domenica 28 febbraio 2016

Oscar 2016 - I pronostici

Questa sera verranno proclamati i vincitori dell'edizione 2016 degli Academy Awards.
Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici sui premi principali, corredati di quelle che sarebbero le mie scelte se venissi insignito del diritto di potere temporale di attribuire gli Oscar.

Le mie scelte si potrebbero riassumere con "Witness me!", ma andiamo con ordine.



Miglior montaggio
E' l'unica categoria importante dove è nominato Star Wars, ma non vincerà nemmeno questo. Troppo serrata la competizione, che vede un testa a testa tra Margaret Sixel, responsabile del ritmo serrato e adrenalinico di Mad Max: Fury Road, e Hank Corwin, autore di quello che è probabilmente il montaggio più originale dell'anno ne La grande scommessa. Penso vincerà il secondo, cui va, dopo lungo travaglio intetiore, anche la mia scelta personale
Pronostico: La grande scommessa
Scelta personale: La grande scommessa

Miglior fotografia
Qui la competizione non inizia nemmeno: Emmanuel Lubezki sbaraglia tutti soltanto con la scena iniziale di The Revenant, cui aggiunge altre cosucce come la lotta con l'orso e un uso della luce naturale semplicemente poetico. L'unico ad avvicinarsi vagamente, per innovatività e perfezione formale, è The Hateful Eight, ma è comunque molto distante.
Pronostico: The Revenant
Scelta personale: The Revenant

Miglior film d'animazione
Se non dovesse vincere Inside Out perderei ogni speranza nella giustizia, terrena o divina che sia. Anomalisa è un film notevole e molto, molto interessante, ma Pete Docter e la Pixar sono tornati alle vette dei loro capolavori, superandone alcuni. Non c'è storia.
Pronostico: Inside Out
Scelta personale: Inside Out

Miglior attore non protagonista
Qui la competizione è molto, molto serrata. Christian Bale è strepitoso ne La grande scommessa, Mark Ruffalo intenso e stropicciato al punto giusto in Spotlight, Tom Hardy è un grandioso, rozzo villain in The Revenant, e Mark Rylance con i suoi silenzi domina la scena ne Il ponte delle spie. Quest'ultimo sembra il favorito dei pronostici, ma come si fa a non tifare per il vecchio e stanco Sylvester Stallone visto in Creed?
Pronostico: Mark Rylance
Scelta personale: Sylvester Stallone

Miglior attrice non protagonista
Anche qui, competizione molto serrata (ci sarebbe, prima o poi, da interrogarsi su quanto sia diventata competitiva la sezione per i non-protagonisti, dove spesso vengono escluse prove migliori di quelle che vengono candidate per il premio maggiore). La Jennifer Jason-Leigh di The Hateful Eight è strepitosa, ma sembra avere poche speranze, così come Rachel McAdams per Spotlight. E' una lotta a tre, con Alica Vikander che ruba la scena alle moine di Redmayne in The Danish Girl, Kate Winslet strepitosa in una parte giocata in sottotono in Steve Jobs, e la favorita Rooney Mara intensa nei pregni silenzi di Carol. La mia preferenza va a Alicia Vikander.
Pronostico: Rooney Mara 
Scelta personale: Alicia Vikander

Miglior sceneggiatura originale
Spotlight sembra avere decisamente una marcia in più, grazie alla scrittura vibrante di Tom McCarthy. Il cuore direbbe Inside Out, ma Spotlight è un film più "facile" da premiare.
Pronostico: Spotlight
Scelta personale: Inside Out

Miglior sceneggiatura non originale
Qui la competizione non esiste: La grande scommessa è l'unico possibile vincitore, nonché il mio personale favorito.
Pronostico: La grande scommessa
Scelta personale: La grande scommessa

Miglior attore protagonista
Giurati dell'Academy: guardatevi negli occhi. Cosa deve fare di più questo pover'uomo per vincere? E' entrato dentro la carcassa di un cavallo. Ha combattuto con un orso in CGI in modo credibile. Non parla per quasi tutto il film. Si è imbruttito, una cosa che vi è sempre piaciuta e per la quale avete preferito altre, discutibili prove alle sue eccezionali performance del passato. E allora, vogliamo dare questo Oscar al povero Leonardo? Non è la sua miglior prova, d'accordo, ma è comunque meglio della competizione (Fassbender in Steve Jobs unico  ad avvicinarsi). Su, mettetevi una mano sul cuore.
Pronostico: Leonardo Di Caprio
Scelta personale: Leonardo Di Caprio

Miglior attrice protagonista
Qui la favorita sembra Brie Larson per Room (che non ho visto), ma la mia scelta personale cade sulla sublime Cate Blanchett per Carol.
Pronostico: Brie Larson

Scelta personale: Cate Blanchett


Miglior regia
Premesso che qualunque premio che non sia a George Miller per Mad Max: Fury Road andrebbe contro il comune senso filmico, qui temo che il favorito sia quel pallone gonfiato  regista talentuoso ma un po' pieno di sè che risponde al nome di Alejandro González Iñárritu. Però, Academy, mettetevi ancora una volta una mano sul cuore: sarebbe il primo regista a vincere due anni di fila, e uno dei pochi ad aver vinto due volte. Kubrick, per dire, non ha mai vinto. Vedete voi.
Pronostico: The Revenant
Scelta personale: Mad Max: Fury Road

Miglior film
Se The Revenant vincerà il miglior film, quale miglior modo di ripagare Mad Max: Fury Road che il premio per il miglior film? Premio che condividerei al 100%, anche se il mio personale favorito è Spotlight, per solidità narrativa e capacità di trasmettere emozioni.
Pronostico: Mad Max: Fury Road
Scelta personale: Spotlight

Bonus track: Morricone è talmente e giustamente favorito per la miglior colonna sonora che non mi sembrava nemmeno utile fare il pronostico.

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier

venerdì 26 febbraio 2016

The Revenant - Redivivo

Tu vuoi fare Terrence Malick, ma sei nato Iñárritu



Stati Uniti, inizio 1800. Hugh Glass è un trapper che fa da guida a un gruppo di cacciatori di pelli. Attaccato e ridotto in fin di vita da un grizzly, viene abbandonato dai compagni che erano stati preposti ad accudirlo fino alla sua morte. Uno di questi, John Fitzgerald, uccide il figlio di Glass, che si opponeva ad abbandonarlo. Glass però non è morto e, nonostante le gravi ferite subite, si mette sulle tracce di Fitzgerald per cercare vendetta.

Nonostante vengano spesso confuse, c'è una grande differenza tra fotografia e regia: la prima riguarda le immagini, l'illuminazione, tutto ciò che entra nell'inquadratura, come ci entra, come viene filmata una determinata sequenza; la seconda riguarda la capacità di mettere insieme i vari elementi del film, fotografia compresa, in un unicum coerente e armonico che trasmetta il messaggio e le sensazioni desiderate. Laddove Birdman aveva sancito il trionfo della regia di Iñárritu, capace in quel film di legare alla perfezione ogni singolo dettaglio, The Revenant è l'apoteosi della fotografia di Emmanuel Lubezki. La scena d'apertura, un lungo piano sequenza di una battaglia, è talmente innovativa e sbalorditiva che non saprei nemmeno commentarla. La camera compie dei virtuosismi assoluti, seguendo gente che cade da cavallo, finisce sott'acqua, gruppi di persone che fuggono in direzioni diverse, il tutto con un'illuminazione glaciale semplicemente perfetta. Il resto del film, per quanto meno spettacolare, viene sempre fotografato con eccezionale maestria, con una sapiente alternanza di primi piani e campi lunghi che rendono alla perfezione il duello uomo-natura.

La regia, però, delude: troppo lungo il film, troppo slegate le sue parti, troppe scene ripetute allo sfinimento: abbiamo capito che deve sopravvivere nella neve e nel gelo., non c'è bisogno di farci vedere come trascorre ogni singola notte. Iñárritu finisce per limitare anche Leonardo Di Caprio, che offre la consueta straordinaria prova d'attore (dategli questo stramaledetto Oscar, per amor del cielo: Academy, è entrato dentro la carcassa di un cavallo, che volete di più?) ma risulta spesso trattenuto, quasi il regista volesse evitare che la bravura del suo primo attore offuscasse la sua ennesima trovata. Risulta più convincente Tom Hardy, che presta la sua straordinaria fisicità a un villain senza morale e senza regole, per il quale conta solo una cosa: sopravvivere. Le sequenze oniriche sono manieriste e pretestuose, un tentativo di Iñárritu di farsi Malick senza averne la visione e l'afflato metafisico. In generale, in molte scene, pur superbamente girate, si ha la sensazione che ci sia il regista seduto di fiano a noi a darci di gomito, a dirci "hai visto quanto sono bravo?", in un eterno ammiccamento che rende quasi sobrie alcune regie di Sorrentino.

In sintesi, The Revenant è una gioia per gli occhi, e offre momenti di pura estasi visiva e sonora (la colonna sonora è splendida) e ottime prove d'attore. Questi elementi, tuttavia, vengono però rovinati da una sceneggiatura sbrodolata, non nelle parole ma nei tempi, e in una regia che sembra guardarsi allo specchio in moltissime scene. Un peccato, con meno narcisismo avrebbe potuto essere un capolavoro.

*** 1/2

Pier

martedì 23 febbraio 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot

Wolverine contro Mafia Capitale



Enzo Ceccotti è un ladruncolo che vive a Tor Bella Monaca, in periferia di Roma. Un giorno, cercando di sfuggire alla polizia, si tuffa nel Tevere, dove entra in contatto con una sostanza radioattiva che gli dona una superforza. Mentre capisce come usare i suoi nuovi poteri, la sua strada si incrocia con quella dello Zingaro, un pesce piccolo della malavita romana con l’ossessione della celebrità, e di Alessia, la figlia del vicino di casa di Enzo, che crede che Enzo sia il protagonista della serie animata Jeeg Robot d’acciaio. Si ritroverà coinvolto in una guerra senza esclusione di colpi.

Lo chiamavano Jeeg Robot è stato il caso dell’ultima edizione Festa del Cinema di Roma. La ragione si intuisce fin dalla visione del trailer: è una rarità nel panorama italiano, dove sembra impossibile uscire dal dramma e dalla commedia (o dalla loro fusione, la commedia drammatica) per esplorare nuovi generi e nuovi linguaggi cinematografici. In particolare, il genere supereroistico, cui appartengono quasi tutti i blockbuster più profittevoli degli ultimi anni, è sempre stato tabù in Italia, vuoi per ragione di budget, vuoi per poco coraggio.

Sfruttando la strada aperta da Gabriele Salvatores con Il ragazzo invisibile, Gabriele Mainetti (già autore del bel cortometraggio-omaggio a Lupin Basette) racconta la storia di un supereroe per caso con tutti gli stilemi del genere: l’acquisizione casuale dei superpoteri, la presa di coscienza del fatto che "da grandi poteri derivano grandi responsabilità", una ragazza con un ruolo centrale, un cattivo psicopatico e con manie di grandezza. Tutto già visto, dunque? Niente affatto: Mainetti si distingue da Salvatores e dai film americani radicando il suo film nella realtà romana di periferia, tra squallore, malavita e desiderio di rivalsa. Lo chiamavano Jeeg Robot è un film con un’anima fortemente italiana, che parla della realtà di tutti i giorni e della storia recente del paese con sguardo quasi neorealista, cercando la verità della vita di strada anziché le patinature degli effetti speciali, limitati al minimo sindacale.

In questo film dai toni e dalle atmosfere vagamente distopiche, troviamo quindi la crisi economica, Mafia Capitale, persino un’eco degli anni di piombo. Mainetti dirige il tutto con mano sicura, sorretto da una fotografia cupa, livida e a tratti angosciante, che privilegia interni desolanti ma regala anche esterni squallidi, consumati, dimenticati dalla vita. La scrittura è solida e ritmata, con personaggi e dialoghi e convincenti, e intrattiene senza la presunzione di essere arte, ma anche senza essere un mero "popcorn movie".

Gli attori sono ben diretti e offrono ottime prove. Santamaria è un supereroe per caso cupo e taciturno, che passa dal subire gli eventi a essere in grado di dirigerli, ma non vuole farsi coinvolgere. Più Wolverine che Batman, il suo Enzo Ceccotti conquista per umanità e realismo. La sua nemesi è uno strepitoso Luca Marinelli, piccolo boss ammalato di fama, con una fissazione per Loredana Berté e la musica italiana anni ’80 e un penchant per il travestitismo, un Joker all’amatriciana che domina tutte le scene in cui è presente, con un formidabile mix di follia, fragilità e desiderio di riscatto. Sorprende in positivo, infine, l’esordio cinematografico di Ilenia Pastorelli, convincente nella parte di Alessia.

Lo chiamavano Jeeg Robot non è un capolavoro, come leggerete in recensioni di critici troppo solerti nel gridare al miracolo quando il cinema italiano produce qualcosa di diverso (sul tema si è ben espresso Zerocalcare). E’ però uno dei migliori film italiani degli ultimi anni, sicuramente il più coraggioso per come prova, riuscendoci, a rielaborare gli stilemi di un genere quasi del tutto alieno al nostro cinema e che persino negli USA, dove è stato inventato, appare ormai fossilizzato e avvitato su se stesso. Non perdetelo.

****

Pier

Nota: Articolo originariamente pubblicato su Nonsolocinema.

domenica 21 febbraio 2016

Il caso Spotlight

Il Tutti gli Uomini del Presidente del nuovo millennio


Il team Spotlight è la squadra investigativa del Boston Globe. Nonostante una serie di reportage di successo, è ora costretto a occuparsi di indagini di poco conto. Nel 2001, tuttavia, il giornale sta perdendo lettori, e il nuovo direttore, Marty Baron, è deciso a invertire la rotta, e decide di dare carta bianca al team Spotlight, libero di investigare anche argomenti scottanti. Il primo che capita loro per le mani è quello di un sacerdote che ha abusato di numerosi giovani nella sua parrocchia, senza però essere mai denunciato. Indagando, i membri del team faranno scoperte sempre più inquietanti, sconvolgendo l'ipercattolica Boston e portando alla luce il più grande scandalo di pedofilia nella Chiesa della storia.

Cosa succede quando fede e dovere professionale si scontrano? Questo il dilemma che devono affrontare molti dei protagonisti in Spotlight (titolo originale). Cattolici nella cattolica Boston, vedono via via le loro certezze religiose sgretolarsi, senza però che venga meno il loro desiderio di scoprire la verità, di rivelare le nefandezze perpetrate nei confronti di migliaia di bambini. Le coscienze dei membri del team sono travagliate, nessuno di loro è senza macchia in una lotta che sarebbe dovuta iniziare anni prima, ma che - in minor parte - anche per loro negligenza è rimasta per lungo tempo nell'ombra. Man mano che procedono, le indagini divengono sempre più personali, coinvolgenti, quasi intime, coinvolgendo le vite private dei giornalisti e mettendo in discussione il loro modo di vedere il mondo.

E' dal 1976 che ogni film sul giornalismo deve confrontarsi con Tutti gli uomini del presidente. Ebbene, si può dire che Spotlight si candida ad essere per il nuovo millennio ciò che il film di Alan J. Pakula è stato per gli anni Ottanta e Novanta. Tom McCarthy orchestra alla perfezione tutte le componenti del film, costruendo come sempre una sceneggiatura perfetta per struttura e contenuti e accompagnandola con una fotografia classica ma funzionale alla narrazione delle emozioni dei personaggi, principali e non. Il cast offre una prova corale formidabile, con Mark Ruffalo che si distingue per naturalezza e forza interpretativa.

Spotlight è un film che fa riflettere non solo grazie al mero racconto dei fatti, ma anche e soprattutto attraverso le emozioni e reazioni dei suoi personaggi, il cui coinvolgimento emotivo, fatto di rimorsi, crisi di coscienza e compassione, si riflette nello spettatore, rendendo impossibile rimanere indifferenti. McCarthy riesce nel suo obiettivo di realizzare un film che non è pura cronaca, ma anche una sveglia per la coscienza dello spettatore, troppo spesso abituato a guardare questi scandali con l'occhio del cronista, da lontano, senza percepirne il reale orrore. Spotlight, invec,e ci porta dentro lo scandalo e le sue mille ramificazioni e, pur senza per nulla indulgere nella morbosità, ce ne fa percepire fino in fondo le pesanti implicazioni per la vita delle vittime e per il tessuto sociale della città.
Un film da non perdere, uno dei meno strombazzati tra quelli candidati all'Oscar, ma sicuramente uno dei migliori.

**** 1/2

Pier

venerdì 12 febbraio 2016

Steve Jobs

Stay hungry, stay Sorkin



Il film analizza la figura di Steve Jobs raccontando i momenti prima del lancio di tre prodotti chiave della sua carriera: il primo Macintosh, il NeXT Computer, e l'i-Mac G3. Vediamo quindi l'evoluzione del rapporto tra Jobs e la figlia, il co-fondatore di Apple Steve Wozniak, e i colleghi, amici o nemici a seconda delle occasioni.

Genio? Tiranno? Uomo marketing senza contenuti? Forse Steve Jobs era tutto questo, forse era qualcos'altro ancora. Il film di Danny Boyle non dà risposte in questo senso, ma decide fin nella sua struttura di lasciare aperto il dibattito: chi era veramente Steve Jobs? La struttura in tre atti, quasi teatrale, permette di vedere Jobs in diversi momenti della sua vita umana e professionale, durante i quali balla pericolosamente sull'orlo che divide perfezionismo e tirannide, genio e sadismo. "It's not a binary: you can be a genius and a decent person", dice Wozniak a Steve. Ma è davvero possibile? Può l'ossessione non essere accompagnata da un estremo disprezzo per chi non mostra la stessa motivazione, lo stesso divorante anelito alla perfezione?

La sceneggiatura sviscera con sapienza questi e altri temi, usando il particolare per parlare dell'universale, il genio di Jobs per parlare del Genio e della sua natura. Chi è il Genio? E' colui che realizza materialmente un'idea, o colui che ne intuisce il potenziale? E' chi suona il violino, o chi dirige l'orchestra? Steve Jobs è il trionfo di Aaron Sorkin (scandalosamente ignorato agli Oscar), la sublimazione della sua scrittura fatta di walk and talk, di dialoghi fulminanti che affascinano, catturano, stordiscono, travolgono, e che riflettono appieno la complessa personalità del protagonista. La storia scorre veloce, a volte quasi troppo, senza un attimo di pausa, senza concessioni, senza momenti di relax e riflessione, forzando lo spettatore a seguire a bocca aperta un susseguirsi di confronti e battute memorabili. Alcuni eventi sono inventati, altri cronologicamente inesatti, ma il tutto passa in secondo piano di fronte alla superba magniloquenza dei dialoghi, assolutamente da sentire e gustare in originale. Il testo di Sorkin è magistralmente supportato da un'eccezionale prova corale del cast, in cui spicca Fassbender ma brillano anche le stelle di Kate Winslet, Jeff Daniels e Seth Rogen, un perfetto Wozniak.

Dunque, Steve Jobs è un capolavoro? Nemmeno lontanamente. A differenza di altri lavoro di Sorkin, come The Social Network, il film manca di un elemento fondamentale: la regia. Boyle realizza un film scolastico, a tratti stucchevole, in cui si asservisce alla scrittura di Sorkin ma non la esalta, rivelando tutta la sua mediocrità nei rari momenti in cui la scrittura si assenta e lascia spazio alle immagini, come nell'inutilmente patinato e sdolcinato finale. Alcune indovinate scelte di fotografia (i tre atti sono fotografati con formati differenti per rendere al meglio le atmosfere d'epoca) non riescono a salvare una regia scolastica e scarsamente creativa. Se si esce dal film pensando che funzionerebbe meglio a teatro, la colpa è solo ed esclusivamente di Boyle. Il confronto con il lavoro fatto da Fincher in The Social Network, dove alla sceneggiatura eccellente si affiancavano alcune sequenze registicamente mirabili, è impietoso.

Steve Jobs rimane un film interessante, soprattutto per chi non conosce tutti i dettagli privati della vita del fondatore di Apple e per chi ama le sceneggiature ben fatte. Fassbender sembra inoltre essere l'unico serio avversario per Di Caprio nella corsa all'Oscar e, anche solo per questo, vale la pena spendere i soldi del biglietto.

***

Pier

mercoledì 3 febbraio 2016

The Hateful Eight

Gruppo di fuorilegge in un interno


Un cacciatore di taglie si sta recando a Red Rock per consegnare al boia Daisy Domergue. Sulla sua strada incontra un altro cacciatore di taglie e lo sceriffo di Red Rock, e accetta di accompagnarli in città. Sorpresi da una tempesta di neve, saranno costretti a cercare rifugio nell'emporio di Minnie, dove si trovano anche altri viaggiatori. Qualcuno di loro, tuttavia, non è chi dice di essere.

Una diligenza corre nella nevosa notte del Wyoming, cercando di sfuggire alla tempesta di neve. La corsa è folle, impetuosa, accompagnata da una musica possente ed evocativa che fa presagire una tragedia imminente. La tensione si spezza quando la diligenza si ferma e carica un passeggero, il cacciatore di taglie Marquis Warren; torna a crescere, per poi cadere nuovamente quando incontra il nuovo sceriffo di Red Rock, per poi tornare a crescere. Nella sublime scena di apertura si racchiude il primo tempo dell'ottavo film di Quentin Tarantino, in cui la suspense viene costruita, distrutta e ricostruita con studiata lentezza, in cui i duelli sono fatti di sguardi, i dialoghi di non detti, e gli spazi tra una sedia e l'altra, dilatati dall'eccezionale fotografia di Robert Richardson, divengono immensi deserti di sabbia.

E' un Tarantino atipico quello del primo tempo, senza dialoghi brillanti, sangue e citazioni, ma dotato comunque della consueta cinefilia e sapienza nell'uso del mezzo cinematografico. Il film ha il suo precedente tarantiniano nella splendida scena di apertura di Bastardi senza gloria, che viene qui dilatata, vivisezionata, con l'Ultra Panavision 70 che permette di osservare ogni sguardo, ogni interazione, ogni reazione innescata negli otto hateful dalle provocazioni incrociate. A lanciarle con luciferina precisione è soprattutto dal Marquis Warren di Samuel L. Jackson, sorta di summa di tutti i personaggi interpretati fin qui dall'attore tarantiniano per eccellenza. Attorno a lui, come pedine su una scacchiera, si muovono personaggi costruiti alla perfezione, con un bagaglio di esperienze che, prima o poi, è destinato a venire a galla. Il primo tempo termina con il suo unico sparo, come il più classico dei western di John Ford, ed è separato dal secondo da un intervallo dal sapore fortemente teatrale.

Quando il sipario si rialza, la musica cambia, ma senza che la tensione e la morbosa paranoia scompaiano: il ritmo diventa incalzante, gli spari si sprecano e le rivelazioni si inseguono, si confondono, si intrecciano, fino a rivelare l'unica grande verità della storia, ovvero che non ci sono buoni, solo cattivi che si sono ritrovati per caso nella stessa baracca, come Tarantino stesso ha dichiarato. Gli echi de Le Iene sono evidenti, ma sarebbe limitante definire il film come una versione western del film d'esordio del regista, che invece qui esplora le contraddizioni e le tensioni razziali e non dell'oggi americano, andandone a esplorare le radici con occhio lucido e spietato.

Detto della fantastica fotografia, l'altro elemento di spicco del film è la colonna sonora di Morricone, degno accompagnamento della roboante scena d'apertura ed epico contraltare alle meschine vicende dei protagonisti. Tarantino dirige con studiata lentezza e, anche se a tratti finisce per appesantire il film, raggiunge il risultato che si era prefisso, creando un "giallo della camera chiusa" in salsa western, e tenendo lo spettatore incollato allo schermo.

The Hateful Eight non è il miglior film di Tarantino in senso assoluto (né uno dei miei due preferiti), ma è senza dubbio uno dei più maturi a livello cinematografico, in cui intrattenimento e arte, citazionismo e originalità si uniscono in un abbraccio quasi perfetto. Non perdetelo.

****

Pier