. La sostituzione di Nora con una giovane attrice americana (un'ottima Elle Fanning, che fa rendere al meglio un personaggio un po' troppo monocorde) è un tentativo di distanziamento destinato a fallire, perché è solo nella cura reciproca che esiste salvezza: Gustav deve guarire Nora tanto quanto Nora deve farlo con Gustav.

Il film non brilla per originalità tematica, e alcuni aspetti narrativi sono meno curati di quanto dovrebbero: la casa, simbolo di ogni sofferenza, viene abbandonata, ma sostituita da una casa finta, un set temporaneo, mandando un messaggio opposto a quello di speranza che il finale vorrebbe veicolare. Il tema dell'ereditarietà del dolore viene parzialmente minato quando la depressione della madre di Gustav viene "giustificata" con le torture subite, anziché abbracciare la triste realtà della depressione, malattia che compare senza preavviso e senza cause scatenanti come ci piace pensare. Questo è forse il passaggio meno convincente del film, sia per questo motivo, sia perchè rappresenta una divagazione che annacqua durata e focus senza aggiungere granché (la palma, in tal senso, va però alla storia d'amore di Nora, un non sequitur abbastanza evitabile).

Queste leggerezze narrative, tuttavia, passano in secondo piano di fronte a una ricchezza emotiva che scalda il cuore, grazie sia a una fotografia molto intima e attenta ai suoi personaggi, sia alle ottime interpretazioni del cast. A spiccare non è la pur ottima Renate Reinsve, ma Inga Ibsdotter Lilleaas, forza silenziosa del film, che riesce a bonificare la palude emotiva del padre e della sorella e a purificare l'acqua che vi scorre.

Sentimental value è un film fuori tempo per la nostra epoca e, forse proprio per questo, coraggioso. Mette al centro i rapporti umani in un periodo in cui sono sempre più sfilacciati, e predica perdono, comprensione ed empatia in un mondo in cui questi valori sembrano scomparsi nonostante siano sempre più fondamentali: per uscire dal dolore in cui ci siamo rinchiusi non c'è miglior strada che riconoscere anche quello altrui.

*** 1/2

Pier